Sunday, 24 November 2013

VINCERE LA RABBIA E L’ODIO







VINCERE LA RABBIA E L’ODIO




Geshe Gedun Tharchin
2004






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Una Vita significativa in Pace e Armonia
Suprema Sostanza degli Alchimisti
Il Corpo influenza la Mente e la Mente influenza il Corpo
Come sviluppare la Determinazione, la Capacità e la Forza
La Meditazione nella Solitudine è molto potente
La rabbia non è mai intenzionale, è una perdita di controllo


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VINCERE LA RABBIA E L’ODIO
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Una Vita Significativa in Pace e Armonia


Siamo riuniti oggi per parlare dell’approccio Buddhista ad una vita significativa in pace e armonia che, generalmente, sottintende la necessità di trasformare radicalmente il proprio modo di pensare.
Non è necessario diventare Buddhisti per seguire questo percorso benefico per chiunque, pertanto questi due giorni non saranno di pratica devozionale Buddhista ma di studio, di insegnamento, di pausa e di riflessione meditativa. Non è nemmeno necessario esercitare uno sforzo eccessivo per comprendere le spiegazioni, non sarebbe un metodo corretto, ma semplicemente aprirci ad un atteggiamento mentale disteso, rilassato, sereno. Un tempo che dovrebbe essere dedicato alla “ricarica” delle energie fisiche e mentali perdute durante una faticosa settimana di lavoro e di tensioni. La vita moderna è strutturata in modo tale che, senza esserne consapevoli, per farvi fronte spendiamo una quantità enorme di energia che necessariamente deve essere recuperata in un rinnovamento fisico e spirituale atto a ristabilire il giusto equilibrio. Il riposo indubbiamente favorisce un’immediata ripresa fisica, ma non è sufficiente, infatti l’ energia vitale deve essere riacquisita soprattutto sul piano mentale e spirituale; la vera forza è l’energia interiore. Per questo è necessario imparare ad abbandonarsi ad uno stato di rilassata consapevolezza sul piano fisico e psichico, in modo da poter mantenere la chiarezza mentale e la capacità di vedere e comprendere il cammino spirituale da percorrere. Questo è lo scopo primario del nostro incontro.
Un secondo scopo è imparare ad economizzare e ottimizzare nel quotidiano le proprie energie, di cui si deve avere particolare cura. E’ evidente a tutti come, soprattutto nelle società industrializzate, si viva convulsamente, bombardati da doveri e stimoli di ogni genere, con un conseguente abnorme spreco di energie, anche soltanto per garantire minimi parametri di vita, dunque sarebbe opportuno fermarsi domandandosi se sia davvero necessario lo sperpero di tutto il patrimonio energetico per ottenere un risultato in fondo scarso. Non sarebbe più oculato risparmiarne un po’? E’ possibile imparare a rilassarsi profondamente, interiormente, dando il giusto valore alle cose e spendendo per le stesse il minimo di energia necessario, altrimenti è un bel guaio rischieremmo di lavorare molto, spendere tutta l’energia e, oltrettutto, guadagnando poco! (risata, è evidente lo scherzo.)
Un terzo obiettivo è l’aspetto religioso, la propria realizzazione spirituale, lo sviluppo delle qualità interiori di conoscenza, comprensione, compassione e saggezza. Parallelamente all’approfondimento di queste capacità matura in noi la “felicità”.
Il termine “felicità” si presta a svariate interpretazioni, esiste una felicità di breve durata - temporanea, una felicità più durevole nel tempo - di lunga durata e, infine, una felicità definitiva - che non cessa mai ed è relativa alla spiritualità. Per un Buddhista la felicità definitiva è il Nirvana, per un Cristiano è il Paradiso, ma comunque la si voglia chiamare, è un aspetto della natura della mente.
La felicità definitiva è una qualità essenziale della mente umana e il giusto cammino è quello che, passo dopo passo, conduce alla sua realizzazione.
Il Paradiso, come il Nirvana, non rappresenta un luogo fisico ma una realtà che deve essere sperimentata; se fosse solo un aspetto di Dio e noi non potessimo sperimentarlo, di fatto per noi non esisterebbe; è una qualità della nostra mente perché la nostra mente può sperimentarlo.
La felicità definitiva è sperimentata, vissuta dalla mente umana, è insita nella mente umana, è una qualità della mente. I Buddhisti parlano di “mente”, di “coscienza”, i Cristiani di “anima” ma, comunque la si voglia definire, è questa essenza o capacità della natura umana che sperimenta la felicità definitiva. Non soltanto Dio, ma anche l’uomo ne è pienamente partecipe.
La nostra coscienza non solo ha la capacità, ma addirittura il talento, di ottenere la felicità, può demolire completamente le barriere della confusione, delle difficoltà e dei problemi. In sintesi gli obiettivi di questo incontro sono:
1. Imparare a rilassarsi, sia fisicamente che mentalmente;
2. Acquisire una conoscenza che porti ad una maggior saggezza nell’utilizzo oculato della propria energia;
3. Ottenere tutti gli elementi per raggiungere e sperimentare, passo dopo passo, la felicità definitiva, completa, piena.
Tre passaggi strettamente correlati tra loro e dipendenti uno dall’altro, infatti con l’apprendimento della pacificazione, del rimanere tranquilli, sereni, rilassati, si acquisisce una conoscenza profonda della vita, una maggior comprensione delle diverse situazioni, si matura la necessaria saggezza per affrontare i vari aspetti dell’esistenza e si utilizza in modo equilibrato la propria energia senza sprechi nocivi. Questa saggezza consente lo sviluppo delle proprie capacità, necessarie all’ottenimento della pace duratura.
E’ importante riconoscere con chiarezza il collegamento sequenziale dei tre momenti che conducono alla realizzazione della felicità completa; osservare come essi non siano tra loro contradditori ma strettamente connessi.
Ogni realtà è correlata!
A volte si pensa di dover compiere determinate azioni che avranno un beneficio nel futuro e ci si concentra esclusivamente su questa proiezione perdendo di vista il momento presente oppure, al contrario, si è totalmente immedesimati in una particolare azione del presente dimenticando completamente la visione della realtà complessiva, dei risultati che questa azione avrà nel futuro. In entrambe le situazioni tutto diventa pesante e complesso; la stessa pratica del Dharma, se si è perduta la visione serena dell’insieme, è gravosa e sterile mentre nella sequenzialità del cammino e nella visione d’insieme, la pratica spirituale è leggera, è vera gioia.
Si deve procedere passo dopo passo, non si possono saltare le tappe obbligate dell’esistenza. Non si può vivere completamente nel futuro ignorando il presente come se non esistesse, e non si può vivere esclusivamente il momento presente ignorandone le inevitabili ricadute nel futuro.
Se non abbiamo la capacità di realizzare pace, serenità, rilassamento e distensione nel presente che stiamo vivendo come potremmo presumere che tutto questo possa avvenire, quasi per magia, in un momento successivo, nel futuro? E’ impossibile, questo non si verificherà.
Il raggiungimento del Nirvana inizia ora, parte dal momento presente e, passo dopo passo, gradino per gradino, si realizza.
Qual’è il modo migliore per seguire il percorso graduale? Nella letteratura Buddhista vi è una considerevole abbondanza e varietà di metodi e ognuno può essere di immenso beneficio e aiuto, indipendentemente dalla scelta individuale di aderire o meno ad un determinato percorso religioso e spirituale. Sono strumenti validi per tutti e non è assolutamente necessario professare una religione, qualsiasi essa sia. Ciò ovviamente non significa che i percorsi religiosi, le varie confessioni spirituali siano inutili, ci sono persone che attraverso l’adesione formale a una religione si sentono maggiormente a proprio agio, facilitati nel percorso e quindi positivamente vi aderiscono, ma deve essere chiaro che questi metodi sono altrettanto validi anche per persone non religiose.






