Saturday, 1 February 2014

LA VITA DEL BODHISATTVA










LA VITA DEL BODHISATTVA

Bodhisattvacaryāvatāra di Sāntideva



Geshe Gedun Tharchin
INSEGNAMENTI ANNO 2006 Roma






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INDICE

Roma - 2006
Bodhicaryāvatāra di Sāntideva

Testi annessi all’insegnamento:
Bodhicaryāvatāra di Sāntideva1 - capitolo primo 
Bodhicaryāvatāra di Sāntideva - capitolo secondo 
Bodhicaryāvatāra di Sāntideva - capitolo terzo
Gli Otto Versi di Trasformazione della Mente
I tre Aspetti Principali del Sentiero
Versi dell’Esperienza
Preghiera di Māhamudhrā
Il Cuore della Perfezione della Saggezza 
Atīsa - La Lampada sul Sentiero dell’Illuminazione
Dedica - Preghiera di Geshe Gedun Tharchin

Parte Prima: *gennaio - luglio 2006*

Il Dharma è semplicità, altruismo, consapevolezza e saggezza 
Ritorno dall’India 
Meditazione sui cinque aggregati 
Meditazione nella Presenza mentale e Accumulazione dei meriti 
Bodhicaryāvatāra - capitolo primo - Bodhicitta 
Gentilezza amorevole, grande Compassione, Bodhicitta 
Meditazione sulla Purificazione della Mente 
I tre livelli del Lam Rim 
I tre Universi Esteriore, Interiore, Alternativo - Il Senso della Vita 
La Mente di generazione e i due livelli di Bodhicitta 
Il Significato tangibile della Pratica del Dharma 
Il Mulino delle Preghiere 


Parte Seconda: *settembre - dicembre 2006*

Conoscenza di sé nel Dharma 
Lam Rim sull’importanza del Guru 
Dal capitolo primo - I benefici della Bodhicitta 
Dal capitolo secondo - Bodhicitta o Cuore di Bontà suprema 
Dal capitolo secondo - Il prezioso significato dell’Offerta 
Dal capitolo secondo - Analisi dei problemi quotidiani con il cuore di bodhicitta 
Ognissanti e il dialogo interreligioso 
Il Respiro consapevole negli Otto Versi di Trasformazione della Mente 
La Realtà Ultima nel Cuore della Perfezione della Saggezza 
Significato della pratica in Sette Rami 







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Elogio della Mente del Risveglio

  1. In adorazione io rendo omaggio ai Sugata e ai loro figli, e ai loro corpi di Dharma, e a tutti coloro degni di lode. In breve, in accordo con le scritture, esporrò l’intraprendere la pratica dei figli dei Sugata
  2. Nulla di nuovo qui si dirà, né per la composizione ho particolari abilità. Non immagino quindi di riuscire utile agli altri. Ho composto questo per profumare la mia mente.
  3. Nel farlo, cresce l’impeto della mia ispirazione a coltivare ciò che è salutare. Se poi anche un altro, con le mie stesse inclinazioni, dovesse vederlo, potrebbe ricavarne beneficio anch’egli.
  4. Tale momento propizio è estremamente difficile da incontrare. Una volta incontrato, produce il benessere dell’umanità. Se il vantaggio viene ora trascurato, quando mai avverrà di nuovo questo incontro?
  5. Come di notte, nell’oscurità fitta di nuvole, un lampo dà luce un momento, così una volta o l’altra, per il potere del Buddha, ad atti di merito la mente del mondo potrebbe volgersi un momento.
  6. Stando così le cose, il potere del bene è debole, sempre, mentre il potere del male è enorme e terribile. Quale altro bene potrebbe soggiogarlo, se non la perfetta mente del risveglio?
  7. Questo è appunto il beneficio, visto dai Signori dei Saggi in meditazione da molti eoni, per mezzo di cui una felicità sgorgante dal profondo inebria immense folle di esseri di felicità soltanto.
  8. Coloro che vogliono trascendere le centinaia di sofferenze dell’esistenza, coloro che vogliono sollevare le creature dalle loro pene, coloro che vogliono godere di molte centinaia di gioie, mai devono abbandonare la mente del risveglio.
  9. Quando la mente del risveglio è sorta in lui, l’infelice, prigioniero nella prigione dell’esistenza, è subito acclamato figlio dei Sugata, degno di venerazione nei mondi degli dèi e degli uomini.
  10. Prendendo questa vile immagine, la tramuta nell’immagine inestimabile della gemma che è Buddha. Tieni stretto l’elisir di argento vivo, che dev’essere completamente raffinato, detto la mente del risveglio.
  11. Tu che sei abituato a viaggiare all’estero tra le città di mercato dei regni della rinascita, tieni stretta questa gemma che è la mente del risveglio. E’ preziosa, messa alla prova da coloro che hanno un’immensa conoscenza, gli eccezionali capocarovana del mondo
  12. Come il banano, ogni altra cosa buona di certo lascia cadere i suoi frutti e poi inaridisce. Invece continua a produrre, non inaridisce, ma costantemente fruttifica l’albero che è la mente del risveglio.
  13. Sotto la sua protezione, come sotto la protezione di un eroe, si sfugge immediatamente a grandi pericoli, anche avendo commesso delitti estremamente crudeli. Allora perché gli esseri ignoranti non cercano rifugio in essa?
  14. Come l’olocausto alla fine di un’era del mondo, essa consuma completamente grandi delitti in un istante. Il savio Signore Maitreya ne illustrò le immense lodi a Sudhana.
  15. Tale mente del risveglio si dovrebbe intendere come di due tipi; in sintesi: la mente risolta al risveglio e la mente che procede verso il risveglio.
  16. Dai savi deve essere conosciuta la distinzione fra queste due così come si riconosce la distinzione fra chi desidera andare e chi sta andando, secondo tale ordine.
  17. Dalla mente risolta al risveglio anche in un’esistenza ciclica proviene un grande frutto, ma niente di simile al merito ininterrotto che proviene da tale risoluzione, quando messo in atto.
  18. Dal momento in cui assume quella mente per liberare l’illimitato regno degli esseri, con una decisione che non può essere revocata.
  19. Da quel momento in poi, benché possa assopirsi o distrarsi molte volte, ininterrotti flussi di merito si riversano continuamente simili al cielo in fiamme.
  20. E’ ciò che il Tathāgata stesso ha spiegato con prove nelle Domande di Subāhu, a vantaggio degli esseri disposti verso il cammino inferiore.
  21. Un merito incommensurabile si impossessò della persona ben intenzionata che pensò: “Farò scomparire il mal di testa degli esseri”.
  22. Che dire dunque di colui che desidera rimuovere l’agonia senza pari di ciascun essere, di colui che desidera rendere infinita la virtù di ciascun essere?
  23. Quale madre o padre mai avrebbe un simile desiderio per il loro benessere, quali divinità o saggi o Brahmā l’avrebbero mai?
  24. Quegli esseri non concepirono prima un desiderio così, neppure per se stessi, neppure in sogno. Come potrebbero concepirlo per l’altrui vantaggio?
  25. Un tale essere, senza precedenti, un gioiello eccellente, in cui è sorto interesse per il benessere degli altri come gli altri esseri non hanno neppure per sé, come è nato costui?
  26. Di quel gioiello, la mente, di quel seme di pura felicità nel mondo e rimedio per la sofferenza del mondo, come si potrà mai misurare il merito?
  27. La venerazione del Buddha è unicamente superata dal desiderio per il benessere degli altri; quanto più lo sarà dall’impegno continuo per la completa felicità di ogni essere?
  28. Nella speranza di sfuggire alla sofferenza, si precipitano verso la sofferenza. Nel desiderio di felicità, a causa dell’illusione, distruggono la loro felicità, come fosse un nemico.
  29. Essa reca la soddisfazione di ogni felicità a coloro che sono affamati di felicità, e recide ogni oppressione in coloro che sono oppressi in molti modi.
  30. Disperde poi anche l’illusione. Come potrebbe esserci un uomo santo uguale a essa, come un simile amico, come un simile merito?
  31. Anche chi restituisce un favore viene elogiato. Che si può dire allora del Bodhisattva, che fa il bene senza essere in debito?
  32. La gente onora come benefattore chi fa l’elemosina a qualche persona, perché donando solo cibo per un momento, sprezzantemente per mezza giornata ne sostenta la vita.
  33. Che dire allora di chi offre la realizzazione di ogni desiderio a un numero di esseri illimitato, per un tempo illimitato, finché il cielo e gli esseri non hanno fine?
  34. Il Protettore ha detto che chi nutre nel suo cuore un torbido pensiero contro tale signore dei doni, figlio del Vittorioso, dimorerà negli inferi per eoni tanto numerosi quanto i momenti di quel torbido pensiero.
  35. Ma più valore ha il frutto che scaturisce per colui la cui mente diviene serenamente fiduciosa. Infatti grande forza è richiesta da un’azione malvagia contro i figli del Vittorioso, mentre un’azione pura viene spontanea.
  36. Mi inchino ai corpi di coloro nei quali è sorto quel gioiello eccellente, la mente, persino un torto verso di loro condurrà alla felicità. In queste miniere di felicità, io prendo rifugio.

Bodhicaryāvatāra di Sāntideva - capitolo secondo
Confessione delle Colpe

  1. Per poter afferrare completamente quel gioiello, la mente venero qui i Tathagata, e il gioiello senza macchia, il vero Dharma e i figli dei Buddha, oceani di virtù.
  2. Quanti sono i fiori e i frutti e le erbe medicinali, quanti i gioielli nel mondo, e le chiare acque rinfrescanti;
  3. Insieme a montagne fatte di gioielli e altri luoghi piacevoli in solitudine, boschetti rampicanti splendenti di bei fiori loro ornamenti, e alberi, dai rami chini sotto il peso dei frutti turgidi;
  4. E, dai mondi di dèi ed esseri celesti, fragranze e incensi, alberi magici che soddisfano ogni desiderio e alberi carichi di gemme, laghi ornati di loti, dove i richiami delle oche incantano il cuore;
  5. Piante che crescono selvatiche e piante che sono coltivate, e ogni altra cosa che possa ornare chi è degno di onori, e tutte quelle cose non possedute entro i confini della vastità dello spazio;
  6. Ecco, nella mente prendo possesso di tutto questo e lo offro ai Tori fra i Saggi e ai loro figli. Con grande compassione solleciti verso di me, possano costoro, i più degni di doni, i miei accettare.
  7. Sono senza meriti, sono estremamente povero. Non ho altro da offrire in adorazione. Perciò, per il loro potere, possano i Signori, rivolti al benessere degli altri accettare questo per il mio benessere.
  8. Tutto me stesso dono completamente ai Vittoriosi e ai loro figli. Prendete possesso di me, esseri sublimi; per devozione sono suddito vostro.
  9. Prendete possesso di me e io non avrò più paura, agirò per il bene degli esseri. Mi lascerò completamente alle spalle le colpe anteriori; mai più compirò altro male.
  10. In quei bagni profumati, dove baldacchini rilucenti di perle, su colonne bellissime, splendenti di gemme , si innalzano da pavimenti di mosaico di trasparente brillante cristallo.
  11. Da tanti vasi incrostati di gemme grandissime, pieni d’acqua e fiori squisitamente fragranti, ecco, io bagno i Tathagata e i loro figli, al suono di canti e musiche.
  12. Asciugo i loro corpi con tessuti incomparabili, profumati, purificati da ogni impurità; poi dono loro le vesti più belle, tinte riccamente e fragranti.
  13. Di tutte le vesti celesti, morbide, fini splendenti di molti colori, e di ornamenti squisiti, io adorno Samantabhadra, Ajita, Manjughosa Lokesvara, e altri Bodhisattva.
  14. Con i profumi più preziosi, la cui fragranza pervade l’intero universo dei tremila mondi, io ungo i corpi di tutti i Signori dei Saggi, che brillano della lucentezza dell’oro ben fuso, depurato e lucidato.
  15. Rendo gloria ai più gloriosi Signori dei Saggi con tutti i fiori dolcemente profumati, piacevoli per la mente: fiori celestiali, gelsomino loto blu, e altri , e con ghirlande intrecciate in modo incantevole.
  16. Li avvolgo in nuvole dense di incenso, ricche, penetranti e aromatiche. Un’offerta di cibi, morbidi e duri, e bevande molteplici offro loro.
  17. E offro preziose lampade allineate su loti d’oro, e su pavimenti di mosaico aspersi di profumo cospargo moltissimi bei fiori.
  18. A costoro , fatti di benevolenza, offro anche quelle lucenti nuvole che sono i palazzi celesti, ornati alle entrate nelle quattro direzioni, splendenti per le file sospese di perle e pietre preziose, incantevoli per i canti e i poemi di lode.
  19. Per i Grandi Saggi, ecco, dispongo splendidi parasoli ornati di gemme,incrostati di perle, levati su aste d’oro dalle forme gradevoli.
  20. D’ora in poi, possano levarsi dense nuvole di venerazione, e nuvole di musica strumentale che emozionano ogni essere.
  21. Possano cadere piogge di fiori e gioielli e altre offerte, senza fine, sui caitya, sulle immagini e su tutti i gioielli che formano il vero Dharma .
  22. Proprio come Manjughosa e altri seguendolo anno adorato i Vittoriosi, così anch’io adoro i Tathagata, i Protettori, e i loro figli.
  23. Lodo gli Oceani di Virtù con inni che sono un mare di note e armonie. Che sorgano nuvole di canti di lode senza distinzione tra loro.
  24. Con inchini numerosi quanto gli atomi nei campi di Buddha, mi prosterno davanti ai Buddha dei tre tempi, davanti al Dharma , davanti all’altissima assemblea.
  25. Venero tutti i caitya e i luoghi legati al Bodhisattva . Mi inchino ai miei maestri e agli aspiranti spirituali che sono degni di lode.
  26. Fino alla sede del risveglio, prendo rifugio nel Buddha; prendo rifugio nel Dharma e nell’assemblea dei Bodhisattva.
  27. Ai Buddha perfetti schierati in tutte le direzioni, e anche ai Bodhisattva di grande compassione , giungendo le mani in segno di rispetto, dichiaro:
  28. Nel corso del ciclo senza principio dell’esistenza e ancora in questa stessa nascita, il male che io, un bruto, ho commesso o fatto commettere,
  29. O di qualsiasi cosa io, illuso, abbia goduto a mio detrimento, quella colpa confesso, tormentato dal rimorso.
  30. Il danno che ho recato, con l’arroganza, ai tre gioielli, o alle mie madri, ai miei padri, ad altri degni di rispetto, con il corpo, la parola e la mente;
  31. Il male crudele che per malvagità ho commesso, corrotto da molte colpe; o Signori, tutto questo io confesso.
  32. Come posso sfuggirgli? Sono continuamente spaventato, o Signori. Che la morte non venga a me troppo presto, prima che la mole del male sarà distrutta!
  33. Come posso sfuggirgli? Salvatemi in fretta, perché la morte verrà presto, prima che il mio male sarà distrutto!
  34. Questa morte non bada a ciò che è fatto o non fatto; uccide la sicurezza; è inaffidabile per i malati e i sani ; è un fulmine sconvolgente e inaspettato.
  35. Il male ho compiuto in molti modi spinto da amici e nemici. Non capivo questo: dovrò abbandonare tutto e andarmene.
  36. Quelli che detesto moriranno, quelli che amo moriranno; anch’io morirò e tutti moriranno.
  37. Ogni cosa percepita trascolora in ricordo. Ogni cosa è come un’immagine in sogno. Se ne è andata e non si vedrà più.
  38. Anche in questa vita, davanti ai miei occhi, sono scomparse molte persone amate e odiate: Ma il male a cui mi hanno indotto rimane, spettrale, davanti a me.
  39. Proprio come loro sono uno spettro fugace. Questo non riuscivo a capire. Per illusione, attaccamento e avversione molte volte ho commesso il male.
  40. Notte e giorno, senza tregua, altra vita se ne va. Non diventa mai più lunga. Sono forse certa di non morire?
  41. Seppure qui disteso nel mio letto, seppure in mezzo alla famiglia, è da solo che devo sopportare l’agonia degli spasmi della morte.
  42. Per colui afferrato dai messaggeri della Morte, a che serve un parente, un amico? Allora, il merito solo è una difesa, e io non l’ho acquisito.
  43. Attaccandomi a questa vita transitoria, non riconoscendo questo pericolo, io sconsiderato, o Signori, ho acquisito molto male.
  44. Anche chi oggi è portato via perché gli sia amputato un arto è paralizzato, ha la gola riarsa, lo sguardo fisso e miserabile. Vede il mondo in un modo del tutto diverso.
  45. Ma questo è niente rispetto al febbrile orrore che afferra me, coperto dai miei stessi escrementi che non so più controllare, quando i terrifici messaggeri della Morte mi sono addosso.
  46. Con sguardo tremante, cerco scampo nelle quattro direzioni. Quale santo mi libererà da questa grande paura?
  47. Vuote di liberazione ho trovato le direzioni, in una confusione totale di nuovo sono precipitato. Cosa farò io dunque in quello stato di grande paura?
  48. Prendo proprio ora rifugio nei potenti Protettori del mondo, che sono incaricati di custodire il mondo, i Vittoriosi che eliminano ogni paura.
  49. Inoltre prendo sinceramente rifugio nel Dharma da essi realizzato, che distrugge il pericolo dell’esistenza ciclica, e nell’assemblea dei Bodhisattva.
  50. Tremante di paura mi affido a Samantabhadra e a Manjughosa, ancora, mi affido liberamente.
  51. Terrorizzato, in preda all’angoscia, imploro il Protettore Avalokita, il cui comportamento ribocca di compassione. Ho fatto il male. Possa egli proteggermi.
  52. Cercando la liberazione con tutto il mio cuore, imploro anche il nobile Akasagarbha e Ksitigarbha, e tutti quelli dotati di grande compassione.
  53. Mi inchino al Detentore del vajra. Vedendolo, subito i ministri della Morte e tutte le creature maligne fuggono, tremanti, nelle quattro direzioni.
  54. Ho trasgredito il vostro ordine. Ora, alla vista del pericolo, spaventato, cerco rifugio in voi. Distruggete il pericolo, presto!
  55. Anche colui che teme una malattia passeggera non ignorerebbe il consiglio del medico; tanto più colui che è in preda alle quattrocentoquattro malattie,
  56. Di cui una sola può annientare tutta la popolazione del Jambudvipa; per cui non si trova rimedio in regione alcuna.
  57. Eppure in questo io ignoro il consiglio dell’onnisciente dottore che rimuove ogni spina.. Oh, non c’è limite alla mia stupidità!
  58. Sto con prudenza eccessiva anche su un dirupo comune. Quanto più su un precipizio di mille legne attraverso grandi spazi di tempo?
  59. La morte potrebbe non venire proprio in questo giorno, ma la mia tranquillità è mal fondata. Inevitabilmente, si avvicina il tempo in cui morirò.
  60. Chi mi ha concesso l’impunità? Come sfuggirò? Certamente morirò. Come può la mia mente essere tranquilla?
  61. Quale essenza è rimasta delle cose ora perite di cui un tempo ho goduto, mentre la mia infatuazione per esse mi faceva ignorare il consiglio dei miei maestri?
  62. Abbandonando questo mondo dei vivi, insieme ai parenti e agli amici intimi, ovunque andrò ci andrò da solo. Cosa sono per me tutti quelli che amo o che detesto?
  63. Anzi questo dovrebbe essere il mio pensiero di notte e di giorno: il dolore è l’inevitabile risultato del male. Come posso allora sfuggirne?
  64. Qualsiasi male io, sciocco illuso, abbia accumulato, quel che è sbagliato per natura e quel che è sbagliato per convenzione,
  65. Ecco, lo confesso tutto ora che sono davanti ai Protettori, le palme unite in segno di rispetto, spaventato dalla sofferenza, prosternandomi più e più volte.
  66. Che i Conduttori accettino la mia trasgressione per quello che è. Non è cosa buona, o Protettori. Non dovrò commetterla mai più.







