Home

Saturday, 7 December 2013

Come trasformare le emozioni









Come Trasformare le Emozioni








***

Ven. Geshe Gedun Tharchin
Milano 17 - 19 giugno 2011








****




INDICE


La Consapevolezza, Osso nel cuore 

Rilassarsi e Dimorare nello stato originario della Mente - Sessione mattutina 

- Sessione pomeridiana 

Amore Universale e grande Compassione

















****



La Consapevolezza, Osso nel cuore


Grazie di essere qui, in particolare a Roberto che con la sua buona traduzione mi rende più fiducioso e sicuro in ciò che dico e al centro Mindfulness che con il suo impegno contribuisce al beneficio di molti esseri.
Mindfulness significa consapevolezza, in sanscrito “sati”, un insegnamento diretto del Buddha, il Sati-patthānasutra, adottato dall’intero mondo buddhista in quanto rappresenta il fondamento, l’essenza, della meditazione e tratta delle quattro consapevolezze: la consapevolezza del corpo, la consapevolezza della sensazione, la consapevolezza mente, la consapevolezza dei fenomeni o Dharma.
La consapevolezza è la radice della pratica del Dharma, la forza e l’energia vitale.
Non vi siete mai domandati perché spesso ci sentiamo così stanchi e annoiati? Perché manchiamo di consapevolezza. Essere consapevoli significa avere una mente completa, fresca, carica di vitalità, se invece la consapevolezza non è presente nella nostra esistenza ci stanchiamo facilmente, siamo svuotati, deboli, privi di forza, poiché la nostra mente è totalmente vuota.
La consapevolezza non è importante soltanto nella pratica spirituale, ma investe tutti gli aspetti della vita, permea nella quotidianità ogni azione.
Nutrirsi con consapevolezza, camminare con consapevolezza, guidare l’automobile con consapevolezza, applicarsi a qualsiasi attività con consapevolezza, rende significativo ogni istante di vita, e non si tratta di un fattore mentale acquisito con lo studio, di una mera conoscenza teorica, è la consapevolezza dell’esperienza, assimilata passo dopo passo, fino a che la si vive concretamente sulla propria pelle comprendendone la profonda veridicità.
Ogni evento richiede il necessario tempo per essere sperimentato, per ottenere quei risultati che possono modificare l’esistenza e, se si ha sufficiente pazienza per attuare questo graduale processo, la trasformazione della propria vita è certa.
La consapevolezza in sé e il suo insegnamento sono il cuore delle istruzioni del Buddha, mai messo in discussione da nessuna scuola buddhista, bensì ritenuto da tutti fondamentale e unanimemente accolto e praticato.
In occidente il buddismo è stato spesso definito come un modo di vita, una filosofia, piuttosto che una religione in quanto pone al centro del processo di crescita spirituale la consapevolezza quale fattore assolutamente necessario alla qualità dell’esistenza umana, l’elemento che dà vita alla vita, che imprime senso compiuto ad ogni atto, in ogni istante, mentre senza consapevolezza si è non-vivi, non si ha una reale coscienza del proprio essere.
La consapevolezza è lo spirito portante della filosofia del Buddha.
Nella dottrina induista dei Vedānta è fondamentale la realizzazione del vero sé ed è proprio la consapevolezza quel fattore che permette al sé di conoscere il sé, di prendere coscienza di chi si è, e in questo modo di realizzare il sé, altrimenti, senza consapevolezza non si ha nessuna percezione né conoscenza del sé e quindi non sarà possibile alcuna realizzazione.
Inoltre, senza avere conoscenza di se stessi come si può pretendere di conoscere altro da sé? Impossibile, invece sapere ciò che si è porta automaticamente alla comprensione di tutto il resto.
Il sé di cui parliamo non è affatto quell’io comunemente inteso, bensì si riferisce all’esperienza della propria autentica entità, delle proprie azioni, di cui se ne ha percezione almeno a livello convenzionale.
La consapevolezza è il cuore del cuore, la sua stessa essenza, non è certamente solo di quella pompa meccanica che fa circolare il sangue in tutto il corpo, ma ne è la linfa vitale per eccellenza e con la presenza nel cuore di questo cuore di consapevolezza anche il muscolo cardiaco funziona molto meglio.
Senza consapevolezza il cuore è senza cuore, batte in modo incontrollato; la consapevolezza gioca un ruolo fondamentale nelle azioni della quotidianità, non la si deve relegare unicamente alla sessione di meditazione formale, è presente in ogni istante della vita, vi imprime quel significato che riconosciamo come autentico valore spirituale.
Portare la consapevolezza nel cuore significa animarlo, valorizzare il cuore del cuore che, potenziato di giorno in giorno, trasforma la nostra vita migliorandola costantemente e questo qualità spirituale va ben oltre il mero valore materiale, è illimitata, ha uno sviluppo infinito.
Quando ero un bambino mia mamma, che non sa né leggere né scrivere, mi ripeteva i sempre saggi consigli trasmessi oralmente di generazione in generazione nella sua famiglia e che lei stessa verificava nell’esperienza quotidiana. Ricordo in particolare che mi raccomandava: “quando sei a scuola, qualsiasi argomento tu stia studiando, cogli l’osso, il nocciolo della questione, e mantienilo saldo nel tuo cuore”.
Fisicamente ovviamente non è possibile pensare ad un osso nel cuore, ma spiritualmente è essenziale, è la consapevolezza che infonde intensità in ogni azione, specifica la direzione verso cui andare e l’autentica natura di tutti gli eventi.
Ognuno di noi, senza questo osso nel cuore, può elencare innumerevoli attività iniziate e mai concluse, abbandonate perché scoraggiati, delusi, non più interessati, in uno spreco assurdo di talenti inestimabili, e tale considerazione fa comprendere come sia indispensabile meditare con determinazione, energia, forza sino alla realizzazione dell’osso nel cuore.
Il muscolo cardiaco non è affatto completo nella sua fisicità, esiste un cuore del cuore, la consapevolezza che, alimentata e fatta crescere, permette di riconoscere e far battere il cuore del cuore.
Quando si è sviluppato l’osso nel cuore si è in grado di realizzare qualsiasi intento, ma prima di tutto è necessario capire nel profondo di se stessi la causa determinante che rende la consapevolezza il cuore del cuore, infatti non è sufficiente averne una cognizione meramente intellettuale, acquisizione che molti hanno conseguito e descritto in numerosi libri, ma che a questo livello è completamente sterile in quanto non modifica nulla nella persona, è invece imprescindibile approfondirne la conoscenza tramite l’esperienza diretta, lo si deve sentire sulla propria pelle, perché solo in questo modo ci si assicura della sua reale, autentica, esistenza.
Se ciò non avviene e ci si limita alla nozione teorica, intellettuale, nulla in noi si trasforma, niente cresce e si sviluppa, per poter ottenere un risultato concreto dobbiamo partecipare attivamente, avvertire sulla pelle la vibrazione di questa esperienza e divenire tutt’uno con essa. Soltanto a questo punto possiamo affermare di aver compreso il senso della consapevolezza, dell’osso nel cuore, di averla realizzata.
La percezione personale sulla pelle di tale realtà è un’esperienza squisitamente individuale, però le sue manifestazioni esteriori sono perfettamente visibili a tutti, non lo dico io, è il risultato dell’attento esame di ogni singolo elemento poi riportato dettagliatamente nelle scritture classiche.
Non si tratta di fantasie o storielle, i segni materiali che si mostrano in coloro che hanno raggiunto realizzazioni sono precisi, ad esempio una persona che abbia realizzato la grande compassione, la gentilezza amorevole, incontrando un essere sofferente, ha la pelle d’oca, i peli di tutto il corpo si rizzano e le lacrime sgorgano abbondanti dai suoi occhi.
Questi fenomeni però non corrispondono ad una reazione emotiva di pianto, di impulso pietistico improvviso e labile, ma è una profonda partecipazione di autentico amore che comporta la trasformazione delle emozioni e dei pensieri da negativi in positivi non soltanto a livello di comprensione intellettiva, ma nell’esperienza umana più completa. Solo in questo modo è possibile trasfigurare l’intero sistema dell’esistere.
Per ottenere il reale cambiamento del proprio sistema esperienziale è necessario maturare la grande rinuncia che ha rappresentato il punto di svolta fondamentale nella vita del Buddha.
Nei paesi ricchi tutto è valutato secondo criteri economici, di lusso, e allora si pensa di poter trasformare la propria esistenza rimanendo indisturbati in questa condizione ormai considerata diritto acquisito e applicare dunque una rinuncia senza dover intaccare alcun privilegio.
Una simile rinuncia, facile, rilassante, di prima classe, è in realtà un gioco gratificante dell’ego, una devastante illusione e pessima abitudine che non scalfisce minimamente il bramoso attaccamento ai piaceri e al lusso, si rivela assolutamente inconsistente, fatua e non porta da nessuna parte.
È impossibile liberare realmente se stessi senza una rinuncia autentica, radicale, non comoda.
Io amo molto Jiddu Krishnamurti anche se è davvero difficile seguirlo e applicare il suo insegnamento in quanto non lascia spazio alla minima illusione, è chiarissimo nell’analisi dei fatti, tronca di netto ogni possibile scappatoia ed essendo un maestro dei giorni nostri riconosce tutti gli abbagli e i mezzucci che tentiamo instancabilmente di contrapporre alla verità.
Krishnamurti ripropone gli stessi principi del Buddha, allora espressi secondo i canoni e la cultura dell’epoca, e utilizza con estrema chiarezza il linguaggio dei giorni nostri, comprensibile a tutti, colpisce direttamente al cuore, lo scava sino al nucleo centrale eliminando tutte le nocive barriere difensive inutilmente innalzate nel tentativo di sfuggire i problemi della vita, infila il dito nella ferita per purificarla dai batteri mortali e rende così possibile una autentica presa di coscienza che matura e fa crescere la piena e pura consapevolezza.
Si tratta di un intervento chirurgico certamente doloroso, spiacevole, ma è l’unico mezzo che dà senso alla propria esistenza e nella sua piena comprensione permette di affrontare nel modo migliore e più costruttivo qualsiasi situazione esteriore.
La pratica della consapevolezza non è facile, ma assolutamente indispensabile per poter giungere alla soddisfazione dell’autentico desiderio umano.
Il punto centrale è dunque quello di sviluppare l’osso nel cuore, non certamente a livello fisico, ma spirituale, facendo crescere il cuore del cuore in modo da diventare così saldamente stabili, fermi, decisi, incrollabili, sicuri, confidenti, da poter affrontare qualsiasi turbolenza, difficoltà, situazione imprevedibile.
Attraverso l’esperienza maturiamo la conoscenza certa di ciò che è essenziale e doveroso realizzare, qui ed ora, il cuore del cuore.
Personalmente sono stanco di parole, sono arrivato in Italia quindici anni fa e da allora parlo e parlo senza fine, ma mi pongo seriamente la domanda se qualcosa di tanti discorsi abbia mai raggiunto un obiettivo, non soltanto per gli altri, ma anche per me stesso e mi rendo conto che, sempre, quanto conseguito oggi è regolarmente dimenticato domani, obbligando così a ritornare incessantemente alla condizione iniziale e ripartire ogni volta da zero poiché nulla è cambiato.
Qui ho parlato per quindici anni, ma ancor prima in monastero ho studiato, letto, dibattuto, approfondito le scritture, e malgrado una storia così lunga cosa ho realizzato? il Buddha in soli sei anni, ben determinato, ha raggiunto l’illuminazione!...
Si parla e parla impastoiati nel samsāra materiale, poi si continua a parlare e parlare e comincia il samsāra spirituale, e così senza fine si ruota ritornando di continuo al punto di partenza, incatenati in una staticità dolorosa, dunque è assolutamente necessario modificare un simile stato di fatto e realizzare davvero qualcosa, qui e ora, in questo stesso incontro, altrimenti nulla cambierà.
Una trasformazione anche minima deve avvenire qui, adesso, questa è la concretizzazione dell’autentica spiritualità.