Suprema Sostanza degli Alchimisti


Negli incontri Buddhisti, prima di iniziare una qualsiasi attività, sia studio, meditazione o preghiera, si pone una giusta enfasi sulla “motivazione appropriata”, ci si sofferma a riflettere sullo scopo che si vuole ottenere e si formula verbalmente l’intenzione; penso che questo atto sia davvero importante, un’esperienza profonda e commovente.
Generare la giusta motivazione è come entrare nel proprio cuore, scavare nelle profondità, smuovere le emozioni, i sentimenti più intimi, in particolare i sentimenti più veri verso gli altri.
Generare la motivazione è sperimentare, verificare la reazione emotiva, personale, intima verso ciò che concerne il rapporto con gli altri, i loro sentimenti, i loro problemi, le loro sofferenze, le loro difficoltà. Il far emergere le proprie reazioni con umiltà sviluppa automaticamente l’impulso altruistico, il desiderio di eliminare la sofferenza dall’esistenza altrui; si genera l’attitudine naturale al buon cuore, che è la parte migliore di noi. La gioia che accompagna sempre il buon cuore è veramente preziosa. Con una pratica così semplice e così breve si sperimenta una gioia profonda da cui scaturiscono relazioni significative e armoniose con gli altri. Una pratica così semplice ha il potere di sconfiggere in se stessi ogni tristezza, sofferenza e preoccupazione.
Leggeremo alcuni versi dal testo di Santideva “BODHICARYAVATARA” iniziando dal primo capitolo. Data la diversità nelle traduzioni dal sanscrito, al fine di permettere una maggior comprensione, per ogni verso confronteremo sempre due traduzioni, a) e b). Nel primo capitolo si tratta dei benefici della mente altruistica, del buon cuore.
Capitolo I°, verso 10°:
a) “Essere simile alla suprema sostanza degli alchimisti, poiché trasforma questo nostro corpo impuro nel gioiello inestimabile del corpo di Buddha. Per tale motivo dobbiamo cogliere e sviluppare fermamente la mente dell’illuminazione.”
  1. Prendendo questa vile immagine, la tramuta nell’immagine inestimabile della gemma che è Buddha. Tieni stretto l’elisir di argento vivo, che deve essere completamente raffinato, detto la mente del risveglio.”
Non vi è dubbio che la qualità più preziosa dell’esistenza umana, del corpo umano, in grado di trasformare e condurre all’illuminazione, sia l’attitudine mentale altruistica.
La nostra mente può essere positiva solo se le attitudini mentali sono positive e le stesse hanno il potere di influenzare lo stato fisico. Esistono fortissime connessioni, ormai confermate dalla scienza, tra lo stato mentale e quello biologico. L’attitudine mentale al buon cuore si trasforma, sul piano fisico, in benessere, armonia, equilibrio e dunque in buona salute. E’ ormai dimostrato scientificamente che lo stato mentale influenza e provoca mutazioni nello stato biochimico del corpo.
Nel testo di Santideva si parla di “Bodhicitta” usando più definizioni: mente dell’illuminazione, o mente altruistica, o semplicemente buon cuore, ed è descritta come elisir capace di trasformare il corpo umano, la natura impura, nella natura di un Buddha, di un essere illuminato. Malgrado sia un testo antichissimo e affronti l’argomento essenzialmente da un punto di vista spirituale, indica una verità naturale, biologica che oggi la scienza, attraverso numerose ricerche e verifiche, conferma.
Lo sviluppo spirituale che determina un nuovo stato di coscienza influenza lo stato biochimico del corpo producendone mutamenti conseguenti; per questo per i Buddhisti è normale la manifestazione del “corpo di arcobaleno”; è una trasformazione biochimica risultante da una completa realizzazione spirituale.
Il coltivare il buon cuore, essere in un’attitudine altruistica, positiva, influenza lo stato del corpo, eliminando ogni stress, ogni affaticamento, permettendo di riposare rilassati, sereni, gioiosi, equilibrati.
Se invece ci troviamo in uno stato mentale opposto al buon cuore, all’altruismo, siamo totalmente in balia delle emozioni perturbatrici che nel Buddhismo sono riconosciute come i veleni che contaminano la mente, obnubilano la coscienza, e che genericamente vengono definiti “egoismo”, ma il termine filosofico appropriato è “attitudine autogratificante” che sorge dalla visione errata del sé, come se esistesse un sé indipendente, proprio, a sé stante, egocentrico. Da questa visione, frutto dell’ignoranza, derivano due disposizioni mentali:
1) l’attaccamento, che sorge dalla tendenza ad enfatizzare l’aspetto piacevole delle cose, ad esagerarne l’essenza, consolidando il forte attaccamento ad esse;
2) l’avversione, che sorge dalla tendenza ad enfatizzare gli aspetti spiacevoli delle cose, esagerandone le dimensioni, consolidando così la forte repulsione ad esse.
Una mente dominata dalle emozioni perturbatrici mostra prepotentemente, in primissimo piano, “l’IO”, e immediatamente dopo un altrettanto pesantissimo “MIO”. Quando “l’io” incontra cose piacevoli nasce l’attaccamento che determina il “mio” ma, se il “mio” è intaccato o “l’io” contraddetto, nasce all'istante l’avversione. In questa altalena di «attaccamento - avversione» si consuma una quantità enorme di energia pur restando immobili, bloccati nell’ignoranza, in un processo distruttivo che si autoalimenta costantemente.
Invece preservare l’energia in modo da usufruirne sempre e senza fatica, significa predisporsi ad attitudini mentali non offuscate dall’ignoranza.
Se limitiamo l’analisi di questo aspetto ad una speculazione puramente filosofica potremmo avere difficoltà a comprenderne le reali implicazioni, ma se lo affrontiamo dal punto di osservazione del quotidiano ripetersi di azioni, parole, pensieri, di reazioni alle esperienze, la prospettiva diventa chiara e possiamo verificare, momento per momento, come l’attitudine mentale altruistica o egoistica trasformi la vita, il nostro modo di essere e sia causa diretta di gioia o di sofferenza.
Il libro del Dharma è in noi stessi e ciò che sperimentiamo nell’esistenza di ogni giorno diventa la vera pratica, un cammino interiore che porta all’apertura del buon cuore, alla compassione.
Ognuno di noi ha sperimentato direttamente gli effetti della rabbia e dell’egoismo, percepiti in un devastante malessere mentale e fisico. Quando l’io e il mio si fanno dominanti si sprofonda in un pesante obnubilamento mentale, nella depressione psichica e fisica. Senza la pratica spirituale e lo sviluppo della mente altruistica, le emozioni perturbatrici prendono il sopravvento sulla coscienza, ne sono i padroni e i dominatori indiscussi.
Questo fa la differenza tra il praticante spirituale e la persona che non pratica.
Un praticante riconosce le proprie emozioni, la presenza ugualmente ingombrante dell’io e del mio, ma non se ne lascia sopraffare, non permette che abbiano nessun tipo di controllo e di forza sulla sua vita.
Gli stati mentali si manifestano per le più svariate e mutevoli ragioni, non si tratta di decisioni volontariamente assunte, ma sono conseguenza di esperienze passate, di abitudini, di eventi, di reazioni biochimiche dell’organismo, e di molti altri fattori ancora. Quando a causa di uno qualsiasi di questi fattori ci ritroviamo in uno stato mentale negativo, e ce ne lasciamo dominare, alimentiamo un ciclo negativo estremamente doloroso che distrugge la pace e il benessere nostro e altrui. L’unico portentoso antidoto in grado di fronteggiare le emozioni distruttive è la pratica della pazienza che allarga il buon cuore.
Capitolo I°, verso 27°:
a) “Se il semplice pensiero di voler aiutare gli altri ha più valore del venerare il Buddha, che dire allora dell’impegnarsi effettivamente nelle azioni che recano beneficio a tutti gli esseri?”
  1. La venerazione del Buddha è unicamente superata dal desiderio per il benessere degli altri; quanto più lo sarà dall’impegno continuo per la completa felicità di ogni essere?
Santideva non lascia adito a dubbi, un solo istante di buon cuore è superiore a innumerevoli momenti di venerazione del Buddha e non intende un buon cuore generico verso un tutto astratto, ma si riferisce al buon cuore rivolto a uno specifico essere, attitudine che si trasforma in buon cuore verso tutti gli esseri nel momento stesso in cui si manifesta.
Il buon cuore dona pacificazione, serenità, gioia a se stessi, equilibrio biochimico e benessere fisico, gioiose relazioni con gli altri, amicizia, aiuto e armonia. La vita pare molto più facile e il successo naturale.
Domanda: Non mi è chiaro come si possano controllare le proprie emozioni, perché è così difficile acchiapparle, quando le avvertiamo hanno già preso il sopravvento su di noi, le subiamo totalmente e poi, e questa è una seconda domanda, vorrei capire come posso io, che sono a mia volta succube delle emozioni, aiutare mia figlia quattordicenne che è completamente soggetta a sbalzi d’umore, tristezza e rabbia.
Lama: Questo è un problema tipico della società odierna, grazie alla tecnologia sofisticata tutto è talmente veloce da dover imporre alle nostre reazioni altrettanta rapidità. Dovremmo avere una mente totalmente aperta, in grado di comprendere quasi tutto e tanto vasta da saper dare un’infinità di informazioni subito. Una volta si scriveva una lettera, la si ponderava e chi la riceveva, prima di rispondere, aveva tempo di riflettere cercando i concetti più adeguati; oggi con la posta elettronica la comunicazione è immediata e tale deve essere la risposta. Il testo di Santideva contiene consigli diretti e pratici che ci aiutano a sopravvivere in questo sistema convulso. Oggi chi pratica il Buddhismo deve applicarsi moltissimo attivando tutta l’intelligenza senza perdere mai di vista il Dharma. E’ necessario comprendere, interiorizzare ogni lettura, insegnamento, in modo da essere sempre pronti a metterlo in pratica nel momento opportuno, senza dover aspettare.
Per quanto riguarda tua figlia non puoi fare altro che consigliarla, starle accanto in uno stato mentale rilassato, calmo, sereno e con molto amore. E’ difficile influenzare la mente di un’altra persona, ma si può influenzare il suo cuore, perché l’energia spirituale si trasmette da cuore a cuore e non da cervello a cervello.
Osservare e riconoscere il valore del buon cuore, della mente altruistica, i benefici che ne derivano, favorisce lo sviluppo del buon cuore stesso e permette di vedere con chiarezza tutti i difetti dell’avversione, della rabbia e della mancanza di compassione.
Avversione e attaccamento sono entrambi difetti mentali anche se si manifestano in modo diverso.
L’attaccamento è rivolto all’oggetto che si ama e a prima vista potrebbe sembrare un’attitudine protettiva, favorevole e vantaggiosa per se stessi, ma in realtà si tratta di una visione distorta ed eccessiva che non può che condurre sempre e inevitabilmente alla sofferenza. L’attitudine all’attaccamento è fondata sull’ignoranza, è estremistica, non coerente alla realtà, frammentaria e parziale e crea instabilità e debolezza mentale, cioè sofferenza.
L’avversione è l’attitudine che scaturisce dalla visione degli aspetti spiacevoli delle cose che di conseguenza si vogliono evitare ed eliminare ad ogni costo. Dall’avversione può nascere la collera, come risposta estrema ad un oggetto tanto spiacevole da dover essere cancellato.
La rabbia è aggressiva e produce odio.
Quando la rabbia insorge, per quanto potente sia, in genere ha una durata limitata, spesso breve, l’odio invece si radica profondamente nel cuore e vi permane dando origine al desiderio di vendetta. Se la rabbia può condurre ad azioni sconsiderate dalle tristi conseguenze, l’odio ha effetti ben più drammatici e provoca la più devastante autodistruzione.
L’antidoto alla rabbia è la pazienza. Se qualcosa è sgradito non è necessario distruggerlo, è invece assai produttivo imparare ad accoglierlo con pazienza, un’impresa forse difficile ma non impossibile. Con la pazienza si apprende il perdono, fondamentale pilastro nella crescita spirituale, anche nel cristianesimo si ribadisce con forza lo stesso principio. Ho provato una sincera commozione e rispetto verso il Papa che, ferito, ha perdonato con cuore aperto l’attentatore, è andato a trovarlo in carcere, ha intercesso per lui presso l’autorità giudiziaria chiedendo clemenza, ha compiuto un gesto di grande valore spirituale.
Perdonare allevia le proprie tensioni e quelle degli altri, porta pace, serenità e autentica gioia perché libera il cuore dai macigni che l’opprimono e, con gioiosa leggerezza, induce ad accorrere in aiuto degli altri desiderando per loro lo stesso bene. Questa è la pratica spirituale.




