Monday, 25 November 2013

La motivazione







LA MOTIVAZIONE

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VEN. GESHE GEDUN THARCHIN









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1. La motivazione
2. Motivazione e bodhicitta
3. Bello accumulare buon Karma










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La motivazione

Roma 2003



Siamo qui per il Dharma, per la pratica del Dharma, per comprendere il Dharma, imparare dal Dharma e capire come praticarlo. Credo che il Dharma significhi l’essenza della vita umana. Dharma può significare anche l’essenza della natura umana. Un’altra interpretazione di Dharma è l’essenza del nostro cuore, l’essenza della mente umana. Tutti questi diversi significati di Dharma possono convergere in un’unica espressione buddhista, la natura di Buddha che è l’essenza del Dharma. Nel Buddhismo crediamo che la natura del Buddha appartenga a tutti gli esseri. Tutti gli esseri posseggono la natura del Buddha. E perciò tutti gli esseri senzienti hanno pari diritto di studiare, praticare e conoscere il Dharma. Possiamo anche dire che gli esseri senzienti hanno il dovere di praticare il Dharma. E’ un nostro dovere come esseri umani, come esseri senzienti. E particolarmente noi esseri umani abbiamo questa speciale responsabilità perché la forma umana è la forma di vita migliore per praticare il Dharma. La forma umana possiede tutte le qualità necessarie per praticare il Dharma. Penso che noi esseri umani siamo nati in questo pianeta proprio per poter praticare il Dharma. Ecco come il Dharma diventa l’essenza della nostra vita, il nostro dovere e attività principale. Tutte le altre nostre attività, inclusa quella del guadagno, sono di supporto per appoggiare la pratica del Dharma. Quindi il filo conduttore principale della nostra vita umana è la pratica del Dharma e tutte le altre attività servono a creare delle buone condizioni per la pratica. Ecco come attraverso l’integrazione della pratica del Dharma con le altre attività mondane comuni, possiamo condurre una vita significativa. Penso che il popolo tibetano sia vissuto per anni con questo tipo di concezione e filosofia, ma forse era troppo. Quindi dovete stare attenti a non diventare eccessivamente unilaterali, poiché altrimenti potreste essere in pericolo.

Ecco perché siamo impegnati nel Dharma, e per quanto riguarda il Dharma non mi riferisco a qualcosa esclusivamente rivolto a una specifica identità religiosa come ad esempio il Buddhismo. Il Dharma non appartiene al Buddhismo, che è solo una delle scuole religiose nel mondo. Il Dharma appartiene a ogni individuo. Ciascun individuo ha il proprio Dharma. Sia che sia cristiano, mussulmano, buddista o di nessuna religione, egli ha il Dharma dentro di sé, nel proprio cuore. Ecco perché credo che tutte le religioni su questo pianeta possano insieme manifestare l’essenza del Dharma, l’essenza della natura umana. Tutte le tradizioni filosofiche o religiose hanno come scopo quello di manifestare, in ultima analisi, questa essenza della natura umana. Manifestare la natura del Buddha, manifestare la sua attività è lo scopo, il senso della pratica del Dharma. Quanto questa famosa pratica meditativa, questa tecnica è un metodo, è un modo per poter manifestare questa essenza della natura umana. Specialmente la meditazione vipassana è molto efficace. All’inizio mi meravigliavo del fatto che alcuni praticano solo consapevolezza. Pensavo si trattasse soltanto di una tecnica della meditazione, e mi chiedevo: perché si limitano a questo unico aspetto? Però poi, informandomi e comprendendo meglio, ho visto che consapevolezza è un metodo molto buono ed ho incominciato a praticarlo anch’io più di prima. Credo che sia un bellissimo metodo, particolarmente efficace, e che manifesti pienamente l’essenza della pratica del Dharma.

Oggi mi era stato chiesto in particolare di parlare della motivazione. Come già sottolineato dal nostro maestro, il Buddha, la motivazione è fondamentale, essenziale per poter fare in modo che la pratica meditativa diventi efficace e manifesti la natura del Buddha e ci consenta di raggiungere il nostro scopo.

C’è un sutra tibetano che dice: ”La radice di tutta l’essenza del Dharma cresce nel terreno della motivazione”.

Un altro sutra dice: se la radice è velenosa, tutta la pianta e i suoi frutti sono velenosi e, al contrario, se la radice ha proprietà curative anche la pianta sarà curativa. Collegando questa metafora alla pratica, la nostra motivazione è la radice.

Abbiamo anche una formula antica insegnata da Atisha (X - XI secolo), che è adottata in tutte le tradizioni tibetane prima di iniziare una qualsiasi pratica meditazione. La prima parte che si recita include la presa di rifugio nei tre gioielli. E dopo aver preso rifugio nei tre gioielli si sviluppa la mente di bodhicitta. Quel verso dice: ”Che possa io raggiungere l’illuminazione grazie a merito acquisito con la pratica delle sei paramita allo scopo di servire tutti gli esseri senzienti.” Questo ci porta ad assumere l’impegno di ripetere questa formula tutti i giorni, sei volte al giorno, così da esserne pienamente coscienti e per me questo è più efficace della ripetizione del mantra che spesso si recita meccanicamente senza capirlo affatto. Io preferisco ripetere e introiettare questo verso in tibetano così ne posso comprendere ogni sfumatura e in questo modo diventa più intenso ed efficace.

Cosa intende dire questa antica formula nella prima parte? Secondo le nostre scritture ci sono due cause per prendere rifugio nei tre gioielli. La prima è per capire la natura del samsara, la sofferenza, cioè capire le prime due nobili verità, quindi comprendere chiaramente, perché soffriamo ininterrottamente. Siamo nel samsara, pienamente immersi nella prima e nella seconda nobile verità.

Il secondo motivo per prendere rifugio nei tre gioielli, è conoscere la terza e la quarta nobile verità, che ci mostrano una soluzione. Possiamo intendere la terza nobile verità, la cessazione della sofferenza, come illuminazione o nirvana. La quarta nobile verità è invece il sentiero che realizza la terza, che ci porta fuori dal samsara, ed è l’essenza del Dharma. Quindi la terza e quarta nobile verità sono dentro di noi, abbiamo il rifugio nei tre gioielli. Quando parliamo dei tre gioielli, non dobbiamo guardare alle statue o agli stupa, ma invece dobbiamo guardare all’interno di noi, al nostro cuore.

Terza e quarta nobile verità ci fanno capire che il rifugio sta qui, esiste nel nostro cuore e nei tre gioielli c’è posto per il rifugio.

Normalmente ci sono due modi per prendere rifugio nei tre gioielli. Il primo è esteriore, al di fuori di noi stessi, e consiste nel rendere omaggio e prendere rifugio nel Buddha storico, nei nostri maestri. Poi c’è il rifugio interiore, impegnativo, che comporta la presa di rifugio in futuro, se ancora non l’abbiamo fatto. Questo è il rifugio ultimo ed è l’essenza di quando il Buddha dice: “tu sei il tuo proprio maestro e sei il tuo nemico. Quindi tu devi essere il tuo rifugio. Tu sei il tuo protettore, non puoi avere altri protettori.” Se distruggi te stesso, significa che diventi il tuo nemico e non c’è alcuna soluzione. La presa di rifugio nei tre gioielli è la base per poter capire la filosofia buddhista. Prendere rifugio comporta inoltre la piena comprensione della compassione e della rinuncia.