Riflettiamo su alcuni versi del sūtra del Buddha Śabda mahā prasamga tantra1 :
“ Tutte le tracce generate dal karma
Vengono accumulate sulla condizione originaria dell’individuo,
A causa della radice dell’ignoranza.
Si degenera così nella condizione dualistica e illusoria,
In cui si distingue il soggetto dall’oggetto;
Appaiono i cinque oggetti dei sensi e nasce
Il corpo con le sensazioni ad esso legate, di
Piacere, dispiacere e indifferenza;
Sorgono le cinque passioni fondamentali e,
Nell’alternarsi ininterrotto di queste visioni,
Ha inizio così la trasmigrazione,
La cosiddetta visione relativa.
La mente è la base della trasmigrazione
E dell’illuminazione,
Perciò è necessario conoscere la mente.”
Lama: E’ chiaro?
Risposta: No!
Allora rileggiamo frase per frase:
“Tutte le tracce generate dal karma
Vengono accumulate sulla condizione originaria dell’individuo”
Stiamo parlando della vita intera di un individuo a cominciare dalla sua nascita, istante in cui si presentano tutte le tracce karmiche precedentemente maturate e iniziano a formarsene altre.
“A causa della radice dell’ignoranza”
Perché tutto ciò avviene? a causa dell’ignoranza fondamentale, che non è mera nescienza, bensì la non conoscenza della propria condizione originale.
“Si degenera così nella condizione dualistica e illusoria,
In cui si distingue il soggetto dall’oggetto e nasce
Il corpo con le sensazioni ad esso legate, di
Piacere, dispiacere e indifferenza”
Da questa condizione non vera, dualistica e illusoria, scaturiscono e si manifestano i cinque oggetti dei sensi con sensazioni piacevoli, spiacevoli e neutrali, indifferenti.
“Sorgono le cinque passioni fondamentali”
Le passioni sono molto importanti perché sono parte naturale della vita oggetto di inevitabili condizionamenti.
“Nell’alternarsi ininterrotto di queste visioni,
Ha inizio così la trasmigrazione,
La cosiddetta visione relativa.”
L’alternanza di tutto questo è parte della vita, si inizia la mattina con il caffè e si termina la sera con una camomilla, giorno dopo giorno, con sensazioni e passioni piacevoli, spiacevoli, e neutrali, indifferenti. La trasmigrazione in questo modo avviene quotidianamente, non è necessario aspettare chissà cosa, è sufficiente avere consapevolezza dell’azione.
Noi generalmente lavoriamo per lavorare, senza chiederci il senso di ciò che stiamo facendo, bisognerebbe invece imparare a lavorare per non dover lavorare, senza incrementare gli impegni in un infinito spreco di tempo ed energie, dobbiamo maturare consapevolmente il senso del lavoro riducendone in questo modo il peso, la fatica. Il rimedio ad ogni ostacolo è la consapevolezza della mente.
Ogni risultato, seppur minimo, ottenuto nella consapevolezza trasforma se stessi, incoraggia, stimola, rende migliori, questo osso nel cuore è il diamante, il vajra del cuore.
“La mente è la base della trasmigrazione
E dell’illuminazione,
Perciò è necessario conoscere la mente.”
Che significa conoscere la mente? vuol dire averne una conoscenza pienamente concreta, non a livello intellettuale, ma nella consapevolezza del corpo, della sensazione e della mente stessa. Buddha non ha mai formulato pure astrazioni, ma ha toccato direttamente tutto ciò che concreto, umano, tangibile, noi invece per eludere modalità tanto semplici e realmente applicabili abbiamo complicato, mistificato tutto.
Conoscere la sensazione, il corpo, la mente, significa averne realizzato la consapevolezza che porta alla quarta consapevolezza, del Dharma, della saggezza, della visione profonda.

Concludiamo questa prima serata con qualche minuto di meditazione sulla consapevolezza della mente.

Grazie a tutti.






***

Rilassarsi e Dimorare nello stato originario della Mente

- Sessione mattutina -

La mattina la mente è più calma, pura, naturale, fresca e serena, meno confusa, è il momento migliore per meditare, ed è importantissimo che ognuno vi si predisponga nel rispetto delle proprie attitudini fisiche e mentali, senza forzare nulla.
La base da cui iniziare è la corretta postura in grado di mantenere il corpo in uno stato confortevole, ben rilassato, mai costretto o rigido, anche il fisico deve essere lasciato libero, svincolato dai pensieri, dalle ossessioni, dall’attaccamento, dalla rigidità di dovere stare in un determinato modo vincolante; il secondo passo è il respiro che altrettanto deve essere lasciato dolcemente andare, libero come il vento nel bosco, calmo, profondo, senza controllo, non influenzato da emozioni, angosce, pensieri, preoccupazioni; il terzo punto importante riguarda la mente che, altrettanto, deve essere liberata dai pensieri.
Stiamo completamente rilassati nella libertà di corpo, respiro e mente.

(segue meditazione)

