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Wednesday, 12 June 2013

Māhamudhrā Essenziale





Visione di Māhamudhrā


       Dobbiamo riflettere attentamente sul significato completo del Dharma. Qui in occidente è importante e radicato il concetto del monoteismo, dell’anima, e dunque non lo potete trascurare, bensì è necessario averne rispetto e seria considerazione. Tutte le discussioni, la ricerca di presunte differenze tra cristianesimo, buddhismo, induismo, anima, ātmā, anātma…. sono attività davvero futili e prive di qualsiasi senso e aumentano unicamente la confusione della mente. Lo spirito, il cuore, è assolutamente identico in ognuno e non necessita di etichette, ciò che unicamente conta è la base comune di amore universale su cui edificare la propria umanità.
Rinunciare alle etichette discriminanti, agli impegni tanto affannosi quanto vuoti, alle preoccupazioni inutili e aprire il cuore a gentilezza, amore, compassione, è il miglior regalo che possiamo fare a noi stessi e, nella gioia aprire uno spazio all’anima pura rivolta a tutti gli esseri senzienti, trasformando così la propria vita nella consapevolezza del Dharma, nella pienezza dello spirito. Le varie religioni, nel Dharma, perdono ogni possibile contraddizione e, al contrario, incrementano se stesse in un reciproco arricchimento.
Abbiamo già accennato al silenzio del Buddha che a fronte di certe domande taceva per non condizionare le scelte e responsabilità personali, ma esercitava anche un secondo tipo di silenzio, quello mantenuto dopo la sua illuminazione per quarantanove giorni nella solitudine della foresta, libero da condizionamenti mentali e consapevole che in quel momento il suo messaggio non sarebbe stato compreso. Soltanto successivamente, cedendo alle richieste dei discepoli, il Buddha ha trasmesso verbalmente gli insegnamenti meravigliosi che ancora oggi cerchiamo di capire e applicare.
Questo silenzio del Buddha è Māhamudhrā, termine sanscrito non da lui coniato in quanto ogni tentativo di definizione verbale era inevitabilmente riduttivo rispetto al suo profondissimo significato, e solo successivamente i suoi discepoli, nel tentativo di divulgare al meglio un insegnamento tanto prezioso, hanno sentito la necessità di catalogare, definire ogni cosa anche ciò che in realtà non può essere limitato dalla parola.
Māhamudhrā è stato tradotto nelle lingue occidentali come Grande Sigillo, segno impresso in perfetta equanimità a tutti i fenomeni in quanto portatori dell’essenza del Dharma.
Il Māhamudhrā ha due aspetti, del sūtra e tantrico, e la vacuità è trasversale ad entrambi.
In una citazione dell’Ornamento della Chiara Realizzazione di Maitreya si spiega che i Pratyekabuddha, cioè gli uditori, utilizzano la saggezza che conosce la natura definitiva del sé in quanto ricercatori del nirvāna e sono in una condizione che non corrisponde ancora alla completa illuminazione.
Invece coloro che aspirano a servire incondizionatamente gli esseri senzienti, i Bodhisattva, vogliono a questo scopo raggiungere l’illuminazione e la ottengono attraverso la saggezza della natura ultima del sentiero.
Infine ci sono i Buddha, gli illuminati, che posseggono una mente onnisciente che tutto comprende e sono dunque capaci di insegnare in qualsiasi circostanza e maniera secondo le necessità individuali di coloro a cui si rivolgono.
Tutti indifferentemente, i Pratyekabuddha, i Bodhisattva e i Buddha, provengono dalla stessa fonte, la Grande Madre, che è la Prajñāpāramitā, la perfezione della saggezza.
Nel sūtra del cuore si ribadisce che i Buddha dei tre tempi - passato, presente e futuro -hanno conseguito l’illuminazione tramite la Prajñāpāramitā che, dal punto di vista oggettivo è la natura di vacuità di tutti i fenomeni e da quello soggettivo la realizzazione della vacuità.
Ogni fenomeno è vacuità e questa stessa natura vacua è il grande sigillo condiviso da tutto l’esistente.
I Pratyekabuddha per raggiungere la liberazione personale, il nirvāna, hanno bisogno della Prajñāpāramitā, della perfezione della saggezza che conosce la vacuità dei fenomeni; i Bodhisattva per ottenere l’illuminazione in modo di poter essere di beneficio agli esseri senzienti devono avere la saggezza della conoscenza della natura di vacuità; gli stessi Buddha, gli illuminati, al fine di poter guidare e rispondere alle aspirazioni degli esseri fondano la loro azione sulla realizzazione completa della Prajñāpāramitā, dunque tutti i tre veicoli condividono il grande sigillo.