Il termine rinuncia, viene dal pali nikkama, ma non conosco bene il pali e il sanscrito. L’espressione tibetana la esprime come attitudine e desiderio di raggiungere il nirvana. In italiano rinuncia non rappresenta esattamente questo significato ben più ampio e profonda. A volte gli occidentali intendono con la rinuncia il suggerimento ad abbandonare tutto, la famiglia, gli amici, l’attività, tutto e cominciare a girovagare come un mendicante. Non penso che sia questo il vero significato della rinuncia. In tibetano e nel buddismo il termine rinuncia è il desiderio di raggiungere il nirvana, di abbandonare il samsara e quindi le due prime nobili verità.

Si racconta persino che molto tempo fa due Geshe tibetani disputassero lungamente se la pentola con cui preparare i cibi appartenesse o no alla prima nobile verità e ne scrissero addirittura interi volumi. Questo dimostra come non sia affatto facile capire la prima nobile verità, ma è importante vedere i fenomeni esterni in quanto sensazioni che non hanno sensibilità. Se questi appartengono al samsara dipende da ognuno di noi, dipende dal valore gli diamo. Quindi se questa stoffa appartiene al samsara o no, non lo so. Ogni pratica buddhista deve essere connessa alle quattro nobili verità. Se non lo è, cessa di essere pratica buddhista.

La rinuncia è la prima motivazione di base che dobbiamo sviluppare quando vogliamo intraprendere una qualsiasi pratica del Dharma. E di solito la rinuncia si accompagna alla presa di rifugio ai tre gioielli.

La rinuncia è il desiderio di raggiungere il nirvana e di separarsi dal samsara, quindi è l’aspirazione a separare se stesso dalle prime due nobili verità. Poi, una volta che comprendiamo, sia pure all’inizio superficialmente, cos’è la rinuncia e cominciamo a sviluppare la rinuncia, sarà facile poi che questo stesso atteggiamento diventi compassione e si trasponga verso l’esterno, verso tutti gli esseri, e noi diventiamo più aperti nei loro confronti. E capendo che anche tutti gli altri, esattamente come noi, si trovano nella stessa sofferenza connessa alle prime due verità, diventa facile sviluppare la compassione e auspicare che tutti, indistintamente, possano abbandonare le prime due nobili verità e raggiungere la liberazione.

Questo e karuna, in tibetano njinge, njin vuol dire cuore e ge vuol dire essenza. Essenza del cuore. Compassione, karuna in italiano compassione.

Quindi in questo caso, nella sua accezione, compassione significa aspirare che gli esseri senzienti possano separarsi dalle prime due nobili verità e raggiungere la liberazione e in tibetano l’espressione linguistica corrisponde esattamente al significato. La rinuncia indica l’aspirazione a raggiungere la liberazione. Mentre la compassione è il desiderio che gli altri possano raggiungere la liberazione, che possano realizzare la terza nobile verità e lasciarsi alle spalle le prime due nobili verità. Dopo aver sviluppato le prime due motivazioni, atteggiamento di rinuncia e compassione, dobbiamo praticare la terza e la pratica corrisponde alla quarta nobile verità.

Con pratica del Dharma ci riferiamo in particolare alla quarta nobile verità, al sentiero che conduce alla liberazione dalla sofferenza che nella tradizione Teravada è definito come del ottuplice sentiero. Anche nella tradizione tibetana si parla di ottuplice sentiero, ma esistono alcuni diversi raggruppamenti in cui suddividere la pratica, quello più basilare è fondato su tre aspetti: moralità, concentrazione e saggezza. Vi è poi un’altra categorizzazione relativa ai tre principi della pratica: rinuncia, bodhicitta, saggezza. Esistono dunque diversi possibili approcci alla quarta nobile verità con modalità di pratica da differenti angolazioni, la sostanza non muta.

Quando vogliamo sviluppare la rinuncia in che modo dobbiamo riflettere? Nella misura in cui viviamo normalmente nel samsāra incontriamo inevitabilmente le prime due nobili verità e quindi siamo continuamente oppressi da questi difetti mentali. Nel momento in cui cominciamo essere coscienti di questa costante pressione, dovremmo riflettervi intensamente fino alla maturazione di un forte desiderio di uscire immediatamente da una simile confusione. Devo raggiungere nirvana ora; questo è l’atteggiamento che dovremmo sviluppare.

Nelle scritture tale confusione e coercizione è rappresentata in un’immagine in cui noi fossimo costantemente sull’orlo di un baratro e stessimo per precipitarvi dentro. Quindi questo aspetto dell’aspirazione a uscire dal samsara è qualcosa che si coltiva nella meditazione poiché solo in essa possiamo aspirare alla natura del Buddha che è l’essenza della natura umana.
Il primo passo è una compressione limpida del concetto della rinuncia. Dobbiamo capirne con molta chiarezza il significato così come inteso nella filosofia buddhista. Poi quando se ne è acquisita la completa e lucida visione bisogna fare uno sforzo per implementarla con la pratica della meditazione. In tibetano c’è un detto secondo cui praticare la meditazione senza la chiara comprensione della rinuncia è come cercare di arrampicarsi sulla parete della montagna senza usare le mani e ciò significa che non arriveremmo mai da nessuna parte anche se meditassimo 24 ore su 24. Ogni apprendimento, ogni consapevolezza, deve essere approfondito nella meditazione con una chiara comprensione della realtà.

Bisogna proteggere i semi se no arrivano gli uccelli e li portano via. Quindi è necessario una costante attenzione, cura, un incessante sforzo per proteggere la piantina del Dharma. Per poter cogliere il frutto del Dharma il punto cruciale è l’ininterrotta cura della piantina. In tibetano c’è un detto che dice: “l’entusiastica perseveranza deve essere come un flusso d’acqua in un lento fiume, dove l’acqua corre così lentamente, impercettibilmente che quasi non si nota il suo movimento”. Così dovrebbe essere la nostra costante cura verso la pratica del Dharma.
In occidente è facile ed esiste la disponibilità di piantare il seme del Dharma ma poi è molto difficile mantenere costante la cura della piantina della pratica. Gli occidentali vorrebbero raggiungere l’illuminazione rapidamente e senza fatica, cliccando con il mouse o premendo un tasto del computer. Ma questo non è possibile. Oppure è facile incontrare qualcuno che, giunto in occidente, promette alla gente: ”vi do l’iniziazione e raggiungerete subito l’illuminazione.” Ma in realtà così non si arriva da nessuna parte.

È molto importante questo aspetto, i pericoli di incrementare le illusioni sono reali e considerevoli. Nello stesso Tibet i maestri veramente buoni, capaci di dare questo insegnamento, sono rari. In occidente sono numerosissimi i libri che parlano di miracoli strabilianti, del terzo occhio, ma questo crea molta confusione riguardo al buddhismo. Il Buddhismo è un sentiero graduale da percorrere lentamente e consapevolmente, passo per passo, è la coltivazione di una tenera piantina, è uno sviluppo spirituale.