Riflettendo sulla consapevolezza, Sati, mi sono ricordato che nella lingua del mio paese di nascita, il Nepal, questa parola significa amico e improvvisamente ho preso coscienza che davvero la consapevolezza è il mio miglior amico, in sua compagnia non ho timori perché è ciò che rende utile e significativa la mia vita.
Sati è chiunque ci sia vicino, parenti, genitori, colleghi, amici e, indipendentemente dal tipo di relazioni intrinseche alla natura umana, buone, cattive, neutre; tutte, indistintamente, rappresentano l’amico di consapevolezza.
A volte questo sati è duro, severo, altre dolce, amorevole, ed altre ancora irritante, rigido, ma questa è la sua precisa funzione, quella di correggere i nostri errori.
Sati è chiunque ci sia accanto in quel preciso momento, indipendentemente dal suo comportamento, è la consapevolezza che si manifesta, interagisce e insegna. L’essere umano è una specie sociale, la sua stessa natura lo porta a condividere, a partecipare, a comunicare azioni che sono rese significative dal riconoscimento dell’amico di consapevolezza in qualsiasi individuo si incontri ed esprimono il senso della stessa specie umana.
Nel Cristianesimo si insegna che l’attitudine caritatevole deve iniziare dalla propria casa, dalle persone più vicine, e altrettanto la pratica del Dharma comincia dalla casa, dai parenti, dagli amici.
La meditazione principia in casa, non è importata dal tempio alla casa, ma, al contrario, è esportata dalla casa al tempio, noi invece applichiamo l’attitudine esattamente opposta, pensiamo di poter portare la pace unicamente dalla chiesa alla casa, mentre la si deve maturare prima di tutto nella propria casa, nelle relazioni concrete quotidiane, e solo in seguito portarla alla chiesa.
Questo è un concetto difficile poiché contraddice la consueta attitudine e richiede un duro lavoro, concreto, sostanziale quanto necessario per essere sati, consapevolezza.
La mia comunità monastica in India è costituita da numerosi individui, alcuni più istruiti, altri particolarmente avanzati nella pratica, così è molto difficile che si verifichino litigi, ci sono confronti, a volte possono sorgere normali piccole difficoltà, ma mai bisticci né aspri contrasti, così al mio arrivo in Italia sono stato veramente scioccato nel fare esperienza per la prima volta di conflitti aspri, di ostilità espresse con eloquente aggressività, a tutti i livelli, nella società civile, nella famiglia. Ho dovuto constatare quanto sia difficile praticare in simile contesto il Dharma, la Carità, la Consapevolezza, prima non avrei mai potuto immaginare l’esistenza di scontri così violenti e aspri tra esseri umani, nelle famiglie, nelle amicizie, in tutte le relazioni.
Gesù Cristo dicendo che la carità comincia dalla propria casa ha dato un avvertimento fondamentale, estremamente saggio.
Un altro shock, quasi divertente se non fosse drammatico, lo rivivo ogni volta durante le varie manifestazioni pacifiste, tutti lottano per la pace affermando di auspicarla con ogni mezzo, però litigano tra loro furiosamente perché ognuno vuole indiscutibilmente imporre il proprio individuale punto di vista ritenendolo indiscutibilmente superiore a qualsiasi altro, poi tutti insieme aggrediscono e bisticciano con i non-pacifisti, insomma è una guerra totale con cui si pretende di affermare la pace!...
Questa è l’espressione della natura umana, di come si muove la mente umana.
Sappiamo che la base del samsāra e del nirvāna è la mente e, se non la accudiamo con consapevolezza, essa sbanda senza controllo e agisce in modo assolutamente stupido, sciocco, inconsistente, la mente entra in contraddizione con la mente stessa, questo è il problema, si vuole la pace e si fa la guerra senza nemmeno accorgersi dell’assurdità di un comportamento così insensato e contraddittorio, si è completamente limitati e chiusi nella meschina ottusità di un ego sempre più forte in quanto privo di consapevolezza.
Suggerisco dunque di affrontare questo stesso incontro non solo per ascoltare e studiarne l’argomento, ma per riflettervi e interiorizzarlo, per ottenere una seppur piccola realizzazione, o almeno per piantarne il seme dell’ottenimento, perché, se non ora, quando?
Tutte le condizioni favorevoli per farlo sono presenti, qui e adesso, e offrono ad ognuno l’opportunità di giungere ad una conclusione di realizzazione.
Con il termine “realizzazione” pensiamo immediatamente a un evento mentale estremamente complesso, elevato, difficile, invece è molto semplice, il primo passo consiste nell’abbandonarsi completamente, senza aspettative, lasciare andare almeno in quel momento tutte le preoccupazioni, le ansie, i timori, le difficoltà, essere autenticamente svincolati da tutto, rilassare la mente e ogni cellula del corpo e vivere completamente ogni istante nella pienezza della libertà, questa è la base che permette la possibilità di compimento di tutti gli ottenimenti.
In tibetano questo fondamentale processo di rilassamento è espresso con le parole Nel-So, Nel significa stanchezza o noia, e So indica l’essere nello stato di rigenerazione che libera dalla stanchezza e dalla noia.
Siamo tutti stanchi, annoiati, condizionati dalla pressione della vita moderna, eppure non ci manca nulla, né cibo, né abiti, né abitazioni, dunque noia e stanchezza sono totalmente irragionevoli; questo è il dramma della nostra vita, ma come uscirne? come rigenerarsi, rivitalizzarsi?
Si comprende senza difficoltà a livello razionale il significato del rilassamento, ma ciò che è davvero difficile è sapere concretamente come farlo, come rilassarsi. Nel tentativo di rispondere a questo interrogativo sono state elaborate le più svariate tecniche sia sul piano mentale che fisico, le indicazioni per praticare la meditazione non mancano, tutto ciò è indubbiamente valido, buonissimo, ma il vero punto è: - Si riesce realmente a rilassarsi? Se ne è capaci? Si è compreso davvero in che modo ci si rilassa?-
Il dramma è proprio questo, malgrado si viva in una società altamente tecnologica e ricca di ogni bene, si è perennemente tesi, stanchi, avviliti, annoiati, perché si è incapaci di rilassarsi, non si sa da che parte cominciare.
Siamo a Milano, una città che offre ogni lusso e le tecnologie più avanzate, eppure la gente non è affatto serena, in pace, e allora dov’è l’ostacolo? Mancano tecniche meditative? Non si ricevono speciali iniziazioni? Non vengono impartite benedizioni per ottenere il rilassamento?
Nulla di tutto ciò, il problema consiste nel non aver compreso come un essere umano semplicemente possa rilassarsi naturalmente.
Mi ritorna sempre alla mente il ricordo della sera di un inverno molto freddo alla stazione di Roma Termini, aspettando il treno osservavo due persone che non avevano nulla, erano senza coperte e poco vestite, eppure dormivano placidamente su una panchina, in pace, rilassate per nulla turbate dalla confusione, dal chiasso, dal freddo pungente. Ne sono stato profondamente colpito, noi che abbiamo tutto non conosciamo questa tranquillità.
Al mio arrivo in Italia il primo ricordo è di piacevolezza, di confort, mai avevo dormito tanto comodamente su materassi alti e letti comodissimi, nelle case ci si ripara dal freddo con il riscaldamento e dal caldo con l’aria condizionata, le dispense sono ben fornite, ogni comodità è presente eppure la gente soffre di insonnia, di attacchi di panico, di ogni possibile tensione.
Dov’è il problema? Nell’incapacità di rilassarsi, non è necessario cercare chissà dove il significato e l’applicazione della meditazione, si tratta semplicemente di imparare a trovare il naturale stato di rilassamento, essere nella condizione di Nel-So, cioè rigenerarsi dalla stanchezza dalla noia permanendo in un effettivo stato meditativo. Si applica Nel-So del corpo, Nel-So della parola, e Nel-So della mente.
Queste tre forme di rilassamento sono fondamentali, ma per realizzarle è necessario capire quali sono le condizioni che permettono di rilassare il corpo, la parola e la mente, questo è l’interrogativo primario che dobbiamo porre a noi stessi, sapendo che trovare la giusta domanda è tanto importante quanto difficile.
Tutte le nostre difficoltà si rivelano prepotentemente non nelle risposte, ma soprattutto nelle domande. Non esistono risposte in grado di agire istantaneamente quasi fossero compresse di aspirina, la soluzione ad ogni problema è nella giusta domanda.
Adesso pongo io questa domanda ad ognuno di voi, come rilassate corpo parola e mente?
Risposte:
- Nella mia esperienza, con la meditazione -;
- Quando mi accorgo che la mente è turbata, incontrollata, la meditazione la può placare -;
- io uso spesso il respiro perché ho idea che mi riporti all’essere qui e ora, e cerco di imparare ad abbandonare le comodità superflue cui è così facile assuefarsi e ritenere irrinunciabili -;
- con il silenzio e il vuoto -;
- io non ci riesco;
- dipende, ci sono molti mezzi, la meditazione ma anche il bagno turco, però esistono condizioni che rendono insufficiente qualsiasi metodo -;
- alcune volte leggendo, ma trovo difficoltoso rilassarmi -;
- per me è sempre stato difficile dire: “faccio questa cosa in questo momento”, c’era sempre una buona scusa, “domani, quando me la sentirò, quando ne avrò voglia…” poi con la meditazione ho cominciato a collegare la mente con il corpo e ad esercitare una netta volontà riuscendo alcune volte, lentamente e faticosamente, a fare le cose di cui avevo bisogno in quel preciso momento -;
- io penso che lo stress derivi dal conflitto costante che c’è in noi, le condizioni esterne certamente influiscono, ma le cause sono soprattutto interne e l’unica possibilità di rilassarmi è lasciar andare, accettandomi così come sono con la stessa incapacità a rilassarmi, e nel momento in cui riesco a farlo mi rilasso -;
- dipende dal tipo di tensione, dalla situazione, non ho la risposta -;
- osservando dove sono contratto, irrigidito, e sviluppando un senso di apertura, di lasciar andare -;
- io ci provo, qualche volta funzione, altre no, osservare il respiro e la mente liberandola dai pensieri, mi aiuta -;
- Il contatto con la natura, anche solo tagliare l’erba -;
- con la musica, con il respiro, accettare me stessa così come sono mi è di grande aiuto, ma dura pochissimo e l’ansia ritorna immediatamente -;
- la musica, la natura e lo sport sono le cose che possono aiutarmi, e quando non ho la possibilità di praticarle cerco di rimanere in ascolto di me accogliendo me stessa anche in quegli aspetti che giudico criticamente e non vorrei mai accettare -;
- penso che ci siano piani diversi di agitazione, nel corpo o nella mente o in entrambi contemporaneamente, io ho lavorato molto con lo yoga e questo mi ha permesso di utilizzare metodologie che favoriscono lo scioglimento delle tensione, però spesso non bastano e tutto ritorna come prima, l’unico mezzo per ridurne l’intensità e osservare con distacco il fenomeno -;
- dipende dai momenti, mi aiuta la musica classica, i canti della natura -;
- Io cerco sempre di concentrare l’attenzione nell’accettare tutto e non rifiutare nulla e quando è più difficile, un dolore fisico o pensieri negativi, osservo l’evento senza identificarmi. Infine trovo sempre motivi per rigioire di qualcosa, di essere al servizio, di godere delle gioie altrui -;
- a me aiuta molto la pratica di consapevolezza e anche lo yoga e la meditazione di Mettā -;
- quando mi accorgo di non essere rilassata è già una bella conquista, dopo di che cerco di osservare e accettare il dato di fatto, mi aiuta anche l’attività fisica -;
- è vero, quando si può prendere atto di un limite è come se la mente rallentasse e fosse più capace di osservare -;
- io cerco degli spazi nella solitudine perché posso riflettere con più chiarezza sui difetti, sulle difficoltà, e mi piace moltissimo camminare nella natura -;
- anch’io con la solitudine, quando raggiungo il mio limite di resistenza cerco di staccarmi fisicamente da tutto e da tutti -;