Santideva - BODHICARYAVATARA - Capitolo 3° -
ADOZIONE DELLA MENTE DEL RISVEGLIO

  1. Mi rallegro con gioia del bene fatto da tutti gli esseri, che indebolisce la sofferenza dell’inferno. Possano, coloro che soffrono, dimorare nella felicità.
  2. Mi rallegro della liberazione degli esseri incarnati dalla sofferenza dell’esistenza ciclica. Mi rallegro della natura di Bodhisattva e di Buddha propria dei Salvatori.
  3. Mi rallegro anche delle risoluzioni dei maestri, che sono oceani recanti felicità a ogni essere, che conferiscono benessere a tutte le creature.
  4. Giungendo le mani in segno di rispetto, supplico i Buddha perfetti in ogni direzione: “Accendete la luce del Dharma per coloro che soffrono nell’oscurità dell’illusione”.
  5. Giungendo le mani in segno di rispetto, imploro i Vittoriosi che desiderano abbandonare l’esistenza ciclica: “Rimanete per infiniti eoni. Non lasciate che questo mondo diventi cieco”.
  6. Con il bene acquisito compiendo tutto ciò come descritto, possa io lenire tutta la sofferenza di ogni essere vivente.
  7. Sono medicina per il malato. Possa io essere medico e infermiere, finché la malattia non ritorni più.
  8. Possa io allontanare la pena della fame e della sete con piogge di cibo e bevande. Possa io diventare bevanda e cibo negli eoni intermedi di carestia.
  9. Possa io essere un tesoro inesauribile per gli esseri impoveriti. Possa io servirli con molteplici offerte.
  10. Ecco, abbandono senza rimpianto i miei corpi, i miei piaceri e i miei beni acquisiti in tutti i tre tempi, per realizzare il bene per ogni essere.
  11. L’abbandono di tutto è illuminazione e l’illuminazione è la meta del mio cuore. Se devo lasciare ogni cosa, meglio che sia data agli esseri senzienti.
  12. Cedo questo corpo a tutti gli esseri incarnati perché ne facciano ciò che vogliono. Che lo battano, lo insultino in continuazione e lo imbrattino di sudiciume.
  13. Che giochino con il mio corpo, che lo deridano e si divertano. Ho dato loro questo corpo. Perché dovrei preoccuparmi?
  14. Che facciano di me qualsiasi cosa dia loro piacere. Che non si nuoccia mai ad alcuno per causa mia.
  15. Dovesse la loro mente divenire irata o scontenta per causa mia, che anche questo sia causa per loro del conseguire sempre ogni meta.
  16. Coloro che mi accuseranno falsamente, e gli altri che mi faranno del male, e gli altri ancora che mi degraderanno, tutti coloro possano condividere il risveglio.
  17. Sono il protettore dei non protetti e il capocarovana dei viaggiatori. Sono diventato la barca, la strada e il ponte per coloro che desiderano raggiungere l’altra riva.
  18. Possa io essere una luce per coloro che hanno bisogno di luce. Possa io essere un letto per coloro che hanno bisogno di riposo. Possa io essere un servo per coloro che hanno bisogno di servigi, per tutti gli esseri incarnati.
  19. Possa io essere il gioiello che soddisfa i desideri, il vaso dell’abbondanza, la formula magica che sempre funziona, la potente erba medicinale, l’albero magico che conferisce ogni desiderio e la vacca da latte che soddisfa ogni bisogno, per gli esseri incarnati.
  20. Proprio come la terra e gli altri elementi sono utili in molti modi agli esseri innumerevoli che dimorano in ogni parte dello spazio,
  21. Così possano essere di sostentamento in molti modi per il regno degli esseri in ogni parte dello spazio, finché tutti non abbiano ottenuto la liberazione.
  22. Nello stesso modo in cui i Sugata passati assunsero la mente del risveglio, nello stesso modo in cui essi progredirono nell’addestramento del Bodhisattva,
  23. Così ecco, io stesso genererò la mente del risveglio per i benessere del mondo, e proprio così mi addestrerò in quei precetti secondo l’ordine dovuto.
  24. Il saggio che ha così assunto la mente del risveglio con fiducia serena, dovrebbe continuare a favorire la sua risoluzione nel modo seguente, perché il suo desiderio si realizzi:
  25. Oggi la mia nascita è fruttuosa, la mia vita umana è giustificata. Oggi sono nato nella famiglia del Buddha, ora sono figlio del Buddha”.
  26. Perché non ci possa essere macchia su questa immacolata famiglia, io devo ora agire come si addice alla mia famiglia”.
  27. Come un cieco potrebbe trovare un gioiello in mezzo ai rifiuti, così questa mente del risveglio è apparsa in qualche modo in me”.
  28. Questo è l’elisir della vita, nato per porre fine alla morte del mondo. Questo è il tesoro inesauribile, che allevia la povertà nel mondo”.
  29. Questa è la medicina suprema, che cura la malattia del mondo, un albero che è riparo per le creature affaticate che brancolano lungo la strada dell’esistenza”.
  30. E’ la strada per attraversare le cattive rinascite , aperta a tutti coloro che viaggiano. E’ la luna crescente della mente, che calma le contaminazioni del mondo”.
  31. E’ il sole splendente, che dissipa la foschia dell’ignoranza dal mondo. E’ il burro fresco ottenuto dal rimestamento del latte del vero Dharma”.
  32. Per la carovana dell’umanità che viaggia sulla strada dell’esistenza, affamata di godere della felicità, questo è un banchetto di felicità offerto come rinfresco a tutti gli esseri che si accostano”.
  33. “Oggi invito il mondo alla buddhità e intanto alla felicità mondana. Alla presenza di tutti i Salvatori, possano gli dèi, i titani e gli altri tutti gioire”.


Gli Otto Versi della Trasformazione della Mente

Considerando tutti gli esseri senzienti
superiori alla gemma che esaudisce i desideri
per realizzare il fine supremo2
possa io costantemente prenderli a cuore.

Quando sarò con gli altri,
riterrò me stesso come il meno importante,
e mi prenderò cura di loro fin nel profondo del cuore
come se ognuno fosse il più elevato degli esseri.

Vigile, ogni volta che sorge un’emozione negativa3
Che possa nuocere me o gli altri,
l’affronterò e l’eliminerò
senza indugio.

Vedendo esseri in preda alla malvagità
Intenti a violente azioni negative4, sopraffatti da sofferenze5,
avrò sempre cura di tali creature così rare,
come se avessi trovato un tesoro prezioso.

Quando altri, per invidia, mi maltratteranno,
mi insulteranno o faranno cose simili,
accetterò la sconfitta e offrirò la vittoria.

Quando qualcuno a cui ho fatto del bene
e in cui ho riposto grandi speranze
mi infligge un danno terribile,
lo considererò il mio santo amico spirituale6.

(ripetere 3 volte) In breve, direttamente e indirettamente, offro
ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madri7;
possa io segretamente prendere su di me
tutte le loro azioni negative e sofferenze.

Possa la pratica non essere mai contaminata dalle idee causate
dalle otto preoccupazioni mondane8,
e, consapevole che tutte le cose sono illusorie,
possa io, privo di attaccamento, essere libero dal samsara9.





I tre Aspetti Principali del Sentiero

Testo insegnato dall’erudito monaco Drakpa Pal (Tsongkhapa) a Tsa Kho Vonpo Ngawang Drakpa.
Traduzione inglese e note a cura di Geshe Gedun Tharchin - La traduzione italiana è stata effettuata dall’Istituto Lam Rim di Roma.


Porgo omaggio ai venerabili Lama.10

Spiegherò, come meglio posso,
il significato essenziale di tutte le Scritture del Buddha,
il sentiero lodato dagli eccellenti Bodhisattva11,
la via d’accesso per il fortunato che anela alla liberazione.12

Coloro che non sono attaccati ai piaceri dell’esistenza mondana13,
coloro che si sforzano per rendere utili le circostanze favorevoli e la fortuna14,
coloro che propendono per il sentiero che compiace Buddha ,
questi fortunati15 dovrebbero ascoltare con mente attenta.

Senza una rinuncia16 completamente pura,
non vi è modo di frenare l’ardente ricerca di piaceri nell’oceano dell’esistenza17.
Inoltre, l’attaccamento all’esistenza ciclica imprigiona completamente gli esseri incarnati.
Quindi, sin dall’inizio, bisognerebbe cercare di realizzare la rinuncia.

Le circostanze favorevoli e la fortuna sono difficili da ottenere
e la vita non è lunga,
familiarizzando con ciò, si elimina l’attaccamento alle apparenze di questa vita.
Riflettendo costantemente sul karma e sui suoi inevitabili effetti
e sulle sofferenze del samsara18,
si elimina l’attaccamento alle apparenze delle vite future19.

Se, avendo meditato in tal modo, non nasce nessun desiderio
per i piaceri dell’esistenza ciclica,
e se costantemente, giorno e notte, sorge un’aspirazione alla liberazione,
allora la rinuncia è stata generata.

Tuttavia, se questa rinuncia non viene unita alla generazione
di una completa aspirazione alla più alta illuminazione20,
non diverrà causa della meravigliosa beatitudine dell’insuperabile Bodhi21.
Perciò il saggio dovrebbe generare il supremo Bodhicitta22.

Gli esseri samsarici vengono trascinati dalla corrente dei quattro potenti fiumi23,
sono legati con le strette catene del karma24, difficile da eliminare,
sono entrati nella gabbia di ferro dell’attaccamento al Sé25,
sono completamente oscurati dalle fitte tenebre dell’ignoranza,

nascono nell’esistenza senza limiti, e nelle loro nascite
vengono incessantemente torturati dalle tre sofferenze26.
Riflettendo in tal modo circa la condizione delle madri27 che si trovano in tale stato,
genera la suprema intenzione altruistica di divenire un Risvegliato28.

Se non possiedi la saggezza29 che comprende la vera natura delle cose30,
sebbene tu abbia sviluppato la rinuncia e il Bodhicitta,
la radice del samsara31 non può essere estirpata.
Quindi, impegnati intensamente per realizzare l’origine interdipendente32.

Colui che vede come inevitabile la realtà di causa ed effetto di tutti i fenomeni
nel samsara e nel nirvana33,
distrugge totalmente ogni percezione errata
ed è entrato nel sentiero che compiace i Buddha.

Fin quando le due realizzazioni, quella delle apparenze,
ovvero l’inevitabilità dell’origine interdipendente34
e quella della Vacuità, ovvero la non-asserzione35,
vengono considerate separate, non vi è ancora la realizzazione
del pensiero di Buddha Shakyamuni36.

Quando le due realizzazioni esistono simultaneamente, senza alternarsi,
e la semplice percezione dell’inevitabilità dell’origine interdipendente eliminerà
la concezione di un’esistenza intrinseca,
allora l’analisi della visione37 è completa.

Inoltre, l’estremo dell’esistenza38 è eliminato dall’apparenza39,
e l’estremo della non-esistenza40 è eliminato dalla Vacuità41.
Se comprenderai che la Vacuità appare come causa ed effetto,
non sarai preda delle visioni estremiste42.

Quando avrai realizzato correttamente
i punti essenziali dei tre aspetti principali del sentiero43,
dimora in solitudine e genera il potere della perseveranza entusiastica44.
Raggiungi presto la tua meta finale45, figlio mio46.

***




I Versi dell’Esperienza
Lam-Rim Bsdus-Dön - (Il Significato Essenziale del Sentiero Graduale)
di Lama Tsong Khapa Lobsang Drakpa
Fu scritto nel monastero di Ganden Nampar Gyelwa’l, sulla montagna Drog Riwoche, in Tibet, compilato in forma breve perché non possa mai essere dimenticato, dal monaco buddhista Lobsang Drakpa, un meditante che ha ascoltato molti insegnamenti. - La traduzione italiana è stata fatta dall’Istituto Lamrim di Roma dal testo originale in tibetano, consultando varie traduzioni in inglese.

  1. Mi prostro davanti a te, Buddha, capo della stirpe dei Sakya. Il tuo corpo illuminato è generato da decine di milioni di virtù positive e perfette realizzazioni47; la tua parola illuminata esaudisce i desideri di innumerevoli esseri; la tua mente illuminata vede tutto l’esistente nella sua vera natura.
  2. Mi prostro davanti a voi, Maitreya e Manjusri, supremi figli spirituali di questo impareggiabile maestro. Assumendovi la responsabilità di favorire tutte le azioni illuminate del Buddha, voi inviate emanazioni a innumerevoli mondi.
  3. Mi prostro davanti ai vostri piedi, Nagarjuna e Asanga, ornamenti del nostro mondo. Grandemente famosi in tutti i Tre Reami48, avete commentato la “Madre dei Buddha”49, la più difficile da comprendere, rivelando esattamente il suo vero significato.
  4. Mi inchino a Dipamkara Atisha, titolare di un tesoro di insegnamenti50. Vi sono inclusi tutti i punti completi, senza errori, che riguardano i sentieri della visione profonda e dell’azione estesa, trasmessi inalterati dai suoi due grandi precursori.
  5. Mi prostro rispettosamente davanti ai miei maestri spirituali51. Voi siete gli occhi che ci permettono di comprendere tutte le infinite affermazioni delle scritture, il miglior guado degli esseri fortunati che avanzano verso la liberazione. Voi rendete chiaro ogni argomento tramite i vostri abili mezzi, motivati da un’intensa preoccupazione amorevole.
  6. Gli stadi del sentiero verso l’illuminazione sono stati trasmessi intatti da coloro che si sono succeduti a Nagarjuna e Asanga, gioielli che adornano la corona di tutti gli eruditi maestri del mondo, lo stendardo della loro fama sventola al di sopra delle masse. Dato che, seguendo questi stadi, si può soddisfare ogni desiderio52 di tutti gli esseri viventi53, sono simili ad un re che concede il potere54 del prezioso insegnamento. Inoltre, poiché raccolgono il flusso del pensiero di migliaia di classici eccellenti, in effetti sono un oceano di sublimi e corrette spiegazioni.
  7. Questi insegnamenti rendono facile comprendere come non vi sia nulla di contraddittorio in tutti gli insegnamenti del Buddha e fanno sorgere nella tua mente ogni affermazione delle scritture, senza eccezione, come un’istruzione ricevuta direttamente. Rendono facile scoprire quello che il Buddha intendeva55 e ti proteggono dall’abisso del grande errore56. Grazie a questi quattro benefici, quale persona capace di comprendere fra gli eruditi maestri dell’India e del Tibet non avrebbe la propria mente completamente conquistata da questo insegnamento degli stadi del sentiero dei tre livelli di persone57, l’istruzione suprema alla quale molti esseri fortunati si sono dedicati?
  8. Sebbene guadagni un grande merito recitando o ascoltando anche una sola volta questo testo scritto da Atisha, che include i punti essenziali di tutte le affermazioni delle scritture, è certo che accumulerai anche grandi raccolte di benefici studiando e insegnando effettivamente il sacro Dharma in esso contenuto. Quindi dovresti prendere in considerazione il metodo per farlo correttamente.
  9. Avendo preso rifugio, dovresti comprendere che la giusta devozione nel pensiero e nell’azione al tuo sublime maestro, che ti mostra il sentiero per l’illuminazione, è la causa radice più propizia per ottenere una grande quantità di condizioni favorevoli in questa e nelle vite future. Quindi dovresti compiacere il tuo maestro offrendogli la tua pratica di ciò che ti ha insegnato, non abbandonandola nemmeno a costo della tua vita. Io, lo yogi58, ho già praticato così. Tu, che anche cerchi la liberazione, per favore coltiva la tua mente allo stesso modo.
  10. Questa esistenza umana, con le sue otto libertà59, è più preziosa persino della gemma che esaudisce i desideri. Ottenuta una sola volta, difficile da conseguire e facilmente persa, trascorre come un lampo, come un fulmine nel cielo. Considerando come ciò facilmente possa succedere in qualsiasi momento e comprendendo che tutte le attività mondane sono prive di vero significato, come paglia senza valore, tu dovresti tentare di coglierne il valore in ogni momento, giorno e notte. Io, lo yogi, ho già praticato così. Tu, che anche cerchi la liberazione, per favore coltiva la tua mente allo stesso modo.
  11. Dopo la morte, non vi è alcuna garanzia che non rinascerai in uno dei tre reami sfortunati60. Nonostante questo, è certo che i Tre Gioielli del Rifugio61 abbiano il potere di proteggerti dai loro tormenti. Per questo motivo, la tua presa di rifugio dovrebbe essere estremamente solida e dovresti seguire il suo consiglio senza mai lasciare indebolire il tuo impegno. Inoltre, il tuo successo nel far ciò dipende dalla corretta comprensione su quali siano le azioni karmiche negative e positive, insieme ai loro risultati , e quindi vivere secondo i dettami di ciò che deve essere accettato o rifiutato. Io, lo yogi, ho già praticato così. Tu, che anche cerchi la liberazione, per favore coltiva la tua mente allo stesso modo.
  12. I più intensi passi del successo nel realizzare i supremi sentieri non avverranno se non avrai ottenuto il fondamento pratico ideale di un essere umano62. Pertanto, devi addestrarti nelle azioni virtuose causali, che consentiranno il raggiungimento di tale forma umana in modo completo. Inoltre, siccome è estremamente essenziale purificare le macchie dei debiti e delle conseguenze del karma negativo, derivati dalla rottura dei voti, macchiando le tre porte (corpo, parola e mente), e soprattutto eliminandogli ostacoli karmici che impedirebbero una rinascita umana, dovresti avere a cuore continuamente di dedicarti ad applicare tutti i quattro poteri antagonisti63, che ti possono ripulire da ogni negatività. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore coltiva la tua mente allo stesso modo.
  13. Se non ti sforzi di riflettere sulle tue sofferenze e i loro inconvenienti, non potrai sviluppare correttamente un intenso interesse per l’impegno necessario alla liberazione. Se non comprendi il modo in cui le reali origini di tutte le sofferenze ti pongono e trattengono nell’esistenza ciclica, non conoscerai mai i metodi per tagliare le radici di questo circolo vizioso . Quindi dovresti avere a cuore di provare un totale disgusto e rinuncia di questa esistenza, conoscendo quali siano i fattori che ti legano alla sua ruota. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  14. L’accrescimento continuo della tua motivazione illuminata di bodhicitta è l’asse centrale del sentiero Mahayana. E’ la base e il fondamento per grandi onde di condotta illuminata. Come l’elisir che produce l’oro, esso trasforma qualunque cosa tu faccia nelle due accumulazioni64, edificando un tesoro di meriti prodotti da virtù raccolte all’infinito. Sapendo questo, i Bodhisattva considerano questa preziosa mente suprema come la pratica più interiore. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  15. La generosità è la gemma che esaudisce i desideri con la quale puoi realizzare le speranze degli esseri senzienti. E’ l’arma migliore per tagliare il nodo dell’avarizia. E’ il comportamento altruistico che aumenta la fiducia in se stessi e il coraggio impavido. E’ la base per la buona reputazione da proclamare nelle dieci direzioni. Sapendo ciò, i saggi hanno votato se stessi all’eccellente sentiero dell’offrire totalmente il proprio corpo, i propri averi e meriti. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  16. La disciplina etica è l’acqua che lava via le macchie delle azioni negative. E’ il raggio di luna che rinfresca l’ardente calore delle afflizioni mentali, Ti rende raggiante come il monte Meru in mezzo alle nove specie di esseri. Tramite il suo potere, sei capace di esercitare la tua buona influenza su tutti gli esseri, senza ricorrere ad altri mezzi. Sapendo ciò, i santi hanno protetto, come se fossero i loro stessi occhi, i precetti che hanno accettato di osservare con purezza. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  17. La pazienza è il miglior ornamento per coloro che hanno il potere, e la perfetta pratica ascetica lo è per chi sia tormentato da illusioni. E’ l’aquila che si innalza alta, è la nemica del serpente della rabbia, è la corazza più robusta contro le armi del linguaggio offensivo. Sapendo ciò, i saggi si sono esercitati nei vari modi e nelle varie forme con la corazza della suprema pazienza. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  18. Una volta che hai indossato l’armatura della risoluta e irremovibile perseveranza entusiastica, la tua conoscenza delle scritture e la tua intuizione aumenteranno come la luna crescente. Tutte le tue azioni saranno significative per lo scopo di ottenere l’illuminazione, e qualunque cosa tu intraprenderai la porterai alla sua conclusione come volevi. Sapendo ciò, i Bodhisattva si sono esercitati in grande ondate di perseveranza entusiastica, eliminando ogni pigrizia. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  19. La concentrazione meditativa è il sovrano esercizio del potere sulla mente. Se la fissi su un oggetto, vi rimane stabile come il monte Meru. Se la applichi, può affrontare perfettamente qualsiasi oggetto virtuoso. Conduce alla grande beatitudine del corpo e della mente, rendendoli utili allo scopo. Sapendo ciò, gli yogi esperti hanno votato se stessi alla continua concentrazione sul singolo punto, che sconfigge il nemico della divagazione mentale. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  20. La profonda saggezza è l’occhio con il quale contemplare la profonda vacuità e il sentiero con il quale sradicare l’ignoranza fondamentale, fonte dell’esistenza ciclica. E’ il tesoro dell’ingegno elogiato in tutte le affermazioni delle scritture e rinomato come la suprema lampada che illumina le oscurità della mente limitata. Sapendo ciò, i saggi che hanno desiderato la liberazione hanno progredito lungo questo sentiero con grande impegno. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  21. Con la sola meditazione sul singolo punto, non hai la visione che ti porta l’abilità di estirpare le radici dell’esistenza ciclica. Inoltre, sprovvisto del sentiero della quiete costante, la sola saggezza non può far ripiegare le illusioni, non importa come tu le analizzi. Quindi, sul cavallo incrollabile della calma dimorante, i saggi hanno montato la saggezza discriminante che è assolutamente cruciale per conoscere la vera natura delle cose. Allora, con la spada affilata del ragionamento della Via di Mezzo, escludendo le visioni estremiste, essi hanno utilizzato ampiamente la saggezza discriminante per analizzare correttamente e distruggere tutti i fondamenti delle loro idee che tendevano ad aggrapparsi agli estremi. In questo modo essi hanno accresciuto la loro conoscenza, che ha realizzato la vacuità. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  22. Una volta conseguita la concentrazione sul singolo punto tramite la familiarità con la mente focalizzata sul singolo punto, il tuo stesso esame sul singolo fenomeno, tramite l’appropriata analisi, da sola accrescerà la tua concentrazione univoca stabilizzata estremamente salda. Vedendo ciò, coloro che hanno praticato con ardore si sono meravigliati dall’ottenimento dell’unione della calma dimorante e dell’intuizione della vacuità. C’è bisogno di affermare che dovresti pregare per ottenerla tu stesso? Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  23. Avendo conseguito tale unione, dovresti meditare sia sulla vacuità simile allo spazio, mentre sei completamente assorbito nella sessione meditativa, che sulla vacuità simile all’illusione, quando in seguito ti alzi. Così facendo, attraverso l’unione di pratica e consapevolezza, sarai elogiato come qualcuno che si perfeziona nella condotta del Bodhisattva. Comprendendo ciò, coloro che hanno avuto la grande fortuna di ottenere l’illuminazione, non si sono mai accontentati semplicemente di sentieri incompleti. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  24. In questo modo, una volta che hai sviluppato adeguatamente il sentiero comune necessario ad entrambi i veicoli Mahayana, quelli della pratica delle cause65 e dei risultati66, affidandoti ad un’abile guida attraversare il vasto oceano degli insegnamenti Mantrayana. Coloro che hanno fatto ciò e che si sono dedicati alle sue istruzioni, hanno ottenuto la realizzazione di un corpo umano con tutte le libertà ed ottenimenti di grande significato. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.
  25. Per familiarizzare la mia mente con ciò e darne beneficio agli altri esseri che abbiano avuto la buona fortuna di incontrare un autentico maestro e che siano capaci di praticare quanto egli insegna, ho spiegato qui, con parole facilmente comprensibili, il sentiero che compiace i Buddha. Prego affinché il merito che ne deriva possa far si che nessun essere senziente sia mai separato da questi sentieri puri ed eccellenti. Io, lo yogi, ho già praticato così. Se anche tu cerchi la liberazione, per favore evolviti allo stesso modo.






