Saturday, 18 November 2017

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        Sito Personale di Lharampa Geshe Lama Gedun Tharchin

           Con l'augurio rivolto a tutti gli esseri di poter incontrare la felicità; 
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          la Bodhicitta, la mente altruistica per infinite essere senzienti; 
      la Vacuità, la massima visione della Chiara Luce.

L'eutanasia e Vita nel Buddismo


UNIVERSITA' di Roma SAPIENZA S
Facoltà di Sociologia
Roma, Italia, 22 Settembre 2003


L'eutanasia e Vita nel Buddismo
Geshe Gedun Tharchin


Il 22 settembre 2003 partecipai a un congresso internazionale su “DECISIONI DI FINE VITA, TERAPIA INTENSIVA E L'EUTANASIA IN EUROPA” organizzato dalla Facoltà di Sociologia, dell’Università di Roma 'La Sapienza'.
In quell’occasione preparai un documento specifico sul concetto buddista relativamente al senso profondo dell’esistenza umana.
Rimasi sbalordito dalla professionalità, precisione e chiarezza con cui i diversi relatori presentavano la questione e di come la osservassero da diverse angolazioni politiche, mediche e sociali.
Il mio discorso durò 15 minuti, 5 in più rispetto al tempo previsto per ciascun oratore, perché mi sentivo fortemente coinvolto come essere umano e parlai a cuore aperto riflettendo su ciò che ero e come sarei stato di fronte all’effettiva possibilità di eutanasia.
Come risultato di queste riflessioni ne scaturì la seguente nota:
«Quando ho ricevuto l'invito al Congresso sull'eutanasia, non avevo alcuna idea del significato del termine eutanasia. Così ho consultato internet per documentarmi in merito alla questione e poi ho cominciato a studiare più attentamente l'argomento cercando di approfondirne i vari aspetti, implicazioni, relazioni.
Ho scoperto che la storia dell'eutanasia ha avuto inizio con il codice di disciplina di un medico greco e si è subito diffusa ed evoluta nella civiltà occidentale.
Oggi le problematiche presentate dalla pratica dell'eutanasia hanno imposto all’Europa moderna la necessità non più procrastinabile di doverne affrontare seriamente ogni suo aspetto sul piano legale, etico, umano.
La crescente imposizione del tema eutanasia mi pare sia anche determinata da un elevato standard di vita, invecchiamento maggiore e patologie sempre più presenti nella popolazione di questo continente. Il dibattito sociale sul tema è indubbiamente favorito dall’elevato grado di sviluppo, dalle condizioni favorevoli di benessere e accesso a diverse risorse, con possibilità più agevoli di vita.
Da un punto di vista buddista, un essere umano è composto da sei elementi: terra, acqua, vento, suolo, spazio e coscienza. I processi di nascita e morte sono definiti dall'atto di comporre e scomporre questi gli elementi tra loro inscindibilmente correlati.
La morte nella visione buddhista è simile ad un trasloco o al cambio di un abito, è semplicemente un trasferimento da una condizione ad un’altra, da un corpo ad un altro o da una vita all'altra. Questo è ciò che il buddismo chiama rinascita o reincarnazione.
Nel Buddhismo si insiste molto sull’opportunità di una morte serena in quanto questo è di fondamentale importanza per favorire un influsso positivo alla successiva rinascita o al nuovo stato di esistenza. Una morte tranquilla produce una separazione pacifica tra gli elementi con il loro conseguente reindirizzamento naturale verso la nuova condizione. In un individuo con profonde esperienze spirituali la separazione pacifica degli elementi avvenuta nella morte fisica definisce la possibilità di indirizzare la nuova composizione degli stessi determinandone la condizione. Questa è la definizione di “libertà di morte e di nascita”.
Secondo la visione buddhista le situazioni di suicidio assistito ed eutanasia non penso possano essere giudicate frettolosamente come azione omicida, cioè uccidere in senso negativo, con conseguente condanna, a condizione però che tali atti siano sempre determinati da una forte attitudine altruistica.
Ho notato che vi sono interpretazioni diverse su queste tematiche e non solo tra paese e paese, ma anche in gruppi sociali e tra individui, quindi credo che l’Europa abbia molte scelte a disposizione per affrontare il processo di morte e questo è davvero interessante per me! Grazie.»