Non si può premere un bottone per ottenere l’illuminazione. L’unico modo per raggiungere l’illuminazione è la meditazione. Non bisogna avere fretta. Avendo compreso le quattro nobili verità, e preso rifugio nel triplice gioiello, si aspira alla rinuncia, si sviluppa la compassione, e ci si incammina con entusiasmo e pazienza sul sentiero, cioè nella pratica del Dharma. Non dobbiamo mai separarci dallo spirito del Dharma. E questo richiede uno sforzo costante, incessante applicazione. In tibetano esiste un’espressione che afferma che bisogna mantenere il calore del Dharma, qualunque cosa si faccia, sia che si dorma, si mangi, o si svolga una qualsiasi attività, non bisogna mai lasciarlo raffreddare. Però continuando con regolarità ininterrotta la pratica, senza fretta, si arriverà a un luogo che non ci aspettavamo e questo ci sembrerà un miracolo. In effetti è un miracolo.

La meditazione è una buona cosa, un’ottima tecnica. Poi bisogna sviluppare la bodhicitta; bodhi significa illuminazione e citta vuol dire mente. Si può fare una distinzione tra la liberazione e l’illuminazione. Quando parliamo di bodhicitta, ci riferiamo all’aspirazione all’illuminazione e all’aspirazione a poter condurre anche tutti gli altri esseri a quella condizione. Riferendoci all’illuminazione la distinguiamo dalla grande compassione, ma in pratica sono la stessa cosa.
Rinuncia compassione e bodhicitta sono interconnesse e consequenziali, nascono una dall'altra, e non si può saltare nessun passaggio ciò che viene dopo è la diretta conseguenza di ciò che è stato coltivato prima. Sarebbe un grande errore ad esempio aggrapparsi alla bodhicitta senza aver prima realizzato la rinuncia e la compassione.

Cos’é la compassione? Per comprenderla è necessario riconoscere di essere nel samsāra che ci fa sentire come se fossimo in mezzo al fuoco e ciò comporta l’impellente volontà di uscire da questa condizione. Questa stessa attitudine rivolta agli altri diventa compassione. La condizione di sofferenza è identica, per noi come per gli altri, quindi avendo sviluppato la rinuncia e la compassione percepiamo gli altri esseri come se fossero i nostri unici figli. Ma non è facile. Quando sentite tutte le persone come vostri figli unici e desiderate che essi si liberino dal samsara, allora avete capito il senso della compassione e ne avete realizzato il senso.

Noi meditiamo sulla compassione fino al momento in cui raggiungiamo quello stato. Qual è il beneficio di questi atteggiamenti? Il beneficio è che la mente altruistica è la fonte della felicità per noi stessi e per gli altri. Al contrario la radice della sofferenza è la mente egocentrica, o l’ignoranza, l’egocitta è la mente centrata sull’io, l’opposto di bodhicitta. Noi soffriamo e continuiamo a soffrire. Ma da dove viene l’atteggiamento egoistico? Dalla mente egocentrica. Tutto l’insegnamento di Buddha ha come scopo la distruzione di questa attitudine. Nel Lo- Jong, tecnica della trasformazione mentale, si evidenzia l’errore di base in cui noi imputiamo ogni colpa a tutto ciò che ci è esterno, mentre dovremmo dare la colpa a un’unica cosa: alla mente centrata sull’io. L’atteggiamento egocentrico è il solo problema, il nostro maggiore nemico. Dobbiamo quindi investigare su questo atteggiamento, è fondamentale, è il punto cruciale della nostra sofferenza. Quindi dobbiamo affrontare con determinazione questo atteggiamento anche se è molto difficile. Non possiamo considerarlo come un concetto consueto, comune.
Quando vogliamo esaminare questa attitudine della mente, incominciamo a considerare il concetto della saggezza e ci addentriamo nell’investigazione sulla natura della realtà.

Un aspetto della mente umana è quello della mente altruistica, l’altro è quello del non io, non sé, anatta. Nel pensiero tibetano questi vengono chiamati il metodo e la saggezza e sono le due ali per volare verso la nirvana, la terra della perfetta felicità; le due ali per poter attraversare il mare della sofferenza. Se perdiamo un’ala non possiamo arrivarci. Quindi la nostra meditazione deve contenere entrambi questi due valori della mente. Questo rientra nella quarta nobile verità. A volte la gente dice: conosco la quarta nobile verità, ma non è così. Se lo conosceste veramente, sareste illuminati, sareste dei Buddha.

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(2)

MOTIVAZIONE E BODDHICITTA

2003 (A.Me.Co)



Sono molto felice di essere con voi oggi, anche se sono un po' agitato perché non so esattamente di cosa parlerò. La mia prima reazione nel tragitto da casa a qui è stata di paura che adesso causa agitazione. Ma l’agitazione deve essere trasformata in calma, per poter dare una buona conferenza, così durante la meditazione iniziale ho cercato di sviluppare una corretta motivazione dharmica.

La motivazione, che è il termine che viene usato in inglese e in italiano, è la fondamentale condizione di base, ma anche la più difficile, della pratica del dharma. Quando leggiamo l'inizio del Dhammapada o Dharmapada, leggiamo che la mente è il propulsore sia delle cose positive che di quelle negative.

Quello che in inglese si dice mind, in italiano mente, in tibetano sem, in pali è citta. L'intenzione fondamentale di citta è la motivazione. La motivazione è la forza trainante sia delle azioni positive che di quelle negative. Se la motivazione è negativa, tutto ciò che ne seguirà, azioni e conseguenze, sarà negativo. Mentre se la motivazione è positiva, tutto quello che ne segue, è positivo. Il Dhammapada parla in generale della mente, ma quando andiamo nel cuore della mente troviamo la motivazione. Esiste un altro testo importante nella letteratura buddhista indiana, il Bodhisattavacharyavatara, il quale afferma che tutte le radici della pratica del dharma risiedono nell’intenzione, tradotta in inglese intention, in tibetano dun-pa. C'è un altro passo del medesimo testo, in cui si dice che il Buddha Sakyamuni abbia insegnato che la radice della pratica del dharma risieda nell'aspirazione, in tibetano moe-pa. Quindi ci troviamo di fronte a questi tre aspetti: motivazione, intenzione, aspirazione.

Motivazione in tibetano è kun-long. Stavo di recente leggendo un libro del Dalai Lama, intitolato “Etica per il nuovo millennio”, che introduce un’etica senza argomenti specificatamente religiosi. In questo testo il Dalai Lama dichiara che la parola kun-long, abitualmente tradotta come motivazione, sarebbe forse resa meglio con la parola disposizione. Ma nemmeno la parola disposizione è ritenuta adeguata come traduzione e Lui preferisce tradurla come “tutti gli stati della mente e del cuore”.

Non è quindi semplice tradurre il concetto della motivazione. Allora “tutti gli stati della mente e del cuore” non vuol dire che la motivazione è qualcosa che dobbiamo sviluppare solo all'inizio (delle nostre attività), ma che la motivazione dovrebbe attraversare tutti gli stati della mente e del cuore. Soltanto allora la motivazione permea tutte le nostre attività trasformandole negativamente o positivamente. Quindi dobbiamo comprendere che motivazione significa tutti gli stati della mente e del cuore.