PREGHIERA MĀHAMUDRĀ

O Grande Vajradhara, che pervadi tutte le nature,
Glorioso primo Buddha, principio di tutte le famiglie di Buddha
Nella dimora celeste dei tre corpi spontanei,
Ti prego di concedermi la tua benedizione.

Affinché io possa sradicare la pianta rampicante dell’attaccamento al sé nel mio continuum mentale,
Praticare l’amore, la compassione e la bodhicitta,
e compiere velocemente il mahamudra del sentiero dell’Unione,
O Onnisciente, Eccelso Mañjusrī,
Padre di tutti i Conquistatori dei tre tempi,
Nelle terre di Buddha attraverso i mondi delle dieci direzioni,
Ti prego di concedermi la tua benedizione.

Affinché io possa sradicare la pianta rampicante dell’attaccamento al sé nel mio continuum mentale,
Praticare l’amore, la compassione e la bodhicitta,
e compiere velocemente il mahamudra del sentiero dell’Unione,
O Guru venerabili,
Guide spirituali che, per discepoli fortunati,
Avete diffuso l'essenza del Dharma,
Vi prego di concedermi la vostra benedizione.

Affinché io possa sradicare la pianta rampicante dell’attaccamento al sé nel mio continuum mentale,
Praticare l’amore, la compassione e la bodhicitta,
e compiere velocemente il mahamudra del sentiero dell’Unione,
Vi prego concedetemi la vostra benedizione.

Affinché io possa vedere il venerabile Guru come un Buddha,
Superare l’attaccamento per il samara,
Completare i sentieri comuni e non comuni,
e ottenere velocemente l’Unione del Māhamudhrā.

Il mio corpo e il tuo corpo, o Padre,
La mia parola e la tua parola, o Padre,
La mia mente e la tua mente, o Padre,
Possano, attraverso la tua benedizione, divenire un’unità inseparabile.
Il Cuore della Perfezione della Saggezza”
Il titolo sanscrito è : Bhagavati67 Prajna Paramita Hridaya68
Così una volta udii:
Il Bhagavan69 dimorava a Rajagrha70, presso il Picco dell’Avvoltoio71, con un gran numero di Arhat72 e un gran numero di Bodhisattva73 e a quel tempo il Bhagavan era entrato nell’assorbimento meditativo74 sulla varietà dei fenomeni75 chiamato “percezione profonda”76. In quello stesso tempo, l’arya77 Avalokitesvara78, il Bodhisattva mahasattva79, era assorto nella stessa pratica della profonda perfezione della saggezza80 e vide che anche i cinque aggregati81 sono vuoti di natura intrinseca82.
Quindi, tramite l’ispirazione del Buddha, il venerabile bikshu83 Shariputra84 si rivolse all’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva85 e gli disse: “come deve addestrarsi un figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza?”
Quando fu detto questo, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, rispose al venerabile bikshu Shariputra e disse: “Shariputra, ogni figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva86, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza, dovrebbe vedere chiaramente nel seguente modo: dovrebbe vedere distintamente che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca”.
La forma è vuota, la vacuità è forma; la vacuità non è altro che forma, la forma non è altro che vacuità. Allo stesso modo sono vuote le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza. Quindi, Shariputra, tutti i fenomeni sono vacuità; essi sono privi di caratteristiche peculiari; non sono nati, non cessano; non sono contaminati, non sono incontaminati; non sono incompleti e non sono completi.”
Quindi, Shariputra, nella vacuità non c’è forma, né sensazioni, né percezioni, né formazioni mentali, né coscienza. Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente. Non c’è forma, né suono, né odore, né gusto, né oggetti concreti, né oggetti mentali. Non c’è nessun elemento visivo, così fino a nessun elemento mentale fino a includere nessun elemento della coscienza mentale. Non c’è ignoranza, non c’è estinzione dell’ignoranza, e così fino a nessun invecchiamento e morte, e nessuna estinzione dell’invecchiamento e della morte. Allo stesso modo, non c’è sofferenza, origine, cessazione o sentiero; non c’è saggezza, né ottenimento e neppure mancanza di ottenimento.”
Quindi, Shariputra, poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti, si basano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non avendo oscuramenti nelle loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati totalmente oltre l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana87. Tutti i Buddha che dimorano nei tre tempi hanno ottenuto il pieno risveglio dell’insuperabile, perfetta illuminazione, basandosi su questa profonda perfezione della saggezza”.
Quindi, si dovrebbe sapere che il mantra88 della perfezione della saggezza – il mantra della grande conoscenza, il mantra supremo, il mantra uguale a ciò che non ha uguale, il mantra che fa tacere tutte le sofferenze – è vero perché non è ingannevole. Si proclama il mantra della perfezione della saggezza:
TADYATHA GATE’ GATE’ PARAGATE’ PARASAMGATE’ BODHI SVAHA
Shariputra, così i Bodhisattva mahasattva dovrebbero addestrarsi alla profonda perfezione della saggezza”.
Quindi, il Bhagavan si svegliò dal suo assorbimento meditativo e lodò l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, dicendo che era eccellente.
Eccellente! Eccellente! Figlio del lignaggio dei Bodhisattva, è proprio così; dovrebbe essere così. Bisogna praticare la profonda perfezione della saggezza proprio così come hai rivelato. Perciò anche i Tathagata89 se ne rallegreranno”.
Come il Bhagavan pronunciò queste parole, il venerabile bikshu Shariputra, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, insieme all’intera assemblea, inclusi i mondi degli dei, degli umani, degli asura90 e dei gandharva91, tutti gioirono e lodarono ciò che il Bhagavan aveva detto.





Atīsa - La Lampada sul Sentiero verso l’Illuminazione
(Trascrizione del testo: Fabio Di Donna)
Mi prostro al bodhisattva, il giovane Mañjusrī.
  1. Rendo omaggio con grande rispetto ai Conquistatori dei tre tempi, ai loro insegnamenti e a coloro che aspirano alla virtù. Esortato dal perfetto discepolo Cianciub Ö illustrerò la lampada sul sentiero verso l’illuminazione.
  2. Comprendi che ci sono tre tipi di individui poiché essi hanno capacità inferiore, media e superiore. Scriverò distinguendo chiaramente le loro caratteristiche individuali.
  3. Sappi che coloro che ricercano per se stessi, con qualunque mezzo, nient’altro che i piaceri dell’esistenza ciclica, sono individui di capacità inferiore.
  4. Coloro i quali ricercano la pace solo per se stessi, avendo voltato le spalle ai piaceri mondani e rinunciato a compiere azioni negative sono detti individui di capacità media.
  5. Coloro che, attraverso la loro personale sofferenza, desiderano sinceramente far cessare tutte le sofferenze degli altri, sono persone di capacità suprema.
  6. Per queste creature eccellenti, che aspirano alla suprema illuminazione, spiegherò i metodi perfetti tramandati dai maestri spirituali.
  7. Di fronte a un’immagine dipinta, scolpita e così via di colui che ha raggiunto la completa illuminazione, a uno stupa e all’insegnamento eccellente, offri fiori, incenso e qualunque altro bene possiedi.
  8. Con l’offerta in sette parti dalla [Preghiera della] Nobile Condotta, con il pensiero di non tornare indietro finché non raggiungi l’illuminazione ultima,
  9. e con una forte fede nei Tre Gioielli, inchinati con un ginocchio a terra e, con le mani giunte, per prima cosa prendi rifugio tre volte.
  10. Quindi, iniziando col generare un pensiero d’amore per tutte le creature viventi, considera gli esseri, senza nessuna esclusione, tormentati dalle tre cattive rinascite, tormentati dalla nascita, dalla morte e così via.
  11. Allora, dal momento che desideri liberare questi esseri dalla sofferenza del dolore, dalla sofferenza e dalla causa della sofferenza, fai sorgere immutabilmente la determinazione di raggiungere l’illuminazione.
  12. Le qualità per sviluppare questo tipo di aspirazione sono completamente illustrate da Maitreya nel Sutra della sequenza dei tronchi.
  13. Avendo appreso di tutti gli infiniti benefici che derivano dall’intenzione di raggiungere la completa illuminazione leggendo questo sutra o ascoltandolo da un maestro, falla sorgere ripetutamente per renderla stabile.
  14. Citerò brevemente a questo punto i tre versi del Sutra richiesto da Viradatta nel quale i meriti suddetti sono pienamente illustrati.
  15. Se i meriti di questa intenzione altruistica dovessero assumere una forma fisica riempirebbero completamente lo spazio e si espanderebbero oltre.
  16. Se qualcuno offrisse ai protettori dell’universo gioielli in tal numero da riempire i campi puri dei buddha pari ai granelli di sabbia del Gange,
  17. tale offerta sarebbe inferiore al dono di congiungere le mani e disporre la propria mente verso l’illuminazione, perché tali meriti sono senza limite.
  18. Avendo generato la mente che aspira all’illuminazione, costantemente con grande sforzo occorre accrescerla. Per ricordarla in questa vita e anche nelle altre, mantieni propriamente i precetti come è spiegato.
  19. Senza prendere il voto della mente dell’impegno, la perfetta aspirazione non potrà svilupparsi. Sforzati definitivamente di prenderlo, poiché vuoi accrescere il desiderio per l’illuminazione.
  20. Coloro che mantengono qualunque dei sette tipi di voto per la liberazione individuale, non gli altri, possiedono i [requisiti] ideali per prendere il voto del bodhisattva.
  21. Il Tathagata ha spiegato i sette tipi di voto della liberazione individuale. Il più elevato fra questi è la gloriosa pura condotta, che è il voto proprio della persona completamente ordinata.
  22. In accordo al rituale descritto nel capitolo sulla disciplina nel testo Gli stadi del bodhisattva, prendi il voto da un bravo e ben qualificato, maestro spirituale.
  23. Comprendi che un buon maestro spirituale è esperto nella cerimonia di concedere il voto, vive nel voto e possiede la confidenza e la compassione per concederlo.
  24. Comunque, se dopo aver cercato, non sei riuscito a trovare un tale maestro spirituale, spiegherò un’altra procedura corretta per prendere il voto.
  25. Descriverò qui chiaramente, secondo la spiegazione del Sutra dell’ornamento della terra pura di Manjusri, come, molto tempo fa, quando Mañjusrī si chiamava Ambaraja, generò l’intenzione di raggiungere l’illuminazione.
  26. Di fronte ai Protettori, faccio sorgere l’intenzione di ottenere la completa illuminazione. Invito tutti gli esseri come miei ospiti e li libererò dall’esistenza ciclica.
  27. Da ora in poi, sino al raggiungimento dell’illuminazione non darò spazio a pensieri che danneggiano, rabbia, avarizia, invidia.
  28. Coltiverò una condotta pura, rinuncerò alle azioni negative e al desiderio e con gioia nel voto della disciplina mi addestrerò nel seguire i buddha.
  29. Cercherò di non avere fretta nel voler velocemente raggiungere l’illuminazione, ma rimarrò indietro sino alla fine per il beneficio anche di un solo essere.
  30. Purificherò le inconcepibili infinite terre e sarò presente nelle dieci direzioni per tutti coloro che invocheranno il mio nome.
  31. Purificherò tutte le mie azioni compiute col corpo e con la parola. Purificherò anche le mie attività mentali e non farò niente che non sia virtuoso.”
  32. Quando coloro che osservano il voto della mente dell’impegno si saranno ben addestrati nelle tre forme di disciplina, il loro rispetto verso queste crescerà, causando la purezza del corpo, della parola e della mente.
  33. Quindi attraverso lo sforzo compiuto dal bodhisattva di mantenere il voto per la pura e piena illuminazione, le raccolte per la completa illuminazione saranno pienamente realizzate.
  34. Tutti i buddha affermano che la causa per completare le raccolte, la cui natura è merito e saggezza suprema, è lo sviluppo della chiaroveggenza.
  35. Come un uccello che non ha sviluppato le ali non può volare nel cielo, coloro senza il potere della chiaroveggenza, non possono lavorare per il bene degli esseri viventi.
  36. I meriti ottenuti in un solo giorno da colui che possiede la chiaroveggenza, non possono essere ottenuti neanche in cento vite da colui che ne è privo.
  37. Coloro che vogliono completare velocemente le due raccolte per la piena illuminazione otterranno la chiaroveggenza per mezzo dello sforzo, non per mezzo della pigrizia.
  38. Senza l’ottenimento della calma dimorante non si potrà ottenere la chiaroveggenza. Quindi, compi ripetuti sforzi per conseguire la calma dimorante.
  39. Se le condizioni per la calma dimorante sono incomplete, la stabilizzazione meditativa non sarà completata, anche se si meditasse strenuamente per migliaia di anni.
  40. Così, mantenendo correttamente le condizioni menzionate nel Capitolo della collezione per la stabilizzazione meditativa, focalizza la mente su un qualsiasi oggetto virtuoso.
  41. Quando il praticante ha realizzato la calma dimorante, otterrà anche la chiaroveggenza, ma senza la pratica della perfezione della saggezza le ostruzioni non avranno fine.
  42. Perciò, per eliminare tutte le ostruzioni alla liberazione e all’onniscienza, il praticante dovrebbe continuamente coltivare la perfezione della saggezza con mezzi abili.
  43. La saggezza senza mezzi abili e anche i mezzi abili senza saggezza sono indicati come “legami” perciò non abbandonare nessuno dei due.
  44. Per eliminare qualsiasi dubbio su cosa sia la saggezza e cosa siano i mezzi abili, chiarirò la differenza tra mezzi abili e saggezza.
  45. A parte la perfezione della saggezza, tutte le pratiche virtuose come la perfezione della generosità, sono descritte come mezzi abili dai vittoriosi.
  46. Chiunque, per il potere della familiarità con i mezzi abili, coltivi la saggezza, otterrà velocemente l’illuminazione non solo meditando sulla mancanza del sé.
  47. Comprendere la vacuità dell’esistenza intrinseca attraverso la realizzazione che gli aggregati, i costituenti e le sorgenti non sono prodotti, è spiegata come saggezza.
  48. Un fenomeno esistente non può essere prodotto, e nemmeno qualcosa di non esistente, come un fiore nel cielo. Questi errori sono entrambi assurdi e così nessuno dei due può accadere.
  49. Una cosa non è prodotta da se stessa, non è prodotta da altro, non è prodotta da entrambi, né senza causa, perciò non esiste intrinsecamente, per sua propria entità.
  50. Inoltre, quando tutti i fenomeni sono esaminati in funzione dell’essere uno o molti, essi non sono visti esistere per loro propria entità, perciò sono accertati come non intrinsecamente esistenti.
  51. La logica esposta nelle Settanta stanze sulla vacuità, Il trattato sulla via di mezzo e così via, spiega che la natura di tutte le cose è stabilita come vacuità.
  52. Poiché vi sono veramente molti passaggi, non li ho citati qui, ma ho solamente spiegato le loro conclusioni per lo scopo della meditazione.
  53. Allora, qualunque meditazione sulla mancanza del sé, poiché non osserva una natura intrinseca nel fenomeno, è lo sviluppo della saggezza.
  54. Proprio come la saggezza non vede una natura intrinseca nei fenomeni, dopo aver analizzato la saggezza stessa tramite ragionamento, medita non concettualmente su di essa.
  55. La natura di questa esistenza mondana, che sorge dalla concettualizzazione, è concettualità. Quindi l’eliminazione della concettualità è il più alto stato del nirvana.
  56. La grande ignoranza della concettualità ci fa precipitare nell’oceano dell’esistenza ciclica. Dimorando in una stabilizzazione non concettuale, la non concettualità simile allo spazio si manifesta chiaramente.
  57. Quando i bodhisattva contempleranno non concettualmente questo eccellente insegnamento, trascenderanno la concettualità, così difficile da superare, e alla fine otterranno lo stato privo di concettualità.
  58. Avendo compreso, attraverso le scritture e i ragionamenti, che i fenomeni non sono prodotti e non hanno un’esistenza a sé stante, medita senza concettualità.
  59. Avendo meditato così sulla talità, alla fine, dopo aver ottenuto il “calore” e così via, si raggiungerà il “molto gioioso” e gli altri e, dopo breve tempo, lo stato illuminato della buddhità.
  60. Se desideri creare facilmente le raccolte per l’illuminazione attraverso le attività di pacificazione, incremento e così via, acquisite attraverso il potere del mantra,
  61. e anche per la forza degli otto e altri grandi ottenimenti come il “buon vaso”, se vuoi praticare il mantra segreto, come è spiegato nel tantra dell’azione e del comportamento,
  62. allora, per ricevere l’iniziazione del maestro, devi compiacere un eccellente maestro spirituale, attraverso servizi, regali preziosi e cose simili così come l’obbedienza.
  63. Grazie al completo conferimento dell’iniziazione del maestro, da parte di un maestro spirituale che è compiaciuto, sarai purificato da tutte le negatività e diverrai idoneo per conseguire i potenti ottenimenti.
  64. Coloro che osservano l’austera pratica di pura condotta non devono prendere le iniziazioni segrete e della saggezza, poiché nel Grande tantra del buddha primordiale è proibito severamente.
  65. Se coloro che osservano l’austera pratica di pura condotta ricevono queste iniziazioni, degenerano il loro voto di austerità facendo quello che è proibito.
  66. Questo crea trasgressioni che sono una sconfitta per coloro che osservano la disciplina. Poiché essi sono certi di cadere in una cattiva rinascita, non otterranno mai delle realizzazioni.
  67. Tuttavia, non vi è difetto se uno ha ricevuto l’iniziazione del maestro e conoscendo la talità, ascolta o spiega i tantra, compie i rituali dell’offerta bruciante, o fa offerte di doni e così via.
  68. Io, l’Anziano Dipamkarashri, in accordo ai sutra e ad altri insegnamenti, ho scritto questa concisa spiegazione su richiesta del discepolo Cianciub Ö.



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Dedica e preghiera conclusiva nel Lam Rim
Composta da Geshe Gedun Tharchin il 4 novembre 2000 - versione originale in tibetano

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La Vittoriosa tradizione dei Buddha come fondamento di Pace e Felicità,
Medicina per illuminare le sofferenze di tutti gli esseri senzienti,
Tesoro che realizza le speranze degli esseri viventi dei tre reami,
Gioiello che soddisfa simultaneamente i desideri propri e altrui.


Dal profondo del mio cuore porgo il mio rispetto ai Maestri,
che mi hanno indicato senza errori i metodi per seguire
il Percorso Fondamentale, come affidarmi ad una guida spirituale
fino a raggiungere, tramite la pace, la completa Illuminazione.


(x 3) Possano tutti gli esseri, e noi stessi, incontrare la felicità
Realizzando la rinuncia, la mente del non-attaccamento,
il Bodhicitta, la mente altruistica e che aspira a vincere la sofferenza,
la Vacuità, la massima visione della Chiara Luce.