La vita nel Buddismo
Lo stato di esistenza in questo mondo nel Buddismo, è detto Samsāra, cioè la condizione di confusione in cui siamo immersi ed è caratterizzata da una permanente sofferenza determinata da tre fattori:
La sofferenza dovuta ad una sottile e costante insoddisfazione e da Dhukha, la sofferenza del cambiamento;
Anātman, l’assenza di un sé;
3) Anattā, l’impermanenza di tutti i fenomeni.
La causa principale del Samsāra è l'ignoranza, avidyā. Gli esseri samsarici a causa della confusione e ignoranza in cui si trovano percepiscono le cose come soddisfacenti, permanenti e considerano se stessi auto-esistenti e ciò comporta un enorme fraintendimento della realtà.
La consapevolezza e realizzazione di questi tre principi si chiama Abhidharma, che significa giungere alla visione diretta della verità che porta alla fine allo stato di moksha, la liberazione personale e allo stato completamente risvegliato di Buddha.
L'insegnamento circa il condizionamento di ogni realtà correlata ai cinque aggregati offre tutti gli elementi che possono portare alla realizzazione dell'essenza della visione del Buddha sulla vita. Quindi, se la spiegazione del Buddha del mondo è da intendersi in modo corretto, questo deve accadere attraverso una comprensione completa del suo messaggio fondamentale riassunto in questo detto: “Qualunque cosa è determinata da una causa precedente”. Esiste una chiara elaborazione di questo pensiero nel sūtra dei dodici anelli dell’origine interdipendente:
La base da cui sorge ogni visione errata è l’ignoranza;
Dall’ignoranza sorgono le formazioni karmiche;
Dalle formazioni karmiche sorge la coscienza;
Dalla coscienza si determina il nome e forma sotto l’aspetto di sensazioni, percezioni, fattori di composizione e coscienza;
Da nome e forma si definiscono le sei sorgenti dei sensi, cinque fisici, base dell’attività sensoriale della vista, dell’udito, del gusto, dell’olfatto, del tatto e uno mentale relativo all’intendimento;
Dai cinque organi di senso si determina il contatto;
Dal contatto si forma la sensazione;
Dalla sensazione nasce il desiderio;
Dal desiderio sorge attaccamento;
Dall’attaccamento si determina il processo del divenire;
Dal processo del divenire si determina la rinascita in nuova forma di esistenza;
Nella rinascita ricomincia il ciclo di vecchiaia e morte;
IL Buddha meditando questo ciclo di sofferenza ha avuto la visione della prima nobile verità: “la Verità della Sofferenza” che però può essere superata attraverso la conoscenza della “Causa della Sofferenza”, seconda nobile verità, e giungere così alla “Cessazione della sofferenza”, terza nobile verità. Per ottenere questo risultato si deve percorrere il “Sentiero che porta alla cessazione della causa di Sofferenza”, quarta nobile verità, cioè eliminando l’ignoranza non si determinano formazioni karmiche e a catena tutto il resto per giungere infine all’estinzione di ogni sofferenza.
Questa visione dell’origine interdipendente di tutti i fenomeni chiarisce la modalità di manifestazione della sofferenza dovuta a cause e condizioni e di come questa cessi con la rimozione delle sue cause e condizioni.
La dottrina della via di mezzo, Mādhyamika, è fondata sull’esclusione di due estremi, spiega che tutte le cose o fenomeni sono interdipendenti e correlati, mantiene un atteggiamento aperto non settario sino a giungere alla comprensione della vacuità di tutte le cose. Non esiste alcuna separazione tra mondo fisico e mentale, la correlazione è ininterrotta. Il Buddha dice: 'il mondo è guidato dalla mente'.
La non conoscenza dell’origine interdipendente dei fenomeni e il fraintendimento nel voler trovare una causa prima nell’inizio dell’esistenza degli esseri viventi non corrisponde alla realtà e può portare a, come avverte il Buddha: “Nozioni e speculazioni sulla condizione del mondo che possono indurre squilibri nella mente poiché questa ruota dell'esistenza, questo ciclo ininterrotto è mosso dall’ignoranza che incatena gli esseri viventi mossi dalla brama che produce attaccamento ad un’esistenza continua in questo circolo vizioso di sofferenza.”