- io cerco di capire qual è la causa dell’agitazione, solo in questo modo la vedo all’esterno e riesco a rilassarmi, uso molto il camminare, lo sport-;
- io impiego il tempo della pausa pranzo, mi fermo, ascolto, riconosco dove c’è tensione, tento di separare immediatamente l’osservazione dai giudizi che sorgono spontanei e cambio postura fisica -;
- le due cose che applico regolarmente sono l’immaginazione e il sogno, in entrambi trovo un momento di rilassamento e ciò che cerco di fare è distinguere la brama dal desiderio -;
- io faccio una vita probabilmente molto diversa da quella degli altri, vivo in mezzo alla natura, in una solitudine quasi totale e a volte è davvero noioso per me, ogni situazione presenta aspetti positivi e negativi. Cerco di concentrarmi sulle sensazioni corporee, e una situazione in cui mi rilasso istantaneamente è trovarmi di fronte ad uno specchio d’acqua, un lago -;
- in questo momento io mi sento un caso clinico perché non riesco a trovare nessun modo per rilassarmi, il corpo mi manda segnali precisi con gastriti, coliti e altro mentre la mente continua a ripetere ossessivamente: Rilassati! Rilassati! Rilassati… ottenendo ovviamente il risultato contrario -;
- io ho scoperto la natura, l’orto e quando lo stress è davvero troppo mi fermo e sto a vedere cosa succede, tutto questo mi rilassa moltissimo -;
- io le ho provate tutte e con scarsi risultati, l’unico elemento che mi pare possa funzionare è la capacità, e ci riesco pochissime volte, di tenere a bada questo ingombrante, invadente incombente ego. L’ego distrugge tutto, è un dato di fatto, solo quando si riesce tenerlo sotto controllo, la meditazione, il rilassamento, ha un effetto più duraturo, altrimenti non appena ci si alza dal cuscino tutta l’agitazione ritorna più forte di prima -;
- non solo oggi, ma l’intero periodo in cui stiamo vivendo è di agitazione irrefrenabile, quindi il significato di rilassamento è molto difficile. Per me, almeno a livello di intuizione, il rilassamento è ritornare a casa. Intravvedo i maestri, come Geshe-lha, che dimorano nella casa e mostrano con il loro stesso modo di essere come entrarvi e come abitarla, mettono a disposizione tanti mezzi, poi però mi accorgo che solo io posso muovermi per tornare a casa, ci provo in mille modi scontrandomi ogni volta con una forma di agitazione diversa, sono dunque perennemente agitato, prima o poi ci arriverò, non so quando, ma…-
Lama: Mentre voi rispondevate io mi sono davvero rilassato…
Una risposta univoca e valida per tutti non può esistere, ognuno deve trovare, tramite la propria esperienza, quella più confacente e non solo per interesse esclusivamente personale, ma per la pace, la tranquillità, la serenità e la gioia dell’umanità intera, per gli animali con cui condividiamo il pianeta, per il mondo vegetale e minerale, acqua, terra, fuoco e aria. L’universo è immenso, l’universo è noi e noi siamo l’universo.
La visione non dualistica è essenziale per maturare un approccio autentico con la realtà di Dio, dello Spirito Santo, della natura di Buddha, di Brahmā; nell’immensità dell’universo il tutto è uno, e l’uno è il tutto non c’è limite allo spazio, invece noi, a causa della nostra ignoranza fondamentale, richiudiamo noi stessi nella piccolissima cella di ferro del’io, senza finestre né porte né aria, e in simili condizioni di drammatica prigionia non riusciremo mai a rilassarci veramente e profondamente, non potremo in alcun modo liberarci da noi stessi, e la tragedia è che nessun altro lo potrà fare al posto nostro e, così come nessuno può murarci in questa prigione, altrettanto non può tirarcene fuori, solo noi possediamo la chiave per incatenarci al buio o per librarci nello spazio senza limiti.
Questa è l’essenza potente del Dharma, di Dio, dello Spirito Santo, di Brahmā, del Buddha, la grandezza naturale della vita, della capacità umana che tutti possediamo in egual misura, è infinita, eppure noi decidiamo di circoscriverla. Il distacco dal misero io, l’apertura, la libertà, la vita nell’universo è la fonte dell’amore universale, la grande compassione.
I problemi in questa breve esistenza sono piccolissimi, comunque fugaci, si risolvono da soli, come ha scoperto il Buddha raggiungendo l’illuminazione: “Tutti i fenomeni composti sono impermanenti”. Tutte le situazioni che compaiono nella nostra vita sono insegnamenti, le sofferenze, gli ostacoli, i dolori, che ci permettono di maturare umanamente, di espandere il nostro cuore, sono preziose benedizioni e non certamente le piacevolezze che passano distrattamente. La croce di Gesù significa proprio questo, non è l’oggetto in sé, né una tortura imposta dai romani, è il messaggio del supremo potere della vita, lo sviluppo dell’amore universale, della grande compassione.
Tutto è così chiaro, evidente, eppure ancora non capiamo nulla, perché? è una domanda che pongo a me stesso e ne sono scioccato.
Abbiamo iniziato questa riflessione analizzando il processo di rilassamento nei tre elementi di corpo, parola (o respiro), e mente. Rilassare il corpo è complicatissimo, la parola è ancor più arduo, e la mente è estremamente difficile, eppure tutti e tre sono inscindibilmente interconnessi tanto che è impossibile rilassarne solo uno senza l’ausilio degli altri due ed è inoltre necessario cominciare sempre dall’aspetto più evidente, il corpo, in cui alita il respiro, per passare infine alla mente.
La prima difficoltà che avvertiamo nell’impatto diretto e immediato del rilassamento è con il corpo, composto da una quantità incalcolabile di cellule composte da infiniti atomi, è un immenso laboratorio dotato di congegni raffinati e per poter rilassare anche uno solo di questi atomi lo strumento idoneo è la meditazione che consiste nel riflettere, contemplare, rivolgere lo sguardo e l’attenzione alla propria interiorità.
La scienza moderna ci è di aiuto nella possibilità di comprendere il complesso meccanismo del corpo, conoscenze che il Buddha aveva già maturato duemilacinquecento anni fa. La consapevolezza del corpo non guarisce miracolosamente ogni malanno, ma aiuta, potenzia, valorizza l’efficacia di ogni cura, del cibo, delle medicine, dell’attività fisica.
I conflitti che ci turbano non sono imputabili a nessuno, producono una gran quantità di energia che può essere, con l’ausilio di questo attrezzatissimo laboratorio, trasformata nella consapevolezza della presenza “del cuore del cuore”.
Non pretendiamo di diventare grandi yogi come Bodhidharma, Milarepa, Sāntideva, ma possiamo utilizzare questo misterioso laboratorio per ciò che ci è necessario, utile momento per momento. Dobbiamo con consapevolezza imparare a riconoscere la radice dei problemi, delle difficoltà, dei conflitti, non esiste un’unica risposta perfetta, valida per tutto.
Domanda: Con la meditazione io non mi rilasso affatto, anzi se sono turbata da qualche conflitto e decido di meditare mi arrabbio ancora di più, e solo quando capisco il motivo della mia agitazione mi rilasso, sto bene e riesco a meditare.
Lama: Questo è un problema comune, la meditazione è inscindibilmente legata al rilassamento senza il quale è impossibile applicarvisi. La meditazione non può mai essere indotta con la forza, deve scaturire naturalmente nella calma, nella gioia, nell’armonia e quando si avverte fastidio, scomodità, irritazione, si deve interrompere subito poiché è assolutamente inutile forzare una condizione al momento impossibile, questa interruzione renderà più proficua e concreta la pratica nel giusto momento, la meditazione è molto sottile.
Domanda: Ognuno indubbiamente ha i suoi metodi di rilassamento, però ci saranno oggettivamente delle tecniche migliori a cui riferirsi quando non si sa da che parte cominciare, se non si riesce in alcun modo, come si deve procedere?
Lama: La ricetta non è ancora pronta. Nella pratica spirituale il Nel-So è molto importante. Un altro termine fondamentale per i tibetani è Rang-Pab e significa dimorare nello stato originario di chiarezza e purezza della mente che ha abbandonato tutti i concetti costruiti secondo criteri ordinari.
Non si riesce a rilassare la mente perché ci si scontra con le turbolenze delle emozioni, la mente è come una candela nel vento la cui fiamma si muove convulsamente, ma non appena il vento cessa si stabilizza istantaneamente ed emette una luce migliore, ferma, splendente. Questa è una metafora perfetta per spiegare come la mente senza l’agitazione dell’emotività si distende e scopre il suo stato originario, naturale, liberato da tutte le impalcature concettuali costruite successivamente.
I pensieri sono basilari per l’espletamento delle attività quotidiane, per la sopravvivenza, ma d’altra parte disturbano, oscurano, la purezza originaria della mente, dovremmo dunque diventare abili nell’utilizzarli, traendone il necessario contributo concettuale ed emotivo impedendo nel contempo che interferiscano, ostruiscano ed oscurino la natura originaria della mente.
Questo è un segreto che, volendo attenersi ad una prassi canonica, non si dovrebbe divulgare prima di aver conferito la relativa iniziazione, ma pazienza, vuol dire che qui ho fatto un’eccezione!...
In realtà l’iniziazione esiste già, poiché lo stato naturale di chiarezza e purezza della mente è presente, se così non fosse sarebbe impossibile qualsiasi forma di consapevolezza.
La chiarezza e purezza originaria della mente è descritta in vari modi: “mente primordiale” oppure con termini più filosofici, “mente innata” o “non nata”, e comunque la si definisca implica la stessa qualità della mente illuminata.
Le iniziazioni servono soltanto per ricordare questa comune qualità e non per creare magiche connessioni, infatti siamo già connessi con Dio, con il Buddha, con il Dharma e con il Sangha, non occorrono altri interventi dall’esterno, è un diritto naturale di tutti gli esseri senzienti.
Rang-Pab, il dimorare nello stato originario della mente, è il significato ultimo del rilassamento.
Domanda: Rilassamento del corpo e della mente non sono sufficienti? Dunque perché anche il rilassamento della parola?
Lama: Questa è un’indicazione specifica per gli italiani!...(scherzo), in realtà i tre aspetti completi di rilassamento sono del corpo, del respiro e della mente.
Domanda: Hai parlato di Rang-Pab, ma in cosa è differente Rig-pa?
Lama: Rig-pa sarebbe “la mente innata”, però qualsiasi interpretazione dipende dall’ambito in cui la si applica; nel contesto tibetano con questa parola si definisce comunemente una persona intelligente, mentre negli studi dei sūtra, in cui si analizzano in modo particolareggiato tutti i fattori mentali, Rig-pa corrisponde alla precisa definizione di mente, o più esattamente “alla cosa che ha capacità di intelligenza”. Invece nel Māhamudhrā, Rig-pa indica rigorosamente la mente di Māhamudhrā, cioè lo stato originario della mente. Vi sono dunque vari livelli del significato della parola Rig-pa.
Il linguaggio è la chiave essenziale con cui si trasmettono concetti, e le traduzioni in altre lingue, unitamente all’uso diversificato degli stessi termini, costituiscono la causa di moltissimi fraintendimenti, errori clamorosi, ed errate interpretazioni.
Ad esempio la parola the pare molto semplice, priva di possibili distorsioni, il the ha avuto origine in Cina e poi si è diffuso in tutti i paesi del mondo mantenendo la stessa denominazione, eppure in Tibet il the corrisponde ad una bevanda salata e grassa con latte, burro e sale, simile al brodo, in Cina ad un delicato the verde o al gelsomino, in India ad un aromatico e dolce masala the, in Giappone è preparato con altre modalità e miscele, e in Italia è una semplice tazza di acqua calda in cui immergere una bustina.
La stessa parola posta in contesti differenti cambia completamente di significato e ciò è quanto avviene con gli insegnamenti, per cui è indispensabile non fermarsi al significato letterale del termine usato, ma approfondire, cercare, conoscere la sostanza, l’intenzione originale, che quel termine vuole trasmettere in quella determinata condizione.