Il Corpo influenza la Mente e la Mente influenza il Corpo


L’avversione e l’attaccamento nelle relazioni con gli altri possono sorgere, non solo per cause mentali, ma anche per cause fisiche dipendenti da fattori biochimici, tempeste elettromagnetiche, ecc. quindi, avvalendosi delle conoscenze filosofiche, spirituali e scientifiche, è più facile affrontare con pazienza ogni situazione.
Il corpo influenza la mente e la mente influenza il corpo, la visione equilibrata dei due aspetti può già di per sé ridurre notevolmente ogni tensione e negatività e non si deve mai commettere l’errore di sottovalutare questo duplice aspetto perché se, di fronte al sorgere di avversione o attaccamento con sentimenti forti quali rabbia o amore, si osserva il fenomeno solo dal punto vista filosofico, questo può sembrare astratto, non rispondente all’effettiva esperienza, quindi lontano, ma se si unisce a questa conoscenza l’informazione che la scienza offre, osservando il processo fisiologico e biochimico, si comprende il fenomeno nella sua globalità ed più facile attivare gli antidoti necessari.
Già nell’antico Tibet, la visione unilaterale della realtà è stata causa di un fraintendimento, si pensava: “La pratica spirituale porta all’illuminazione, quindi, poiché l’illuminazione è il compimento di tutto, si è liberi da ogni altro condizionamento.”, verissimo, affermazione perfetta in sé, però fino a quando non si raggiunge l’illuminazione i condizionamenti esistono, eccome! e non si possono ignorare. Noi siamo condizionati dal nostro corpo, quindi per contrastare le attitudini mentali derivanti dall’ignoranza di avversione e attaccamento, dobbiamo applicare i rimedi che la pratica spirituale indica, sapendo che siamo in questo corpo e che lo stesso interagisce attivamente con i processi mentali.
Dal secondo capitolo del Bodhicaryavatara si possono trarre alcuni importanti consigli diretti e immediati. La tendenza onnipresente è sempre quella di procrastinare, invece è più che mai necessario oggi poter applicare con forza e subito il rimedio opportuno.
Capitolo II°, dal verso 33°:
a) “L’inaffidabile sovrano della morte non attende che le cose siano compiute o incompiute, che io sia ammalato o in salute, inoltre non posso confidare nell’incerta durata della mia vita.
Abbandonando tutto dovrò andarmene da solo, tuttavia, privo di comprensione ho compiuto innumerevoli azioni negative a causa di amici e nemici.”
b) “Come posso sfuggirgli? Salvatemi in fretta perché la morte verrà presto, prima che il mio male sarà stato distrutto!
Questa morte non bada a ciò che è fatto o non fatto; uccide la sicurezza; è inaffidabile per i malati e i sani; è un fulmine inaspettato.
Il male ho compiuto in molti modi spinto da amici e nemici. Non capivo questo: Dovrò abbandonare tutto e andarmene.”
Siamo di fronte alla morte, all’impermanenza di tutte le cose, la vita è un momento e non sappiamo quanto durerà, non possiamo sprecarne neppure un attimo, dobbiamo essere in grado di afferrare immediatamente i rimedi alle emozioni distruttive.
Con la morte si abbandona tutto, i forti attaccamenti e le implacabili avversioni che ci hanno interamente dominato, inducendoci a commettere innumerevoli errori, a sprecare nell’inutilità la vita stessa, e tutto finisce nel nulla, tutto scampare, amici e nemici.
a) “I miei nemici alla fine cesseranno di esistere, i miei amici e io stesso cesseremo di esistere, allo stesso modo tutto il resto svanirà nel nulla.
Tutto ciò che possiedo e utilizzo è come la fugace visione di un sogno; qualsiasi cosa di cui ora godo diventerà un ricordo.”
b) “Quelli che detesto moriranno, quelli che amo moriranno; anch’io morirò e tutti moriranno.
Ogni cosa percepita trascolora in ricordo. Ogni cosa è come immagine in sogno. Se ne è andata e non si vedrà più.”
Sono versi potenti. Qual’è il motivo di una così forte avversione o di tanto avido attaccamento se tutto finisce? Attaccamento e avversione sono inutili e causano soltanto tensioni, fatica, problemi e uno spropositato spreco di energia.
Capitolo III°, dal verso 1°:
a) “Con gioia mi rallegro della virtù che allevia la miseria di tutti gli esseri, rinati in stati sfortunati, e conduce alla beatitudine coloro che soffrono.
Gioisco di quella virtù che diventa la causa dell’ottenimento dell’illuminazione e gioisco della liberazione definitiva degli esseri viventi dalla sofferenza dell’esistenza condizionata.
Gioisco dell’illuminazione dei Buddha protettori e dell’ottenimento dei vari livelli spirituali dei loro figli, i Bodhisattva.
Con grande felicità gioisco dell’oceano di bene che proviene dalla mente dell’illuminazione che si propone di condurre tutti gli esseri alla beatitudine, come pure gioisco di ogni azione compiuta per il bene di tutti.”
b) “Mi rallegro con gioia del bene fatto da tutti gli esseri, che indebolisce la sofferenza dell’inferno. Possano, coloro che soffrono, dimorare nella felicità.
Mi rallegro della liberazione degli esseri incarnati dalla sofferenza dell’esistenza ciclica. Mi rallegro della natura di Bodhisattva e di Buddha propria dei Salvatori.
Mi rallegro anche delle risoluzioni dei Maestri, che sono oceani recanti felicità a ogni essere, che conferiscono benessere a tutte le creature.”
Ecco una consolazione: tutto è impermanente, c’è molta sofferenza, ma c’è anche gioia e allegria, si tratta soltanto di coltivare l’attitudine a rallegrarsi delle positività e delle qualità degli altri, di tutti, indiscriminatamente, perché anche le persone all’apparenza antipatiche possiedono virtù e ricchezze interiori.
Rallegrarsi dei meriti altrui è un buon metodo per espandere i propri; è il rimedio alla sofferenza causata da invidia e gelosia, attitudini di una mente limitata e gretta che, invece di gioire con gli altri per le loro virtù, preferisce macerarsi nella sofferenza, chiudersi ad ogni relazione umana e costruire pesanti e brutti muri difensivi. Questo è veramente insensato e ridicolo. Di questo passo la piccola mente sarà gelosa e invidiosa anche del Buddha e persino di Dio!…
Domanda: Come posso riconoscere delle buone qualità in una persona estrema come Hitler?
Lama: Non è la persona ad esser “estrema” ma lo è la sua attitudine di avversione e odio. La persona è come tutti gli altri, desidererebbe essere felice, vorrebbe evitare la sofferenza ma, dominata dall’attitudine estrema di rabbia e odio, perde completamente questa opportunità e i danni nei confronti di se stesso e degli altri sono tremendi. Hitler se avesse voluto avrebbe potuto trasformare la sua attitudine negativa ed essere una persona buona e anche felice.
Domanda: Non è sempre facile gioire delle positività altrui, vorrei quindi capire se lo si deve applicare come antidoto alla gelosia e all’invidia, oppure se c’è una motivazione più profonda, cioè se si deve gioire perché questa virtù, che io non posseggo ma è posseduta da altri, è comunque una qualità della mente?
Lama: I motivi sono tanti. Gioire delle qualità degli altri, e quindi abbattere la propria invidia e gelosia, fa si che nel contempo si costruisca la propria gioia ed è già un’ottima ragione di per sé.
Se ci si può arrabbiare per i difetti degli altri, perché allo stesso modo non rallegrarsi delle loro virtù? E’ semplice rispetto degli altri, riconoscimento del loro valore, delle qualità della mente. I benefici che ne derivano sono evidenti: volete paragonare il beneficio immediato che si ottiene nell’apprezzare con gioia le virtù altrui rispetto allo svantaggio dell’arrabbiarsi per i loro difetti? Non c’è paragone! La risposta corretta ai difetti degli altri non è avversione e rabbia, bensì compassione, e la risposta corretta alle loro virtù è allegria e sincera gioia.
Avversione e rabbia causano in noi stessi e negli altri solo conflittualità e sofferenza, mentre compassione per i difetti e gioia per le virtù altrui portano pacificazione, annullamento di ogni possibile tensione, relazioni armoniose, preziose amicizie, arricchimento interiore.
Capitolo III°, Verso 14°:
a) “Per cui lascerò che essi facciano di me ciò che desiderano purché ciò non diventi causa anche di un loro più piccolo danno. Ogni qualvolta qualcuno mi incontrerà possa ciò essere unicamente di beneficio per tutti.”
b) “Che facciano di me qualsiasi cosa dia loro piacere. Che non si nuoccia mai ad alcuno per causa mia.”
Domanda: Sono perplessa sul “..che essi facciano di me tutto ciò che desiderano…”, ci sono limiti oggettivi, credo, che non possono essere superati, anche per impedire agli altri di fare del male a me e a loro stessi. Non è meglio mettere dei freni, delle barriere?
Lama: Dipende, nel versetto appena letto chi osserva la realtà ha la visione elevata del Bodhisattva, tutto si radica nell’attitudine altruistica e le barriere che si pongono dipendono dal grado di realizzazione del praticante spirituale. Coloro che hanno un’alta realizzazione non possono essere veramente danneggiati. Nella seconda parte del versetto si aggiunge: “Ogni qualvolta qualcuno mi incontrerà possa ciò essere unicamente di beneficio per tutti”, con quest’attitudine il praticante diventa come pianta medicinale, in grado di portare beneficio anche se l’atteggiamento mentale dell’altro è negativo.
Capitolo III°, Verso 15°:
  1. Se in coloro che mi incontrano sorgerà un pensiero di devozione o di collera possa esso diventare costantemente un mezzo per realizzare ogni loro desiderio.
Coloro che mi rivolgono insulti o che mi causano qualsiasi altro danno, anche se mi incolpano o mi calunniano, possano tutti avere la fortuna di ottenere l’illuminazione.
Possa io essere un protettore, per coloro che ne sono privi, una guida, per coloro che sono in cammino sulla via possa essere un ponte, un’imbarcazione e una nave per tutti coloro che desiderano attraversare le acque, possa essere un’isola per coloro che sono alla ricerca di terra e una luce per quelli che desiderano la luce, possa essere un giaciglio per coloro che desiderano riposo, e un riposo e un servitore per tutti coloro che ne desiderano uno.
Possa essere un gioiello dei desideri, un vaso della fortuna, mantra potenti e medicine prodigiose, possa diventare un albero che esaudisce i desideri e una mucca dell’abbondanza per il mondo.
Proprio come la terra e gli altri elementi, possa io essere un sostegno per la vita delle innumerevoli creature rimanendo sino a quando esisterà lo spazio, e sino a quando non trascenderanno il dolore possa io essere fonte di vita e di sostentamento per tutti gli esseri viventi che si estendono fino ai confini dello spazio.”
  1. Dovesse la loro mente divenire irata o scontenta per causa mia, che anche questo sia causa per loro del conseguire sempre ogni meta.
Coloro che mi accuseranno falsamente, e gli altri che mi faranno del male, e gli altri ancora che mi degraderanno, tutti coloro possano condividere il risveglio.
Sono il protettore dei non protetti e il capocarovana dei viaggiatori. Sono diventato la barca, la strada e il ponte di coloro che desiderano raggiungere l’atra riva.
Possa io essere una luce per coloro che hanno bisogno di luce. Possa io essere un letto per coloro che hanno bisogno di riposo. Possa io essere un servo per coloro che hanno bisogno di servigi, per tutti gli esseri incarnati.
Possa io essere il gioiello che soddisfa i desideri, il vaso dell’abbondanza, la formula magica che sempre funziona, la potente erba medicinale, l’albero magico che conferisce ogni desiderio e la vacca da latte che soddisfa ogni bisogno, per tutti gli esseri incarnati.
Proprio come la terra e gli altri elementi sono utili in molti modi agli esseri innumerevoli che dimorano in ogni parte dello spazio, così possa io essere di sostentamento in molti modi per il regno degli esseri in ogni parte dello spazio, finché tutti non abbiano ottenuto la liberazione.”