Nel trattato Abhidharmakosha di Vashubhandu sono menzionati due differenti livelli di motivazione, il livello causale e il livello contemporaneo di motivazione. La motivazione causale deve essere sviluppata prima di addentrarsi nell'attività. La motivazione detta contemporanea, invece, deve essere attiva durante l'azione. Per sviluppare la completa, piena motivazione in un'attività, dovremmo aver cura di sviluppare entrambe le motivazioni.

Leggendo il libro del Dalai Lama, ho notato che era l'esatto corrispondente del trattato del Abhidharmakosha di Vashubhandu. La motivazione non è qualcosa da sviluppare solo prima di agire, ma anche durante l'azione stessa. Quindi questo trattato di Vashubandu sottolinea le differenze tra questi due momenti di motivazione.

Quella causale è la motivazione primaria ed è quella fondamentale, più importante di quella contemporanea. La motivazione più potente è quella causale, quindi quella che possiamo sviluppare prima dell'inizio della pratica/attività. Se la motivazione causale è positiva, anche se dovessero successivamente sorgere delle motivazioni divergenti, essendoci questa motivazione di base positiva, tutto viene comunque riportato in linea. Inoltre la motivazione può essere suddivisa in tre tipi: positiva, negativa e neutra.

Se la nostra motivazione per la meditazione è positiva fin dall’inizio, anche se siamo sonnolenti, siamo sempre in un flusso di karma positivo. Non è un bene, no? Che fortuna!

Qui parliamo di motivazione per la pratica del Dharma e se entrambi i tipi di motivazione sono positivi la nostra pratica diventa più completa. Se la motivazione causale non è positiva mentre quella temporale è buona, la pratica diventa meno positiva e piuttosto negativa. Se la motivazione causale è positiva e la nostra motivazione contemporanea è così così, comunque la nostra pratica tenderà ad essere positiva. Ora noi parliamo in termini di positivo e non positivo, ma nel linguaggio del buddhismo si parla di azioni virtuose e azioni non virtuose.

L'accumulo di azioni virtuose o non virtuose dipende dalla motivazione. Quando poi parliamo di azioni virtuose e non virtuose, siamo in realtà entrando nel dominio del karma. Accumulare azioni virtuose significa accumulare karma positivo.

Accumulare azioni non virtuose, significa accumulare karma negativo. Così il karma si pone in essere. Karma in inglese viene tradotto in action (azione), oppure in legge di causa-effetto, e se vogliamo precisare che cos'è il karma e come lo si accumula con le nostre azioni non possiamo che partire dalle intenzioni.

L'intenzione è il reale karma mentale che a sua volta determina e produce il karma verbale e fisico. Per noi è facile notare quelle che sono le azioni verbali e fisiche ma è meno facile distinguere cos'è il karma mentale e la sua configurazione quale fattore mentale.

Allora è importante che prestiamo particolare attenzione all'intenzione. L'intenzione accompagna ogni attività. Ciò che è importante in ogni azione è l'intenzione che la determina. Se noi ci accingiamo a meditare con buona intenzione, accumuliamo karma positivo, ma se meditiamo con un’intenzione negativa o neutrale, accumuliamo karma negativo o neutro. È lo stesso meccanismo che avviene quando mangiamo la pasta o beviamo il caffè, se beviamo il caffè con una buona intenzione, accumuliamo karma positivo, ma se beviamo quello stesso caffè con intenzione negativa, accumuliamo karma negativo e se lo facciamo con intenzione neutra, accumuliamo karma neutro.

La pratica del dharma non è quello che facciamo, ma come lo facciamo. La pratica del dharma non dipende dal fatto che stiamo prendendo un caffè, o stiamo calmi in postura di meditazione, ma dipende dall’intenzione di queste azioni. Se vivi in città o sulle cime della montagna, non c'è differenza per la pratica del dharma.
La pratica del dharma dipende dall’intenzione. Come ho detto prima, citando il Bodhisattvacaryavatara, le radici della pratica del dharma risiedono nell'intenzione perché l’intenzione è il karma. Quindi la cosiddetta motivazione è inseparabile dall'intenzione. Di conseguenza, nel centro della pratica c'è l'intenzione che genera karma positivo o negativo. È dunque questa la connessione tra la motivazione e il karma, un legame inscindibile che è alla base del discorso della motivazione e pratica del dharma.

Come possiamo determinare se le nostre azioni sono azioni dharmiche oppure no? A questo punto è necessario rifarsi alla terza citazione dal Bodhisattvacaryavatara "la radice della pratica del dharma è l'aspirazione". A che cosa aspiri? A che cosa aspiri, quando pratichi? Secondo l’importante tradizione tibetana del Lam Rim l'aspirazione determina se la nostra pratica sia dharmica oppure no.

E come si distingue la pratica dharmica dalla pratica non dharmica? Qualsiasi pratica che aspiri ad ottenere dei benefici relativi a questa vita, non è considerata pratica di dharma. Vi sto riportando riflessioni da un punto di vista molto tradizionale. La pratica è dharmica, quando l'aspirazione riguarda vite future, poiché c'è in questo un’intenzione di rinuncia, in tibetano chiamata ‘nge-jun-gi-sem’. Il concetto è di rinunciare a cose buone e piacevoli di questa vita per dedicarle a benefici a lungo termine, e rappresenta la base della la pratica del dharma.

La pratica del Dharma prevede inoltre tre livelli di aspirazione. Nel primo livello pratichiamo per ottenere una vita superiore nel futuro; Nel secondo livello pratichiamo al fine di raggiungere il nirvana. Quando invece aspiriamo alla somma e perfetta illuminazione siamo al livello più alto di pratica. In questo modo in ambito buddhista si possono distinguere tre diversi tipi di praticanti, ma da queste classificazioni esula la categoria di coloro che praticano per ottenere benefici immediati.

Ciò non è casuale in quanto la rinuncia ai benefici immediati a favore di quelli a lungo termine è strettamente correlato alla presa dei rifugio, infatti non ci sarebbe alcun motivo di prendere rifugio nel Buddha nel Dharma e nel Sangha soltanto per questa vita, non era certo questa l’intenzione del Buddha nell’indicarci la via del Dharma. Si prende rifugio nei tre gioielli per raggiungere il nirvana. Inoltre i tre gioielli sono i protettori per coloro che lavorano per il nirvana. Questo è il concetto.

Quindi se la pratica sia dharmica o meno, e quale sia il suo livello, dipende unicamente dell'aspirazione, e quando noi facciamo una qualunque cosa, con l'aspirazione di raggiungere nirvana o la perfetta illuminazione, quell'azione automaticamente diventa una causa diretta a quello scopo. Quindi l'aspirazione è il potere dinamico per lanciare il nostro karma verso quel risultato. Queste sono le chiavi principali di questa e di ogni vita: la motivazione, l'intenzione e l'aspirazione. Queste tre insieme evocano la frase del Dalai Lama, citata all’inizio del discorso: "tutti gli stati del cuore e della mente".