Il sūtra del cuore anche se riporta un dialogo mentale tra Avalokiteśvara e Sāripūtra è un insegnamento diretto e autentico del Buddha che, presso il picco dell’avvoltoio, con il Sangha di monaci e l’assemblea dei Bodhisattva, era entrato nel profondo assorbimento meditativo sulla natura di tutti i fenomeni, cioè sulla Māhamudhrā, il grande sigillo. I Buddha nel Māhamudhrā manifestano la qualità di saper dare ad ognuno, singolarmente, gli insegnamenti a lui proporzionati.
Il sūtra del cuore è unanimemente riconosciuto come benedetto in quanto scaturito direttamente dalla benedizione del Buddha ed espresso dal Bodhisattva Avalokiteśvara che, immerso nella medesima meditazione profonda sulla saggezza, possiede uguali qualità e la stessa natura del Buddha. Ciò corrisponde all’indicazione del verso in cui si afferma che i Bodhisattva, coloro che vogliono raggiungere l’illuminazione per essere di beneficio a tutti gli esseri senzienti, sono in grado di realizzare il loro intento poiché fondano ogni azione sulla Prajñāpāramitā, ecco perché Avalokiteśvara qui si mostra come Bodhisattva e non come Buddha completamente realizzato, infatti non si presenta nella forma di divinità con quattro braccia mille occhi…, ma come essere umano.
Sāripūtra, che in questo contesto rappresenta il praticante solitario dell’Hinayāna alla ricerca di risposte concrete, pone la questione fondamentale ad Avalokiteśvara su come ci si debba impegnare nella perfezione della saggezza.
Tutti i praticanti, sia dell’Hinayāna che del Mahāyāna e gli stessi Buddha condividono indistintamente la profonda perfezione della saggezza, dunque il grande sigillo è ciò che unisce, non discrimina e permette ad ognuno di realizzare il proprio desiderio. Una citazione tibetana afferma che esternamente si deve apparire come un praticante Hinayāna, ma internamente si debbono possedere le realizzazioni Mahāyāna della Bodhicitta e della Māhamudhrā, in quanto la combinazione dei due aspetti corrisponde all’armonia dell’insegnamento del Buddha.
Da ciò è evidente che tutte le divisioni costruite a posteriori, la presunzione di possedere la verità unica a scapito di ipotetici errori altrui, è un atteggiamento davvero assurdo e pone al di fuori da ogni spiritualità autentica e dal buddhismo sicuramente dato che l’insegnamento del Buddha è pura armonia ed equanimità.
Il Māhamudhrā è veramente il Dharma universale, perché è al di sopra di ogni discriminazione, dimora in ognuno di noi, le diversità dipendono unicamente dalle caratteristiche, dalle inclinazioni mentali del singolo individuo, ma lo scopo è per tutti lo stesso.
Nel Vinayapitaka, il “canestro della disciplina monastica” si narra di un re che ebbe dieci sogni particolari e in uno di questi apparivano monaci che combattevano tra loro finendo per strappare una tonaca in diciotto pezzi; il re, scosso dalla visione, ne chiese spiegazione e gli fu risposto che questi sogni erano segni premonitori di accadimenti posteriori al passaggio terreno del Buddha Sākyamuni, i diciotto lembi di stoffa corrispondevano alle diciotto correnti in cui si sarebbe diviso il Sangha monastico, ma questo non doveva essere interpretato in modo negativo, perché tutte, indistintamente, erano parte dell’insegnamento del Buddha.
Il Sangha si è frazionato in quattro gruppi principali a loro volta suddivisi in diciotto sottogruppi. Il Buddha ha dato un insegnamento orale che poi è stato tramandato e trascritto in molti paesi in cui l’applicazione esteriore della pratica, le regole, hanno assunto connotati consoni alle esigenze del luogo, la sostanza però è assolutamente identica, e dunque è necessario avere uguale rispetto per tutte le scuole senza reputarne una superiore o migliore dell’altra, lo stesso vale per le varie religioni e qualsiasi discriminazione, o pretesa di superiorità, è una vera sciocchezza, un’illusione che deve essere sradicata tramite visione equanime della stessa natura di tutte le cose.
Il grande sigillo è ugualmente presente in ogni espressione spirituale e oggi abbiamo sfiorato argomenti così difficili non pensando di ottenere in questo modo l’illuminazione, ma almeno per ricevere qualche buona impronta.
Il nostro impegno, l’accumulazione di meriti, consiste prima di tutto nell’imparare a proteggere la mente nell’introspezione e nella consapevolezza, individuando e controllando il nemico numero uno, l’ego. Da qui nasce l’amore e la compassione, fondamento universale del Dharma, il sigillo della nostra esistenza.