Questi versi contengono l’ideale e la pratica del Bodhisattva.
In Tibet visse Milarepa, in India Santideva, due grandi praticanti e asceti che esprimono pienamente l’ideale del Bodhisattva. Santideva in un altro testo espone l’insieme delle regole morali, il compendio delle pratiche del Bodhisattva, detto anche “Vinaya di Bodhisattva”, offre una descrizione particolarmente dettagliata della pratica del Bodhisattva, dello sviluppo della mente altruistica, insegna il metodo per vincere l’attitudine all’attaccamento, alla rabbia, all’odio e a tutte le possibili disposizioni disturbanti. La “preghiera semplice” di S .Francesco ha molte analogie.
Assisi è un luogo particolarmente mistico e io vissi un’esperienza intensa durante un incontro interreligioso tra cristiani, induisti e Buddhisti. In quella circostanza condividemmo canti e preghiere constatando ancora una volta che le forme e le espressioni possono essere diverse, perché diverse sono le rispettive culture, ma il contenuto profondo, l’obiettivo ultimo, è lo stesso. La commozione pervase tutti fortemente nella condivisa armonia. E’ proprio una follia non rispettare allo stesso modo tutte le tradizioni religiose.




Come sviluppare la Determinazione, la Capacità e la Forza


Nel testo di Santideva è evidente come gli altri, il loro benessere, siano il vero obiettivo, il centro della pratica, quindi in nessun caso potrebbero diventare motivo di avversione e di rabbia.
Capitolo IV°, dal verso 44°:
a) “Sarebbe meglio per me essere arso vivo, oppure essere decapitato, piuttosto che in alcun caso sottomettermi a questi mortali nemici, le emozioni negative!
I nemici ordinari quando vengono cacciati dallo stato si ritirano e si stabiliscono in un altro paese, qui radunano le loro forze per ritornare più combattivi. Ma i nostri difetti mentali non utilizzano simili stratagemmi.
Nocivi difetti mentali, una volta dispersi dall’occhio della saggezza e scacciati dalla mia mente, dove andate? Da dove potete tornare per danneggiarmi? Ma, ahimé, la mia mente è debole e sono preda dell’indolenza.
Tuttavia i difetti mentali non esistono negli oggetti, né nelle facoltà sensoriali, né tra questi due, né in qualsiasi altro luogo, in tal caso, dov’è la loro dimora? E da dove recano danno a tutti gli esseri migratori? Essi sono vuoti come un’illusione, un miraggio, per cui fatevi coraggio, eliminate ogni paura nel Vostro cuore e sforzatevi di percepire la loro vera natura con l’occhio della saggezza. Perché? Soffrire così a lungo negli inferni?”
b “Non importa se mi tireranno fuori le budella! Che la mia testa cada pure! Ma mai mi inchinerò di fronte al nemico, le contaminazioni!
Anche se esiliato, un nemico può trovare seguito e appoggio in un altro paese, e di lì ritornare dopo aver ripreso forza. Ma non ha una risorsa simile questo nemico, le contaminazioni.
Stabilito nella mia mente, dove potrebbe andare una volta scacciato? Dove potrebbe stare per lavorare alla mia distruzione? Non mi sforzo solo perché la mia mente è ottusa. Le contaminazioni sono deboli creature da sottomettere con la luce abbagliante della sapienza.
Le contaminazioni non dimorano negli oggetti, né nell’insieme dei sensi, né nello spazio intermedio. Non possono dimorare in nessun altro luogo, e tuttavia sconvolgono l’intero universo. Questa non è altro che illusione! Dunque , o cuore, liberati dalla paura, dedicati alla ricerca della sapienza. Perché, senza bisogno alcuno, ti tormenti negli inferni?”
Santideva insegna come sviluppare la determinazione, la capacità e la forza di opporsi alle emozioni negative e sottolinea la differenza esistente tra il nemico esterno e il nemico interno; il nemico esterno può essere cacciato, mandato lontano, ma quello interno no, è sempre inesorabilmente al suo posto. L’unica possibilità di combatterlo e sconfiggerlo è lo sviluppo della mente di saggezza, sempre allerta, vigile.
Sono particolarmente interessanti le domande poste dal 47° verso: Dove sono i difetti mentali, le emozioni negative e disturbanti, le contaminazioni? Sono forse negli oggetti? no, sono nei sensi? no, sono in qualche luogo fisico? no, sono dunque intermedi a tutte queste situazioni? no. Non è possibile trovarli da nessuna parte, nondimeno sono devastanti. Forse le emozioni risiedono nel nostro corpo? oppure provengono dal corpo degli altri? sorgono dalla vista? dall’udito? dove sono infine? DOVE?…. eppure i danni che producono sono gravissimi!
Quando si è preda di un’emozione negativa la si vorrebbe afferrare, gettare via, ma non vi è nulla da afferrare, nulla da buttare. Volendo individuare le emozioni negative si prende finalmente coscienza della grande differenza tra la loro essenza e la percezione che se ne ha e questa osservazione è il metodo per combatterle e liberarsene.
In tutti i Paesi Buddhisti asiatici questo aspetto fondamentale è oggetto di lunghi e profondi studi. In Italia, relativamente allo studio del Buddhismo, potremmo essere alla scuola materna, anche se qualcuno è convinto di sapere già tutto e di avere studiato moltissimo!…Invece è importante comprendere che lo studio e la comprensione profonda sono essenziali e ancor di più lo è la pratica che ci permette di trasformarci e di costruire una buona personalità.
Una persona semplice, buona, intelligente, anche se non ha ricevuto grande istruzione, non trasmetterà mai nulla di sbagliato.
Se l’ignoranza è pericolosa, lo è ancor di più una cattiva personalità.
Una buona personalità è la qualità essenziale di un insegnante di Dharma e di un praticante e, poiché non è possibile conoscere il cuore degli altri e quindi giudicarli, la virtù che deve essere sempre presente è la pazienza!
La base della pratica è la meditazione, ma non vi è un solo modo di meditare; in genere la nostra meditazione è comoda e dunque i risultati saranno altrettanto modesti, osserviamo invece alcuni tipi di meditazione praticati nell’antico Tibet, diversi in apparenza, ma identici nella sostanza e riassunti nel verso del tantra: “Le pratiche estremamente elaborate, le pratiche poco elaborate e le pratiche senza alcuna elaborazione sono identiche”. Eccone tre esempi:
1. Pratiche molto elaborate: la meditazione di Lama con alta realizzazione durante rituali e danze complessi, con simbolismi ed esteriorità marcate nell’espressione gestuale, nei suoni e nei colori. Il meditante deve saper coniugare la mente interiore con i molteplici aspetti esteriori e non è facile.
2. Pratiche poco elaborate: la meditazione di Milarepa, molto semplice. Milarepa meditava lungamente, immobile, con una candela sulla testa, nel silenzio di una grotta che poteva essere aperta solo dall’esterno;
  1. Pratiche senza elaborazione alcuna: la meditazione di Santideva, grandissimo meditante, ma non riconosciuto come tale dai suoi compagni che, anzi, lo accusavano di essere il monaco più pigro del monastero.
Domanda: Non capisco, come meditava Santideva?
Lama: Dormendo!… In monastero era famoso per saper fare solo tre cose: mangiare, dormire e adempiere alle necessità corporali. Ma lui, dormendo, meditava in modo vigile e profondo, continuamente.
Esisteva allora una regola del monastero per cui, a turno, ogni monaco doveva dare un insegnamento pubblico. Quando toccò a Santideva i suoi compagni si predisposero a un grande divertimento e prepararono, tanto per cominciare, un trono altissimo su cui era impossibile arrampicarsi; Santideva non si scompose e giunto davanti al trono, tranquillamente con un semplice gesto della mano lo abbassò, poi si sedette e con umiltà iniziò il suo discorso, (il Bodhicaryavatara):
Non c’è nulla di nuovo da dire che già non sia stato detto nel passato. Io non ho alcuna abilità oratoria e nemmeno ho la presunzione che il mio discorso possa aiutare gli altri, ma semplicemente parlerò per rendere familiari questi concetti alla mia stessa mente. Tengo questo discorso come promemoria per ricordare sempre ciò che porta virtù e buone azioni alla pratica. Questo discorso può essere di beneficio a coloro che hanno le stesse capacità o abilità mentali o predisposizioni; e questo discorso possa essere loro di beneficio”.