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PRIMA PARTE

Roma 2006 Gennaio – Luglio

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Il Dharma è semplicità, altruismo, consapevolezza e saggezza


Questo è il primo incontro di Dharma dell’anno, abbiamo così l’opportunità di scambiarci gli auguri per un buon anno dharmico, il Dharma è il sale della vita, ciò che dà sapore. Un ottimo lavoro, senza Dharma è insipido, come cibo senza sale, e anche una eccellente salute passa inosservata e non è pienamente goduta se nella propria vita non c’è il Dharma.
Il Dharma è necessario e non lo si deve confondere con i tanti “ismi” con cui si identifica una religione, buddhismo, cristianesimo, islamismo, il Dharma è il significato della vita, va oltre qualsiasi “ismo”, è universale, che si sia credenti o no.
Quando il Dharma è presente vi è gioia, felicità, serenità, pace, ma se è assente tutte le qualità vengono a mancare, non lo dobbiamo ricercare all’esterno, ma scoprirlo in noi, nella mente e per questa ragione abbiamo necessità della meditazione, la pratica che ci permette di entrarne in connessione.
Tramite la meditazione si acquisisce la consapevolezza del Dharma in noi, in perfetta connessione con la mente.
Questo tipo di pratica deve essere presente in ogni momento della vita. Quindi con l’augurio di un buon anno dharmico auspichiamo che tutti i trecentosessantacinque giorni del 2006 possano essere colmi dello spirito del Dharma, oltrettutto è facile sapere se il giorno che sta scorrendo ha una qualità dharmica, basta semplicemente verificare consapevolmente se esiste o meno una connessione con la mente.
L’altra grande domanda che sorge è cosa sia la mente umana. La risposta diventa complessa se si vuole analizzare il Dharma con metodi scientifici, ma se ci si pone nella prospettiva della meditazione si scopre che la sua essenza è naturalmente nell’amore, nella gentilezza amorevole e nella compassione. Dunque, anche se abbiamo difficoltà a dimostrarlo attraverso un’analisi logica, possiamo sperimentarlo direttamente in ciò che sentiamo.
Non complichiamoci inutilmente la vita andando alla ricerca del significato e del luogo in cui si trova la mente, cerchiamo invece di percepirne direttamente l’essenza che sorge spontanea nella forma dell’amore e della compassione, perché queste sono le sue naturali qualità.
Cosa si intende parlando di un “tempo dharmico”? il tempo acquisisce la caratteristica di Dharma nel momento in cui vi è la connessione con l’essenza della mente di amore e compassione.
Quando siamo in questa condizione ci sentiamo naturalmente gioiosi e felici, è un’esperienza dharmica. Attraverso questo tipo di pratica di Dharma riusciamo a produrre e a trasmettere la stessa sensazione gioiosa agli altri e negli altri, e così è l’anno di Dharma che dovremmo trascorrere.
L’integrazione tra Dharma e vita quotidiana favorisce il successo in ogni attività e relazione perché è in sé armonia.
Senza Dharma non c’è gioia, non c’è pace, perché separati da amore e compassione non abbiamo alcuna possibilità di produrre serenità e felicità né per noi né per gli altri.
Il tempo dharmico è quello che trascorriamo in connessione con l’essenza della mente che è amore e compassione, al di fuori di essa siamo confusi, impauriti, è come se perdessimo la mente e sperimentiamo la paura forse più grande.
La pratica del Dharma consiste nel proteggere la nostra mente e per poterlo fare dobbiamo essere in connessione con la mente di amore e compassione, perché l’amore e la compassione non è qualcosa che ereditiamo dagli altri o che proviene da una fonte esterna, ma è in noi stessi.
E’ inoltre difficile che la mente possa essere protetta dall’amore e dalla compassione di qualcun altro, anche se abbiamo la tendenza a chiedere questa protezione al Buddha o a qualsiasi divinità, quasi a delegare ogni responsabilità, è un non volerci impegnare, è scegliere una scorciatoia facile ma non corretta, perchè per proteggere la mente dobbiamo essere in connessione con l’amore e la compassione in noi, questo deve essere realizzato.
La pratica del Dharma non è semplice, ma nemmeno irrealizzabile in quanto corrisponde ad una tendenza naturale, dunque non ci si deve scoraggiare di fronte al necessario sforzo iniziale, poi tutto diviene più facile e scorre naturalmente.
Un interessante aforisma tibetano ricorda che esistono due leggi fondamentali, la prima relativa al Dharma mentre la seconda è emanata dai governi, dalle nazioni. Quindi o sono leggi di Dharma o sono leggi dello stato. La legge del Dharma è simile una cintura annodata con il filo di seta, all’inizio è molto stretta, rigida, dura tanto da rendere difficoltoso ogni movimento, ma con il tempo si ammorbidisce sempre più divenendo delicata e agevole perché va incontro alle tendenze naturali della mente, è basata sull’amore e compassione. Invece le leggi dei re sono come un giogo d’oro, all’inizio pare leggero e magari anche bello, ma poi diviene man mano più pesante e gravoso perché si fonda sulla fiscalità, sulla paura e non sull’amore e sulla compassione.
La legge del Dharma rende tutto positivo e per questo ognuno dovrebbe praticarlo, sia cristiano, buddhista, ebreo, musulmano o ateo, è il modo in cui dovrebbe essere l’essere umano con una vita serena, armoniosa, significativa e pacifica, e ciò vale sia per l’individuo che per la società intera.
Questo è l’augurio per il 2006; chiarire e stabilizzare la motivazione all’inizio dell’anno è fondamentale per ottenere pace e gioia per sé e per gli altri, perché pensare esclusivamente al proprio interesse non è dharmico; se si pratica soltanto per se stessi ci si estromette automaticamente dal Dharma ottenendo unicamente il risultato di una grande sofferenza.
Leggiamo ora i “Tre aspetti principali del sentiero” con la motivazione di offrire questo augurio per tutti gli esseri senzienti. (pag. 13).

Ora meditiamo riflettendo sull’importanza della motivazione che, più che tranquillizzare la mente, permette di penetrare al suo interno, cosa non priva di difficoltà. Indubbiamente è più semplice concentrare l’attenzione su un oggetto esterno piuttosto che addentrarsi nella mente. Non è affatto facile coltivare in sé amore e compassione e attendere con pazienza il loro manifestarsi.
Amore e compassione sono una realtà importante e non sorgono soltanto come reazione a situazioni penose, a disgrazie, in questo caso l’emozione che si sperimenta è una risposta di pena di fronte al dolore, ma l’amore e la compassione mantengono inalterata e costante la freschezza, l’autenticità, la profondità in qualsiasi circostanza, sia di sofferenza come di grande festa. Si deve sviluppare amore e compassione sempre, anche durante un concerto rock si dovrebbe mantenere inalterata la capacità di meditare con amore e compassione, e ciò significa essere in costante connessione con il Dharma e arricchire il proprio tempo di significato, ecco perché è così importante la meditazione sulla motivazione.
Leggiamo il Sutra del Cuore sull’essenza della Saggezza, come segno di auspicio per l’inizio dell’anno. (pag. 22).

Il Sūtra del Cuore tratta della realtà ultima, definitiva, dei fenomeni.
La pratica della saggezza comporta accumulazione di saggezza, la pratica dell’amore e della compassione riguarda l’accumulazione dei meriti, e nel Dharma devono sempre essere presenti entrambe, sono inscindibili, la pratica di amore e compassione deve essere accompagnata dalla pratica della saggezza e, viceversa, la pratica della saggezza deve essere accompagnata dalla pratica di amore e compassione.
La pratica di amore e compassione consiste nell’attuare le prime tre perfezioni: la generosità, la moralità e la pazienza, perché se non c’è generosità non si potrà avere né moralità né pazienza né tanto meno compassione.
La perseveranza entusiastica è una perfezione che riguarda entrambe le pratiche di amore e compassione e di saggezza, e altrettanto partecipa alle accumulazioni di meriti e saggezza.
La perseveranza entusiastica è anche detta lo “sforzo gioioso”, uno sforzo senza sforzo, perché la pratica del Dharma richiede un impegno costante che però è senza sforzo in quanto non può essere compiuto per forza, è spontaneo, genuino, entusiasmante e quindi gioioso.
La perfezione della concentrazione è fondamentale perché senza concentrazione non è possibile realizzare la saggezza. Con una buona stabilizzazione della concentrazione si riesce a praticare più facilmente la saggezza.
Queste sono le pratiche che riguardano le due accumulazioni, di meriti e di saggezza, e comprendono in sé tutte le pratiche.
Domanda: Vorrei sapere se ci sono dei mantra che favoriscono la concentrazione, oppure è meglio rimanere in silenzio?
Lama: La ripetizione del mantra è importante, si può recitare con la parola o mentalmente. La recitazione mentale è più potente di quella verbale, perché quando si riesce a formulare il mantra silenziosamente la mente è completamente integrata in esso, mentre la recitazione verbale permette che la bocca pronunci le parole mentre la mente vaga dove vuole, come succede spesso ai tibetani che scandiscono tutto il giorno una sillaba dopo l’altra, ma la mente è altrove.
In Europa, regione particolarmente civilizzata in cui si ha rispetto delle esigenze delle persone, la recitazione verbale di un mantra potrebbe essere fastidiosa per il vicino e quindi poco opportuna, io consiglio sempre di ripeterlo mentalmente.
La pratica del Dharma per un occidentale deve essere adeguata al massimo livello di possibilità che l’Europa offre, di educazione, di ritegno, di senso del rispetto.
Nel nord Italia c’è un centro buddhista con un lama tibetano che parla solo questa lingua e pratica assiduamente con pūja e rituali antichi facendo gran uso di strumenti tibetani, e, non accontentandosi del suono così prodotto, utilizza contemporaneamente registrazioni a volume altissimo anche in estate con tutte le finestre aperte, ma l’edificio non è isolato, così una volta i vicini hanno chiamato la polizia che ha cercato di far capire a questo Lama che era necessario abbassare il volume. Non potendo rinunciare alle sue pratiche, oggetto anche di iniziazioni dei discepoli, il giorno seguente ha ripetuto la stessa pratica mantenendo un volume più basso e con tutte le finestre sbarrate, costringendo così tutti i presenti ad una vera sauna.
Queste pratiche si sono sviluppate in Tibet, un territorio immenso e poco popolato e una ritualità ricca di suoni era sicuramente ottima e considerata benefica, ma qui non è così, la recitazione di mantra, la pratica di rituali, deve essere concordata nell’ambito degli standard di vita europei in modo da essere realmente efficace e proficua, piuttosto che ostinarci a voler imitare e assimilare modalità estranee e alla fine controproducenti. Una recitazione interiore del mantra che sgorghi dal cuore è infinitamente più efficace e potente e produce autentiche energie spirituali.
Prima di congedarci desidero ringraziare tutti gli amici, sia quelli che partecipano agli incontri da anni sia le persone nuove, e i vecchi e nuovi amici che per un po’ si sono allontanati e gli amici del mio stesso continente, tutti contribuiscono a creare un buon spirito e una eccellente atmosfera, ogni presenza è preziosa per tutti noi. Io penso che gli italiani siano persone compassionevoli e anche gli stranieri che vivono in Italia da molti anni si stanno italianizzando diventando sempre più compassionevoli. Lo stesso fatto di vivere in Italia è una buona pratica del Dharma e io sono grato per essere qui.
Recitiamo insieme la Preghiera di Dedica. (pag. 27)



Ritorno dall’India


Iniziamo l’incontro leggendo gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente”. (pag. 12)

Sono Appena rientrato da un lungo viaggio in India e in Nepal, ho visto tante situazioni e incontrato persone e tutto è stato di grande utilità.
Dal confine del Nepal fino a Pokhara ho viaggiato su un bus che all’inizio era mezzo vuoto, ma poi sono salite tante capre e l’odore era davvero forte, ed è stata una gran bella esperienza poter assaporare i ricordi dell’infanzia.
All’inizio sembrava una situazione un po’ difficile ma gradualmente è diventata piacevole perchè mi ha riportato al passato. E’ interessante poter gustare l’aspetto positivo di situazioni così differenti perché è arduo conservare inalterato lo stile di vita.
L’unica cosa che non muta è l’amore e la compassione che dovremmo mantenere incessantemente vivi e presenti in qualsiasi circostanza, sia che si viaggi in aereo, velocemente e in condizioni confortevoli, con buon cibo, o che si viaggi lungamente in un bus su strade sconnesse, stipati e scomodi e con poche possibilità di nutrirsi adeguatamente in taverne decisamente sporche e con un’alimentazione scadente, ma bisogna affrontare entrambe le circostanze con lo stesso buon cuore e compassione, perché ambedue offrono l’occasione di praticare il Dharma continuativamente.
In questi Paesi si incontrano tante persone che, pur impegnandosi al massimo in lavori estremamente faticosi, vivono in condizioni estremamente dure senza poter provvedere ai bisogni fondamentali e a noi risulta incomprensibile come possano sopravvivere, eppure non abbiamo il potere di mutare il loro livello di vita, abbiamo però l’occasione di sviluppare l’atteggiamento dharmico che è comprensione e accoglienza della realtà con profondo e autentico rispetto nei confronti di ogni circostanza e di ogni essere.
In India e in Nepal le condizioni di vita sono notevolmente differenti, qui è raro trovare a qualcuno a cui manchi realmente l’essenziale, siano anziani o bambini, è difficile incontrare una persona che ringrazi per pochi centesimi ricevuti, è facile che si tratti di mendicanti di professione che non apprezzano gli spiccioli, invece in aree radicalmente povere le persone provano una grande gioia quando ricevono un’elemosina seppur minima, offrendo in questo modo una grande occasione di pratica del Dharma da entrambe le parti, sia per chi dona che per chi riceve. Viaggiare è importante se lo si fa con una mente dharmica, ma spesso lo si scorda.
In questo viaggio ho avuto l’opportunità di visitare a Delhi i luoghi dell’assassinio di Gandhi e di altre grandi personalità, Neru, Indira Gandhi, personaggi pubblici di grande coraggio, quasi dei cuori di Bodhisattva moderni.
Visitare questi luoghi è qualcosa che tocca profondamente il cuore, è un pellegrinaggio. Per quanto non siano siti religiosi in senso stretto appartengono al ricordo di persone che si sono sacrificate per il loro popolo e per il loro paese, e in cui si tocca con mano l’impermanenza.
La cultura indiana è profondamente religiosa quindi non mancano mai lampade e candele accese, simbolo di un forte valore spirituale, perché non è tanto importante l’oggetto che vediamo, ma è il modo con cui lo consideriamo e offriamo, e ciò vale per ogni atto quotidiano; non è rilevante ciò che abbiamo dinnanzi agli occhi, ma lo è il modo con cui lo osserviamo e che ci permette di ricevere da qualsiasi realtà l’influsso dharmico; è questa la benedizione che scioglie il cuore indurito, fonte principale dei problemi che ci impediscono di vivere in pace. Il risultato della benedizione è un cuore morbido, duttile, tranquillo, pacifico. Quanto più riusciamo ad avere uno sguardo in grado di cogliere l’essenza dharmica di ogni cosa tanto più ci sentiremo e saremo benedetti.
L’impermanenza è potente e forte e noi dobbiamo saper andare oltre a questa forza in modo da non esserne vittime incoscienti, schiavi. Il modo per superare la condizione di vittime inconsapevoli della natura impermanente della realtà è quello di rendere la nostra mente-cuore benedetta, cosicché se anche morissimo in tale stato non avremmo nessun rimpianto, saremmo pronti, sereni, in pace, liberi.
L’afferrarsi alla permanenza, che non esiste, è una grande illusione.
Dobbiamo rammentare costantemente l’impermanenza della realtà e per questo è utile visitare luoghi come quelli in cui sono stati assassinate queste persone che ricordiamo con reverenza per la loro dedizione, ed è altrettanto potente visitare i cimiteri. Qui i cimiteri sono puliti, belli, in Tibet e in India vi si fa una pratica particolarmente potente, il “Chöd”, termine che indica recidere, tagliare ogni attaccamento e comporta una lunga permanenza in meditazione nei cimiteri al fine di sviluppare l’amore e la compassione in connessione con la saggezza della natura ultima della realtà, dell’insostanzialità del sé, e dell’impermanenza.
Qualsiasi circostanza la vita ci proponga è un’occasione per riflettere sull’impermanenza della realtà, e in questo consiste il senso di viaggiare, di attraversare più paesi, di utilizzare la vacanza così da ritornare a casa arricchiti interiormente.
Quando si viaggia si deve seguire un programma, si cammina, si cambiano mezzi di trasporto, è simile ad un completo giro del samsāra e il momento del ritorno riflette il giorno in cui si sarà giunti alla fine della vita. Il mio viaggio è durato due mesi, un tempo brevissimo, e quasi improvvisamente è arrivata la data della partenza, e sarà così quando dovremo lasciare tutto perché il tempo per noi è finito.
Il viaggio all’inizio è un progetto curato in ogni particolare e quando lo si mette in atto si deve seguire esattamente il programma, ed è un po’ come il samsāra, prima lo si progetta e poi si è costretti ad attraversarlo, l’individuo crea il proprio karma e poi non può che procedere secondo quanto ha prodotto, questa è la vita umana.
In aereo, nella prima tratta, ero seduto accanto ad un musulmano ortodosso che non conosceva una sola parola di inglese e che non poteva bere alcolici o mangiare carne di maiale, così ho fatto da interprete con il personale di bordo spiegando che beveva succo di mela e voleva il pasto vegetariano, tanto che l’hostess ha pensato che lui seguisse i miei insegnamenti. Poi però le nostre direzioni divergevano e il povero musulmano era preoccupato pensando “e adesso chi mi aiuta?” così gli ho impartito una piccola lezione con le parole indispensabili in inglese. E’ facile diventare amici dei musulmani, a volte sembrano rigidi, ma parlando con loro scopri che sono persone assolutamente normali, gentili, amabili.
Nella seconda parte del viaggio invece ero seduto vicino ad un cristiano, non cattolico, c’è stata un’interessante conversazione e quando gli ho detto che cercavo di vedere tutto con una visione dharmica lui ha detto, “ma lei è buddhista”, io ho risposto che cercavo di essere buddhista.
Ognuno cerca di essere un buon cristiano, un buon buddhista, un buon islamico, ma è azzardato affermare “sono cristiano”, “sono buddhista”, “sono musulmano”, perché ciò sottintende una pratica perfetta e assolutamente completa.
Così anche noi cercheremo di essere buoni praticanti di Dharma, che è differente dall’affermare di essere un praticante di Dharma.
Grazie a tutti.