****

- Sessione pomeridiana -


Iniziamo la sessione pomeridiana con la meditazione, e per favorire il rilassamento ascoltiamo il canto di alcune magnifiche preghiere, tibetane e indiane.

(segue meditazione)

Com’è stata la meditazione?
Risposta: io mi sono addormentata…forse il vento, la musica…
Domanda: in questa meditazione con la musica c’è un oggetto definito? È sufficiente la consapevolezza sul respiro o si deve avere anche quella sulla musica?
Lama: Non c’è nessun oggetto, è libera e liberante, se ci si attacca alla meditazione o a qualche suo aspetto la si rovina sul nascere, si creano ostacoli inutili, non è facile rilassarsi nello spazio infinito, senza barriere, nello stato originale della mente, ma è l’unica realtà possibile, il Dharma è un valore universale.
Domanda: Non capisco il significato di “stato originale” assolutamente libero, io ad esempio ho meditato pensando a mia figlia, dalla sua nascita ad oggi, non sono riuscita a liberare la mente dai pensieri sorti spontaneamente e che hanno occupato l’intero spazio, è stata meditazione o no?
Lama: E’ la strada verso la meditazione, che in nessun caso può verificarsi all’istante, è l’intenzione che induce a camminare verso l’Amore universale.
L’Amore universale è il supremo valore spirituale, che nulla esclude, comprende ogni realtà, e tutti noi andiamo in quella direzione nello spazio infinito, nell’apertura e nella libertà totale, ma la strada è lunga e nel percorso incontriamo infiniti elementi, così è la vita, tu ad esempio meditando hai trovato il pensiero di tua figlia, va bene, ciò che conta è l’intenzione che dà senso a qualsiasi cosa, il problema sorge quando non se ne ha consapevolezza, quando manca l’intenzione, lo scopo, e si procede alla cieca sprecando la vita in una non-vita.
Domanda: Che differenza c’è tra il sonno e la meditazione?
Lama: La meditazione è principalmente determinata dall’intenzione, dalla motivazione, dall’intento di dirigersi verso l’amore universale, la grande compassione, e qualunque passo si compia in quella direzione è meditazione. Se ci si addormenta con quell’intento anche il sonno diventa una forma di meditazione poiché a livello inconscio o subconscio il lavoro interiore continua su questa base, è l’immensa ricchezza del Dharma che non contraddice mai le norme di buonsenso che regolano la quotidianità.
Domanda: Se non ricordo male la meditazione comprende tre aspetti, del corpo, del respiro e della mente, che il corpo e il respiro debbano essere liberi è facile da capire, ma mente libera significa lasciarle fare ciò che le pare?
Lama: Mente libera è lasciar andare con consapevolezza i pensieri sin dal loro sorgere, non fermarli, non interferire con il loro accadere, non attaccarsi né dare importanza, perché altrimenti la mente si riempie di una quantità folle di concetti che invadono e occupano tutto lo spazio.
E’ possibile agire in questa direzione soltanto con una mente consapevole della mente, la metafora potrebbe essere rappresentata dalle nuvole che scorrono nel cielo, vanno e vengono senza che nessuno debba controllare o bloccare il loro naturale movimento. Questa è la pratica della consapevolezza della mente, il non afferrare la mente, ma osservarla, liberare se stessi da se stessi è molto importante.
Siamo talmente attaccati a noi stessi che incrementiamo la sofferenza in questo faticosissimo sdoppiamento, quando noi - uno - diventiamo due ci aggrappiamo e l’uno all’altro ed entrambi soffriamo e ci sfiniamo in un enorme lavoro assolutamente inutile. La piccola mente ottusa e annebbiata ci ripete noiosamente: “questo è il lavoro più importante che tu possa mai fare, lo è quanto la vita” così, invece di trovare la tanto desiderata felicità affondiamo nelle difficoltà, nei problemi, nelle afflizioni, sempre più impantanati nelle sabbie mobili da cui non sappiamo come liberarci, come possiamo essere tanto sciocchi è un vero mistero!..
Ricordo una scenetta da circo in cui un clown scindeva la propria personalità in due personaggi distinti che litigavano furiosamente tra loro e ciò corrisponde esattamente alla nostra attitudine consueta, siamo uno ma ci duplichiamo afferrandoci vicendevolmente e sprechiamo tutto il tempo di questa vita nella lotta assolutamente insensata del devastante attaccamento all’ego.
Dall’attaccamento verso gli altri è più facile liberarsi, ma da quello verso se stessi è assai più difficile, è la radice di qualsiasi forma di attaccamento.
Domanda: Hai detto che bisogna lasciar andare tutto, senza però forzare la mente che deve essere completamente libera, ma allora come possiamo utilizzare gli strumenti e le tecniche suggerite per favorire la meditazione e che in un certo modo devono essere controllate, guidate?
Lama: Non lo so, l’unica cosa che realmente conta è l’intenzione quando si ha la chiarezza della motivazione, qualsiasi strumento e tecnica possono essere favorevoli per la vostra pratica, anche necessari, ma nessuno è indispensabile.
Abbiamo bisogno di liberarci anche dalla meditazione e dalle diverse modalità di applicarla, perché, come tutte le cose, nulla è definitivo, tutto cambia. Le forme di comunicazione, di preghiera, si sono trasformate nei secoli, nel passato se non facevate determinate pratiche religiose potevate essere crudelmente puniti, ora una simile coercizione sarebbe impensabile.
Domanda: Ho letto vari libri sulle “Quattro Nobili Verità” e mi pare che le interpretazioni sulla seconda verità, la causa della sofferenza, non siano sempre concordi, infatti a me pare ci sia una differenza sostanziale tra l’affermare che ogni emozione è sofferenza e quella che ogni attaccamento è sofferenza, esprimono due condizioni diverse…
Lama: Come ho detto questa mattina dall’utilizzo del linguaggio, dalle traduzioni, sorgono incomprensioni e fraintendimenti. La parola sanscrita Dukkha è stata tradotta nelle lingue occidentali in sofferenza, pena, insoddisfazione, e ancora altro, sono molteplici le sfumature e le interpretazioni a seconda del contesto in cui si usa questo termine. Il testo autentico, l’unico in cui si può leggere con consapevolezza e senza inganno è il proprio cuore.
Il Buddha asserendo le quattro nobili verità ha presentato in primo luogo la naturale, comune, esperienza umana che, indipendentemente dalle condizioni esterne, è permeata da una senso di insoddisfazione, di non contentezza, di sofferenza mentale.
Se impariamo a penetrare consapevolmente il nostro cuore possiamo cominciare a comprendere le quattro nobili verità che racchiudono l’universo intero, non solo il nostro piccolo essere.
La verità della sofferenza è in realtà il suo stesso rimedio se la si riconosce nella sua essenza.
La visione che noi abbiamo della sofferenza e della felicità è completamente falsa, carichiamo di significato ciò che in realtà non ne ha, ed è questo da cui dobbiamo liberarci.
Il significato delle quattro nobili verità è sottile, infatti si parla di Verità e non solo di sofferenza, questa è la differenza sostanziale, la visione corretta della verità della sofferenza è il suo superamento effettivo, la realizzazione della verità della sofferenza è il cammino verso la cessazione della sofferenza.
Nella terza nobile verità, della cessazione della sofferenza, tutto è armonico, senza distinzione tra soggetto e oggetto, senza dualismo, senza contraddizione tra mondo spirituale e mondo materiale, mondo samsarico di sofferenza e mondo dharmico.
La comprensione della seconda nobile verità, della causa della sofferenza, è sostanziale per non produrre ulteriore karma.
Domanda: Per non reiterare il karma e rimanere bloccati in esso dobbiamo fermare in qualche modo la sofferenza?
Lama: Il karma accumulato è già presente e dobbiamo impegnarci per purificarlo, ma soprattutto non dobbiamo crearne di nuovo e, con la pratica spirituale, camminare verso l’Amore universale. In che modo?
Risposte: Rinunciare all’attaccamento;- uscire dall’ignoranza; - non far male agli altri; - evitare le emozioni negative; - realizzare la vera natura della mente; - abbandonare le consuete paranoie….
Domanda: Come si traduce esattamente in italiano il termine karma?
Risposte: Azione; - legge di causa effetto…
Lama: Nel linguaggio Vedānta la definizione è estremamente precisa: “azione senza creare ulteriore karma” vivere senza produrre nuovo karma, meglio conosciuto come karma yoga. Karma yoga non significa lavorare gratuitamente, implica la completa trasformazione della propria esistenza.
Domanda: Qual è la caratteristica dell’azione che non crea karma?
Lama: La giusta motivazione e la corretta intenzione. Se si riesce a mantenere stabile e costante, senza mai vacillare, la retta intenzione non si produrrà altro karma. Abbiamo una chiara descrizione dell’evoluzione karmica nel Śālistambasūtra che tratta dei dodici anelli di interdipendenza.
La filosofia, l’Abhidharma, sono ricchi di spiegazioni dettagliate e prove inconfutabili di questo processo e sicuramente anche nel cristianesimo esistono analoghe documentazioni.
Domanda: E’ possibile procedere su questo percorso da soli o è opportuno essere accompagnati da un maestro? perché sul piano astratto mi è tutto abbastanza chiaro e concordo pienamente, ma come concretamente realizzare questa trasformazione? come evitare di soffrire? Per favore datemi una chiave…
Lama: La risposta arriverà piano piano, non c’è fretta, ciò che conta è la domanda, l’essere giunta a porre a te stessa questo interrogativo è già in sé una realizzazione.
Domanda: Però a furia di aspettare si muore…
Lama: Vita - morte non contano, la persona muore, ma la sua intenzione no, prosegue il suo viaggio senza alcuna interruzione, in questo senso la mortalità è superata e decade automaticamente quell’irrazionale terrore della morte che ci attanaglia tutti insensatamente.
Lo spirito umano, il cuore del cuore, si rivela nell’intenzione che rimane e procede senza fine, non c’è morte, né tempo, né notte, né giorno. Questo è il viaggio fondamentale.
Domanda: Però con la morte fisica il mio ego, la mia identità scompare, quindi io non sarò mai cosciente del cammino che verrà dopo.
Lama: Non è semplice rispondere in modo chiaro ed esaustivo a questa domanda in quanto oltre a non conoscere nulla delle vite passate e ancor meno di quelle future, la vita presente scorre in una brevità incredibile, passa in un soffio, e allora perché trastullarsi in elucubrazioni assolutamente inutili e fantasiose?
Non serve davvero a niente fantasticare su come e dove si rinascerà, tutto questo è attaccamento all’ego, un ostacolo enorme che incrementa soltanto la confusione mentale.
L’unica realtà veramente importante in grado di trasformare il valore di ogni esistenza è l’intenzione, il cuore del cuore.
Domanda: Se avessimo appreso sin dall’infanzia questa modalità di pensiero, che invece non ci è mai stata data né dalla famiglia né tantomeno dalle istituzioni, forse tutto sarebbe più semplice, invece io ascolto queste cose per la prima volta a sessantacinque anni!...
In Tibet o in oriente in generale si insegna questo tipo di spiritualità ai bambini? e la gente è realmente più serena, più felice?
Lama: Roberto, tu che sei occidentale e hai viaggiato spesso nei paesi asiatici, comunicaci la tua opinione.
Roberto: Io penso che anche noi fino a non molti anni fa possedessimo le stesse opportunità che oggi si sono perdute completamente. Non ho visitato molti paesi, sono stato soltanto in Tibet, India e Nepal e ho avuto l’impressione che le popolazioni che continuavano a vivere secondo le loro tradizioni, non ancora raggiunte dalla modernità, avevano un sistema equilibrato, calmo e naturale nella trasmissione delle conoscenze, tra cui quella della vita.
Però, in qualsiasi latitudine quando sopraggiungono i cambiamenti sociali ed epocali, favoriti dalla globalizzazione inarrestabile, inevitabilmente la tradizione si perde e si riproducono gli stessi effetti che in modo macroscopico hanno contaminato l’occidente.
Intervento: Dopo lo tsunami del 2005, sono stata particolarmente colpita dalle dichiarazione delle popolazioni sopravvissute, in particolare ricordo un ragazzo che aveva perso tutto, casa, famiglia, e rispondeva al giornalista: “probabilmente ciò è dovuto al mio karma e dunque devo affrontare questa situazione che è un insegnamento per me”. Non so se si tratta di una posizione personale o se non esprima invece il credo buddhista condiviso diffusamente, perché in realtà anche qui ci sono stati casi analoghi, come quella dell’uomo che aveva pubblicamente perdonato gli assassini della madre vittima di uno scippo.
Intervento: Io penso che molti valori, comportamenti corretti, si siano perduti a causa dell’abbandono della religione nella società odierna, con un conseguente rafforzamento di problemi mentali e turbe psichiche.
Intervento: Tu parli di valori religiosi, ma l’etica, la morale, la solidarietà appartengono al patrimonio universale dell’essere umano e sono stati cancellati, eliminati dalla della tecnologizzazione estrema della società moderna, oggi siamo tutti dei robot, abbiamo perso ogni contatto con la natura.
Lama: A quanto pare, come ripeteva spesso anche mia madre, valgono sempre gli antichi e saggi proverbi e “tutto il mondo è paese”.