Parliamo spesso di Pratica, ma che cos’è?

Se lo studio di questo testo produce un cambiamento in noi significa che abbiamo la predisposizione di cui parlava Santideva a comprendere il significato profondo delle sue parole e dunque anche noi potremmo essere “praticanti dormienti”.
Ma, sia che ci si trovi in profonda meditazione, sia che si stia consapevolmente riposando perfettamente rilassati, sia che si partecipi a un complesso cerimoniale tantrico, ciò che resta perfettamente identico e inalterato è la qualità meditativa della mente in ogni situazione.
Le diverse forme di pratica non sono contraddittorie tra loro e una persona può usarle tutte con uguale capacità.
IV° capitolo, verso 48°
a) “Questo è il modo in cui dovrei riflettere ed operare mettendo in pratica i precetti qui illustrati. Quale malato bisognoso di cure ha riacquistato la salute ignorando le prescrizioni del dottore?.”
  1. Prendendo una ferma risoluzione, dunque, mi sforzerò di seguire l’addestramento come è stato insegnato. Come può ristabilirsi qualcuno che potrebbe essere curato con un farmaco, se non segue il consiglio del medico?.”
Non è sufficiente avere la prescrizione medica (leggere, studiare, imparare, riflettere), bisogna anche assumere la medicina, cioè mettere in pratica quanto si è appreso. Noi parliamo spesso di pratica, ma che cos’è? E’ l’attitudine all’osservazione vigilante e attenta della mente come viene descritta nel testo a partire da:
capitolo V°, verso 1°
a) “Coloro che desiderano proteggere la loro pratica dovrebbero, con grande zelo, salvaguardare le loro menti, poiché senza vigilare sulla mente non sarà mai possibile mantenere una disciplina.”
  1. Chi desideri sorvegliare la sua pratica, deve sorvegliare con scrupolo la sua mente. E’ impossibile sorvegliare la pratica senza sorvegliare la mente distratta.”

Se non si protegge la mente, se ci si distrae, essa lasciata libera, abbandonata nell’incuria, può causare enormi problemi. Vigilare sulla mente non è limitarsi ad osservarla, ma significa seguirla costantemente, come si fa con i bambini per impedire che si facciano male, pur non limitando la loro crescita, li si sorveglia discretamente, sempre.
C’era in monastero un monachello che non aveva nessuna voglia di studiare, ma il maestro, ancora speranzoso di cavarne qualcosa di buono, gli ripeteva continuamente: “guarda il testo, non distrarti, guarda il testo…”. Lo studente, svogliato ma obbediente, fissava lungamente il testo senza peraltro migliorare la sua conoscenza e rimanendo nell’assoluta ignoranza, perché non aveva capito che il maestro, dicendo “guarda il testo”, lo incitava ad osservare con attenzione il contenuto, conoscendolo e imparandolo.
Se non si ha la stessa vigile attenzione nei confronti della mente essa, abbandonata a se stessa, è in grado di produrre un vero inferno e Santideva osserva appunto che l’inferno altro non è che nella nostra mente.
capitolo V°, versi 7° e 8°
a) “Chi ha creato intenzionalmente tutte le armi che tormentano coloro che si trovano negli inferi? Chi ha creato il terreno di ferro rovente? Da dove provengono queste demoniache figure di fuoco?
Il grande Saggio ha affermato che tutte queste manifestazioni sono unicamente prodotto di una mente negativa, per cui all’interno dei tre reami dell’esistenza l’unica cosa che dobbiamo temere è la mente.”
b) “Chi forgiò con tanta cura le armi dell’inferno? Chi creò il pavimento di ferro rovente? E chi generò quelle sirene?
Tutte quante le cose sorgono dalla mente malvagia , cantò il Saggio. Così nei tre mondi non c’è nulla di pericoloso se non la mente.”

L’inferno non è un luogo geografico individuabile fisicamente, è una proiezione mentale disturbata. Santideva affronta in modo diretto e chiaro il problema; alla nostra paura e ossessione dell’inferno risponde con una domanda/risposta: “Chi lo ha creato con tutte le sue armi?” “La nostra mente, l’inferno è all’interno di essa”.




La sola protezione che abbiamo per cambiare noi stessi è la PAZIENZA


L’inferno è simile ai peggiori incubi che noi viviamo e soffriamo come se fossero reali, eppure sono illusioni, creazioni della nostra mente.
Che fare dunque per vigilare con cura sulla nostra mente? Sviluppare la pratica della pazienza! Santideva affronta l’argomento al:
capitolo V° dal verso 12°
a) “Gli esseri ostili privi di autocontrollo sono illimitati come lo spazio, per cui non è assolutamente possibile sottometterli tutti, ma se solo elimino la rabbia che colma la mia mente ciò equivarrà a sconfiggere tutti i nemici.
Dove potrei trovare abbastanza cuoio per ricoprire tutta la superficie della terrà? Tuttavia, solo indossando del cuoio sotto le suole delle mie scarpe equivarrà a ricoprire tutta la terra con esso.
Similmente, non sarà mai possibile influenzare totalmente gli eventi esteriori, tuttavia, solo padroneggiando questa mia mente in modo positivo, che altro rimarrà da controllare?.”
b) “Quante persone malvagie, senza fine come il cielo, posso io uccidere? Ma quando l’atteggiamento mentale dell’ira è ucciso, ucciso è ogni nemico.
Dov’è tanto cuoio da coprire il mondo intero? Il vasto mondo può essere coperto con il cuoio che basta per un paio di scarpe soltanto.
Allo stesso modo, poiché non posso controllare gli eventi esterni, controllerò la mia mente. E’ forse affar mio se le altre cose sono controllate? .”