Meditazione sui cinque aggregati


Cominciamo con la purificazione della mente attraverso il ciclo dei nove respiri, prima si inspira dalla narice destra e si espira dalla sinistra per tre volte, poi per altre tre si inspira dalla sinistra e si espira dalla destra, e infine si inspira ed espira, sempre per tre volte, con entrambe le narici.
Il nome di questa pratica in tibetano corrisponde alla “pulizia del respiro attraverso l’espirazione dei venti” è appunto costituita da nove giri di inspirazioni ed espirazioni; all’inizio è possibile aiutarsi chiudendo o alternativamente una narice, ma lo si può anche fare semplicemente a livello immaginativo. E’ una pratica efficace, altamente raccomandata e applicabile secondo le condizioni, cioè lo stato fisico e mentale in cui ci si trova nel momento, è particolarmente indicata per l’eliminazione dei vecchi pensieri, del chiacchiericcio mentale, è una forma di purificazione del pensiero concettuale ed è necessaria prima di ogni meditazione.
Dovremmo essere in grado di dedicarci a questa pratica in tutti i differenti momenti della vita, in particolare nella meditazione quotidiana.
Come vi sentite ora? quando avvertiamo un malessere il più grande samsāra è il corpo, ci sentiamo bloccati, legati, al suo interno, perché noi siamo inseparabili dal nostro corpo. Poiché siamo sottoposti ai cambiamenti, ai mutamenti, ai rivolgimenti del corpo biologico avvertiamo gli stessi condizionamenti nel corpo spirituale, dunque il corpo biologico è qualcosa che ci confonde. Per prima cosa ogni giorno dobbiamo nutrirlo e mantenerlo sano, forte, è un compito veramente arduo.
Ogni essere è composto da cinque aggregati, il primo è la forma, che occupa uno spazio e ha un colore ed è riferibile al corpo biologico. L’aggregato della forma appartiene soprattutto agli esseri del mondo del desiderio, a noi.
Il secondo aggregato corrisponde alle sensazioni che riguardano le nostre esperienze piacevoli, spiacevoli o neutre.
Il terzo aggregato è riferito alle percezioni e determina la percezione dell’io, del mio, di ciò che è giusto o sbagliato, del nero o del bianco, è correlato al giudizio che scaturisce dai pensieri costruiti nella mente.
Il quarto aggregato è costituito dai fattori di composizione, o formazioni mentali, che si riferiscono a due categorie, la prima è relativa alla forma, alla sensazione e alla percezione, mentre la seconda categoria, più astratta, non corrisponde a nessun oggetto individualizzato, è un fenomeno astratto determinato dalla composizione di più elementi. Un esempio di formazione mentale astratta è l’affermazione “un essere umano” perché più che essere un vero e proprio fattore mentale è un fattore di composizione, non si riferisce ad un individuo specifico, ma piuttosto ad un’idea generale di essere umano, ad un’astrazione. Un essere senziente è il prodotto della composizione dei cinque aggregati.
Il quinto aggregato e quello della coscienza, o mente principale, e stabilisce una differenziazione tra i fattori mentali e la mente principale; non sono la stessa cosa.
Esaminando noi stessi dobbiamo osservare i cinque aggregati che ci compongono, la nostra forma, le nostre sensazioni, le nostre percezioni, i nostri fattori di composizione, la nostra mente principale, e qual’è l’aggregato per noi più problematico ora? In realtà in questo momento gli aggregati sono talmente interconnessi che il movimento di uno trascina tutti gli altri e se si muove il corpo si mettono in movimento contemporaneamente sensazioni, percezioni, fattori mentali e mente principale.
Ciò vale anche con le sensazioni, se si ha un malessere nelle sensazioni esso si ripercuote nella forma e in tutti gli altri aggregati, e lo stesso avviene con le percezioni.
Nel momento in cui si crea un disagio in uno degli aggregati è importante riuscire ad individuarlo, creando una sorta di collaborazione tra loro in modo che possano prendersene cura globalmente. Quando uno degli aggregati ha un momento di cedimento gli altri dovrebbero essere in grado di fortificarsi per potergli essere di supporto, di appoggio.
Non è necessario cercare di osservare dall’esterno tutto il samsāra, perché quando si ha la visione chiara di un aggregato è come se si vedesse l’intero samsāra.
Noi siamo nel regno del desiderio in cui vi sono cinque oggetti che rincorriamo ininterrottamente.
Il primo oggetto del desiderio riguarda la forma, che contiene il colore e la forma che desideriamo. Per noi è assolutamente naturale inseguire questo colore e forma, così importanti nel mondo moderno, tutte le pubblicità sono costruite su prodotti di colore e forma.
Il secondo oggetto del desiderio è il suono, siamo affascinati da suoni piacevoli, per questo la musica è tanto diffusa. Gli esseri umani sono naturalmente attratti dal suono ed è facile per i cantanti, così come per i modelli o le modelle, accumulare enormi ricchezze, perché con la loro popolarità sono oggetti del desiderio.
Il terzo oggetto è relativo all’olfatto, riguarda le essenze, gli odori, gli aromi e lo si può rilevare dal costo esorbitante di alcuni profumi. Mi chiedo sempre se non sarebbe meglio acquistare qualcosa per mantenere il corpo sano e forte, per nutrirlo in modo appropriato, piuttosto che spendere tali cifre per degli odori, eppure i negozi di profumeria sono numerosissimi e grandi e non c’è supermercato che non vi riservi uno specifico reparto.
Il quarto oggetto riguarda il gusto e sono moltissimi gli elementi che ne sono coinvolti, non soltanto i ristoranti.
Il quinto oggetto è il tatto, ad esempio il piacere di toccare stoffe raffinate. Io mi sono spesso stupito nel vedere nelle vetrine del centro esposti abiti costosissimi, però toccandone la stoffa si capisce che sono di qualità particolarmente fine.
I prezzi elevati dei prodotti offerti dalla pubblicità, dei biglietti dei concerti, dei cd, dei profumi, del cibo e degli abiti, sono conseguenti al desiderio della forma, del suono, dell’olfatto, del gusto e del tatto, ma dov’è il Dharma in questi cinque oggetti del desiderio?
Come esseri naturalmente legati al regno del desiderio rincorriamo istintivamente i cinque oggetti, ma dovremmo imparare a porre dei limiti a questa corsa ininterrotta altrimenti ne diventeremo completamente schiavi. Questi preziosi limiti si mostrano con evidenza nella pratica del Dharma, nella rinuncia.
Rinuncia significa non inseguire il numero infinito degli oggetti del desiderio e sviluppare la bodhicitta, cioè far si che gli oggetti del desiderio siano utilizzati a beneficio degli altri.
La saggezza è necessaria per comprendere che, se si osservano attentamente gli oggetti del desiderio, se ne vede l’inconsistenza, non vi è nulla per cui valga la pena di affannarsi per possederli, e questa è l’unica possibilità di trasformarli rendendoli utili.
Noi, esseri del desiderio, abbiamo questa opportunità, questa prova, questo rischio, perché il rischio è quello di perdere la testa affannandosi alla ricerca dei cinque oggetti, la prova è data dall’attrazione istintiva che esercitano su di noi, e la possibilità è determinata dalla nostra capacità trasformarli in strumenti di Dharma in grado di dare felicità a noi e agli altri.
Per noi esseri samsārici del regno del desiderio i cinque oggetti rappresentano le tentazioni principali, quindi per conoscere il samsāra non occorre rivolgere lo sguardo all’esterno, basta osservare i nostri aggregati.
Quando qualcuno ritiene di avere delle intuizioni, percepisce le situazioni come buone o cattive, ma si tratta solo dell’illusione prodotta dai cinque aggregati che seguono la loro naturale tendenza, perché, essendo noi permeati dalle sensazioni, sempre sentiremo qualcosa. La stessa intuizione appartiene agli aggregati e la sua percezione è assolutamente illusoria.
Il sentiero perfetto è la rinuncia, l’azione disinteressata, è la grande pratica insegnata da Gandhi, la si fa, ma senza alcun interesse personale. In questa modo ogni azione è leggera, priva di fatica.
Non si attua la rinuncia gettando via le cose, distruggendo la propria casa, sarebbe solamente un’azione insensata, ma la si concretizza agendo sempre in maniera disinteressata, senza attaccamento, e ciò significa vivere nel regno del desiderio senza appartenere al regno del desiderio.
Nella tanka qui appesa sono raffigurati i cinque oggetti del desiderio, lo specchio rappresenta colore e forma, la campana il suono, la conchiglia l’olfatto, la frutta il gusto, gli abiti il tatto, e costituiscono nell’insieme cinque oggetti che possono essere presentati come offerta. Sono per noi elementi di grande disturbo e li offriamo al Buddha affinché li allontani dai nostri occhi; naturalmente è fondamentale che l’offerta sia assolutamente priva di attaccamento.
Nella vecchia società tibetana erano comuni le competizioni a proposito delle offerte, perché chi versava le più consistenti poteva godere di un posto migliore e ricevere dal Lama il regalo più bello, e chi invece si presentava a mani vuote probabilmente non riusciva nemmeno a vederlo da lontano. Un tempo per poter avere un’udienza dal Dalai Lama era necessaria un’offerta molto speciale, ad esempio un animale particolarmente raro. Questa consuetudine delle offerte ai Lama è purtroppo tuttora vigente e, se può essere passabile nelle occasioni mondane, non è assolutamente tollerabile in ambito spirituale, anzi è doveroso esattamente l’opposto, non dovrebbe esistere nemmeno un ostacolo all’incontro con i Lama che, con cuore colmo di amore e compassione, animato da bodhicitta, non potrebbero che avere un’attenzione particolare proprio verso il più povero dei postulanti.
Mi ha commosso la lettura della vita di San Francesco, così autentica, e mi ha particolarmente colpito la scena dell’udienza pontificia in cui tutto il clero era in pompa magna e solo i ricchi venivano ammessi ostentando la loro potenza, così come succedeva esattamente nell’antico Tibet, mentre San Francesco si presenta vestito di stracci.
La spogliazione di San Francesco è molto simile a quella di Milarepa che viveva nudo.
Milarepa, soprattutto quando era in ritiro stretto, era completamente nudo e aveva anche l’abitudine si spostarsi spesso. Un giorno sua sorella e la fidanzata di un tempo, una ragazza che nessuno sposava perché temeva la magia nera ben conosciuta da Milarepa, quando lo trovarono dovettero coprirsi gli occhi per nascondersi alla sua nudità.
La sorella lo rimproverò accusandolo di essere uno svergognato che non possedeva niente, al contrario di altri Lama che godevano di una grande quantità di discepoli e di offerte, ma Milarepa le rispose che il suo Dharma era differente da quello degli altri, perché lui aveva solo il corpo con cui era nato e non vi era nulla di cui vergognarsi; questo rappresenta la purezza.
Poiché non riuscivano a seguire tutti i suoi spostamenti, le due donne lo pregarono di non muoversi fino a quando non fossero ritornate e, dopo aver elemosinato del cibo e della stoffa bianca ricavata da uno scialle, ritornarono pregandolo di vestirsi, ma la volta successiva lo ritrovarono completamente nudo.
La sorella gli chiese dove avesse messo il vestito e Milarepa rispose che aveva preparato tutto per bene e gli mostrò tanti piccoli ritagli di stoffa che servivano per ricoprire ad esempio le dita dei piedi e la testa. La sorella lo accusò di essere completamente pazzo, di dichiarare a tutti di non avere mai tempo dovendosi dedicare al Dharma e poi ne aveva sprecato tanto per rovinare completamente la stoffa che lei aveva procurato con grande fatica. Eppure questa non è altro che la grande rinuncia.
E’ interessante il fatto che San Francesco e Milarepa fossero contemporanei e anche i luoghi in cui vissero, le grotte, sono molto simili. Io sono commosso dalla figura di San Francesco e per me è come se avesse una religione propria, lui stesso era un Buddha, la sua religione era il suo Dharma.
Questa sera ho parlato molto, il discorso è fluito gioiosamente, naturalmente. Quando invece si vuole progettare, si costruisce un ragionamento e ci si afferra alle nozioni, tutto diventa complicato, sia per il Lama che per i discepoli.
Il Dharma è un fenomeno naturale che deve scorrere naturalmente e in maniera misteriosa a seconda delle situazioni che si vengono a creare. Io parlo, ma in realtà tutti stiamo parlando, io sono solo il microfono, questo è importante, il motivo per cui sono qui è proprio la mia funzione di altoparlante, sono stato addestrato per essere uno speaker del Dharma, ma il Dharma appartiene a ognuno e quando ci ritroviamo insieme siamo noi che creiamo il discorso che poi io pronuncio. Io mi siedo e in quel momento nasce ciò che poi dirò, a volte il discorso risponde perfettamente alle necessità delle persone.
Dunque dedichiamo ogni nostra pratica di Dharma a beneficio di tutti gli esseri senzienti e recitiamo insieme gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” (pag. 12).

Ora leggiamo il primo capitolo del Bodhicaryāvatāra di Sāntideva anche se oggi ci soffermeremo ad analizzare il testo solo fino al sesto versetto.
  1. In adorazione io rendo omaggio ai Sugata e ai loro figli, e ai loro corpi di Dharma, e a tutti coloro degni di lode. In breve, in accordo con le scritture, esporrò l’intraprendere la pratica dei figli dei Sugata
  2. Nulla di nuovo qui si dirà, né per la composizione ho particolari abilità. Non immagino quindi di riuscire utile agli altri. Ho composto questo per profumare la mia mente.
  3. Nel farlo, cresce l’impeto della mia ispirazione a coltivare ciò che è salutare. Se poi anche un altro, con le mie stesse inclinazioni, dovesse vederlo, potrebbe ricavarne beneficio anch’egli.
  4. Tale momento propizio è estremamente difficile da incontrare. Una volta incontrato, produce il benessere dell’umanità. Se il vantaggio viene ora trascurato, quando mai avverrà di nuovo questo incontro?
  5. Come di notte, nell’oscurità fitta di nuvole, un lampo dà luce un momento, così una volta o l’altra, per il potere del Buddha, ad atti di merito la mente del mondo potrebbe volgersi un momento.
  6. Stando così le cose, il potere del bene è debole, sempre, mentre il potere del male è enorme e terribile. Quale altro bene potrebbe soggiogarlo, se non la perfetta mente del risveglio?
Il potere del bene è debole e quello del male è enorme e devastante, quindi l’unica soluzione è la bodhicitta, è la ragione della sua esistenza indispensabile, è l’unica possibilità per sovvertire la situazione in cui il bene è poco e il male è grande.
San Francesco, Milarepa e gli antichi maestri kadampa sono un esempio perfetto di bodhicitta.
L’importanza del Lama non è data dall’avere una campana d’oro piuttosto che d’argento o di bronzo, questa è la malattia della religione.
Il rosario che ho nella mano è un dono dei miei genitori e mio padre lo aveva impreziosito in tre punti con corallo e turchese aggiungendo anche dieci bacchettine d’argento per il conteggio dei mantra, ma io ho tolto tutto lasciando il rosario nudo nella sua essenzialità. Questo rosario è una benedizione dei miei genitori che sono i nostri primi maestri, ci insegnano a mangiare a vestirci, a camminare, a parlare, ci educano, e hanno un grande potere nel benedirci perché noi siamo loro creature.
In questo palazzo ci sono alcune persone molto anziane, una signora di centouno anni e la figlia di settantacinque, io vado sovente a trovarle e ogni volta mi benedicono dicendo: “Dio ti benedica e anche tutta la tua famiglia” è veramente bello, una vera benedizione.
Grazie a tutti.




Meditazione nella Presenza Mentale eAccumulazione dei Meriti


La nostra azione basilare è la respirazione profonda, e ciò vale sia nella seduta di meditazione che in qualsiasi momento della vita, perché è un tipo di respiro che favorisce la presenza mentale, cominciando dalla sua stessa osservazione.
E’ essenziale attivare lo strumento idoneo a mantenere un corpo e una mente sani e la presenza mentale sul respiro, non relegata alla sola sessione meditativa ma rivolta ininterrottamente alla quotidianità, è il metodo migliore per raggiungere l’obiettivo, anche se non è né facile né automatico; è necessario richiamare costantemente la presenza mentale ad ogni istante, perché scordandocene dimentichiamo anche di avere un respiro profondo.
La presenza mentale sul respiro crea una connessione tra il corpo e la mente in quanto il respiro è la base sostanziale del corpo, così come la presenza mentale è l’essenza della mente, e in questa congiunzione della presenza mentale, dell’essenza della mente, con la base fisica del respiro, si realizza l’unione tra corpo e mente.
E’ inoltre indispensabile mantenere inalterata la buona intenzione, perché la motivazione del buon cuore rende il nostro corpo e la nostra mente sani e positivi. C’è una grande differenza tra l’aspetto della salute e quello della positività.
Il nostro compito consiste nel costruire una mente e un corpo sani, una solida base su cui elaborare la loro trasformazione positiva.
Con “mente positiva” intendiamo descrivere un atteggiamento, un’attitudine proficua che permette di approfondire e ampliare la presenza mentale. L’attitudine positiva rende la presenza mentale significativa e fa si che le azioni fisiche siano, non solo favorevoli, ma anche significanti. Questo è il modo per poter cogliere il vero senso della vita e arricchirla di significato.
Brevi sedute di meditazione quotidiane sono necessarie per mantenere viva l’attenzione nella presenza mentale e questi incontri settimanali sono un’ottima occasione per rinfrescarla e rinnovarla, dobbiamo però conservarla e nutrirla quotidianamente con l’energia della meditazione.
Le modalità di pratica sono tante e ognuno deve trovare quella a lui più consona, è come un abito che deve essere accomodato secondo le misure di chi lo indossa, lo stesso vale per la pratica del Dharma, vi sono le indicazioni fondamentali generali, che però devono essere applicate individualmente, secondo le differenti realtà personali.
La meditazione non è un pacchetto preconfezionato, uguale per tutti, l’individuo ha il dovere di trovare il metodo a lui più conforme e di seguirlo, è una responsabilità assolutamente personale, qualcun’altro può indicarci la pratica del Dharma, il metodo, ma poi ognuno deve adattarlo a se stesso, questa è una peculiarità sostanziale della meditazione.
I tanti metodi differenti conducono tutti ad un unico risultato, alla presenza mentale.
La presenza mentale è talmente importante da essere stata il primo insegnamento sulla meditazione dato dal Buddha che non ha parlato della bodhicitta, della rinuncia, prima di tutto ha insegnato la meditazione nella presenza mentale sul respiro.
Per poter correre è necessario aver appreso antecedentemente a camminare e, altrettanto, la presenza mentale sul respiro permette che impariamo a muoverci, a camminare, nella meditazione così da poter, un giorno, anche correre.
Spesso qualcuno vorrebbe nell’immediatezza volare, correre, arrivare chissà dove, ma è impossibile, prima bisogna saper stare in piedi, camminare. In occidente generalmente si ha una concezione bizzarra della meditazione, si vorrebbe levitare, ma nessuno sa cosa sia ciò che levita, è un’idea confusa e del tutto erronea e fuorviante.
La disinformazione sulla meditazione è ampiamente diffusa ed è uno dei motivi per cui è così difficile insegnare la vera meditazione, bisogna impiegare molto tempo per ripulire ed eliminare le fantasie che purtroppo non sono un dettaglio di poco rilievo, bensì il risultato di concezioni sbagliate e fuorvianti profondamente radicate nella cultura occidentale.
I primi passi della meditazione sono fondati sulla presenza mentale nel respiro.
La presenza mentale però deve essere mantenuta inalterata in ogni attività della giornata, anche dopo la sessione meditativa vera e propria,. Non è importante che il respiro sia sempre profondo, il punto veramente cruciale è esserne consapevoli e osservarne le caratteristiche. Si hanno molte esperienze misteriose in questa pratica, all’inizio ci si può sentire un po’ ridicoli, ma con il tempo si constaterà che la vita quotidiana si arricchisce progressivamente nella tranquillità, nella gioia, nella calma, e nella pace.
Su queste basi dobbiamo sviluppare un atteggiamento positivo consapevoli che nel momento in cui siamo in grado di camminare potremo dirigerci verso la meta desiderata. Ovviamente se non conosciamo quale direzione prendere è un problema.
Nella presenza mentale potenziamo la chiarezza riguardo le nostre attitudini e abitudini, e verifichiamo nell’esperienza che l’atteggiamento consueto di mettere istintivamente al primo posto il proprio io in modo così esclusivo da cancellare ogni altra realtà, è la fonte di tutte le sofferenze.
Nel momento in cui incontriamo dei problemi se focalizziamo tutta l’attenzione su di essi ne incrementeremo la potenza facendoli diventare enormi, più pesanti, e numerosi in modo proporzionale alla nostra preoccupazione.
Se invece siamo consapevoli che ciò che ci affligge in questo momento è vissuto da moltissime altre persone, probabilmente in modo infinitamente peggiore, ci accorgiamo che la nostra difficoltà non è così greve, diventa sempre più piccola e leggera, e ciò è dovuto al cambiamento dell’atteggiamento interiore.
Il mutamento è determinato dalla trasformazione della nostra abituale attitudine egoistica ed egocentrica in un’attitudine sinceramente e genuinamente altruistica. La trasformazione dell’atteggiamento mentale è fondamentale e significativa.
Secondo me, questa però è un’osservazione del tutto personale, il samsāra è assolutamente egualitario e ripartisce la sofferenza tra tutti i membri del samsara equamente, la differenza consiste soltanto nel modo con cui la si affronta.
Nell’antico Tibet c’era un re da tutti riconosciuto come Bodhisattva il quale, desiderando fortemente uguale benessere per la popolazione, percorse l’intero territorio per tre volte ridistribuendo le ricchezze in parti uguali tra tutti. Fece questo in un primo viaggio e, tornando indietro, constatò che era stata nuovamente instaurata la situazione precedente, allora, pensando di aver commesso degli errori, rifece lo stesso percorso per una seconda volta, e poi per una terza, ma sempre con identico desolante risultato e, arrendendosi, concluse che probabilmente si trattava di un’operazione impossibile.
Il re aveva ripartito equamente le proprietà e, allo stesso modo, il samsāra distribuisce la stessa quantità di sofferenza a tutti, ma proprio perché siamo esseri diversi e ognuno ha un proprio karma, una propria intelligenza, una propria volontà, noi stessi siamo gli unici responsabili di ciò che ci è stato dato, lo modifichiamo e viviamo in maniera difforme. Il senso di questo è che non bisogna mai fermarsi al giudizio, “quello soffre di meno o quell’altro di più” perché tutti soffriamo allo stesso modo, la percezione differente della sofferenza è determinata dal nostro pensiero illusorio.
Il cambiamento di attitudine invece è talmente potente da poter trasformare la sofferenza in felicità, come descrive Sāntideva nel Bodhicaryāvatāra, è il segreto della mente, e chi non lo conosce non riuscirà mai a trovare la felicità che desidera.
Siamo esseri senzienti e ognuno di noi è dotato di una mente che possiede il potente segreto che è la capacità di trasformare se stessa.
La pratica del Dharma è ciò che permette di purificare, di modellare la mente e, grazie a questo, di abbassare la pressione del dolore. Solo così possiamo liberarci dal giogo della sofferenza.
Nella trasformazione della mente abbiamo la possibilità di praticare l’altrettanto fondamentale accumulazione dei meriti, che rappresentano un bene invisibile infinitamente superiore a ogni fortuna materiale, fragile e soggetta alle fluttuazioni del mercato.
L’accumulazione dei meriti invece è un patrimonio sicuro, un ottimo investimento progressivamente incrementato dalla mente positiva.
Si guarda spesso all’accumulazione dei meriti come se fosse qualcosa di misterioso, ma in realtà non c’è nulla di arcano, si tratta semplicemente del frutto delle nostre attitudini ed azioni. Questa forma invisibile di ricchezza è ciò che ci accompagna nella giusta direzione e rende la mente positiva.
Quando si è privi del supporto dell’accumulazione di meriti qualsiasi cosa si intraprenda non avrà successo. L’accumulazione dei meriti è un ottimo supporto, sostiene e favorisce ogni forma di successo.
L’accumulazione dei meriti deriva dalla mente, dall’attitudine e dalle azioni positive.
A volte si ha un’idea del Dharma davvero bizzarra, lo si considera uno strano e complesso meccanismo, in realtà si tratta della produzione di un’energia invisibile. Quando vivevo in monastero in India, nessuno si è mi interessato all’aura delle persone, ma non appena arrivato in occidente mi sono sentito dire che avevo una grande aura, addirittura mi è stato riferito che a Roma c’è uno studio fotografico in grado di fotografare l’aura delle persone. Pare che la magnitudine dell’aura abbia a che fare con l’accumulazione dei meriti, ma prima bisognerebbe poterlo verificare. Io non ho certezze in merito, ma se esiste un’aura, il riflesso della vibrazione di una mente positiva, potrebbe sicuramente essere un segno dell’accumulazione dei meriti.
Sarebbe opportuno studiare seriamente e a lungo l’argomento relativo all’accumulazione dei meriti, anche perché è sbagliato pensare che si tratti di un meccanismo automatico per cui ad ogni singola buona azione corrisponda un’immediata accumulazione di meriti, questa è il risultato di un cambiamento interiore, frutto di un lunghissimo percorso.
Il tema dell’accumulazione dei meriti non è trattato quasi per nulla in occidente, mancano riferimenti corretti, si tende a schematizzare il Buddhismo in rigidi ambiti come la psicologia, o la filosofia, o nel suo mero aspetto scientifico, ma non lo si considera mai nella sua essenza spirituale di cui l’accumulazione di meriti è elemento fondamentale. Per gli occidentali è più facile inquadrare ogni realtà nella certezza di categorie ben definite, piuttosto che affrontarne l’essenza spirituale.
Intervento: Purtroppo in occidente siamo particolarmente distratti dal benessere e dalla superficialità di tante cose per cui è più sicuro fermarsi ad aspetti marginali e comunemente accettabili, così da poter facilmente gratificare e potenziare il nostro ego, almeno inizialmente è una forma di ricerca di benessere mentale, una novità che ci distrae.
Intervento: Nelle scuole italiane si insegna filosofia, psicologia, scienza, ma nessuno affronta mai realmente la spiritualità, anche le lezioni di religione sono tutt’altra cosa.
Domanda: Ad un’azione positiva talvolta può non corrispondere una motivazione positiva, anzi può nascondere un ego molto forte, non c’è alcun interesse verso l’azione, che però produce ugualmente effetti positivi, che valore ha?
Lama: Ci sono due livelli di intenzione, il livello causale e il livello risultante. Il livello causale, l’intenzione, è fondamentale, primario. In questo primo momento il secondo livello, del risultato, non è tanto importante. Ad esempio, quando partecipiamo a questi incontri c’è un’intenzione causale che ci porta qui, ma nel momento in cui ci siamo l’intenzione risultante dipende da quella che ha causato la nostra presenza. Se l’intenzione causale non era positiva anche il risultato ne sarà corrotto. Il livello causale è determinante.
Domanda: C’è un altro modo per definire l’accumulazione dei meriti? perché per una mente occidentale questa formulazione risulta un po’ ostica.
Lama: Non saprei, forse una sorta di buona energia? non ha importanza l’aspetto letterale, ciò che conta è il concetto e la sua acquisizione richiede tanto tempo. Il termine con cui la si indica è soltanto un metodo che dovrebbe aiutarci a coglierne il significato, la strada per comprende tutto questo è lunghissima, richiede lo scorrere di molte vite.
Concludiamo la serata recitando gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente”. (pag. 12)