Attraverso lo studio del concetto buddhista del karma, della motivazione, dell’intenzione e dell’aspirazione, possiamo comprendere nei dettagli come funziona la legge di causa e effetto. Non è una questione di fede cieca. Se noi studiamo l'Abhidharma, madyamica o pramana, quali sezioni di metafisica, filosofia, epistemologia e logica buddhista, troviamo spiegazioni sostenute da ragionamenti logici e su queste basi si sviluppa la fede o credenza che, in termini buddhisti, è credere nella convinzione.

La pratica del dharma significa una pratica contrassegnata dall'intenzione, motivazione e aspirazione a sviluppare qualità spirituali in vite future. In quanto esseri umani, e a volte praticanti di dharma, possediamo già qualità buone in questa vita e abbiamo raggiunto il primo livello della pratica di dharma. Se noi ci limitiamo a fare qualcosa solo per il beneficio di questa vita, regrediamo, poiché con la base delle buone qualità già in noi dobbiamo semplicemente svilupparle le qualità così da raggiungere il nirvana o la piena illuminazione. Questa vita umana è la grande opportunità per lavorare in questa direzione, per questo la pratica del dharma acquisisce un ruolo cruciale nella nostra esistenza.

Ci sono tre livelli di pratica del dharma. Il primo livello l'abbiamo già compiuto, quindi non è necessario soffermarvisi, sappiamo che rappresenta la condizione necessaria ad ottenere un tipo di vita superiore rispetto a un’esistenza trascinata nella cecità e nell’incoscienza, e poiché abbiamo gale certezza è inutile continuare a lavorare ancora per questo, non ha senso, dobbiamo invece andare oltre, procedere al secondo livello, il Nirvana, e al terzo, l’Illuminazione completa.

Riguardo il secondo livello, nell’antico mondo buddhista si delineavano due differenti tipi di praticanti: gli uditori, shravaka, e i praticanti, pratecca-buddha. Gli shravaka preferivano praticare in gruppo. I pratecca-buddha preferivano una pratica in solitudine.
Per gli italiani sembrerebbero più adatti gli shravaka!

I pratecca-buddha prediligono un ascetismo e silenzio completi, non vogliono addirittura parlare e ritengono che qualsiasi gesto esterno disturbi la pratica. Per gli italiani ciò sarebbe impossibile, perché devono sempre parlare, in qualsiasi situazione, e si devono muovere e mangiare bene!
Gli shravaka preferiscono uno scambio, una condivisione con gli altri.
Quindi ci sono due livelli di Buddha: shravaka e pratecca-buddha, ma entrambe le categorie raggiungono lo stesso traguardo, che è il nirvana.

L'aspirazione a raggiungere il nirvana è la rinuncia. La rinuncia è la motivazione, l'intenzione e l'aspirazione a raggiungere il nirvana allo scopo di trascendere la sofferenza e di uscire dal samsara.
La sofferenza che permea il samsara può essere facilmente identificata con le prime due nobili verità. Le prime due verità sono le sofferenze del samsāra e le sue cause. Poi il nirvana, la fine del dolore è la terza nobile verità, mentre la via per raggiungere la cessazione del dolore è la quarta nobile verità. Le quattro nobili verità sono il fondamento del Dharma. Senza le quattro nobili verità non c'è buddhismo, non c'è rinuncia, non c'è compassione, non c'è nirvana, e non c'è samara!

La rinuncia ha a che fare con la rinuncia ai fenomeni samsarici, la rinuncia ai piaceri del samsāra, la rinuncia a ottenimenti di cose che si possono avere nel samsara. La rinuncia è connessa all'attaccamento a tutti questi elementi che contraddistinguono il samsara.
In senso generale possiamo affermare che la radice di tutti i problemi samsarici è l'ignoranza e, più specificatamente, l'ignoranza relativa alla percezione dell'io, del sé, in lingua pali atta. Atta è la radice di tutti i problemi.

Tutti i problemi sono radicati nell'io o atta. Affrontate e dominate l’ego e tutti i problemi sono risolti, altrimenti è infinito il ragionamento sui problemi quanto inutile. Cercate di afferrare il senso dell'io o atta. Stiamo parlando di un atteggiamento ego-centrico, di un attaccamento all'io. Atta è l'io a cui ci afferriamo e che non è affatto l’autentico io. E' un’immagine che noi creiamo in virtù dell'ignoranza.

Osservare questa verità è la via. Scoprire questa verità è la realizzazione, la liberazione. Quando scopriamo questa verità, non c'è più posto per l'atta, per l'io. In realtà l'atta va e viene e quindi occorre mantenere sempre vigile e salda l'attenzione. Ma quando se ne va per sempre, allora questo è il nirvana. Non c'è più nessun disturbo. C'è la completa e permanente felicità. E' semplice! Se noi lavoriamo con il giusto sforzo, in realtà il nirvana non è poi tanto lontano. Invece se ci dedichiamo a pizza e caffè, inconsapevoli e superficiali e ci dimentichiamo dell'atta, non raggiungeremo mai il nirvana!

Il concetto fondamentale del buddhismo parte dall’osservazione della nostra sofferenza, del nostro essere nel samsara, e di come poterne uscire. Comprendendo quello che si è appena detto, noi raggiungiamo l'equanimità, un’equanimità illimitata, poiché noi tutti soffriamo nello stesso modo, non vi è nulla da giudicare, da discriminare, non c’è migliore né peggiore. La sofferenza è universale. Siamo tutti allo stesso modo immersi in questo enorme problema. Allora da questa contemplazione possiamo facilmente sviluppare l'equanimità.
L'equanimità è la base su cui può crescere la gentilezza amorevole e la benevolenza tanto che quando vediamo qualcuno che soffre, rispondiamo automaticamente con benevolenza. La risposta della benevolenza è augurare a questa persona sofferente di trovare una qualche misura di felicità. Dalla benevolenza automaticamente nasce la compassione. Dunque l'equanimità è il fondamento della benevolenza e della compassione. Se non c'è equanimità verso tutti gli esseri senzienti, non c'è nemmeno possibilità di benevolenza e di compassione.

Equanimità, benevolenza, compassione confluiscono nella motivazione. L'oggetto della compassione sono tutti gli esseri senzienti e la motivazione della compassione è la loro liberazione dalle sofferenze del samsara. Non parliamo in senso generico di sofferenza, ma parliamo della sofferenza generata dall'atta, dall'io, dall'attaccamento all'io. Soltanto così perveniamo a una genuina equanimità, benevolenza e compassione. Quando pratichiamo con questa motivazione, allora la pratica diventa autentica pratica di dharma.

Infine c'è il terzo livello, l'aspirazione di raggiungere il sammasambuddha, la somma e perfetta illuminazione, la condizione di Buddha. Questo livello è basato sull'equanimità, sulla benevolenza, sulla compassione. Le basi sono dunque le stesse, ma applicate in maniera leggermente diversa: l'oggetto è differente. In tibetano abbiamo due parole: tam-jed e ma-lu-pa. La prima significa tutti, e la seconda specifica ulteriormente tutti senza eccezioni. Se dico tam-jed, tutti, e qualcuno scompare, si può continuare a parlare di tutti. Invece malu-pa, "tutti senza eccezione", significa che nessuno può mancare. La compassione verso gli esseri senzienti riguarda tutti gli esseri senzienti, vuol dire quanti più possibile, quanti ne possiamo raggiungere. Ma dire tutti gli esseri senza eccezione vuol dire che non può mancare nessuno.

