Sunday, 11 November 2012

Dharma e umanità

Dharma e umanità
Geshe Gedun Tharchin

Ci ritroviamo questa sera in uno degli ultimi incontri di quest’anno, molti amici sono passati di qui per partecipare alle meditazioni ed assistere agli insegnamenti di Dharma, tutte attività molto buone, ma la mia funzione di Lama tibetano, di insegnante di Dharma, non è tanto quella di parlarvi del buddhismo, quanto quella di aiutarvi ad ampliare la vostra capacità di visione, di trovare un terreno comune in tutto ciò che è umano e praticare insieme sulla base di tale scoperta.
Con la terminologia buddhista “pratica del Dharma” si intende la focalizzazione del proprio interesse sulla bontà e qualità umana, il saperla riconoscere come realtà fondamentale.
La qualità umana essenziale è qualcosa che tutta l’umanità condivide; secondo la visione cristiana la si può definire come dono di Dio dato a tutta l’umanità, senza discriminazione alcuna, ed è magnifico, perché significa che tutti abbiamo le stesse capacità e possibilità, gli stessi valori.
Riconoscendo tali valenze, comuni a tutti, è evidente il reciproco rispetto che sorge naturalmente in ogni essere umano nei confronti dell’altro.
Questo rispetto è riconosciuto come prioritario sia nel cristianesimo, che lo chiama «amore», che nel buddhismo, che lo chiama «compassione».
Nel cristianesimo è la condivisione della natura divina, tramite Gesù, che ci rende simili e prossimi a Dio, mentre, nel buddhismo, è la scoperta della natura di Buddha in noi, che tutti condividiamo e che ci rende simili al Buddha.
Sono due approcci differenti per esprimere la stessa qualità della bontà e caratteristica umana di base e, quanto più sviluppiamo la capacità di comprendere questa realtà che ci unisce agli altri, tanto più abbiamo la possibilità di addentrarci nel significato profondo dell’amore e della compassione.
La benedizione, parola utilizzata ripetutamente in ambito religioso, indica precisamente la natura divina, la natura di Buddha, che tutti condividiamo.
In un linguaggio più secolare si preferisce utilizzare il concetto di natura di base, di bontà di base presente in ogni essere umano e, imparando ad osservare tali qualità in se stessi si acquisisce la visione della propria dignità che permette di sentirsi più tranquilli, sicuri, rilassati e sereni.
La dignità umana significa riconoscere in se stessi questi valori di base.
Tra la dignità, il valore umano, e i diritti umani esiste una grande differenza:
  • Per la dignità e il valore umano non è necessario fare nulla, non c’è bisogno di ingaggiare nessuna battaglia, perché è una realtà di cui siamo già in possesso, è una sorta di dovere naturale che ci appartiene.
  • Per i diritti umani invece è necessario rivendicare, lottare, e si trasformano spesso in causa di conflitti dolorosi.
Secondo la visione spirituale, invece di concentrarsi sul termine più restrittivo di “diritti umani”, sarebbe meglio dedicarsi completamente ai “doveri umani”: “devo fare qualcosa di buono, di giusto, perché questo è il mio dovere.” Ma, se per fare qualcosa di buono si deve combattere contro qualcuno, si crea una situazione difficile e contraddittoria. Ho sempre davanti a me l’esempio di Gandhi, un perfetto comportamento di chi, invece di fermarsi alla rivendicazione di diritti, ha professato, dedicandovi completamente la vita, il dovere umano, ottenendo grandi risultati.
Riconoscere questo valore umano, vivendolo con totalità, è la pratica del Dharma.
Riconoscere il proprio valore umano significa riconoscere il valore umano degli altri e, finché non individuiamo questa bontà umana in noi, sarà impossibile vederla negli altri.
Soltanto in seguito all’accogliente osservazione del nostro valore e bontà umana, saremo condotti immancabilmente a compiere azioni buone e ciò significa essere naturalmente al servizio degli altri.
La pratica del Dharma, che sia l’amore di Dio o la compassione del Buddha, tratta tutti gli esseri allo stesso modo, ricchi o poveri, non esiste la minima discriminazione. Dovremmo essere in grado di vedere sempre, non tanto la povertà o la ricchezza esteriore, ma la povertà e la ricchezza interiore, che è impossibile giudicare.
Ogni pratica religiosa, spirituale, di Dharma, deve essere fondata sul riconoscimento in tutti gli esseri umani delle stesse possibilità, valori e doveri. Su tale base possiamo vedere con chiarezza e precisione, in ogni dettaglio, la via per aiutare noi stessi e gli altri.
Per questo è così importante riconoscere prima di tutto in se stessi la naturale bontà, la dignità umana, il rispetto di sé, consapevolezza che condurrà con gioia e naturalezza a compiere azioni buone per gli altri senza discriminazioni di sorta.
Riuscire a creare questa situazione in se stessi, negli altri, e nella società, è il principio del Dharma; per questo la meditazione è un grande aiuto, nella riflessione profonda, nella scoperta delle proprie potenzialità che sono generatrici di pace, tranquillità, gioia e felicità per sé e per gli altri.
In questo modo ognuno scoprirà che è un “diamante”, un gioiello, una realtà preziosa per sé e per gli altri. Già il fatto di essere un diamante rappresenta un qualche cosa di utile perché, certamente, un diamante non può formulare nessuna discriminazione nei confronti di chicchessia e ciò significa operare secondo la natura umana di base, nel rispetto e in perfetta armonia con il mondo e l’umanità intera.
Questa è la mia personale ricerca e, purtroppo, per ciò che riguarda la società contemporanea, e nello specifico l’Italia, un paese pur così sviluppato e progredito, ho osservato che vi è una grande carenza in questo senso ed è ancora lungo il cammino verso la scoperta dalla dignità interiore.
Riconoscere la dignità in se stessi, ovviamente, non significa sviluppare il proprio ego, è una cosa ben differente perché potenziando l’ego si incrementa esclusivamente la paura e la confusione.
La dignità sottintende il riconoscimento della natura, della bontà umana di base, e la vita vissuta in tale consapevolezza. Ecco perché la spiritualità è un indispensabile aiuto ed è così giovevole.
Tempo fa, ho partecipato, con un amico francescano, e un medico oncologo che si occupava, con grande coinvolgimento, di malati terminali, ad una conferenza il cui tema era “La morte e l’aiuto ai morenti”. Ma, quando giunge il momento della morte, non c’è nessuno che possa aiutare dall’esterno, soltanto il riconoscimento della propria pratica, della propria natura di bontà, dei valori e della dignità umana, sono l’unico sostegno che una persona ha nel momento del trapasso.
Che vuol dire “aiutare a morire”? Sinceramente ho difficoltà a comprendere il significato, anche letterale, di tale affermazione. Quando una persona sta morendo che c’è da aiutare?
Nel momento critico nessuno può essere aiutato dall’esterno, riceve l’aiuto soltanto dalla propria pratica, natura, bontà, dignità e rispetto.
La pratica del Dharma, la spiritualità, è ciò che ci serve nel momento in cui nessun altro può sostituirsi a noi, nemmeno il Cristo o il Buddha, se anche fossero presenti.
La pratica del Dharma è la preparazione al momento del trapasso. I problemi di tutti i giorni sono nulla rispetto al passaggio nella morte, e questa è una verità che dobbiamo affrontare senza prenderci in giro.