Bodhicaryāvatāra - capitolo primo 

Bodhicitta


Il mercoledi per noi è il giorno di approfondimento della bodhicitta attraverso la lettura del Bodhicaryāvatāra.
La bodhicitta è l’essenza del buddhadharma, cioè dell’insegnamento del Buddha, è l’essenza del cuore umano.
Il cuore, e non soltanto dell’essere umano, ma di ogni essere senziente, possiede l’inestimabile qualità di poter sviluppare la mente di bodhicitta.
Ho saputo che in Spagna il governo Zapatero ha approvato una legge in cui è riconosciuto alle scimmie il diritto a un trattamento simile a quello umano, dunque è in perfetta sintonia con questa filosofia, perché tutti gli esseri senzienti posseggono la stessa qualità di poter sviluppare la mente di bodhicitta, con questa decisione l’evoluzione culturale europea dimostra di essere la più avanzata nel mondo.
Pare che attualmente il livello economico italiano sia inferiore a quello spagnolo, non è un buon segno per gli italiani perché precedentemente avevano un tenore di vita migliore, ciò indica che la Spagna sta assumendo una funzione culturale interessante e particolare, ha avuto la fermezza di ritirare le proprie truppe dall’Irak dimostrando di non voler sottostare alla supremazia americana quando, al contrario, persino il Giappone, che non ha proprio nulla a che fare con l’Irak, è stato costretto a inviare il proprio esercito.
La cultura umana è fondamentale, costituisce la ricchezza dell’umanità, è dunque una magnifica notizia per tutto il pianeta questa nuova considerazione che parifica gli animali all’uomo. D’altra parte al di fuori da questa visione sarebbe impossibile sviluppare la grande compassione, la bodhicitta.
L’atteggiamento precedente in cui gli umani si sentivano superiori e padroni degli animali non era certamente favorevole perché, se fisicamente possono sussistere numerose differenze, spiritualmente c’è solo eguaglianza.
La scienza ha dimostrato che la nostra parentela con le scimmie è fortissima, li possiamo considerare nostri antenati, quindi perché non accettare che abbiano le stesse capacità. L’evoluzione sociale che si sta verificando è dunque nella giusta direzione della grande compassione, della bodhicitta.
Nel giornale di oggi è riportata la notizia di uno studio dell’unione europea da cui emerge che gli anziani italiani soffrono maggiormente di insicurezza, di ansia, rispetto a quelli degli altri paesi. Non si risolve un simile problema solo incrementando le risorse materiali, ma soprattutto radicando nel cuore la cultura umana, sviluppando i valori spirituali.
Se i politici, che hanno la responsabilità di governare un paese, si concentrano esclusivamente su interessi personali e nella corsa elettorale, anziché preoccuparsi del reale benessere della popolazione, cadono in un grave errore perché coloro che sono preposti al servizio della società dovrebbero essere persone colme di una grande compassione. Se non hanno questo atteggiamento nel loro cuore è inevitabile il degrado nella cultura di tutta la nazione. E’ essenziale non scindere mai l’interconnessione tra l’analisi sociale, la cultura umana e i valori spirituali.
Non scordiamo dunque di riferirci sempre agli “essere senzienti” e non solo agli esseri umani, comprendendo così ogni creatura, come gli animali, dotata delle stesse capacità sensoriali.
In occidente è difficile far comprendere questo concetto, anche nella Carta delle Nazioni Unite si parla dei diritti degli esseri umani e non dei diritti di tutti esseri senzienti, un segno di mancanza della grande compassione, della bodhicitta. Però pare che ora, come sta dimostrando la Spagna, stia entrando nella sensibilità sociale una visione più ampia che accoglie in parità tutti gli esseri senzienti, è un segnale veramente positivo. La cultura degli esseri senzienti deve fondarsi sulla grande compassione, la bodhicitta.
Rileggiamo il primo capitolo del Bodhicaryāvatāra “l’Elogio della Mente del risveglio”. (pag. 4)

In tibetano il concetto di felicità è espresso con un termine che indica l’attitudine altruistica, positiva; l’atteggiamento contrario è quello negativo, egoistico; esiste poi un’attitudine neutra, né positiva né negativa.
Nella maggior parte del tempo noi manteniamo probabilmente un atteggiamento neutro, che non è male in sé, ma è debole e fragile e facilmente si volge in negativo; solo nel Dharma riusciamo a trasformarlo in positivo, nell’attitudine altruistica di amore e compassione o, se preferite, di misericordia.
La misericordia divina, a cui ci rivolgiamo con facilità e leggerezza, è in sé meravigliosa, ma noi stessi abbiamo la necessità e il dovere di praticare la misericordia. Spesso le persone si affidano completamente alla misericordia divina, nella certezza che la salvezza verrà regalata, senza necessità di alcuno sforzo personale, ma così sarebbe troppo semplicistico e irreale, la propria responsabilità non può essere delegata a nessuno, sarebbe come dire “il Buddha ha amore e compassione quindi io sono salvo”. Ma il Buddha ha detto: “Io non sono il vostro salvatore perché voi stessi siete il vostro salvatore”.
Noi abbiamo la capacità di sviluppare la misericordia, la bodhicitta, la più preziosa protezione contro le difficoltà, le miserie, il dolore. La compassione nel nostro cuore è ciò che ci salva e protegge.
Sāntideva, con infinita compassione, descrive il Lam Rim, il sentiero graduale, nel modo più conciso e completo affinché tutti possano essere in grado di comprenderne l’inestimabile ricchezza e goderne pienamente.
Il contenuto del Bodhicaryāvatāra è il sentiero e il frutto mahāyāna, è un messaggio destinato in modo particolare ai praticanti e la motivazione ultima, definitiva, è di far si che coloro che lo leggono possano più facilmente raggiungere l’illuminazione.
Lo scopo ultimo del testo dipende dal suo scopo temporaneo, e lo scopo temporaneo dipende dal testo stesso. Questi tre passi sono interconnessi.
  • Qual’è il contenuto del Bodhicaryāvatāra? - Il sentiero e il frutto mahāyāna -.
  • Qual’è lo scopo temporaneo del testo? - il fatto che si possa apprendere attraverso la sua lettura il sentiero e il frutto mahāyāna -.
  • Qual’è lo scopo ultimo del testo? - il conseguimento dell’illuminazione -.
Il quarto fattore è costituito dall’interconnessione tra i tre passaggi: si può ottenere lo scopo ultimo dell’illuminazione attraverso quello temporaneo della comprensione del sentiero e del frutto mahāyāna, ma questa comprensione dipende dal testo stesso.
Noi iniziamo a leggere e studiare queste scritture al fine di comprendere il sentiero e frutto mahāyāna, e la ragione per cui per cui vogliamo imparare il sentiero e il frutto mahāyāna è il conseguimento dell’illuminazione. Sono quattro passaggi assolutamente fondamentali.
Nel punto in cui Sāntideva afferma che in breve esporrà quanto contenuto nelle scritture, fa una sorta di promessa che è di auspicio al completamento del suo compito. La persona nobile non promette molte cose, ma ogni sua promessa è irrinunciabile, è incisa nella pietra, non potrà essere cancellata e, se anche non potesse compierla interamente in questa vita, la completerà nelle vite future. Promettere una realtà favorevole e virtuosa crea un’inscindibile interconnessione con la sua realizzazione.
Il secondo verso dimostra la completa umiltà dell’autore nell’affermazione di non dire nulla di nuovo perché tutto è già stato detto e nella precisazione che non si tratta di una composizione poetica espressa con eleganza retorica, tanto che l’autore nutre il dubbio di poter essere realmente di beneficio agli altri. Precisa che le sue motivazioni sono finalizzate allo sviluppo delle azioni virtuose e della fede e auspica che chiunque abbia una disposizione mentale simile possa trarre beneficio dalle sue riflessioni.
E’ una composizione stupenda, ricca e profondissima. Noi forse non abbiamo una disposizione mentale simile a quella di Sāntideva, ma evidentemente esiste una connessione karmica.
Il cammino nel Mahayana accoglie e non esclude assolutamente quelli del Theravāda e del Vajrayāna. Il Mahāyāna è essenzialmente il sentiero della bodhicitta e la bodhicitta è il centro, l’essenza, di tutti i praticanti buddhisti del pianeta.
Sāntideva visse tra l’ottavo e il nono secolo nell’università di Nālandā, era considerato il più pigro tra i monaci, dormiva notte e giorno, era un grande praticante dello yoga del sogno, eppure gli altri monaci lo accusavano di essere un inetto, capace solo di dormire e mangiare.
Nei monasteri chi si mostra particolarmente attivo non ha mai tempo per sé stesso perché sempre qualcuno gli chiederà di fare qualcosa, mentre chi resta in disparte e non si mette in mostra, passa inosservato e dispone di tutto il tempo per la pratica del Dharma. Sono due modalità differenti dei Bodhisattva, alcuni sono di beneficio agli altri nell’alacrità dell’azione, altri invece, apparentemente pigri, beneficano gli altri coltivando in se stessi la bodhicitta. Sāntideva nel cuore era estremamente attivo, un grande yogi che praticava ininterrottamente. Rifletteva sull’essenza dell’esistenza ogni giorno, ininterrottamente, e ne sono prova i suoi scritti. La pratica del Dharma è un’opera del cuore, una produzione interiore.
Nell’introduzione al testo sicuramente è riportata una nota sulla vita di Sāntideva, leggetela perché è davvero interessante, anche se probabilmente un po’ leggendaria, è difficile credere che la sua esistenza corrisponda esattamente a quanto descritto.
Tradizionalmente nell’università di Nālandā prima di essere abilitati all’insegnamento era necessario un lunghissimo periodo di apprendimento e, quasi sempre al suo termine, i monaci decidevano di ritirarsi nella foresta in meditazione solitaria. Pare che anche Sāntideva abbia scelto questa via e successivamente fu riconosciuto come uno dei meravigliosi e preziosi ottanta mahāsiddha. La storia delle loro vite è davvero affascinante. Alla fine si abbandona perfino se stessi. Quando si è riusciti a sviluppare la bodhicitta si ha tutto.
Mahāsiddha significa esattamente l’aver sviluppato la bodhicitta, non è un obiettivo facile ma è il più importante e stupendo. Se tutto il mondo avesse sviluppato la bodhicitta si sarebbero dissolti naturalmente tutti i problemi.
Ogni religione ha in sé questo tipo di qualità, ma ogni suo abuso, manipolazione e fraintendimento è fonte di confusione, di non realizzazione e di gravi errori. Le religioni offrono il messaggio dell’amore, della compassione, della bodhicitta, che è potentissimo, non esiste nulla di altrettanto potente.
Come diceva Gandhi l’unico messaggio da trasmettere è un messaggio d’amore. Stiamo parlando di Gandhi, non di un erudito qualunque, ma di qualcuno che ha realizzato tutte le pratiche spirituali perché aveva un cuore puro, non parcellizzato, non frantumato.
Un cuore di questo genere è in grado di cogliere la verità ovunque essa sia, nella Bibbia, nella Bhagavad Gita, nelle Scritture buddhiste, in tutte le religioni, e non basandosi sulla lettura dei testi, ma nell’esperienza del proprio cuore puro.
Per portare un messaggio non occorre essere necessariamente dei messaggeri, Gandhi combatteva per la libertà del suo paese e nel contempo era un grande maestro spirituale. Come avvocato, pur avendo tutte le qualificazioni per esercitare la professione, era molto povero, non aveva invece studiato, non era stato addestrato, per essere una guida spirituale, eppure in lui questa capacità scaturiva naturalmente e potentemente.
Oggi ci sono infinite specializzazioni, master, certificati, diplomi, ma nessuno di questi permette di ottenere realmente qualcosa di significativo, perché un buon risultato può essere conseguito solo grazie alla buona disposizione mentale.
Gandhi aveva studiato da avvocato, ma riconobbe che non aveva nulla a che fare con quella professione perché la sua disposizione mentale era tutt’altra e lui la seguì, piuttosto che cercare il benessere e il ruolo sociale che gli competevano, seguì il suo cuore, questa è la differenza.
Il Bodhicaryāvatāra porta il messaggio della bodhicitta, che in un linguaggio occidentale potremmo chiamare “amore”.
Recitiamo gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente”. (pag. 12)




Gentilezza amorevole, grande Compassione, Bodhicitta.