La pratica della pazienza è distruggere, dominare, superare la rabbia che c’è in noi. Con il dominio della collera nessun oggetto potrà più esserci nocivo.
Coloro che chiamiamo nemici, oggetti di avversione, antipatia, altro non sono che il riflesso della rabbia che cova libera in noi.
Se noi, in preda alla rabbia incontrollata, decidessimo, con atto volontaristico, pur rimanendo in questo stato, di praticare la pazienza iniziando dal “dover perdonare tutti”, pretenderemmo di affrontare un’impresa assolutamente impossibile. Solo abbandonando la rabbia, eliminando ogni avversione, avviene la trasformazione interiore profonda e vera che permette l’autentica e naturale pratica della pazienza.
Come dice Santideva, se voglio percorrere tutta la terra senza ferirmi i piedi non è necessario che la ricopra interamente di cuoio, è sufficiente che ponga due piccole strisce di cuoio sotto la pianta dei piedi e potrò andare ovunque desideri. Così, dominando la collera, sono completamente protetto da ogni disturbo e il perdono avviene naturalmente, senza sforzi artificiosi e inutili.
Spesso si pensa di poter superare le difficoltà cambiando gli altri, ma questa è un illusione, un’impresa impossibile, possiamo solo cambiare noi stessi proteggendo la nostra mente con la pazienza.
Domanda: In linea teorica concordo su quanto hai detto, però a volte si verificano situazioni esterne pesantissime in cui si subiscono continuamente vessazioni, un esempio potrebbe essere il mobbing nei luoghi di lavoro, come si può contrastare tutto questo?
Lama: Con azioni non violente ma ugualmente incisive, come faceva Gandhi che partiva da un retroterra di profonda meditazione e quindi applicava la non violenza sulla base dell’attitudine mentale di assenza di collera; sempre quieto, sereno, rivolgeva la mente esclusivamente al bene degli altri, mai agiva per sé. Considerava con assoluta equanimità Indù, Cristiani, Buddhisti, Islamici. E’ un modello di pratica non facile da emulare, ma il più efficace. Nel caso del mobbing la pratica della pazienza diventa fonte di calma e pace.
La pazienza è sorgente di forza interiore, di intelligenza e di presenza mentale. Quando si perde il controllo non si è più credibili, ma se ci si mantiene stabili, forti, dignitosi e calmi, gli altri presteranno attenzione alle nostre ragioni. Solo con la tranquillità interiore si possono trovare i giusti mezzi per ottenere un buon risultato, soprattutto in una società dai cambiamenti repentini e dalle infinite sollecitazioni. Ricordo un episodio significativo accaduto ad una persona del gruppo di Roma che si era trasferita a Milano; poco dopo la società americana per cui lavorava decideva di ridurre il personale e probabilmente il primo ad essere licenziato sarebbe stato un padre di famiglia con due figli ancora piccoli, era necessario dunque trovare velocemente la soluzione meno dolorosa e questa persona, praticante Buddhista, si è offerta spontaneamente in cambio del collega.
Oggi ci si trova continuamente a dover fronteggiare situazioni inaspettate, problemi a cui è necessario offrire risposte immediate, ma per farlo occorre avere equilibrio e pace interiore e i mezzi che suggerisce Santideva sono preziosi. Abbiamo gli strumenti occorrenti, dunque la responsabilità di praticare correttamente il Dharma oggi, secondo le esigenze del nostro tempo, è tutta ed esclusivamente nostra. Buddha, Gesù Cristo, Santideva ci hanno indicato la strada, ma adesso tocca a noi percorrerla.
Nel VI° capitolo si descrive dettagliatamente la pratica della pazienza, lo stato mentale che sconfigge la rabbia.
Lo scopo della rabbia è distruttivo e da essa nasce l’odio, che non è solo l’attitudine temporanea a voler danneggiare, ma è permanente, radicata nel profondo e produce volontà di vendetta. Se dunque la rabbia in un preciso momento può provocare un disastro, l’odio è una malattia mortale.
Rabbia e odio cancellano in noi ogni possibile spazio positivo, non a caso si dice che esse sono le più potenti azioni negative. Distruggono tutto, affetti, amicizie preziose, beni e la vita stessa. Quanto di più terribile avviene nel mondo è provocato da rabbia e odio e porta con sé un pesantissimo fardello di inutile ed evitabile dolore.
Il capitolo VI° inizia così:
  1. Ogni azione positiva portata a compimento nel corso di mille ere cosmiche, ad esempio fare offerte ai Tathagata e praticare la generosità, verrà distrutta da un singolo istante di collera.
Non c’è virtù uguale alla pazienza, né negatività uguale alla collera, ragion per cui devo praticare in ogni modo la pazienza.”
  1. Questa adorazione dei Sugata, la generosità, la buona condotta osservata nel corso di migliaia di eoni: l’odio distrugge tutto ciò.
Non c’è male eguale all’odio, non c’è pratica spirituale uguale alla pazienza. Perciò con vari mezzi, con grande sforzo, si sviluppi la pazienza.”

E’ evidente perché la pazienza sia considerata la pratica fondamentale, la più importante e, viceversa, nel 3° versetto si spiega perché l’odio sia la più nociva delle attitudini mentali. Non esiste pensiero più doloroso dell’odio; la mente pervasa da rabbia e odio non può trovare pace in alcun luogo e in nessun modo, non prova più gioia, non riesce più a dormire, è definitivamente instabile, impazzita. E la follia è che tanto dolore distruttivo non proviene dall’esterno, ma è costruito, mattone dopo mattone, da noi stessi!
Domanda. Non è possibile che quest’attitudine alla rabbia e all’odio sia causata anche dal condizionamento pesante del karma?
Lama: E’ piuttosto un’abitudine. Le impronte karmiche non possono mai interrompere la pratica, che è l’unica soluzione per cambiare lo stato del karma. La pratica è più forte della più negativa forza karmica. Con la pratica si riducono naturalmente rabbia e odio sino alla loro totale dissoluzione, è garantito!..
Domanda: Sono un po’ confusa da questa equazione in cui pare che: odio, rabbia, impazienza, necessità di correggere azioni negative, anche in funzione di un senso del dovere, siano accomunate in un’unica emozione, mentre a me sembrano molto diverse, ad esempio se io vedo una persone che infrange le regole stradali e causa un grave incidente provo un moto di avversione per questo atto, mi indigno profondamente, ma questa forte reazione è rabbia? Per me no.
Lama: Certamente, sono cose molto diverse. L’indignazione per un’azione nociva non ha nulla a che vedere con la rabbia, è espressione del dispiacere nel constatare il danno prodotto da un’azione negativa, diventerebbe rabbia se sorgesse l’impulso a voler colpire la persona responsabile del danno.
Domanda: Pazienza e sopportazione sono la stessa cosa? Perché la pazienza mi pare una virtù attiva e la sopportazione passiva.
Lama: In tibetano spesso questi termini si equivalgono anche perché, pur definendo due situazioni distinte, non vi è mai una netta separazione tra loro. Quando ci si trova in una situazione veramente pesante da sopportare, con la pratica costante della pazienza si ottiene di pari passo una diminuzione di questa insofferenza. La pazienza trasforma la percezione delle circostanze, ne diminuisce la sofferenza.
Capitolo VI°, dal verso 4°:
  1. Nobili condottieri se, colmi di odio, verranno attaccati e uccisi persino dai servitori che da tali padroni hanno ottenuto onori e beni.
Isolati da amici e parenti ed evitati anche da coloro che sono attratti dalla loro ricchezza, gli individui colmi di rabbia sono privi di ogni gioia, felicità e pace mentale.
Per cui il nemico, la collera, è la causa di tutti questi mali, tuttavia chiunque si impegna ad eliminare la propria rabbia troverà la felicità, in questa vita e nelle future.”
  1. Persino coloro che si onora con doni e rispetto, e anche i propri dipendenti, bramano di distruggere il padrone che è sfigurato dall’odio.
Anche gli amici rifuggono da lui. Egli dà, ma non è onorato. In breve, non c’è verso per cui chi è incline alla rabbia sia ricco.
Chi comprende che l’odio è un nemico poiché crea simili sofferenze, e con ostinazione lo colpisce, è felice in questo mondo e nel successivo.”

E’ evidente che non vi può essere pace per coloro in cui albergano rabbia e odio, ma come nasce la rabbia? Sorge verso chi si è comportato in modo disonesto o dannoso? oppure emerge quando qualcuno agisce in modo da ostacolare la realizzazione dei nostri desideri? Tali circostanze provocano in noi avversione da cui nascono collera e odio che, a loro volta, causano infelicità, nel presente e nel futuro.
Collera e odio, prodotte da una forte volontà egocentrica di affermazione dell’IO e del MIO, per ironia della sorte, determinano una totale e devastante distruzione del sé.
La collera e l’odio che si sviluppano prontamente di fronte a una qualsiasi minaccia all’affermazione dell’io e del mio determinano uno stato di infelicità e questa stessa infelicità si trasforma nel cibo che alimenta rabbia e odio. Si crea un circolo vizioso: io odio, quindi soffro, ma questo dolore alimenta e aumenta il mio odio che produrrà maggior sofferenza!….Come uscirne? Santideva propone una soluzione semplicissima ma efficace: “Se non riesci a uccidere il nemico, toglili il cibo”.
Capitolo VI°, versi 7° e 8°
  1. Ottenendo ciò che non voglio e ciò che ostacola i miei desideri, l’insoddisfazione della mente si accresce sempre più; da essa sorge la rabbia che mi opprime e mi sconvolge.
Per cui distruggerò completamente ogni causa che fa sorgere questo mio nemico, la rabbia, in quanto esso ha un’unica funzione: quella di nuocermi.”
  1. Consumando il cibo della frustrazione preparato facendo l’indesiderabile e ostacolando il desiderabile, un odio tagliente mi abbatte.
Perciò distruggerò il cibo di questo ingannatore, perché questo odio non ha altro fine che il mio assassinio.”