L'equanimità, la benevolenza, la compassione verso tutti gli esseri senzienti è il primo livello di compassione, equanimità e benevolenza. Ma quando ci rivolgiamo a tutti gli esseri senzienti senza eccezione, questo diventa la causa di quella che si chiama bodhicitta, l'aspirazione a raggiungere il livello più alto dell'illuminazione, poiché per poter servire tutti gli esseri senza eccezione, bisogna raggiungere quel grado completo di illuminazione.
Nello stadio precedente invece, il nirvana a cui aspirano gli shravaka-buddha e pratecca-buddha, non ci si rivolge a tutti gli esseri senza eccezione.
La differenza di motivazione consiste dunque in questa sottile distinzione. Bodhicitta significa aspirazione a raggiungere l'illuminazione per poter servire tutti gli esseri senzienti senza eccezione, oppure raggiungere l'illuminazione per il benessere di tutti gli esseri senzienti senza eccezione, benessere che include l'illuminazione completa relativa a tutti gli esseri. Questa motivazione, l'aspirazione più alta, è quella che chiamiamo bodhicitta. E' un sogno ma è reale e funziona. E' la piena realizzazione delle nostre capacità. Per poter aprire il nostro cuore totalmente, pienamente dobbiamo sviluppare bodhicitta, uno stato che va al di là della paura. E' il grande coraggio, la più ampia capacità, il superamento di tutti gli ostacoli. Non c'è più posto per paura, ostacoli, difficoltà. Una persona che ha raggiunto questo livello è definita bodhisattva.

Anche nella tradizione pali o Theravada si parla della pratica del bodhisattva e delle relativa dieci perfezioni o virtù, e le piccole differenze nella loro numerazione evidenziate nelle tradizioni Mahayana e Theravada, non riguardano la sostanza fondamentale Nella tradizione theravada si crede che il Buddha Shakyamuni fosse un bodhisattva, prima di divenire un Buddha completo. Personalmente, penso che queste due tradizioni siano differenziate principalmente dai loro canoni, in quanto la tradizione mahayana si basa sul canone sanscrito, mentre la tradizione theravada su quello pali. Ad ogni modo, il concetto di Bodhicitta è già presente nella tradizione theravada, sebbene non gli venga attribuita tanta importanza ed enfasi come nella tradizione successiva.

Il termine Bodhicitta, invece, è proprio esclusivamente del linguaggio mahayana. Il concetto di Bodhicitta nella tradizione theravada viene reso dalla parola Dharmachanda, che è il desiderio di uno sviluppo completo del dharma.


Grazie !



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Bello accumulare buon Karma

(Leicester, agosto 2003)




Nelle pratiche di addestramento o di trasformazione della mente (Lo Jong) si insegna che si dovrebbero fare due cose: sviluppare la motivazione appropriata e dedicare il merito che deriva dalle pratiche al beneficio di tutti gli esseri. Ad esempio, prima di giungere a questa scuola estiva avremmo dovuto produrre una buona motivazione, mentre dovremo fare la dedica alla sua conclusione. Dunque per il buddhismo tibetano sono molto importanti la motivazione e la dedica.

La motivazione è una sorta di alchimia che tramuta le azioni in qualcosa di positivo o di negativo. Qualsiasi azione compiamo, mangiare, dormire, pensare, lavorare… può essere tramutata in azione pura, religiosa o spirituale di dharma. Il fattore importante è la motivazione.
Anche quando siamo intenti a qualche azione che non riteniamo sia dharma, ad esempio cucinare, possiamo trasformarla in dharma. Come? Tramite la motivazione. Il tipo giusto di motivazione è in grado di trasformare in dharma qualsiasi azione.

Per sviluppare e mantenere una simile motivazione abbiamo bisogno della presenza mentale, della consapevolezza. In senso generale, la consapevolezza è una tecnica. Il vero spirito del dharma non è semplicemente la presenza mentale o la consapevolezza, bensì la motivazione positiva, quel tenersi sulla via, mantenersi nel risveglio. Lo possiamo chiamare anche karma.

Di solito si parla di karma come di una sorta di destino, ma non è affatto così. Karma è azione, questa è la sua traduzione letterale. Significa semplicemente operare, spostare il cuscino da qui a lì è già karma. Il karma non è tanto complicato, e non è nemmeno qualcosa compiuto nel passato: è il presente. Lo stiamo facendo, qui e ora.

Nel buddhismo si sente sempre ripetere <<karma, karma, karma…>>, ma dove sta il karma? Nella motivazione. Quel che cerco di fare è darvi un’dea di come operi il karma, il processo di accumulazione delle azioni karmiche, le impronte karmiche.
La motivazione ha due livelli: uno “causale” e l’altro “risultante” dal primo, concretizzato nell’azione che segue. La motivazione causale è quella fondamentale, mentre la risultante è quella presente al momento dell’azione.

Ci ritroviamo alla scuola estiva di Leicester, e che tipo di motivazione avevamo prima di giungere qui? Qualsiasi fosse, è comunque la motivazione causale riferita a questa scuola estiva. Quell’intenzione è molto importante, molto potente, è la chiave per tramutare questo corso di cinque giorni in che cosa? Quanto sarà potente l’azione dharmica? Che sorta di azione dharmica ne risulterà? Ormai la motivazione causale o intenzione si è già verificata e adesso siamo nel processo, nel suo viverla istante dopo istante. Con quale intenzione stamani abbiamo fatto colazione? La meditazione del mattino, l’incontro, la pausa per il the, il pranzo, si sono tutti verificati uno dopo l’altro. Quale intenzione abbiamo avuto prima di ciascuno di questi atti? Potremmo analizzarla.

A volte è facile calcolare quanto karma buono o cattivo abbiamo accumulato. Il punto centrale è l’intenzione fondamentale che abbiamo prima di qualsiasi attività, è ciò che può trasformare quell’ora,quell’atto in dharma o in non-dharma. Questa è l’intenzione causale.

Segue l’intenzione risultante o momentanea. Prima di questo incontro avremmo potuto avere una buona intenzione, ma in queste ore può essere sopraggiunto qualche tumulto interiore o una qualche motivazione sbagliata, ma tutto questo non è così importante. Fra le due intenzioni, la causale e la risultante, quella che conta davvero, la basilare, è la causale perché ha la maggiore forza di trasformazione. Per il potere dell’intenzione causale il karma positivo viene tuttora accumulato. Dunque le intenzioni momentanee sono secondarie.

Il Bodhicaryavatara di Santideva sottolinea che la radice della pratica di dharma sta nell’intenzione, nel suo spirito, nella motivazione positiva. Vorrei mettere in rilievo che non necessariamente importa ciò che si sta facendo quanto come lo si sta facendo e con quale tipo di motivazione. Questo è il punto, e la consapevolezza è la chiave per mantenere in vita le intenzioni positive.