Il punto da cui partire è l’analisi dei vantaggi che derivano dal prendersi cura degli altri e degli svantaggi provocati dal prendersi solo cura di se stessi, elementi importanti e sostanziali nella pratica della bodhicitta.
La bodhicitta non si ottiene istantaneamente, quasi per magia, deve essere coltivata, accudita, lasciata germogliare lentamente, come un campo di grano o di orzo.
In occidente siamo irresponsabilmente viziati dall’abbondanza di prodotti offerti nei supermercati, la soddisfazione del possesso di qualsiasi oggetto è quasi automatica e non ci soffermiamo mai a pensare a quanto tempo, lavoro, sudore, spesso salute e vita sia costato a coloro che hanno prodotto quel bene.
Acquistando un frutto, il pane, il tè, il riso, dovremmo riflettere sul loro reale valore, e non darli per scontati con leggerezza, quasi fosse un diritto acquisito ma solo nostro.
In Italia oggi siamo davvero fortunati, c’è abbondanza, non si soffre la fame e tutto sembra facile, però dobbiamo ricordare che non è così in altre parti del mondo e che anche qui in passato, come racconta la cara amica di centouno anni che abita in questo palazzo e ha vissuto le due guerre mondiali, un tempo la vita era dura, ricorda quando qualche centesimo costituiva una cifra già considerevole. E’ l’unica persona veramente felice per il passaggio della lira all’euro, e non tanto per l’euro in sé, ma per la ricomparsa dei centesimi.
Ho esperienza diretta della fatica di coltivare un campo perché, non in Nepal ma in India nel monastero, questo compito è toccato per anni a me e ai miei compagni, è stata comunque un’esperienza gioiosa, vissuta insieme agli altri, fisicamente però il lavoro era duro e pesante.
Un proverbio nepalese ricorda che quando un chicco di grano va disperso si piange perché, per la sua possibilità di esistere, è stata impiegata un’immensa energia di fatiche, di tempo, di vita.
In occidente non ne abbiamo idea, grazie ai supertecnologici macchinari agricoli a disposizione un solo uomo può ottenere grandi risultati, ma non è così altrove e, nell’incapacità di comprendere il significato profondo di ogni passaggio che porta con consequenzialità al risultato finale, ci sfugge completamente la relazione della legge di causa-effetto così evidente in questo processo.
Dobbiamo invece riflettere, ad ogni boccone, sull’importanza del cibo che stiamo mangiando, su quanto è costato in termine di vita ai tanti esseri che hanno cooperato per la nostra sopravvivenza e benessere. Non possiamo mai prescindere dalla relazione di causa-effetto.
Quando acquistiamo un pacchetto di riso basmati ne gustiamo il sapore, lo apprezziamo, però purtroppo non ci soffermiamo a considerare quanto sia intriso di fatica, di fame, di perdita vitale sia umana che animale, e di quanto sia dunque prezioso. Le persone che hanno lavorato per offrirci questo riso non sono sicuramente state ricompensate giustamente per il loro lavoro, sono denutrite e non hanno alcuna possibilità di godere del frutto della loro fatica.
Nel mio monastero si coltivavano migliaia di sacchi di riso e di granturco che, non appena imballati, erano immediatamente esportati all’estero, ma chi li aveva prodotti ne traeva un beneficio irrisorio, ad usufruirne, in base alle leggi di mercato, erano altri.
La relazione di causa effetto inizia dal primo seme sino a giungere, attraverso un lungo processo, sulla nostra tavola.
Se per il riso, il mais, o per ogni prodotto della terra il procedimento completo è così lungo, complesso e denso di sforzi, tanto più lo sarà per quel fenomeno supremo che è la bodhicitta, così elevato che non lo si può comprare a nessun prezzo, ma proprio per questo richiede la coltivazione più lunga e accurata.
La bodhicitta non matura in un istante, il processo di crescita è lento, delicatissimo, raffinato, necessita di attenzione di cure appropriate e continue. Per non distrarsi bisogna mantenere vivida nella mente la conoscenza e la consapevolezza dei vantaggi che derivano dal prendersi cura degli altri e degli svantaggi che nascono dal pensare solo a se stessi.
La felicità, la gioia, la serenità, la soddisfazione, la tranquillità mentale, sono frutto esclusivo della cura che si ha nei confronti degli altri. In un primo momento non sarà certamente facile, ma mantenendosi saldi nella convinzione, nell’impegno, è un’attitudine che evolverà naturalmente.
Da anni continuo a studiare e approfondire le scritture buddhiste per poterle insegnare in Italia e ciò che mi colpisce tuttora è la conferma reiterata che la realtà più importante, è la bodhicitta.
La pratica della bodhicitta è sempre positiva, anche quando si commettono errori non se ne trarrà un danno, non si finirà all’inferno, esistono invece altre pratiche, dense di rischi e di pericoli, che io non intendo proporre né a me stesso né a voi, sono così complicate che non so nemmeno da dove abbiano origine.
L’essenza del Dharma, della spiritualità umana, è nella bodhicitta.
La bodhicitta è il diretto risultato del naturale desiderio di offrirsi volontariamente, di mettersi in prima persona al servizio del prossimo, si offre senza riserve la propria felicità agli altri, assumendo su di sé tutta la loro sofferenza. Se ci si sofferma a pensare in termini ordinari, un po’ egoistici, ci si chiede perché si dovrebbe dare completamente se stessi agli altri, ma nel momento in cui ci si cala ad un livello più profondo in questo modo di essere si sente la gioia immensa che ne deriva.
La bodhicitta è il frutto diretto dell’offrire completamente se stessi agli altri e consegue alla grande compassione.
La grande compassione è l’aspirazione, il desiderio, di poter dissolvere tutti problemi e le sofferenze degli esseri senzienti. Sarebbe davvero meraviglioso se tutti fossero liberati dalla sofferenza.
La fase immediatamente antecedente alla grande compassione è la gentilezza amorevole, l’atteggiamento che ci induce a pensare a come sarebbe meraviglioso se tutti gli esseri senzienti possedessero la felicità e le cause della felicità.
Per essere felici non c’è altro modo che eliminare la sofferenza, così, in questa consapevolezza, sorge il pensiero di gentilezza amorevole che si esprime nell’aspirazione alla grande compassione che trasforma l’attitudine mentale diventando bodhicitta.
E’ un procedimento che si svolge in conseguenza alla riflessione attenta e approfondita dei vantaggi dell’accudire gli altri e degli svantaggi del rivolgere esclusiva attenzione a se stessi.
Ordinariamente pensiamo che il nostro bene discenda necessariamente dalla cura di noi stessi, e non vediamo i vantaggi che invece avremmo nell’occuparci degli altri, dobbiamo dunque invertire, capovolgere, la prospettiva con cui osserviamo la realtà.
La gentilezza amorevole è il primo prodotto del concetto di equanimità, perché la gentilezza amorevole, come la grande compassione e la bodhicitta, si fondano sulla visione dell’uguaglianza degli esseri senzienti, nessuno escluso.
Nell’equanimità si riconosce a ogni essere lo stesso valore, trascendendo di conseguenza ogni discriminante sentimento di attaccamento o di avversione per amici o nemici e di indifferenza nei confronti di coloro che non sono né amici né nemici, tutti, indiscriminatamente, hanno diritto alla nostra uguale considerazione.
L’equanimità è la terra su cui crescerà la bodhicitta, la gentilezza amorevole l’acqua, la grande compassione la pianta, e la bodhicitta il frutto.
Ritornando alla metafora della bodhicitta come cibo che ci nutre quotidianamente, dalla colazione alla tisana della sera, riflettiamo sugli sforzi, il tempo, le energie che tanti esseri hanno elargito per la nostra sopravvivenza e, se saremo in grado di vedere la preziosità di ogni elemento, potremo sviluppare la bodhicitta.
La coltivazione del riso comporta, ancora oggi in Nepal, che si interrino le piantine una per una in campi allagati in cui ci si immerge a piedi nudi, con qualsiasi tempo, pioggia, freddo, o sole cocente, lavorando duramente in condizioni miserabili e senza usufruire neanche di un chicco, già destinato ad altri mercati. Il riso basmati anche in India è costoso e pochi possono permetterselo, dobbiamo dunque ipotizzare che il fatto di essere qui sia il risultato di un buon karma e anche questo dovrebbe essere oggetto di riflessione, di meditazione.
Il tema principale del Bodhicaryāvatāra è la bodhicitta, nella preghiera ribadisce: “O supremo cuore di bodhicitta possa tu apparire nei cuori in cui non sei ancora sbocciato, e possa tu continuare a crescere nei cuori in cui sei già presente”.
Nel Bodhicaryāvatāra sono contenute le istruzioni relative a tre punti fondamentali:
  • Il primo concerne il nutrimento e le cure alla bodhicitta;
  • il secondo indica come non esaurire, non far cessare, la bodhicitta;
  • il terzo suggerisce come sviluppare pienamente la bodhicitta.
L’intero contenuto del Bodhicaryāvatāra è sintetizzato in questi concetti, che dovremmo assimilare e rammentare quotidianamente nelle preghiere, con l’auspicio che chi non possiede ancora la bodhicitta l’acquisisca, e coloro che già ne portano la piantina nel cuore possano non mai perderla e, anzi, la sviluppino all’infinito.
Come si dice nel quarto verso del primo capitolo del Bodhicaryāvatāra il momento favorevole è difficilissimo da acquisire ma quando lo si trova non bisogna lasciarlo sfuggire perché è quello il tempo in cui si possono realizzare realmente i desideri degli esseri senzienti.
Quali sono questi desideri?
Il primo è quello di ottenere una vita superiore e il secondo è l’uso consapevole della vita superiore che permette di sviluppare le proprie qualità fino a raggiungere il nirvāna, o pace permanente.
Se non siamo capaci ora di mettere pienamente a frutto questa vita umana, così favorevole, difficilmente la potremo riottenere facilmente.
La vita umana è dotata di due caratteristiche fondamentali, una è avere del tempo a disposizione e la seconda è usufruire di prerogative che semplificano notevolmente il nostro cammino.
Il concetto di “tempo a disposizione” è relativo all’essere liberi dalle otto circostanze che impedirebbero di praticare il Dharma, gli otto ostacoli descritti nella lettera ad un amico di Nāgārjuna, versi 63 e 64:
  1. Chiunque nasca come aderente a visione errate o come animale, spirito famelico o essere infernale; in un posto privo degli insegnamenti del Buddha, come barbaro in qualche regione remota, come un idiota.
  2. O come una divinità dalla lunga vita, è detto nato negli otto stati sfavorevoli e difettosi.
Dopo aver trovato la libertà da questi, sforzati per porre fine alla nascita.
Sono molte le false visioni che distolgono dalla pratica del Dharma, dunque la prima libertà è non avere visioni errate, a cui seguono le libertà di non essere rinati come animali, cioè di essere dotati della capacità di ragionamento e di consapevolezza, di non essere nati come spiriti affamati, né in un inferno.
Con “spiriti affamati” si intendono le circostanze che potrebbero privarci di cibo e di acqua.
L’inferno è riferito alle situazioni di costante e grande sofferenza.
I reami degli animali, degli spiriti affamati e degli inferni, indicano uno stato mentale e non un luogo o una condizione fisica.
Altri ostacoli riguardano l’essere nati in circostanze tali da rendere impossibile l’incontro con il Dharma, o in luoghi isolati, popolati da barbari, cioè da individui ostili al Dharma e con la precisa volontà di sconfiggerlo.
E’ importante tenere presente che la terminologia utilizzata ha radici nell’antico sanscrito degli eruditi, per cui si tratta di un lessico convenzionale che non può essere preso alla lettera, non è riferito a particolari condizioni sociali o individuali né a determinati luoghi. Ad esempio con il termine “animale” si descrive una condizione in cui si sia nell’impossibilità di esprimersi, di comprendere e di comunicare.
Anche essere un deva di lunga vita è un ostacolo perché, con una vita lunghissima e piacevole, non si ha mai l’opportunità di affrontare la sofferenza e quindi di riflettere e meditare sulla condizione samsarica dell’impermanenza, in questo modo si scorda e non si pratica il Dharma.
La disponibilità di tempo nella vita umana corrisponde alla possibilità di essere liberi dagli otto ostacoli e di praticare il Dharma nelle dieci circostanze favorevoli.
Le dieci condizioni favorevoli sono divise in due gruppi, cinque descrivono i vantaggi personali o intrinseci, le altre cinque i vantaggi che provengono da fattori esterni.
Nel primo gruppo si descrivono i vantaggi di:
  1. Nascere come esseri umani, e non si riferisce strettamente al possesso della forma umana, bensì alle capacità di intendere e di volere, di pensare, comprendere e parlare;
  2. Essere nati nel centro del mondo, cioè in un luogo e in una circostanza in cui sia possibile incontrare il Dharma;
  3. Essere in possesso di tutte le facoltà fisiche e mentali che permettono la piena comprensione e pratica del Dharma;
  4. Avere accumulato nel passato karma positivo così da essere liberi dagli impedimenti che ostacolano il percorso spirituale;
  5. Avere fede nel Dharma.
I restanti cinque, appartenenti al secondo gruppo, illustrano i vantaggi di:
  1. Essere nati in un momento storico in cui il Buddha è già apparso;
  2. Il Buddha ha dato l’insegnamento, e ora ne possiamo beneficiare;
  3. L’insegnamento del Buddha perdura e continua a diffondersi, non cessa;
  4. Abbiamo tutte le condizioni e gli strumenti per praticare il Dharma insegnato dal Buddha;
  5. Nella pratica del Dharma matura la compassione.
Senza la compassione sarebbe impossibile praticare il Dharma e questo ci consola perché significa che, anche in noi che ci sforziamo nella pratica, almeno una piccola parte di compassione è già presente.
Questa è una spiegazione classica relativa al concetto del tempo a disposizione in questa vita umana e dei suoi vantaggi.
Nel Lam Rim si descrivono tre fasi di pratica, le prime due, il livello del principiante e il livello intermedio, sono considerati preliminari necessari alla pratica della bodhicitta, attuata poi nel terzo livello del praticante avanzato.
Quali sono le attitudini del praticante del Lam Rim del primo e del secondo livello?
Secondo il commentario al quarto verso del Bodhicaryāvatāra si precisa che all’inizio ci si riferisce a questa esistenza, ma approfondendone il significato, si scopre l’infinita opportunità di poter esaudire tutti i desideri degli esseri senzienti.
I desideri degli esseri senzienti sono la rinascita elevata e la pace permanente, ecco perché è importante approfondire i primi due livelli del praticante Lam Rim, per prepararci a praticare e sviluppare la bodhicitta.
Recitiamo gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente”. (pag. 12)



Meditazione come Purificazione della Mente


Oggi analizzeremo le ragioni per cui è necessario modificare le intenzioni ordinarie e quale metodo seguire.
La mente umana è un fenomeno complesso ed esistono svariati termini per indicarla: spirito, anima, ātman, io, cuore…, ma tutti esprimono un unico concetto.
Tra queste denominazioni è bene approfondire con chiarezza e attenzione la definizione dell’ io, per non cadere nei facili e comuni fraintendimenti; quest’analisi è particolarmente sviluppata negli studi buddhisti volti alla realizzazione della natura della mente.
La natura della mente non è il cervello, ma il cuore, e non inteso come muscolo cardiaco, ma corrispondente al chakra centrale.
La mente non coincide con il cervello, né con il cuore fisico, è la coscienza fondamentale che risiede nel chakra centrale e, per entrare in contatto con il nostro spirito nella meditazione, è necessario mantenere la consapevolezza di meditare attraverso la mente posta nel chakra centrale. Lo spirito è una qualità della mente principale.
Potremmo anche definire la mente “coscienza”, suddivisa in tre livelli:
  1. Coscienza grossolana
  2. Coscienza sottile
  3. Coscienza molto sottile
La radice dei tre gradi di coscienza risiede nel livello più sottile.
Il buddhismo sottolinea fortemente l’importanza di approfondire, conoscere, comprendere la realizzazione della natura della mente, mentre altre tradizioni religiose pongono maggior attenzione su aspetti diversi come la realizzazione del sé.
E’ essenziale avere una comprensione corretta e profonda della propria mente, del sé, perché la maggior parte dei problemi scaturisce dall’ignoranza fondamentale, cioè dalla non conoscenza di ciò che in realtà è il sé.
L’ignoranza fondamentale, causa di tanta sofferenza, è la non cognizione del sé.
Se non conosciamo il sé, come possiamo conoscere gli altri? ma il problema principale è causato dalla consolidata illusione di conoscere perfettamente noi stessi e gli altri, e su questo fraintendimento impostiamo tutta la vita.
L’io è l’oggetto dell’ignoranza fondamentale, della mente che non conosce, che non sa, che non vede.
Siamo intrappolati tra due oggetti:
1) la mente che non conosce che non capisce che cosa sia il nostro io; e
2) l’io che non è conosciuto dalla mente.
La situazione è piuttosto complessa, ed essendo oscurati nell’ignoranza, con grande facilità permaniamo impantanati nel samsāra.
Dunque è basilare giungere alla realizzazione dell’io e, altrettanto, alla realizzazione della natura della mente. Non è un soggetto facile da affrontare, ma ci dobbiamo impegnare seriamente.
Prioritariamente c’è una domanda a cui dobbiamo rispondere: «Cos’è la meditazione?» «La meditazione è ciò che permette la connessione tra il vero io e la vera mente, riduce progressivamente l’ignoranza fondamentale mostrando con maggior chiarezza il nostro io a noi stessi
Il buddhismo afferma che non vi è alcun “io”, e non intende con questo negare l’esistenza dell’io, semplicemente indica che noi focalizziamo l’attenzione unicamente sul “non-io”, l’io falso e illusorio a cui ci afferriamo con ogni energia perché, annebbiati dall’ignoranza, è l’unico che identifichiamo.
Il vero io, che noi non conosciamo, deve essere cercato andando oltre, al di là dell’io falso e illusorio, perché l’io vero è l’oggetto della saggezza e della realizzazione.
Nel buddhismo l’oggetto principale della meditazione è la mente, il secondo oggetto di meditazione è l’io. Attraverso la meditazione alleniamo ed addestriamo la mente e questo esercizio costante innesca il processo di purificazione della mente stessa.
Il classico esempio è quello della candela che è essa stessa fonte di luce e non necessita di un’altra candela per rendersi visibile. Allo stesso modo, nel momento in cui si inizia a purificare la mente, essa si accende come una candela e diffonde luce.
La realizzazione della natura della mente cancella la falsa visione di una mente che osserverebbe, chiarirebbe, illuminerebbe e di un’altra mente che riceverebbe luce dalla prima, perché, con la pulizia effettuata dalla mente, essa risplende di luce propria, così come la candela che quando è accesa permette di vedere tutto ciò che la circonda.
La realizzazione, la conoscenza della natura della mente è così importante che nella sua purificazione si accende, sprigiona una luce che illumina non soltanto se stessa ma tutto ciò che c’è intorno. La meditazione è una purificazione della mente attraverso la riduzione dell’ignoranza.
Il Buddha spiegò il Dharma con lo scopo di eliminare l’ignoranza, perché l’ignoranza fondamentale è la radice di tutto il samsāra. Il Buddha, unico tra miliardi di persone, ha offerto un insegnamento davvero speciale che permette di tagliare alla radice tutta la sofferenza.
La cura offerta dal Buddha è straordinaria, efficace e con guarigione certa. I medici di oggi per molto meno ottengono premi nobel e riconoscimenti prestigiosi, inoltre hanno bisogno di grandi risorse economiche per dimostrare la validità di teorie che possono rivelarsi errate, ma se ci riescono diventano famosi e ricchissimi. Per il Buddha non è stato così, non ha avuto né fondi, né ricchezze, al contrario ha sperimentato su se stesso la sua ricerca e, gratuitamente, ha elargito a tutti gli esseri il frutto del suo lungo percorso.
In questi giorni ricorre il Vesākh e il nostro incontro è un bellissimo modo di festeggiare e ricordare il Buddha con semplicità e naturalezza, senza conferenze, né pubblicità, né personalità, non è un festival ma, come deve essere, una semplice pratica di Dharma.
Ricordare il Buddha è importante perché la sua ricerca spirituale, realizzata con cuore puro e compassionevole, è di beneficio a tutti gli esseri viventi, è la medicina che li guarisce definitivamente dalla sofferenza, che ne estirpa le radici.
La meditazione che il Buddha ha insegnato non è facile. La meditazione sulla natura della mente, la meditazione della realizzazione del sé, sono profonde ed essenziali, dunque per poterci addentrare maggiormente nel significato dell’esistenza continuiamo con la lettura del primo capitolo del Bodhicaryāvatāra di Sāntideva:
  1. Tale momento propizio è estremamente difficile da incontrare. Una volta incontrato, produce il benessere dell’umanità. Se il vantaggio viene ora trascurato, quando mai avverrà di nuovo questo incontro?
Questo verso contiene due aspetti essenziali che corrispondono alle prime due attitudini dei praticanti del Lam Rim:
    1. L’aspirazione ad una vita superiore, sebbene ancora a livello di benessere samsārico;
    2. L’aspirazione alla liberazione dalla sofferenza e quindi al raggiungimento del nirvāna.
In esse è contenuta la consapevolezza della preziosità della vita umana e delle difficoltà per raccogliere le cause e condizioni che permettono di ottenerla. Nel momento in cui abbiamo questa coscienza possiamo sviluppare in noi l’aspirazione a conseguire la liberazione dal samsāra dirigendoci verso il nirvāna.
Nel Bodhicaryāvatāra si accenna brevemente alle prime due attitudini del praticante Lam Rim in quanto il filo conduttore di tutto il testo è la pratica del Bodhisattva e, iniziando dalla spiegazione del metodo per generare la bodhicitta, indica la pratica delle sei perfezioni che rappresentano l’ideale del Bodhisattva.
Nel primo capitolo si descrivono i benefici della bodhicitta. Riprendiamo la lettura dal quinto verso:
  1. Come di notte, nell’oscurità fitta di nuvole, un lampo dà luce un momento, così una volta o l’altra, per il potere del Buddha, ad atti di merito la mente del mondo potrebbe volgersi un momento.
  2. Stando così le cose, il potere del bene è debole, sempre, mentre il potere del male è enorme e terribile. Quale altro bene potrebbe soggiogarlo, se non la perfetta mente del risveglio?
Questi versi mostrano l’inderogabile necessità di evitare le azioni negative e, al contrario, di dedicarsi pienamente alle azioni virtuose.
Oggi riflettevo sul potere immenso del male rispetto a quello così minuscolo del bene a cui noi sentiamo di appartenere in quanto conforme alla nostra natura compassionevole che ci fa essere sempre a fianco del più debole.
Metaforicamente potremmo dire che il potere del male è grande come un elefante e quello del bene piccolo come una formica o un topolino. E’ evidente che una massa cosi immensa potrebbe facilmente schiacciare e reprimere la piccola parte di bene che c’è in noi, ma è altrettanto chiaro che con la natura compassionevole possiamo contrapporci con successo e soccorrere la parte più debole. Non è facile, ma non impossibile e, come suggerisce Sāntideva, abbiamo un potente mezzo a disposizione: sviluppare la mente di bodhicitta, questa è l’unica e vera soluzione che ci permette di ribaltare la situazione.
La bodhicitta presenta due aspetti: uno convenzionale e uno ultimo. Le due forme di bodhicitta si equivalgono, non vi è superiorità di una sull’altra, la definizione di bodhicitta ultima corrisponde all’oggetto della realizzazione, la realtà ultima.
La bodhicitta ultima è la realizzazione della vacuità, l’oggetto della mente che la realizza, mentre l’oggetto della bodhicitta convenzionale corrisponde a tutti i fenomeni convenzionali, come l’aspirazione all’illuminazione di tutti gli esseri senzienti.
Sāntideva raccomanda la meditazione di entrambe le forme di bodhicitta in quanto sono rispettivamente metodo e saggezza e costituiscono la causa completa dell’illuminazione. La bodhicitta convenzionale è il metodo e la bodhicitta ultima è la saggezza.
In questi versi si insiste sulla necessità di rivolgere l’attenzione e la riflessione interiormente senza disperderla all’esterno, e di imparare ad osservare la positività delle azioni compiute, l’intenzione che le ha motivate, considerando allo stesso modo la negatività delle azioni non virtuose, quale attitudine le ha provocate.
Nell’antico Tibet si narra la storia di un feroce bandito, Bengunjé, che in seguito a particolari eventi abbandonò l’attività criminale e divenne un grande yogi, dedito giorno e notte ad un’unica pratica, “l’osservazione della sua mente”. Quando sorgeva un pensiero negativo prendeva un sassolino nero e lo metteva da una parte e quando sorgeva un pensiero positivo prendeva un sassolino bianco e lo metteva dall’altra, così da avere un conteggio e una verifica. All’inizio la montagnola dei sassolini neri era decisamente più alta della collinetta di quelli bianchi, ma procedendo pazientemente nella pratica i risultati si invertirono completamente.
Sāntideva ci mette in guardia dalla potenza del male costituita dalla consueta attitudine interiore di prediligere azioni negative o neutre, scordandoci totalmente dell’atto virtuoso che necessita della bodhicitta. Lo sviluppo della bodhicitta è un compito arduo, difficilmente sorge spontaneamente, e dobbiamo costantemente ricorrere all’aiuto dell’osservazione interiore, esattamente come fece Bengunjé.
Il grande studioso indiano Atīsa, giunto in Tibet, usava rivolgersi alle persone con un saluto particolare: “Hai avuto un buon atteggiamento oggi?” e con questo sollecitava negli altri la necessità di mantenere sempre viva in sé una buona attitudine.
Domanda: Non si potrebbe meglio esprimere in italiano questo concetto con i termini consapevolezza o presenza mentale?
Lama: L’attitudine non è esattamente la consapevolezza, perché la consapevolezza è lo strumento che ci permette di mantenere l’atteggiamento e necessita comunque di un oggetto. E’ essenziale che la presenza mentale si focalizzi su un oggetto reale e corretto perché, se si confonde e sbaglia, facilmente otterrà un pericoloso accrescimento dell’attaccamento all’io illusorio e incrementerà la sua rabbia.
Domanda: L’attitudine deriva comunque dal karma?
Lama: Tutto proviene dal karma, tutto ciò che è in relazione alla nostra esperienza è frutto del karma. Avere un errato oggetto di presenza mentale può facilmente condurre al rafforzamento dell’attaccamento all’io e della rabbia.
Forse è solo una mia impressione, ma a me è parso che in alcune persone una pratica errata di consapevolezza abbia indotto un rafforzamento ponderoso di attaccamento all’io illusorio con conseguente aumento di insoddisfazione e di rabbia, questo è molto pericoloso. La consapevolezza è uno strumento della pratica del Dharma, non è in sé una pratica.
Oggi c’è la mania di affrontare queste tematiche con superficialità, inventare corsi attingendo ad elementi della meditazione buddhista per strutturare tecniche atte a fortificare la presenza mentale, ma non finalizzate al Dharma. In questo modo la presenza mentale si collega al rinvigorimento dell’io illusorio e della propria rabbia. Ho conosciuto persone non interessate al Dharma ma solo alla presenza mentale al fine di ottenere una mente forte e possente in ogni sua espressione, anche nella rabbia e nell’aggressività, e che disprezzavano la compassione, la pazienza, la tolleranza in quanto manifestazioni di debolezza. In questo modo la presenza mentale diventa una forza che si oppone alla bodhicitta, ed è davvero pericolosa.
La presenza mentale da sola non è una pratica di Dharma.
Domanda: La rabbia però a volte è necessaria, ad esempio la rabbia della madre verso il figlio, o no?
Lama: Riprendiamo i versi cinque e sei del Bodhicaryāvatāra, qual’è l’antidoto che permette di superare queste tenebre? La bodhicitta ovviamente e non la rabbia. L’atteggiamento della madre che rimprovera e punisce il figlio è di amore, non di rabbia, e se avessimo nel cuore lo stesso atteggiamento materno avremmo sviluppato la grande compassione. Quando parliamo di rabbia intendiamo quell’attitudine che distrugge l’amore, ne è l’esatto opposto. Ciò che scaturisce dall’amore è assolutamente privo di rabbia.
Alcune immagini buddhiste rappresentano divinità irate, ad esempio Mahākāla con il volto furioso, ma non esprime rabbia, bensì infinito amore. L’immagine pacifica della stessa divinità è Mañjusrī. Una divinità apparentemente ancora più terrificante è Yamāntaka, eppure non ha nemmeno l’ombra di rabbia, è una manifestazione di amore e compassione. In essi l’amore assume le sembianze della rabbia ma non ha nulla a che vedere con la vera rabbia o con l’attaccamento. Ad esempio i genitori che si arrabbiano con un figlio in realtà manifestano in questa forma un amore simile a quello delle divinità irate. La rabbia è completamente avulsa da ogni atteggiamento amorevole sempre assolutamente positivo.
Oggi abbiamo affrontato punti importanti e concludiamo con una breve meditazione sull’altruismo, un’attitudine basilare che, come dice Sāntideva, sorge assai di rado.
Generalmente la nostra mente è come Via del Corso il sabato pomeriggio, affollata, piena di rumori frastornanti e di confusione, allo stesso modo nella strada principale della mente i pensieri riempiono ogni angolo, e che tra questi emerga un pensiero altruistico è un evento rarissimo, ma quando sorge ci sentiamo finalmente rilassati, tiriamo un respiro di sollievo. E’ un’esperienza di pace che ci manca e dunque non abbiamo bisogno di rafforzare la consapevolezza sui nostri pensieri negativi, perché questi scorrono naturalmente e tumultuosamente nella mente fino a farla esplodere, per questo mi preoccupa particolarmente l’attuale moda di ricorrere a tecniche di rafforzamento della presenza mentale al di fuori del Dharma.
Una presenza mentale non relazionata al Dharma è già presente in noi, ci tormenta ventiquattrore al giorno, non occorre rafforzarla ulteriormente, anzi dobbiamo domarla.