Continuo con la lettura di alcuni brani del Libro tibetano dei Morti:

OM
Invocazione per la liberazione nel pericoloso sentiero del Bardo

Saluto rispettosamente la moltitudine di Guru, Deva; Dākini.
Possa il loro grande amore esserci di guida sul sentiero.

La guida, il maestro, è l’Amore infinito, non un individuo, non un Dio costretto entro la forma di persona, ma come puro, indicibile, illimitato Amore.
Lo stesso Buddha guida, soccorre, aiuta gli esseri umani con la sua immensa compassione. La nostra guida è l’Amore universale.

“Ahimè, mentre in preda alla profonda illusione,
Sto vagando nella trasmigrazione,
Possano i maestri della linea di trasmissione guidarmi
E la moltitudine delle Dākini loro compagne seguirmi,
Sulla luminosa via, al di là di ogni distrazione,
Dell’ascoltare l’insegnamento, della riflessione, della meditazione.
Chiedo di superare il pericoloso sentiero dello spaventoso Bardo
E di essere condotto allo stato di Buddha
Totalmente perfezionato.”

L’illusione è il primo, pesantissimo ostacolo che oscura la visione corretta della realtà, ci fa procedere come se guidassimo un’auto nella fitta nebbia, è l’approccio dualistico, la distinzione, la separazione tra soggetto e oggetto.
Ascoltare l’insegnamento, studiare, riflettere, entrare nel contesto filosofico di ciò che si legge e infine praticare nella vita quotidiana l’oggetto della riflessione, della meditazione, significa imprimere senso alla vita, procedere nell’amore verso l’Amore universale, altrimenti se si divaga nell’illusione, nelle fantasie prive di radici, si procede a vanvera senza meta, come automi, si lavora per lavorare, ma a quale scopo?
Se si perde la propria umanità, se ci si abbandona ai sogni ad occhi aperti sulla prossima ascesa al nirvana o al paradiso, non c’è più alcuna speranza, né soluzione.
Se, oltre alle attività ordinarie e necessarie, si continua imperterriti a riempire le giornate fantasticando su mondi futuri, su rinascite paradisiache e quant’altro non resta più il benché minimo spazio per la meditazione, per la riflessione e per la comprensione consapevole dell’esistenza.
In ogni caso, se non c’è soluzione al problema è inutile adagiarsi nella speranza di una soluzione che non c’è, ma almeno in questo caso è conveniente imparare a rilassarsi.
Domanda: Scusa Geshe, ma a questo punto come concili l’aspirazione con la mancanza di speranza?
Lama: Lo si può fare solo a livello personale, mai collettivo, soltanto individualmente si può trovare in se stessi la risposta.
Domanda: Quindi se si trova in se stessi la giusta aspirazione si trova anche la speranza che quella si realizzi?
Lama: A livello soggettivo tutto è possibile, nessuno può impedire o bloccare le proprie aspirazioni e realizzazioni, ma a livello sociale no, perché se anche aspirassimo collettivamente alla soluzione di tutti i problemi oggi o domani, all’ottenimento dell’illuminazione generale, questo non sarebbe oggettivamente fattibile, dunque non c’è soluzione, non c’è speranza.
Domanda: Pur prendendo atto della frenesia che ormai domina il mondo moderno, se individualmente si affronta il necessario lavoro quotidiano con consapevolezza in ogni piccolo atto, potrebbe essere questa un’opportunità per comprendere maggiormente il valore del tempo e imparare ad utilizzarlo al meglio secondo le proprie capacità?
Lama: Certamente, parlando di mancanza di soluzione, di speranza, io intendo sottolineare la potenza distruttiva di questo meccanismo globale che stritola letteralmente la società moderna, solo individualmente è possibile liberare sé stessi con determinazione, con calma, senza fretta, passo dopo passo, nessuno può impedirlo, questa è l’estrema raffinatezza della pratica del Dharma, di questo valore universale.
Domanda: Tra la motivazione e la speranza ci può essere una differenza di base? Cioè la motivazione è una spinta verso qualcosa, mentre la speranza ha aspettative?
Lama: Sinceramente non saprei, questa è una distinzione specifica della lingua occidentale. La motivazione è aspirazione senza attaccamento
Domanda: Dunque senza speranza?
Lama: Preferiamo parlare di attaccamento, la grande illusione dell’attaccamento radice nei confronti di qualsiasi elemento e verso se stessi. Se ci liberiamo da questa illusione ogni azione è permeata dalla motivazione, dall’intenzione.
Domanda: Geshe, non so se ho capito bene, ma nel linguaggio occidentale la frase “senza speranza” potrebbe essere davvero fraintesa e confondere perché dà un messaggio di nichilismo assoluto, mentre il temine forse più rispondente potrebbe essere “mancanza di aspettativa”, cioè agire in modo completamente gratuito, senza attendere nulla in cambio, con pura motivazione.
Lama: E’ possibile, voi conoscete le raffinatezze della lingua italiana.

Concludiamo questa sessione recitando la preghiera di dedica.





****

Amore Universale e Grande Compassione


Iniziamo la giornata con una meditazione in totale rilassamento, due fattori inscindibilmente collegati.
Il rilassamento nella meditazione non è un frutto di oscurazioni mentali, bensì della consapevolezza rigenerante di corpo, respiro e mente, Nel-So.

(segue meditazione)