Si tratta di una ruota in costante movimento e in cui è impossibile individuare un primo inizio, nessuno può rintracciare l'origine ultima di nulla, nemmeno di un granello di sabbia, per non parlare degli esseri umani. La vita non è un'identità immobile e sempre uguale, è un divenire. Si tratta di un flusso di cambiamenti fisiologici e psicologici.
Nessun uomo sensato può negare l'esistenza della sofferenza o insoddisfazione che permea ogni momento di vita, tuttavia è difficile comprendere come il bramoso desiderio e attaccamento a questo mondo sia ciò che ne provoca il continuo divenire. Per capire questo concetto ci si deve soffermare su due principali insegnamenti del buddhismo che riguardano il karma e la rinascita.
Se la nostra nascita in questa vita fosse il primo e unico inizio e la nostra morte la fine perenne di tutto, non avremmo bisogno di preoccuparci particolarmente nella ricerca di comprensione dei problemi della sofferenza. L’ordine morale dell'universo, la realtà di giusto e sbagliato, sono evidenti e gli esseri umani devono comprendere come muoversi tra questi aspetti nella consapevolezza delle conseguenze di ogni azione, la necessità di capire ciò che causa dolore. Nel buddhismo questa condizione è detta Karma che letteralmente significa 'azione', cioè comportamento che produce il conseguente effetto. Tuttavia non tutte le azioni sono considerate karma.
Il karma all’inizio è volizione o intenzione ed è un fattore della mente, un impulso psicologico che rientra nel gruppo delle formazioni. Così la volontà è parte integrante dei cinque gruppi di attaccamento che costituiscono la condizione individuale. Le intenzioni volitive dell’essere umano si concretizzano in pensiero, parola e azione e tutti i tre fattori possono essere positivi, negativi o neutri e determino risultati conseguentemente positivi, negativi o neutri. Questo gioco infinito di azione e reazione, causa ed effetto, non solo determina ma può trasformare l’ininterrotto processo di esistenza nel samsāra.
Il Karma è volontà, quindi una forza motrice. Con l’intenzione volitiva l'essere umano agisce attraverso il corpo, la parola e la mente e tali azioni producono reazioni. Il desiderio innesca la bramosia che produce risultati e questi a loro volta creano nuovi desideri. Questo processo di causa ed effetto, azione e reazione, è una legge naturale che non ha bisogno di un legislatore. L'essere umano è in continua evoluzione sia per il bene che per il male e ogni trasformazione, conseguenza inevitabile dell’azione posta in atto, dipende interamente dalla sua volontà e agire e da null’altro. Questa è un inevitabile legge naturale universale.
Il karma è dunque il bagaglio che, dopo la morte di questo corpo, determinerà la qualità della prossima nascita. Non c’è alcuna possibile forma di esistenza che sia indipendente dal karma maturato precedentemente. Karma e rinascita sono inscindibilmente correlati. L’essere umano è un'unità psico-fisico, unione connessa di mente e di materia, ma la psiche, la mente, non è un’anima indipendente nel senso di entità statica, permanente, si tratta di una forza in continua evoluzione dinamica in grado di memorizzare i ricordi non solo di questa vita, ma anche di vite passate.
Questo organismo psico-fisico subisce variazioni continue, crea ad ogni istante nuovi processi psico-fisici e quindi conserva la potenzialità per futuri processi biologici senza lasciare spazio tra un momento e l'altro. Viviamo e moriamo in ogni momento della nostra vita, è un costante movimento come se fossimo onde del mare che si innalzano e ricadono nelle acque dell’oceano ininterrottamente. Questo cambiamento, questo processo psico-fisico, non cessa con la morte, ma continua incessantemente. Il flusso dinamico della mente che produce volontà, desiderio, coscienza costituisce l'energia karmica. Questa forza potente, questa volontà di vivere, mantiene la vita e secondo il buddismo non riguarda solo la vita umana, ma l’intero mondo senziente, è la tremenda forza che con i suoi fattori mentali può voler essere nel bene o nel male.
L'attuale esistenza è stata determinata dal karma maturato nelle vite passate e l’intenzione con cui affronteremo le azioni oggi costruirà la qualità delle prossime rinascite. Secondo il Buddismo la volontà nell’azione karmica è ciò che divide gli esseri senzienti in più o meno evoluti.