“Etica per un nuovo millennio”, un saggio di Sua Santità il Dalai Lama, contiene un capitolo intitolato <Nessuna magia, nessun mistero>, ecco una cosa proprio nello stile di Sua Santità: niente di magico o di misterioso. Il saggio presenta un’analisi dettagliata della motivazione o intenzione. Ritengo che questo sia un elemento assolutamente basilare nella pratica buddhista: uno stato della mente e del cuore che non riguarda solo l’inizio della stessa ma che perdura anche nel mentre. La motivazione iniziale determina ciò che segue, sia esso positivo, negativo o neutro. Determina la creazione di karma sia positivo che negativo.

Le persone vogliono sapere che cosa sia il karma e chiedono: <<Il karma è il destino?>>. No, non è il destino, e non è nemmeno un concetto complesso, in effetti è piuttosto semplice. Una antica storia narra di un famoso yogi tibetano che nella prima parte della sua vita era stato un ladro, si appostava su un passo nella montagna derubando tutti i viaggiatori di passaggio. Un giorno, un poveretto lo incrociò e gli chiese chi fosse, in risposta il ladro disse il suo nome e il viandante ne rimase così terrorizzato da cadere a terra morto stecchito. Il fatto addolorò oltremodo il ladro, prese coscienza che era sufficiente il suo nome per uccidere le persone e questo rappresentò un punto fondamentale di svolta nella sua vita così da quell’istante lui divenne un meditante, uno yogi straordinario che utilizzava un metodo particolare che implicava l’uso di sassolini bianchi per contare le azioni buone e neri per quelle non buone. Ogni sera rifletteva su quanto karma negativo o positivo avesse prodotto in quella giornata: <<Ho avuto quest’intenzione e ne è conseguita quell’azione. Questa era positiva, quella era negativa>>. All’inizio riusciva a cogliere soltanto pochi sassolini bianchi, ma in seguito ne venivano usati sempre di più mentre diminuiva progressivamente l’accumulo di quelli neri.

È interessante notare che finché era un ladro aveva grande difficoltà a procurarsi abbastanza cibo, mentre una volta divenuto uno yogi non riusciva a smaltirlo tutto perché i devoti gliene portavano anche troppo. Un detto tibetano cita “la bocca non arriva al cibo e ora è il cibo a non arrivare alla bocca”,in italiano si direbbe: “chi ha denti non ha pane e chi ha pane non ha denti”. In questo caso il karma è evidente: quando era un ladro accumulava soltanto karma cattivo e per quanto si desse da fare gli era immensamente difficile trovare il cibo almeno necessario al sostentamento. In seguito aveva cominciato ad accumulare karma buono e tutto d’un tratto non soltanto ha avuto da mangiare in abbondanza, ma addirittura troppo.
Nella sua pratica si preoccupava dell’intenzione: quante intenzioni positive oggi? Quante negative?

Queste sono pratiche che riguardano tutte le attività della giornata. Non è una faccenda del tipo: <<Adesso pratico il dharma per un’ora e poi mi riposo>>. Non è possibile! A volte ci capita di pensare in modo simile: <<Adesso sto praticando, oppure Adesso non pratico, leggo>>. Ma questo è inutile e sterile dualismo, non può esistere alcuna differenza tra la pratica del dharma e la nostra vita quotidiana, devono coincidere perfettamente, sono un’unica realtà, sia che stiamo preparando la colazione, andando al lavoro, guidando o altro, tutte queste cose dovrebbero essere portate a termine con una motivazione dharmica.

Si può praticare il dharma con tre diversi livelli di motivazione: con lo scopo di ottenere buone condizioni nelle vite future, con lo scopo di realizzare il nirvāna, oppure con lo scopo di dedicare la propria vita alle cause della Buddhità, alla piena illuminazione, allo stato del risveglio.
A causa di queste tre motivazioni ogni azione può diventare una pratica di dharma. E non illudetevi, restarsene seduti immobili come una raffigurazione del Buddha non è una pratica di dharma, come non lo è il rilassamento per far passare un mal di testa: <<Oh, che mal di testa: ho bisogno di meditare>>. Non c’è necessità di meditare per una faccenda del genere, ci sono modi migliori per liberarsi di un mal di testa. Usare il dharma con simili intenzioni è davvero poca cosa. Sentirsi rilassati o calmare un mal di testa possono essere conseguenze naturali della meditazione, ma l’intenzione iniziale non può davvero essere quella. Quando compriamo una Coca-Cola ci danno anche la lattina, ma la nostra intenzione è comprare la bevanda e non la lattina anche se ce la danno comunque.

La motivazione della meditazione deve essere altra, è meglio meditare per ottenere il nirvāna  e se questa pratica si avrà la capacità di curare il mal di testa, allora lo farà, indipendentemente dalla vostra volontà, ma praticare il dharma a questo fine, per me, e forse per i tibetani è una faccenda di mera immaginazione.

Nel buddhismo abbiamo inoltre i tre gioielli: Buddha, Dharma, Sangha, che sono ritenuti i protettori di tutti coloro che desiderano raggiungere la liberazione, il nirvana. Ma Buddha, Dharma, Sangha non esistono per risolvere il problema di un mal di testa, non sono i protettori di cose futili.

Ritengo che per i praticanti buddhisti sia molto importante cogliere l’essenza della pratica senza perder tempo in questioni marginali. Buddha, Dharma, Sangha sono i protettori di tutti coloro che sono alla ricerca della liberazione. Se si usano i tre gioielli per risolvere i problemucoli dell’ego, siano fisici o di altra natura, in realtà si abusa del Dharma creando in questo modo un karma negativo.

Permettetemi di chiarire questo concetto, il karma non è una cosa che accade senza che lo sappiamo, dobbiamo essere consapevoli ed è piuttosto evidente che il karma dipende principalmente dalla motivazione. La motivazione è la causa fondamentale di come ci sentiremo, ciò che esperiamo è un risultato di precedenti intenzioni. Se abbiamo abbastanza presenza mentale riusciamo a comprenderlo chiaramente in base alla nostra stessa esperienza. Le cose non accadono senza che lo sappiamo. Felicità e infelicità sono esperienze nostre. Cominciamo a capire che questo stato mentale, buono o spiacevole, è stato causato da questa o quella intenzione. Questo è il metodo per conoscere e controllare se il karma funziona o meno.

Il buddhismo insegna che con la forza della mente siamo in grado di superare qualsiasi problema fisico. Le piccole sofferenze fisiche non sono niente per un vero praticante, costituiscono le condizioni per ampliare il potenziale della propria pratica. Per caso pratichiamo il dharma per risolvere un piccolo mal di testa? No! Se un praticante serio ha mal di testa o qualche altro dolore o difficoltà questi divengono condizioni per ampliare la propria forza spirituale di dharma, per la realizzazione. Questa forza, questa qualità interiore, ha il potere di superare qualsiasi ostacolo esteriore o relativo alla fisicità. Questa è una particolare caratteristica della pratica del dharma. Per utilizzare questa qualità dobbiamo però sapere come esattamente operi il dharma, quale sia il processo, per cosa sia designato e come influisca su di noi.