Privata di cibo, la rabbia, non più alimentata, non potrà crescere e invece di svilupparsi deperirà naturalmente sino all’estinzione, senza che nessuna battaglia debba essere combattuta. La domanda è: come togliere cibo alla rabbia? Con la calma mentale e la pratica della pazienza. Se di fronte ad un problema si perde la pace interiore non sarà certamente favorita la sua soluzione, anzi lo si aggraverà. E’ famoso il proverbio tibetano: “Se una situazione può essere cambiata, perché dispiacersi? Ma se non può essere cambiata, perché dispiacersi?”.
Il sorgere della rabbia può essere così riassunto:
L’“io” e il “mio” sono causa fondamentale di rabbia e odio che sono determinati dall’incontro con le condizioni, in questo caso rappresentate dalle azioni degli altri che ostacolano l’affermazione del nostro ego e la realizzazione dei nostri desideri.
Quando causa, (l’io e il mio che vogliono affermarsi o possedere), e condizioni (azioni altrui contrarie ai nostri desideri di affermazione e possesso) si incontrano sorge l’infelicità, alimento che nutre l’attitudine mentale aggressiva alla rabbia e all’odio con conseguente devastante distruzione.
Anche Santideva, come la moderna psicologia, non dice di combattere, reprimere la rabbia, la soluzione è più naturale: basta toglierle il cibo.
Se di fronte alle azioni degli altri proviamo disagio, perché preoccuparsene? possiamo forse cambiarne il corso? no, e se invece possiamo, perché alterarci? distruggendo con la rabbia tutte le azioni virtuose, che altro risultato otteniamo se non il nostro annientamento? e allora perché alimentare un’attitudine così nociva e inutile?
Domanda: Se un’azione mi colpisce una volta sola, posso conservare la pace mentale, praticare la pazienza ed evitare la rabbia, ma se subisco vessazioni continue come nel caso del mobbing citato questa mattina, come posso non soccombere a questa infelicità?
Lama: E’ soltanto questione di applicazione, la prima volta sarà veramente arduo, ma continuando a praticare sarà sempre meno difficile e avverrà una vera trasformazione interiore che permetterà di superare anche la vessazione quotidiana più pesante. La situazione esterna potrà rimanere inalterata ma tu sarai sempre più abile nell’affrontarla. Questo metodo è valido in ogni situazione perché permette di mantenere la calma mentale indipendentemente dalle circostanze esterne.
Santideva sottolinea che ci solo molteplici e differenti cause alla rabbia:
11° verso del VI° capitolo:
a) “Per me stesso e per tutti i miei cari non desidero dolori né umiliazioni, insulti o rimproveri, ma, per i miei nemici, vale proprio l’opposto.”
b) “Sofferenza, umiliazione, dure parole e disonore: non desideriamo queste cose né per noi stessi né per i nostri cari; ma è l’inverso per i nostri nemici.”

Purtroppo questa attitudine è comune, ci appare quasi naturale e quando è contraddetta da eventi esterni proviamo dispiacere e frustrazione che alimentano in noi la rabbia.
Domanda: In questo testo si parla sempre di odio verso gli altri, ma non si accenna mai ad una condizione molto diffusa in occidente: “l’odio per se stessi” o se preferisci, la poca stima di sé, la percezione, in una società fortemente competitiva, di non essere all’altezza delle situazioni con conseguente maturazione di atteggiamenti autodistruttivi come l’anoressia ad esempio. Ho letto che tra i tibetani questo odio di sé è completamente sconosciuto, tanto che lo stesso Dalai Lama, in un incontro con scienziati occidentali in cui tra gli altri si affrontava questo argomento, aveva qualche difficoltà a inquadrarlo correttamente.
Lama: “Odiare se stessi”mi sembra un po’ forte, non saprei cosa dire in questo momento, forse procedendo nella lettura del testo potremo trovare la risposta.




La Meditazione nella Solitudine è molto potente


Riprendiamo la questione della rabbia che si manifesta nei confronti di chi agisce in modo a noi sgradito, ci manca di rispetto, colpisce il nostro “io”, oppure attenta al nostro “mio”, come affrontarla? Esistono tre tipi di approccio:
1. Accettare la sofferenza derivante dall’azione sgradita;
2. Osservare consapevolmente il Dharma;
3. Sviluppare la sopportazione.
In ogni caso è sempre necessario praticare la virtù della Pazienza.
La pratica della pazienza si basa sull’accettazione della sofferenza che è meditazione sulla sofferenza generale del Samsara di cui è l’essenza stessa; l’esistenza condizionata è per sua natura sofferenza e riflettervi è salutare perché mostra come la sofferenza non accettata passivamente, ma vissuta come realtà intrinseca all’esistenza stessa, sia trasformata in gioia profonda.
Ogni qualvolta si presenta una situazione contraria, la meditazione nella pazienza ci permette di familiarizzare con la sofferenza sino a farla scomparire naturalmente e a permetterci di acquisire la consapevolezza che, sapendo superare le piccole avversità con pace, siamo in grado di annullare anche le grandi sofferenze.
La condizione del samsara è sofferenza, senza sofferenza non esiterebbero gli esseri samsarici, noi esistiamo grazie al Samsara! La meditazione sulla sofferenza porta preziosi benefici, o se preferite, i benefici prodotti dall’esperienza del dolore.
Capitolo VI°, dal verso dal 12°:
  1. Le cause della felicità si ottengono molto raramente, mentre le cause della sofferenza sono molteplici, tuttavia senza sperimentare il dolore non vi sarà desiderio di liberazione, per cui, mente, sii forte e determinata.
Se alcuni asceti e le genti di Karnata sopportano senza alcun scopo il dolore di ferite e bruciature, perché mai sono privo del coraggio di ottenere la liberazione?
Non vi è nulla che non diventi accessibile tramite una costante familiarità, per cui abituandomi a tollerare lievi preoccupazioni mi eserciterò per le grandi avversità”
  1. La felicità è rara. La sofferenza persiste senza sforzo, ma solo attraverso la sofferenza si può trovare questo scampo. Perciò, o mente, sii forte!
Nel Karnata i devoti di Durga sopportano volentieri e inutilmente il dolore di ustioni, ferite e altro ancora. Dal momento che la mia meta è la liberazione, perché sono un codardo?
Con la pratica nulla rimane difficile. Così, facendo pratica con i disagi minori, diventano sopportabili anche i disagi maggiori.”