Gli esseri senzienti sono eredi delle loro azioni e ne sono gli unici responsabili, le conseguenze di tali scelte determineranno in loro stessi cambiamenti in meglio o peggio, potranno voler rimanere schiavi o voler raggiungere la liberazione. Si deve tuttavia ricordare che secondo il Buddismo non tutto ciò che si verifica è unicamente causa di azioni passate, molti eventi sono il risultato delle azioni di questa attuale vita, o derivanti da cause esterne.
Non vi è nessuna sostanza permanente della natura del sé che si reincarna o trasmigra, tutto è soggetto a continua trasformazione, tutto è in uno stato di flusso. Ciò che noi chiamiamo vita e che vediamo staticamente è determinato dal flusso dei cinque aggregati che muovono in mente e corpo e ne sono energie o forze. Essi non sono mai lo stesso per due momenti consecutivi, e dunque nulla è permanentemente statico. L'uomo adulto non è né il bambino di prima né una persona molto diversa; vi è solo un rapporto di continuità. Il flusso di energia di mente e corpo non si perde al momento della morte, subisce un cambiamento, si ricostituisce in nuove forme e condizioni. Questo si chiama rinascita, ri-esistenza, o ri-divenire. Questo processo è descritto nel testo di Śāntideva il Bodhicaryāvatāra:
(Capitolo n. 8, versetto n. 98)
L’idea “sarò lo stesso io anche allora” è una falsa costruzione, poiché una è la persona che muore, tutt’altra quella che nasce.
(Capitolo n. 8, versetto n. 101)
Il continuum di coscienze, come una fila, e la combinazione di costituenti, come un esercito, non sono reali. La persona che sperimenta la sofferenza non esiste. A chi apparterrà quella sofferenza?
Il processo karmico è l'energia che muove in sequenza di vita in vita, ne determina qualità e mutazioni e non c’è nulla che staticamente trasmigra da una vita all'altra, è semplicemente una ruota che gira e l’essere senziente che passa ad altra esistenza dopo aver terminato quella attuale non è né la stessa persona, né una completamente diversa.
C'è un ultimo istante di coscienza che appartiene sia alla vita immediatamente precedente che a quella immediatamente successiva ed è definito rinascita di coscienza. Allo stesso modo si incontrano l'ultimo pensiero-momento di questa vita e il primo pensiero-momento della prossima. In questo modo avviene il passaggio della coscienza, è il modo in cui il flusso continuo di esistenza esprime la voglia di vivere, di continuare.
Secondo la teoria buddista, la coscienza è generata da più fattori e condizioni e per definirne il flusso noi diamo nomi ai vari eventi, come nascita, morte, processo, e così via, elaboriamo pensieri, ma in realtà ci sono solo momenti di pensiero, l'ultimo momento di pensiero che chiamiamo morte e il primo momento di pensiero che chiamiamo nascita; in tal modo nascite e morti si verificano in questo flusso di coscienza che è solo una serie di continui momenti-pensiero.
Finché l'essere senziente, a causa di ignoranza, desiderio e attaccamento si aggrappa all’esistenza vivrà con dolore la morte che però non sarà la conclusione del ciclo samsarico, egli continuerà la sua corsa nella 'Ruota della esistenza', nel samsāra. Questo è il gioco infinito di azione e reazione mantenuta in moto perpetuo dal karma sorto dall'ignoranza, spinto dal desiderio, espresso nella brama. Soltanto noi stessi, con le nostre azioni o karma abbiamo il potere di spezzare questa catena infinita tramite lo sradicamento dell'ignoranza, del desiderio, della brama e sete di esistenza.
Tali principi sono descritti anche nel capitolo 26, l'analisi dei dodici collegamenti di diventare di fondamentale della trattazione Sapienza (mulakaritamadyamaka) di Nāgārjuna.
Avendo dato un veloce assaggio della visione buddista lascerò che qualificati professionisti come professori, medici, sociologi valutino quale posizione il buddhismo dovrebbe prendere per quanto riguarda la pratica dell'eutanasia nella nostra società.
In linea di massima posso dire che il Maestro Shakyamuni utilizzava sempre, come base fondamentale, e che mi permetto di suggerire: la visione della via di mezzo, il Madhyamika!