L’inizio della pratica del dharma è la realizzazione dell’impermanenza. I grandi maestri parlano spesso della chiara luce dell’impermanenza, non della vacuità. Parlare in termini di vacuità sarebbe troppo difficile per chi come noi è agli inizi. Riflettere sull’impermanenza, comunque, mostra il tragitto verso il dharma. Nel momento in cui riflettiamo sull’impermanenza iniziamo a praticare, è qualcosa che spalanca l’azione di Dharma, ci chiarisce gli scopi della pratica. Altrimenti ci dirigeremmo verso altre direzioni, obiettivi minuscoli che ostacolano quello reale. Riflettere sull’impermanenza perciò dischiuderà il luminoso tragitto verso il nirvana, non verso queste piccolezze. La conoscenza dell’impermanenza e della legge di causa-effetto sono la base della pratica.

Non dobbiamo perdere di vista questi scopi della pratica. Il che non significa che nella vita quotidiana si debba evitare ogni cosa. Tutto ciò che occorre per trasformare la propria mente è la motivazione e se qualcosa dovrà essere cambiato, cambierà da solo, non c’è alcuna necessità che siamo noi a pensarci, tutto cambia se cambia qui, nell’intenzione.

È molto importante non trascurare le nostre attività quotidiane mentre pratichiamo il dharma. Le due cose si aiutano vicendevolmente. Siamo nel samsara, viviamo in una società ipertecnologica tanto che ci sembra di non riuscire ad essere Buddha se non si possiede un cellulare, ci si sente impotenti, completamente paralizzati. Di recente ho condotto un breve seminario ad Assisi e alcuni praticanti volevano seguire la vita dei rinuncianti così ho detto loro che avrebbero dovuto diventare dei mendicanti, che la vita del mendicante è quella migliore per la pratica del dharma. Una signora ha esclamato: <<No, no, io non posso. Sarebbe troppo!>>. Ho replicato: <<Dovresti essere un medicante moderno, non di quel genere che vive in strada. Il mendicante moderno deve abbandonare computer e cellulare. In questa società ormai sono cose ritenute dei prerequisiti indispensabili a vivere, anzi a sopravvivere a meno che non si abbia un ottimo segretario che cura ogni cosa per te>>. La signora è rimasta molto colpita e ha detto: <<Oh, non ci avevo mai pensato!>>.

Ai nostri giorni, in questa società, avere un cellulare è normale. Ogni anno se ne buttano tanti solo per acquistare un modello più avanzato, e per i computer vale lo stesso criterio e oltretutto il costo non è eccessivo.

Se abbiamo maturato il vero senso del dharma e sufficiente la consapevolezza la presenza mentale per non perdere nulla. Il ladro che diventò yogi, nonostante tutti gli sforzi compiuti nelle sue ruberie, non aveva cibo a sufficienza, mentre quando meditava e quotidianamente contava i sassolini bianchi e neri aveva fin troppo da nutrirsi e qualcuno potrebbe chiedersi come potesse riuscire ad avere tanto cibo soltanto standosene seduto a contare quotidianamente i suoi sassolini. La maggior parte delle persone, infatti, non fa nulla gratuitamente, ma calcola tutto: <<Se faccio questo, allora avrò questo>> e per quanto si provi a pianificare il futuro ci si può ritrovare immersi nella preoccupazione: <<Ma non avrò abbastanza per i prossimi cinque anni!>>. Ma il karma non funziona così: non si può programmare il futuro. Basta accumulare del buon karma e le cose arrivano in modo misterioso, in modo naturale.

A volte dico agli amici: Niente programmi, niente progetti. Provate solo ad accumulare un buon karma. Penso che sia bello: ci libera da tanto stress e da tanti problemi.

Quindi ecco come il karma, la motivazione, il dharma e la vita quotidiana interagiscono. Se non sappiamo come operano unitamente, vediamo contraddizioni e siamo indotti alla confusione. Finché guarderemo alla pratica del dharma e alla vita quotidiana come se fossero in contrasto non potremo mai comprendere il senso del dharma. Il dharma non può mai contraddire alcunché.

IL Dharma non abbandona nemmeno uno come Bin Laden, non c’è problema. Si può anche pensare che Bin Laden sia una persona cattiva, però il dharma è sempre in grado di accompagnarlo. Nulla contraddice il Dharma e finché si fanno affermazioni come: <<questo è in contraddizione con il dharma>>, significa che non lo si conosce e non si è compreso come praticarlo. Tutto dipende semplicemente dalla nostra comprensione, dalla nostra capacità di cogliere l’autentica essenza del dharma. In quel momento si riesce a praticare il dharma con gran facilita.

È altresì importante sapere cosa sia il samsara. Noi pratichiamo nel samsara, non al di fuori di esso, e il dharma non è qualcosa di estraneo, in contraddizione. In effetti il dharma aiuta il samsara, lo purifica, lo trasforma. Nel buddhismo si insegna la non-dualità di samsara e nirvana. Non abbiamo bisogno di aver raggiunto un alto livello di comprensione rispetto a questa non-dualità di samsara e nirvāna. Si tratta unicamente di essere qui, presenti e consapevoli, capendo come integrare il dharma nelle condizioni samsariche.

Chiunque è in grado di operare pienamente nel dharma, qualsiasi cosa stia facendo. Come proseguire la nostra vita usuale e integrarla con il dharma in modo complementare? Questo può risultare difficile, soprattutto se si è molto indaffarati, eppure è importante che non si pensi in termini di tempo dedicato alla pratica in opposizione al tempo restante della giornata in cui non si pratica, questo è il maggior ostacolo. Non esiste un tempo in cui non si possa praticare il Dharma, ogni istante è Dharma, ed ecco dove interviene l’intenzione.

L’intenzione o motivazione più elevata è il Bodhicitta che comprende quattro livelli preliminari di Lo Jong o pratica dell’addestramento al Bodhicitta. La prima cosa da riconoscere è il potenziale umano capace di produrre bontà per gli altri. La seconda è capire che tutti i fenomeni sono impermanenti, sia i buoni che i cattivi; i corpi sono impermanenti; non c’è assolutamente nulla che duri per sempre. Quindi per noi è importante non perdere tempo. Alcuni affermano che il tempo è denaro, ma il praticante dice che il tempo è dharma. La cosa successiva da comprendere è il processo karmico, quale sia la risultanza di un’azione. Questo avviene nei termini della propria esperienza e del proprio comportamento. Infine bisogna comprendere il samsara: le sue caratteristiche, le sue condizioni e cosa sia. Se non conosciamo il samsara, ne siamo confusi. Siamo nel samsara e dobbiamo saperlo. Il dharma può essere praticato solo nel samsara e, durante la meditazione, siamo ancora nel samsara.

Questi costituiscono i quattro preliminari per chi vuole addestrarsi ad essere un praticante della mente del risveglio (bodhicitta). Molti dicono che avere la mente risvegliata (bodhicitta) sia molto difficile da acquisire, troppo ideale e complicata,qualcosa di impossibile. Certamente è impossibile se mancano le basi, le pratiche preliminari. Ma, se ci impegniamo con serietà e costanza nei preliminari, non ci saranno problemi, non sarà difficile ottenere il risultato che desideriamo. La mente risvegliata (bodhicitta) ci giungerà letteralmente come raggi di sole.

(Questo articolo nasce dai suoi insegnamenti dati alla scuola estiva di Leicester, nell’agosto 2003).