Il riferimento alla sofferenza inutile di ferite e bruciature riguarda gli interventi dolorosi a cui ci si sottopone volontariamente per raggiungere uno scopo mondano: (ad esempio il pugile che combatte per denaro, gli interventi di chirurgia plastica per una maggior prestanza…).
L’ultimo verso vuole infondere coraggio e indurre un atteggiamento positivo nei praticanti in modo che, nell’abitudine ad affrontare le piccole pene con serenità, imparino superare con gioia le grandi sofferenza, perché non esiste nulla che non possa essere realizzato.
Nella traduzione inglese si usa unicamente il termine “sofferenza”, in tibetano invece si utilizzano più parole per esprimere quello stato di insoddisfazione, dispiacere, malessere, disagio, sofferenza fondamentale del Samsara, che si avverte particolarmente nella solitudine.
La sensazione di “mancanza” che ci pervade nella solitudine non è definibile né colmabile, possiamo pensare: “mi manca una persona” e allora cerco quella persona, ma il malessere permane inalterato, “mi mancano oggetti preziosi”e allora li procuro, ma il malessere non passa.
Si avverte una privazione sostanziale, ma nulla e nessuno può colmare questa carenza, è la sofferenza pervasiva del Samsara, quello che manca è il Nirvana, ma noi siamo nel samsara.
La meditazione nella solitudine è molto potente perché si inoltra sino alla radice della natura della sofferenza e familiarizzando con essa comprendiamo e tocchiamo la libertà. Il senso della libertà e il senso della solitudine esistenziale coincidono, dove c’è solitudine c’è libertà e dove c’è libertà c’è solitudine, dunque, la solitudine vissuta come sofferenza può essere trasformata in solitudine vissuta nella gioia della liberazione.
Questo è il grande beneficio che possono ottenere i praticanti meditatori, vivere nella gioia, dormire e morire in pace. La paura della morte sorge a causa della solitudine vissuta con dolore: si muore soli, si deve lasciare tutto ciò verso cui si ha attaccamento, da cui non si è liberi.
Ieri abbiamo concluso la giornata con la preghiera di dedica dei meriti, quattro brevissimi versi che racchiudono tutto l’insegnamento del Bodhicaryavatara:
CYANg CIUB SEM CIO RINPOCÉ
MA KYE PA NAM KYE GYUR CI
KYE PA GNAM PA ME PA TANg
KONg NE KONg TU PEL UAR SCIO”
Versi che, pur tradotti con parole diverse, mantengono inalterato il profondo significato:
Possano gli aspetti della preziosa e sublime Motivazione del Risveglio
che non sono nati nascere in noi;
Possano quelli che sono nati, senza deteriorarsi,
svilupparsi sempre più.”
E’ la preghiera della preziosa Bodhicitta, il livello più elevato di apertura del cuore, la grande compassione che abbraccia tutto. La Bodhicitta nasce dalla pura intenzione di responsabilità universale che scaturisce dalla compassione. La grande compassione sorge dall’amorevole gentilezza, risultato del riconoscimento consapevole della grande gentilezza di tutti gli esseri senzienti, nostre madri. Dalla consapevolezza nasce il forte desiderio di ricambiare l’amorevole gentilezza.
Come insegna Santideva è dunque fondamentale e necessario accogliere con cuore aperto gli esseri senzienti riconoscendo in loro la causa di tutte le buone qualità interiori.
I quattro versi della preghiera di dedica sono spiegati nei dieci capitoli del Bodhicaryavatara:
cap. 1. Elogio alla mente del Risveglio
cap. 2. Purificazione delle azioni (o Confessione delle colpe)
cap. 3. Adozione della mente del Risveglio (o della Bodhicitta)
Nei primi tre capitoli si spiegano i benefici dello sviluppo della Bodhicitta auspicando che tale realizzazione possa essere ottenuta da coloro che ne sono ancora privi, e corrisponde al contenuto dei primi due versi della preghiera di dedica; il terzo e quarto verso sono rivolti invece a coloro che hanno già sviluppato la Bodhicitta, e che la devono mantenere e potenziare; dal quarto all’ottavo capitolo del testo si indica come raggiungere l’obiettivo applicando le sei Paramita.
cap. 4. Vigilanza in merito alla mente del risveglio (o Come preservare il Valore delle Qualità Spirituali)
cap. 5. La Sorveglianza della Consapevolezza (o Attenta Vigilanza)
cap. 6. La Perfezione della Pazienza
cap. 7. La Perfezione del Vigore (o La Perseveranza gioiosa)
cap. 8. La Perfezione dell’Assorbimento Meditativo (o Concentrazione)
La terza e ultima parte del testo riguarda il sempre maggior sviluppo della Bodhicitta per il bene di tutti gli esseri senzienti e la dedica vera e propria.
cap. 9. La Perfezione della Conoscenza (o Saggezza)
Cap. 10. Dedica.
La Bodhicitta, meravigliosa mente di illuminazione, dona uno stato autentico di pace, rilassamento, apertura, felicità e gioia.
Santideva dimostra come, grazie all’esistenza degli esseri senzienti, si generi la compassione, che deve essere dunque motivo di rispetto e devozione nei loro confronti poiché ci permettono di sviluppare la Bodhicitta e realizzare e l’illuminazione, così come abbiamo rispetto e devozione per il Buddha che ci indica la via dell’illuminazione nel Dharma.
Il rispetto verso il Buddha e gli esseri senzienti non è discriminante, non si basa sulla valutazione delle realizzazioni di ognuno, ma è determinato dall’essenza dello stesso risultato a cui entrambi conducono: l’illuminazione. La pratica della generosità, della pazienza e di ogni altra virtù è possibile grazie all’esistenza degli esseri senzienti, l’unica vera fonte di ogni cosa buona. Invece, confusione, scontento, disagio, malessere, problemi, sono, al cento per cento, esclusiva responsabilità personale.
Le persone con cui viviamo, l’ambiente che ci circonda sono preziosi, sono loro che ci permettono di sviluppare ogni nostra buona potenzialità. Quest’anno ho avuto la possibilità di verificare questo aspetto visitando il piccolo villaggio di tibetani in Nepal dove vivono i miei genitori. Ci sono relazioni di buon vicinato, altre problematiche, ma ogni giorno insieme questo gruppo di persone costruisce la vita, condivide gioie, passioni, dolori, e non potrebbe esistere per loro situazione più autentica per poter praticare la Bodhicitta. Immaginate se portassi i miei genitori a Roma!… Ne sarebbero sconvolti, Mi chiederebbero dov’è lo stupa intorno al quale poter praticare la cora recitando il mantra, dove andrebbero, al Colosseo? Sarebbero considerati matti, eppure questa pratica per loro è essenziale. Potrebbero solo starsene rinchiusi in uno strano appartamento che rappresenterebbe una prigione, senza i loro compagni di vita che potrebbero fare? Nulla. La compagnia dei propri compagni di viaggio è essenziale!
Riflettere profondamente su ciò apre la mente e il cuore, fa stare bene, a proprio agio, favorendo l’approccio amichevole ricco di calore e di condivisione. Poco per volta si crea il buon cuore e si gode pienamente della pace e della felicità rappresentate dall’esistenza stessa degli altri. Perché non accogliere con gioia questo dono? Perché non ricambiarlo con amorevole gentilezza?
E’ tanto ovvio e semplice, eppure in genere preferiamo ignorarlo complicandoci la vita, creiamo continuamente situazioni che ci fanno arrabbiare, allontanare con stizza da tutto e da tutti fino a quando, non avendo più oggetti esterni da colpire, rivolgiamo questo astio contro noi stessi. Ecco la risposta alla precedente domanda sull’odio di sé.
Siamo gli architetti e i costruttori della nostra infelicità, gli unici responsabili! Non è una vera follia e sconsiderata ottusità mentale?



La rabbia non è mai intenzionale, è una perdita di controllo


Un’assurdità è anche la difficoltà che abbiamo nel gioire sinceramente, con pace, delle buone qualità degli altri, eppure se solo sapessimo godere di questo prezioso dono, oltre ad essere immediatamente felici nelle condivisione, potremmo usare quelle stesse qualità a nostro vantaggio. Al contrario, a causa dei difetti mentali, delle afflizioni distruttive, soffriamo inutilmente, è necessario sviluppare attentamente la virtù della pazienza.
Capitolo VI°, dal verso 18°:
  1. Questo è il risultato della mente, che può essere forte o colmo di paura, per cui devo vincere ogni dolore senza essere influenzato dalla difficoltà.
La mente dei saggi, anche quando sperimentano dolore, rimane serena e chiara in quanto nella lotta contro i difetti mentali molteplici sono le difficoltà, come in battaglia.
I guerrieri coraggiosi sono coloro che, non curandosi di qualsiasi dolore, distruggono i veri nemici come l’odio e così via; i guerrieri ordinari uccidono semplicemente cadaveri.
Inoltre la sofferenza ha un suo valore, a causa del dolore di eliminano l’orgoglio e l’arroganza, si prova compassione per coloro che vagano nell’esistenza ciclica, si evita il male e si gioisce nella pratica della virtù.”
  1. Questo deriva dall’audacia o dalla codardia della mente. Perciò bisogna divenire invincibili di fronte alla sofferenza e superare il disagio.
Neppure nella sofferenza il saggio dovrebbe permettere che la sua serena fiducia mentale sia turbata, poiché la battaglia è con le contaminazioni, e in guerra il dolore si vince facilmente.
Coloro che vincono il nemico prendendo sul petto i colpi dell’avversario sono gli eroi trionfanti, mentre gli altri uccidono chi è già morto.
La virtù della sofferenza non ha rivali, poiché, per il trauma che provoca, l’ebbrezza svanisce e sorgono compassione per gli esseri nell’esistenza ciclica, timore del male e desiderio del Vittorioso.”

La sofferenza ha la preziosa qualità di produrre l’umiltà, di generare la compassione verso coloro che soffrono e di far riflettere sull’essenza della sofferenza stessa, una meditazione che induce a sviluppare le azioni virtuose e ad abbandonare quelle nocive.
La reazione della rabbia perde consistenza, che cos’è la rabbia? con chi ci arrabbiamo? perché? non è così automatica la risposta. Ad esempio, un automobilista ci viene addosso perché i freni dell’auto si sono improvvisamente rotti, ci arrabbiamo con lui? ma non aveva intenzione di farci del male e allora perché arrabbiarsi con lui? ci arrabbiamo con l’auto che si è rotta? La nostra rabbia non ha un vero oggetto e non è mai intenzionale, sarebbe più corretto dire che è una perdita di controllo.
Domanda: Non sempre, qualche volta mi arrabbio intenzionalmente: ho davanti a me una persona che ha un comportamento che reputo scorretto e quindi mi pongo lucidamente il quesito se arrabbiarmi o no e poi decido che voglio arrabbiarmi e dico cose anche molto dure. Lucidamente si possono decidere le nefandezze peggiori, posso anche decidere di uccidere qualcuno e programmo nei dettagli come commettere l’omicidio.
Lama: Ma la rabbia è altra cosa, avviene a causa di fattori circostanziali e incontrollabili. Se tu decidi a mente fredda di fare del male a qualcuno è già subentrato l’odio, non è più rabbia, oppure il tuo può essere un atteggiamento di benevolenza nei confronti dell’altro per correggere un comportamento dannoso; un genitore può decidere, per amore, di essere particolarmente duro e di punire severamente il figlio che sbaglia, ma non è rabbia.
Domanda: Prima hai tessuto l’elogio della solitudine, poi quello della compagnia, poi hai detto che tutto quel che c’è di male è colpa nostra, e tutto quel che c’è di bene è merito degli altri. A questo punto sono davvero confuso.
Lama: Il male non è “colpa nostra” ma “responsabilità nostra”, è una cosa ben diversa. Ognuno ha piena capacità di risolvere i problemi e di non crearsi sofferenza, il risultato è esclusiva responsabilità propria. Il fatto poi che tutta la felicità derivi dagli altri, dalla loro semplice esistenza non significa che non possa venire anche da noi stessi, l’una cosa non esclude l’altra, rientra sempre nella responsabilità, io ho tutti gli strumenti per essere felice, ma posso decidere di non esserlo. Ma senza la collaborazione e l’aiuto degli altri, senza la condivisione compassionevole e la compagnia degli altri non vi è il più piccolo spazio per la felicità. E abbiamo bisogno della solitudine, che non è rifuggire gli altri, ma è meditare ed evitare i pensieri disturbanti, le afflizioni mentali.
pensare, pensare e ancora pensare,
riflettere,
guardare, ancora e ancora,
sentire, ancora e ancora,
questa è la meditazione”


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