E’ stata una buona meditazione?
Non ci soffermeremo oggi sul significato delle tecniche e dei modi di meditare che abbiamo già affrontato. La guida maestra che conduce la meditazione è l’intenzione e la motivazione che devono essere completate con l’obiettivo che si intende ottenere.
L’intenzione e la motivazione sono la Grande Compassione e l’Amore Universale e il risultato da raggiungere consiste nella realizzazione della Grande Compassione e dell’Amore universale.
Il significato della parola Dharma è Amore universale, Grande Compassione.
Il punto di partenza è uno: la Grande Compassione, l’Amore Universale, il punto di arrivo è uno: la Grande Compassione, l’Amore Universale, e il sentiero che conduce alla realizzazione è uno: la Grande Compassione, l’Amore Universale.
L’energia che produce il movimento, che lo alimenta e porta alla maturazione del frutto è la consapevolezza. All’inizio vi è la consapevolezza della motivazione, dell’intenzione di procedere nella direzione di amore e compassione; durante il percorso vi è la consapevolezza della via di compassione e di amorevole gentilezza; e alla fine vi è la consapevolezza del risultato ultimo, l’Amore Universale e la Grande Compassione.
Il miglior amico che ci accompagna e protegge in tutto il percorso della vita è Sati, la consapevolezza. Letteralmente il termine Sati significa amico, compagno, e non a caso con questa parola si definisce la consapevolezza.
Sati è la consapevolezza che protegge il proprio cuore, il proprio Dharma, non sono necessarie armi, la miglior difesa è Sati, il cuore del cuore, la consapevolezza, l’osso nel cuore che realizza il cuore di diamante, il cuore vajra, il cuore indistruttibile.
Non servono sofisticati interventi chirurgici per rinforzare il cuore, lo si può fare solo tramite la meditazione con cui si raggiunge la pace senza nessun rischio, questa è la saggezza antica, la saggezza innata, la saggezza non-nata, già presente da tempo senza inizio, dono dell’universo.
Nell’istante stesso della nascita su questo pianeta, in questo universo, ci è offerto tale inestimabile dono di benvenuto, tanto dolce e meraviglioso che spaventa, si teme possa essere eccessivamente potente per le proprie forze e si accampano infinite scuse per respingerlo: “io non potrò mangiarne è troppo zuccherato, sono diabetico…, ho la pressione alta…., sono in sovrappeso…, e così via”, ma una tale preclusione, il rifiuto di un bene così immenso è veramente triste.
Tutto è a portata di mano se solo sapessimo accettarlo, il Dharma, l’illuminazione ci sono offerti gratuitamente, ma noi abbiamo paura e preferiamo voltare le spalle a queste ricchezze incommensurabili che temiamo possano essere eccessive per noi.
Per superare i timori, le paure, la confusione, l’incomprensione, è indispensabile la consapevolezza, unico mezzo in grado di rafforzare il cuore vile trasformandolo in un cuore vigoroso capace di accogliere il Dharma in tutta la sua potenza, immensità, profondità.
L’invocazione per la liberazione descritta nel Libro tibetano dei morti mostra le otto fondamentali oscurazioni mentali, gli ostacoli che ci rendono schiavi nella prigione da noi stessi edificata:
Mentre in preda alla profonda illusione,
Sto vagando nella trasmigrazione
Mentre in preda alla rabbia feroce,
Sto vagando nella trasmigrazione
Mentre in preda al forte orgoglio,
Sto vagando nella trasmigrazione
Mentre in preda al forte attaccamento,
Sto vagando nella trasmigrazione
Mentre in preda alla feroce gelosia,
Sto vagando nella trasmigrazione
Mentre in preda alla profonda ignoranza,
Sto vagando nella trasmigrazione
Mentre in preda alle intense visioni illusorie,
Sto vagando nella trasmigrazione
Mentre in preda alle forti tracce karmiche,
Sto vagando nella trasmigrazione”
Con queste otto roccaforti pensiamo di poter fuggire dalla responsabilità di accogliere l’illimitato dono dell’Amore Universale, e non ci accorgiamo nemmeno che in questo modo ci auto-priviamo di ogni libertà, siamo prigionieri in casa nostra.
Quali rimedi contrapporre a simili macroscopici errori?
Il primo rimedio per contrastare la profonda illusione, consiste nell’intraprendere la luminosa via di consapevolezza, al di là di ogni distrazione, imparare ad ascoltare l’insegnamento, la riflessione, la meditazione.
Il secondo rimedio riguarda l’essere guidati sulla via di luce della chiara saggezza dello specchio, è chiaro il concetto?
Risposte: No.
Questo è il rimedio da contrapporre alla rabbia feroce, sarebbe troppo complesso addentrarci nella spiegazione filosofica ma, rimanendo su un piano concreto in un’interpretazione delle scritture diretta, semplice e dunque molto efficace, fate questo esperimento: quando siete sopraffatti dalla rabbia feroce, assolutamente devastante, è inutile tentare di praticare la pazienza o altre tecniche, peggiorereste la situazione, invece guardatevi allo specchio, ciò che vedete vi spaventa talmente che l’emozione distruttiva scompare all’istante, non ha più spazio alcuno, perché voi stessi non riconoscete la bruttezza che vi è riflessa.
Questi rimedi sono la scorciatoia del Dharma, gli effetti immediati, Māhamudhrā, il grande sigillo, la via efficace diretta.
Il rimedio al forte orgoglio consiste nel percorrere la via di luce della chiara saggezza dell’uguaglianza. Tutta la realtà, ogni essere vivente, è perfettamente uguale.
Il rimedio al forte attaccamento consiste nell’affrontare la via di luce della chiara saggezza discriminante. Mi rendo conto come non sia così facile capire questo concetto anche se ne abbiamo già accennato ieri affrontando l’ostacolo dell’attaccamento radice al proprio sé, attaccamento che induce una separazione, uno sdoppiamento di questo sé e, invece di liberarlo, si dissipa in una inarrestabile quanto inutile lotta del sé contro il sé.
Il rimedio alla feroce gelosia è posto nella via di luce della chiara saggezza che realizza le azioni, è chiaro?
Risposte: Assolutamente no!
Cerco di esporvi la mia interpretazione, la forte gelosia è un’azione che porta sempre risultati estremamente negativi. In questo caso si parla di gelosia o invidia feroci, intense, devastanti, non di una situazione ordinaria e la saggezza dell’azione consiste nel riconoscere il peso di quest’azione che genera effetti disastrosi, terribili, e tragici, innescando un meccanismo di peggioramento inarrestabile. Di fronte a forte gelosia, invidia, è necessario esaminare l’azione che la produce e le sue conseguenze incontrollabili.
Il rimedio alla profonda ignoranza è nella via di luce della chiara saggezza dei Dharmadhātu. Cos’è il Dharmadhātu?
È lo spazio della realtà assoluta, ultima, è la profonda realtà dei fenomeni.
L’ignoranza stabilisce i fenomeni sulla base di una visione superficiale e distorta, ci mantiene bloccati nella sua staticità e non ci permette di vedere il percorso, tutto è immerso in una fitta nebbia così non osiamo procedere oltre la superficie, mentre la saggezza è limpida, supera, va oltre il primo apparente impatto e ci mostra il sentiero che si addentra nella profondità della conoscenza vera.
Il concetto di Dharmadhātu non è facilmente spiegabile, ma è espresso meravigliosamente con grande chiarezza, nel sūtra cuore, il sūtra della perfezione della saggezza.
Il rimedio alle intense visioni illusorie è la via di luce, dell’abbandono delle apparizioni distorte, paurose e terrifiche.
Il rimedio alle forti tracce karmiche è la via di luce della chiara saggezza innata. Qui il livello è ancor più sottile, tocca la radice delle difficoltà e dei problemi che ci condizionano, le forti tracce karmiche, e l’unico rimedio consiste nel ritrovare la luce della saggezza innata, ultima, la mente che non è mai nata e mai morrà e dimora nello spazio infinito senza tempo dell’Amore Universale, della Grande Compassione che tutto unifica e comprende.
La nostra mente ordinaria invece è talmente confusa da essere assolutamente incapace di cogliere la grandezza dell’unità infinita ed equanime della Chiara Luce di Saggezza, di Dio, dello Spirito Santo, ed è costantemente occupata nella ricerca delle differenze, delle divisioni, quasi l’unico scopo fosse quello di separare, di etichettare e richiudere entro confini statici ogni fenomeno ed espressione cristianesimo, buddhismo, Dio, Buddha…
Le otto emozioni che esigono questi rimedi non sono le normali reazioni con cui ci confrontiamo ogni giorno e che non possono essere eliminate completamente in quanto parte integrante della vita umana, infatti il testo sottolinea in modo inequivocabile le peculiarità distruttive di forza, ferocia e potenza di cui sono impregnate.
Nella condizione umana la perfezione non esiste, pensare di ottenerla sarebbe l’ennesimo inganno, per questo Buddha ha raccomandato di rimanere, senza vacillare, nella via di mezzo in cui un certo grado di illusione, di rabbia, di orgoglio, di attaccamento, di gelosia, di ignoranza, di visioni illusorie, di tracce karmiche, può diventare utile e necessario alla crescita umana.
Domanda: Quindi se io moderatamente vivo tutte queste emozioni, va bene?
Lama: Così è la vita, e dunque perché correre, agitarsi dietro i fantasmi? Restare calmi, rilassati e camminare serenamente nella via di mezzo del Dharma è ciò che possiamo e dobbiamo fare, null’altro. Il Dharma è Spirito Santo, è spazio infinito, include ogni fenomeno e imprime senso alla vita.
Nel sūtra del cuore è chiara la spiegazione di questo incommensurabile valore: “La forma è vuota, la vacuità è forma; la vacuità non è altro che forma, la forma non è altro che vacuità. Allo stesso modo sono vuote le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza. Quindi, Shariputra, tutti i fenomeni sono vacuità; essi sono privi di caratteristiche peculiari; non sono nati, non cessano; non sono contaminati, non sono incontaminati; non sono incompleti e non sono completi.” Vuoto non significa essere privo di senso, al contrario, il senso è proprio in questa sua essenza.
Domanda: Geshe, scusa, se possiamo avere moderatamente tutte queste otto emozioni, a che ci serve l’equanimità che ci sforziamo di comprendere e attuare da decine di anni di pratica e di studio?
Lama: Equanimità è la via di mezzo.
Domanda: Ma l’equanimità non è solo equilibrio, riguarda la trasformazione di questi difetti, alla gelosia si contrappone la sensibilità, l’empatia, perché altrimenti se io mi giustifico e mi consento di restare moderatamente gelosa, arrabbiata, ecc. non comprendo più il significato di tutto il lavoro fatto per modificare me stessa, tu mi stai distruggendo venti anni di pratica!..
Lama: Io mi riferisco a quel grado di gelosia, di attaccamento, e quant’altro che hanno in sé un aspetto di positività in quanto aiutano a crescere umanamente, ci vuole indubbiamente notevole talento e ottima intelligenza per riconoscere queste capacità e trasformare attitudini in sé negative in potenziale positivo.
Non a caso ho voluto sottolineare la prerogativa di questo testo che apposta pone l’accento inequivocabile sulle attribuzioni estreme di ognuna di queste emozioni: la feroce rabbia, e non la rabbia ordinaria, il forte attaccamento, e non quello ordinario, e così via. Le emozioni così potenti e distruttive necessitano di uno specifico rimedio per essere riportate ad una dimensione di normalità.
Le affermazioni, apparentemente perentorie, che troviamo nelle scritture e negli insegnamenti di insigni maestri che indicano la necessità di sradicare in modo assoluto l’ignoranza, la collera, l’attaccamento credo siano frutto, o almeno questa è la mia interpretazione, di traduzioni errate, di fraintendimenti, perché nella condizione umana, samsarica, questo significherebbe porsi un obiettivo impossibile e la volontà di attuarlo ad ogni costo otterrebbe esattamente il risultato opposto e invece di un beneficio si produrrà un grande danno.
Purtroppo non mancano i casi di persone che, animati dalle migliori intenzioni, si tuffano nell’impresa di raggiungere l’illuminazione nel più breve tempo e si dedicano completamente a questo intento leggendo, studiando, praticando in un ritiro di tre anni o più, e alla fine di questo periodo tutto si conclude con il suicidio.
Questo è successo non solo in occidente, ma anche in Tibet, perché un simile obiettivo, al di là delle capacità e possibilità umane, ha potenziato all’estremo la grande, l’immensa, illusione, per cui il risultato non è stato quello auspicato di liberazione, bensì il suo esatto contrario, l’autodistruzione.
Mi piace molto questa edizione del libro tibetano dei morti perché è particolarmente precisa, è stata tradotta in italiano direttamente dal sanscrito, senza ulteriori passaggi, e gli aggettivi con cui definisce ogni emozione sono determinanti, fondamentali alla comprensione del significato più compiuto.
Domanda: Vorrei sapere se ho capito bene la questione: se conviviamo con le emozioni che definiamo naturali, non eccessivamente potenziate dal nostro ego, possiamo essere tranquilli e magari anche goderne? Poiché ad esempio un poco di gelosia può significare anche affetto e quindi essere piacevole…
Lama: Questo è essere nella normalità, se non provassimo più alcuna emozione sarebbe davvero preoccupante, avremmo perso qualcosa di essenziale della nostra umanità.
Intervento: Però Geshe, io non credo che identificare il fine da raggiungere nel doversi liberare completamente da queste emozioni, come indicato nei testi, sia frutto di traduzioni errate o di fraintendimenti, perché mi pare logico che venga stabilito, senza scappatoie, l’obiettivo ultimo. Per quanto riguarda la sua realizzazione invece è indiscutibile che in quanto esseri umani non dobbiamo mai perdere la sana consapevolezza di poter semplicemente andare verso, avvicinarci, allo scopo finale, non raggiungerlo. Camminiamo per purificare il nostro ego, per modificare nella via di mezzo, giorno dopo giorno, l’attitudine mentale e così trasformare almeno un po’ le negatività, in potenziali positività.
Intervento: Quindi il Buddha è il massimo della moderatezza, ha una gelosia moderata e tutto il resto….
Intervento: No, un attimo, non si tratta di gelosia moderata o di altro…
Lama: il Buddha non è una statua, un idolo, è stato un essere umano assolutamente normale vissuto più di ottant’anni, la differenza tra lui e noi è nella rinuncia, nella grande rinuncia.
Di solito la gente chiede cosa significhi essere monaco, sādhu, bikshu, e ognuno reinterpreta a piacere ciò che pensa di aver compreso, alimentando così la propria confusione, mentre la spiegazione è semplicissima, sta in un’unica parola: “vivere nella rinuncia”.
Ciò che fa la differenza è rinuncia o non rinuncia, la stessa povertà non implica automaticamente di dover diventare dei barboni, la vera distinzione è determinata dal nel modo in cui la si vive, nella rinuncia o meno. E lo stesso vale per le qualità di obbedienza e castità.
Nella rinuncia viene naturalmente a mancare ogni possibilità di formazione delle potenti emozioni distruttive nelle loro espressioni estreme, nella rinuncia questo spazio non esiste più.
Nella rinuncia possiamo concretamente tendere alla realizzazione di ciò che è nelle nostre possibilità, che è già nel nostro cuore, non un’illuminazione astratta di cui non conosciamo nulla, bensì l’Amore Universale, la Grande Compassione.
Se non si opera questa rinuncia interiore si rischia di identificarsi in rassicuranti etichette vuote, e allora ci si definisce orgogliosamente buddhisti, cristiani, atei…e dunque si reputa doveroso studiare i testi, i rituali, prendendo tutto esattamente alla lettera, senza minimamente calarli nel contesto culturale e temporale in cui sono stati dati, in questo modo la confusione e il malinteso sono totali e tutto diventa estremamente pericoloso.
Al primo approccio con il mantra di Avalokiteśvara, “Om Mani Padme Hum” immancabilmente gli occidentali chiedono di conoscere traduzione di ogni sillaba, cosa assolutamente insensata, è il mantra della compassione e il significato è in sé, la mia mamma che lo ripete ininterrottamente da tutta la vita non si è mai posta nemmeno il pensiero di una simile domanda, sa che è invocazione di compassione e questo è più che sufficiente, non occorre altro.
Domanda: Geshe per favore puoi chiarire meglio il senso della rinuncia, perché a noi è chiaro ad esempio il concetto della povertà radicale di San Francesco, ma ci sono altri aspetti indubbiamente, quali?
Lama: La rinuncia è la mente di non attaccamento. Non nega in modo assoluto l’attaccamento, che in tal caso aumenterebbe a dismisura in modo incontrollato, ma implica l’attitudine mentale alla rinuncia, al non attaccamento. Ritorniamo al concetto della saggezza discriminante che accoglie l’attaccamento utile e si allontana da quello dannoso.
Intervento: Ad esempio l’attaccamento dei genitori verso i figli è utile.
Intervento: No, non sempre, a volte può essere estremamente dannoso.
Intervento: Se io agisco non per il bene di mio figlio, ma per realizzare in lui le mie aspirazioni, le mie aspettative, alimento solo il mio ego e produco un attaccamento indubbiamente negativo, se invece opero essenzialmente per il suo bene, che a me piaccia o no, ho un attaccamento positivo.
Intervento: Quello è accudimento, non attaccamento.
Intervento: Io credo che tutto debba essere riportato al concetto dell’uno che c’è in noi e che quando si sdoppia crea conflittualità, come avviene nelle emozioni, un aspetto è troppo forte e devastante mentre un altro è moderato, Il male e il bene sono una costante presente nella vita di ognuno, dunque l’equilibrio può essere trovato soltanto nella via di mezzo, il due deve ritornare all’uno, ma lo può fare solo nella via di mezzo.
Lama: Certo, il concetto è sottile, a livello psicologico e pratico nella vita quotidiana incontriamo difficoltà, e anche analizzando la questione sul piano filosofico non siamo certo facilitati nella comprensione di questi fenomeni, della collaborazione dell’attaccamento con il non attaccamento.
La via di mezzo non significa “compromesso”, ma “via nel perfetto equilibrio”.
La prima difficoltà è il saper riconoscere e stabilizzare a livello filosofico la giusta condizione di equilibrio nelle emozioni umane; la seconda complicazione è sul piano psicologico, non c’è una situazione uguale per tutti, per cui ognuno deve poter valutare ciò che è meglio per la propria maturazione personale. Partendo da queste due basi ognuno deve portare nella vita effettiva, quotidiana, le acquisizioni interiori, sia per se stesso che nelle relazioni con gli altri e in tutti passaggi, di approfondimento filosofico, di conoscenza psicologica e di attuazione pratica è fondamentale la presenza di consapevolezza e meditazione. Non è necessario rincorrere realizzazioni straordinarie, nella normalità, nella tranquillità, la qualità spirituale cresce naturalmente.
Domanda: Vorrei essere sicura di aver ben capito il significato della rinuncia, ad esempio rinuncia alla ricchezza non implica diventare poveri materialmente, ma è la rinuncia all’attaccamento, al rapporto che noi abbiamo con la ricchezza, o anche con la povertà, è così?
Lama: Si.
Domanda: Vorrei conoscere la sua esperienza personale, nella meditazione lei visualizza immagini e succede spesso? E poi, è indifferente la presenza o meno di immagini nella meditazione o deve essere considerata parte integrante della stessa? Perché per me è una notevole facilitazione.
Lama: Il tipo di meditazione è conseguente all’obiettivo che ci prefiggiamo e che va oltre la meditazione stessa, questo è un punto essenziale, perché la meditazione è consapevolezza e rilassamento. L’uso della visualizzazione varia da persona a persona, se rende più facile la meditazione va benissimo, come in caso contrario lo è la sua assenza.
Domanda: Tu prima hai ribadito che noi sbagliamo perché prendiamo tutto letteralmente e dunque cadiamo nel dogmatismo, nella separazione, è un fatto culturale?
Lama: Il problema principale non è culturale, è il peso che con le parole imponiamo alla concezione spirituale e religiosa fuorviando, creando profonde illusioni. Se ad esempio qualcuno ci dice che l’illuminazione è questa… così e così… e lo si prende alla lettera, non si può che sbagliare clamorosamente perché nessuno qui, nella condizione samsarica, sa cosa sia l’illuminazione, può immaginarla, fare ipotesi, ma non proporla come dogma da acquisire senza discutere, questo è l’ostacolo macroscopico che produce tanti equivoci.
La formulazione del desiderio di voler raggiungere l’illuminazione al più presto, se presa letteralmente si snatura, perché non esprime altro che una preghiera che deve essere posta nel livello spirituale e mai letterale, da questi errori nascono le peggiori illusioni.
La mia mamma da mattina a sera recita il mantra “Om Mani Padme Hum” come preghiera del cuore, non ha mai pensato in tutta la sua vita di doverlo fare per raggiungere l’illuminazione al più presto possibile, la sua è una disposizione aperta accogliente, compassionevole, amorevole, generosa, priva di qualsiasi calcolo, aiuta e fa bene a lei stessa e agli altri.
Le letture, gli studi, devono servire per crescere, maturare, non certamente per essere considerati la verità unica e assoluta.
Il buddhismo e tutte le religioni sono fondate sulla fede che si esprime nelle preghiere meravigliose che favoriscono l’approccio alla spiritualità, ma che mai devono essere considerate nella loro espressione letterale.
Le preghiere buddiste e quelle cristiane sono tra loro molto simili perché esprimono amore e compassione seppur con parole diverse, e in nessun caso potrebbero essere esaminate secondo la dicitura letterale, come vorrebbero le correnti più bigotte e fondamentaliste presenti in tutte le tradizioni, perché in questo modo verrebbero private del loro senso più vero e profondo.
Oggi nella concezione del capitalismo si vuole concretizzare ogni elemento, realizzarlo materialmente, anche ciò che riguarda lo spirito riducendone il senso unicamente all’aspetto apparente, superficiale, perdendo completamente la visione del contenuto che va oltre la parola.
Invece è necessario approfondire il significato della preghiera nel contesto e nelle condizioni in cui è stata formulata, cogliendone l’essenza nascosta e autentica, questo è l’unico modo per trovare l’equa misura di giusto attaccamento, giusta rabbia, giusta gelosia, giusto orgoglio, giusta illusione, giusta ignoranza, giuste tracce karmiche, ritorniamo sempre alla necessità della via di mezzo.

Se non ci sono altre domande possiamo concludere, grazie a tutti per la vostra presenza e per il tempo che avete dedicato a questo incontro che, indubbiamente, è il risultato di tracce karmiche positive.

*******
1 Tratto dal libro Tibetano dei morti, curato da Namkai Norbu, edito da Europa Libri