I tre livelli del Lam Rim


Il Lam Rim è diffusamente trattato abbiamo molte scritture a disposizione e potremmo cominciare con la lettura del testo originale di Atīsa “la Lampada del Sentiero verso l’Illuminazione”. (pag. 24)
Sono anche particolarmente interessanti i commentari del III° Dalai Lama ai versi dell’esperienza di Lama Tsong-Kha-Pa, del V° Dalai Lama e del I° Panchen Lama, perché ognuno presenta caratteristiche e qualità che lo contraddistinguono; tutti affrontano lo stesso argomento da angolature diverse.
Lama Tsong-Kha-Pa ha analizzato il Lam Rim suddividendolo in più commentari, uno inerente al Lam Rim medio, un secondo scritto in modo esteso e un terzo sintetizzato nella versione breve conosciuta come “I Versi dell’Esperienza”. Altro suo testo importantissimo è “Il Fondamento di tutte le Qualità”.
Abbiamo tanto materiale per una bellissima festa.
Non dimentichiamo inoltre “I Tre Aspetti principali del Sentiero” e gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” che sono l’essenza del Lam Rim. Anche il Bodhicaryāvatāra tratta del Lam Rim, ed è meraviglioso aver la possibilità di studiare, analizzare tante diverse descrizioni di questo cammino fondamentale.
Il termine “Lam Rim” è tradotto in inglese con “Stadi del Sentiero verso l’Illuminazione” è un percorso lungo ma suddiviso in tre tappe, metaforicamente possiamo paragonarlo ad un edificio di tre piani, noi ci troviamo al piano terra ma salendo una rampa di scale raggiungiamo il primo piano e otteniamo il primo scopo, poi affrontiamo la seconda rampa e arriviamo al secondo piano e infine, con la terza rampa giungiamo in cima, al terzo piano.
E’ una salita lunga e lenta che accompagna una persona all’illuminazione anche grazie alle pause tra un piano e l’altro perché tutto è mezzo abile. Questa è una meravigliosa caratteristica del Lam Rim che non insegna a correre senza soste su una pista veloce, ma ad affrontare lentamente e consapevolmente una fase alla volta, passo dopo passo, fermandosi sistematicamente per recuperare energie, assimilare, consolidare ogni obiettivo; le pause stesse sono essenziali.
Ognuno dei tre livelli richiede una differente attitudine, un sé diverso, uno scopo diverso. Il Lam Rim non spiega direttamente la bodhicitta ma inizia dando istruzioni su come accumulare benessere nel samsāra, proprio perché questo è la base per il benessere del nirvāna e le cause e condizioni necessarie per il nirvāna sono indispensabili per l’ottenimento dell’illuminazione.
Non c’è contraddizione tra le tre fasi, la prima, detta “Lokayāna”, è un sentiero spirituale anche se relativa al benessere samsārico, la seconda è conosciuta come “Hīnayāna”, ovvero propria di colui che ricerca la liberazione individuale ed è propedeutica alla terza fase, “Mahāyāna”, ne costituisce la base.
Non c’è nessun contrasto tra l’aspirazione al benessere samsārico e l’aspirazione al nirvāna e all’illuminazione, è una meravigliosa caratteristica del Lam Rim che accompagna l’individuo attraverso ogni tappa, senza creare contrapposizioni tra samsāra, nirvāna e illuminazione.
Il Lam Rim presenta quattro caratteristiche, quattro significati speciali, quattro grandezze:
  1. La prima consiste nella capacità di far comprendere che tutti gli insegnamenti del Buddha non sono in contraddizione tra loro, bensì complementari.
  2. La seconda dimostra che tutti gli insegnamenti del Buddha sono istruzioni per ottenere l’illuminazione. Anche il sentiero lokayāna, che porta al benessere samsārico, potenzialmente è utile per raggiungere l’illuminazione, così come il sentiero hīnayāna per il nirvāna, e il sentiero mahāyāna. Tutti i sentieri insegnati dal Buddha, a livello ultimo, conducono all’illuminazione.
  3. La terza è la possibilità di comprendere pienamente il pensiero del Buddha contenuto nei suoi molteplici insegnamenti.
  4. La quarta è la necessità di evitare ogni critica, perché all’interno della pratica buddhista ci sono divisioni, alcuni seguono l’hīnayāna, altri il mahāyāna, il theravāda, lo zen, il sūtra del loto, chi è tibetano, e chi cinese o giapponese, e un pericoloso fraintendimento nasce dal considerare la propria corrente superiore a quella degli altri. Un fatale errore che induce unicamente a criticare l’insegnamento del Buddha e ad accumulare karma negativo.
Invece il Lam Rim permette di comprendere che tutti gli insegnamenti sono complementari e parte dello stesso percorso graduale. All’interno del Lam Rim coesistono e si integrano le pratiche hīnayāna, mahāyāna, zen, theravāda e così via, proprio perché il Lam Rim, in fasi diverse, le affronta tutte favorendo così la loro collocazione, organizzazione e attivazione al momento opportuno.
Se apparteniamo a altre tradizioni religiose le possiamo approfondire e praticare al meglio all’interno del Lam Rim. Tutti gli insegnamenti delle varie religioni sono perfettamente compresi nel Lam Rim del XXI° secolo, che deve essere aperto ad accogliere tutte le espressioni religiose perché tutte tendono ad un unico risultato costruttivo. Il Lam Rim è particolarmente raccomandato agli esseri umani più intelligenti.
La tradizione kadampa, fortemente ancorata al Lam Rim, è caratterizzata dal profondo rispetto nei confronti di ogni differente tradizione religiosa. Proprio in questi giorni stavo leggendo un libro in cui sono riportati gli interventi dei rappresentanti di diverse religioni al meeting interreligioso sul tema della pace, sono testimonianze interessanti. Incontri di questo tipo sono una ricchezza perché ogni persona ha l’opportunità di imparare dal Corano, dalla Bibbia, dalla Bhagavad Gita, dagli insegnamenti del Buddha. Se ci si pone con mente aperta nei confronti delle altre religioni si arricchisce ed incrementa la propria spiritualità. Il “Discorso della Montagna” nella Bibbia è fonte di ispirazione per tutti ed è condiviso da ogni diversa tradizione religiosa. Allo stesso modo la Bhagavad Gita è conosciuta e stupenda.
Tramite il Lam Rim possiamo apprendere da tutte le religioni e considerale un mezzo per raggiungere l’illuminazione.
Abbiamo paragonato il Lam Rim ad un edificio di tre piani. La prima rampa di scale ci porta ad un tipo di vita superiore nel benessere samsārico, la seconda rampa ci permette l’accesso al nirvāna, e la terza ad ottenere la completa illuminazione.
I tre differenti piani, scale, metodi, definiscono l’attitudine a conseguire un determinato obiettivo. Esistono tre tipi di soggetti: coloro che hanno un piccolo scopo, coloro che hanno uno scopo medio e coloro che hanno un grande scopo. Attenzione però, queste tre tipologie non devono essere considerate entità distinte, si riferiscono tutti alla stessa persona che, quando si trova sulla prima rampa di scale ha uno scopo piccolo, quando affronta la seconda rampa ha uno scopo medio e quando si trova sulla terza rampa ha un grande scopo. Ciò dipende dalle attitudini, dagli scopi e dai sentieri maturati nel tempo e nella pratica.
Lo scopo del primo piano è descritto nella “Lampada sul sentiero verso l’Illuminazione” di Atīsa nel terzo verso :
  1. Sappi che coloro che ricercano per sé stessi, con qualunque mezzo, nient’altro che i piaceri dell’esistenza ciclica sono individui di capacità inferiore”.
Domanda: C’è una differenza tra il ricercare per se stessi piaceri di solo divertimento, ubriacarsi ad esempio, dedicare tempo a futilità, e il ricercare il proprio benessere materiale?
Lama: Una persona che si ubriaca o si droga pensa che il piacere e l’euforia immediata sia gioia, ma in realtà non è così, è vera sofferenza. Invece la ricerca del benessere samsārico consiste nel voler vivere bene con giusti mezzi, senza arrecare danno ad alcuno. Questo è possibile tramite la generosità che porta al benessere materiale; l’etica, il non danneggiare gli altri, che sostiene la salute; la pazienza che procura una vita bella; la perseveranza entusiastica che aiuta in una vita attiva; la concentrazione che favorisce una vita produttiva e, infine, la saggezza che porta ad una vita intelligente. Il Buddha ha detto che per realizzare il benessere samsārico, a cui seguiranno il benessere del nirvāna e il benessere dell’illuminazione, non occorre nulla di più che praticare le sei perfezioni. E’ un insegnamento molto semplice e facile da comprendere, ma difficile da praticare, ed è ottimo per noi.
  1. Sappi che coloro che ricercano per sé stessi, con qualunque mezzo, nient’altro che i piaceri dell’esistenza ciclica sono individui di capacità inferiore”.
In questa definizione dell’individuo di capacità inferiore sono contenuti tre elementi che è possibile accumulare nella pratica spirituale: l’attitudine, i mezzi e lo scopo. L’attitudine è la ricerca del benessere samsārico il desiderio di essere liberi dai regni inferiori; i mezzi sono la pratica dell’etica nell’applicazione delle dieci azioni virtuose; e lo scopo è la continuità nell’ottenere per il futuro vite superiori.
Domanda: In altre occasioni tu hai detto chiaramente che praticare solo per questa vita non è praticare il Dharma, mentre praticare per future rinascite favorevoli ha riflessi positivi già in questa esistenza. Quindi questi tre fattori, attitudine, mezzi e scopo, sono da intendersi come rivolti alle prossime vite?
Lama: In questa vita dobbiamo praticare le dieci azioni virtuose, abbiamo generato la giusta attitudine per poterle attuare e nelle prossime esistenze ne raccoglieremo i frutti e potremo procedere ulteriormente. Atīsa continua:
  1. Coloro i quali ricercano la pace solo per sé stessi, avendo voltato le spalle ai piaceri mondani e rinunciato a compiere azioni negative sono detti individui di capacità media”.
Avendo acquisito la capacità di compiere le dieci azioni virtuose generiamo la successiva attitudine, quella di ottenere la liberazione, abbandoniamo totalmente i piaceri del samsāra, siamo liberi dal commettere qualsiasi azione negativa e desideriamo la liberazione individuale. Questo è il secondo piano, l’attitudine alla rinuncia.
A questo punto entrano in gioco i “Tre Aspetti Principali del sentiero”, l’aspirazione alla liberazione e la rinuncia, per essere pronti alla bodhicitta.
Non è facile sviluppare la rinuncia, prima dobbiamo assumere l’attitudine lokayāna e maturare il disgusto per i regni inferiori, comprenderne tutti gli svantaggi e aspirare a rinascite superiori. Acquisita questa consapevolezza comprendiamo che una rinascita superiore non è sufficiente e in quel momento cominciamo a sviluppare l’attitudine alla rinuncia che consiste nell’abbandonare i piaceri samsarici, ne siamo completamente liberati.
Esistono trentasette pratiche per l’illuminazione, suddivise in sette gruppi:
  1. Nel primo ci sono le quattro consapevolezze o attenzioni ravvicinate92;
  2. nel secondo i quattro perfetti o puri abbandoni93;
  3. nel terzo le quattro membra miracolose;94
  4. nel quarto le cinque facoltà o poteri;95
  5. nel quinto le cinque forze o capacità;96
  6. nel sesto i sette fattori o rami dell’illuminazione;97
  7. nel settimo il nobile ottuplice sentiero.98
Atīsa definisce il praticante che ha un grande scopo:
  1. Coloro che, attraverso la loro personale sofferenza, desiderano sinceramente far cessare tutte le sofferenze degli altri, sono persone di capacità suprema”.
Entriamo così nel sentiero del Bodhisattva, siamo già in grado di praticare le dieci azioni virtuose e le trentasette pratiche per l’illuminazione, però comprendiamo che non è possibile desiderare la liberazione soltanto per noi stessi, sarebbe troppo egoistico, quindi ancora una volta trasformiamo la nostra attitudine mentale sviluppando la grande compassione e la bodhicitta.
Grazie alla personale esperienza di sofferenza, desideriamo la cessazione della sofferenza degli altri e ci attiviamo per ottenerne la realizzazione. Ravvisiamo l’inevitabilità della sofferenza nel samsāra, ne dobbiamo scoprire il senso al fine di trasformarla.
Il mahāyāna non è uno slogan propagandistico, ma un sentiero che riconosce e imprime significato alla sofferenza. Mahāyāna è il nome che si dà all’attitudine della bodhicitta.
La bodhicitta è l’unica soluzione possibile alla nostra sofferenza è in grado di trasformarla in una realtà significativa e preziosa.
Un anziano yogi tibetano in punto di morte ebbe l’impressione che le cose non stessero andando come avrebbe desiderato e ritenne di dover incrementare offerte e preghiere, i suoi attendenti, stupiti, gli chiesero che stava succedendo e lui rispose che desiderava andare negli inferi per essere di beneficio ai più infelici, ma invece cominciava ad avere visioni di terre pure contrariamente alla sua aspirazione che consisteva nel trasformare la sua sofferenza in causa di eliminazione della sofferenza altrui. Questo è il mahāyāna, il grande veicolo, la famosa bodhicitta.
Per eliminare la sofferenza degli altri non dobbiamo necessariamente essere persone piene di gioia, di salute, possiamo anche essere tra gli ultimi su questa terra e avere comunque la possibilità di cancellare l’altrui sofferenza, l’unico strumento di cui abbiamo bisogno è la nostra stessa sofferenza.
Eliminare la sofferenza del prossimo tramite la propria sofferenza è la capacità del Bodhisattva, che non è una persona elegantemente vestita, ricca e servita da molti attendenti, con un’esistenza sfarzosa in grandi ville, lussureggianti giardini con fiori e animali esotici, perché ciò sarebbe assolutamente contraddittorio, il Bodhisattva è colui che elimina la sofferenza degli altri tramite la sua stessa sofferenza.
Il Tibet è stato rovinato sia materialmente che spiritualmente dagli stessi tibetani che avevano questa stupida idea di voler identificare i Buddha e i Bodhisattva con gli esseri abbienti e potenti.
Domanda: Se io sono sofferente a causa dell’influenza come può questa malattia essere di beneficio agli altri?
Domanda: Perché le persone debbono prima concentrarsi sul raggiungimento dell’illuminazione e solo in seguito rivolgere l’attenzione agli altri, perché non farlo contemporaneamente?
Intervento: Vorrei rispondere alla prima domanda: attraverso un malessere fisico, come l’influenza, è possibile aiutare gli altri in base al proprio comportamento, ci sono persone che hanno affrontato malattie e sofferenze gravi con consapevolezza e serenità, e sono un vero esempio, un insegnamento.
Lama: Nel buddismo c’è una pratica fondamentale, il “Tong Len”, che consiste nello scambiare se stessi con gli altri, prendere la loro sofferenza e dare in cambio la nostra gioia. Anche se non siamo pienamente qualificati per praticare il Tong Len, possiamo ugualmente addestrarci ad applicarlo, potrebbe essere una soluzione per eliminare la sofferenza degli altri tramite la nostra sofferenza, offriamo la nostra felicità agli altri e prendiamo la loro sofferenza.
Esistono tre tipi di sofferenza, il primo, “sofferenza della sofferenza”è il più grossolano, evidente, legato ad esempio alle malattie; il secondo, già più sottile, è la “sofferenza del cambiamento”, ed relativo a tutto ciò che si presenta come esperienza di felicità ma che immediatamente dopo si trasforma in dolore, ad esempio l’euforia momentanea provocata dall’alcool o dalle droghe. A livello più profondo vi è la sofferenza più grave che, come un cancro, corrode ed è difficile da curare, la “sofferenza omnipervasiva”, causata dalle illusioni mentali e tipica del samsāra. E’ la più dolorosa e sempre presente.
La pratica del Tong Len, non è particolarmente rivolta alla sofferenza della sofferenza o alla sofferenza del cambiamento ma riguarda essenzialmente la sofferenza omnipervasiva del samsāra, pur includendo spesso tutte e tre le sofferenze.
Il livello di sofferenza grossolano è il più facilmente riconoscibile, come nel caso di una malattia, ma più diventa sottile, maggiori sono per noi le difficoltà di individuarlo e comprenderlo.
Se siamo praticanti di Dharma l’influenza non è più sofferenza, ci dà la possibilità di riposarci un po’, di utilizzare il tempo per leggere, per meditare, per aver cura di noi. L’influenza, la febbre, sono segnali positivi che ci permettono di fare una pausa e recuperare la salute.
Al contrario, quando siamo in piena forma riempiamo le giornate di impegni, ci agitiamo e non abbiamo più tempo per la pratica del Dharma, siamo sempre così indaffarati a causa della sofferenza omnipervasiva che, anche se occultata e non visibile, è fermamente e solidamente presente.
La sofferenza pervasiva ci spinge a occupare ogni momento, si nasconde dietro l’alibi dell’impegno, del non tempo, al contrario la più grossolana ed evidente sofferenza della sofferenza è manifesta, e dunque positiva, perché ci costringe a fermarci, a recuperare energie, è come un ladro che si mostra e dichiara apertamente di volerci derubare.
Abitualmente non sappiamo riconoscere gli altri due tipi di sofferenza, pur ugualmente e inesorabilmente attivi.
Riconoscere la sofferenza è difficile, ma indispensabile, perché solo grazie a questo saremo in grado di accoglierla consapevolmente in noi eliminandola negli altri.
Domanda: Spiritualmente il concetto è chiaro, ma nella pratica è sufficiente l’intenzione mentale o devo anche fare qualcosa?
Lama: La bodhicitta non nega affatto che tu intervenga concretamente a favore degli altri, anzi suggerisce di fare tutto ciò che puoi per aiutare il prossimo, ma raccomanda di non fare ciò che è al di là delle tue effettive capacità. La bodhicitta ci dà la misura delle nostre possibilità, di ciò che siamo in grado di fare per gli altri, perché se cerchiamo di agire senza averne le capacità necessarie provocheremo danni. La bodhicitta è un potere interiore che ci permette di giudicare con l’attitudine all’altruismo la bontà o meno di ciò che materialmente facciamo.

Il Lam Rim è un edificio di tre piani in cui vivere molto bene, è una buona metafora, è un mezzo abile per accompagnare l’individuo all’illuminazione, e dobbiamo tenere a mente le tre fasi della pratica caratterizzate dall’intenzione, dai mezzi e dagli scopi.
Anche soltanto riflettere, parlare, meditare su queste cose è una grande meditazione, conosciuta come meditazione analitica, rafforza il cervello, il cuore, trasforma la mente.
Non è sufficiente mantenere il cuore stabile, bisogna anche rinvigorirlo quotidianamente.
Grazie, è stata una serata veramente interessante. Leggiamo la Preghiera di Dedica. (pag. 27)






I tre Universi: Esteriore, Interiore e Alternativo.Il Senso della Vita


Iniziamo con la recitazione del “Sūtra del Cuore della Perfezione della Saggezza” (pag. 22).
Ora riprendiamo il primo capitolo del Bodhicaryāvatāra, “l’Elogio alla Mente del Risveglio” fino al verso quattordicesimo.
  1. Rendo omaggio con grande rispetto ai Conquistatori dei tre tempi, ai loro insegnamenti e a coloro che aspirano alla virtù. Esortato dal perfetto discepolo Cianciub Ö illustrerò la lampada sul sentiero verso l’illuminazione.
  2. Comprendi che ci sono tre tipi di individui poiché essi hanno capacità inferiore, media e superiore. Scriverò distinguendo chiaramente le loro caratteristiche individuali.
  3. Sappi che coloro che ricercano per se stessi, con qualunque mezzo, nient’altro che i piaceri dell’esistenza ciclica, sono individui di capacità inferiore.
  4. Coloro i quali ricercano la pace solo per se stessi, avendo voltato le spalle ai piaceri mondani e rinunciato a compiere azioni negative sono detti individui di capacità media.
  5. Coloro che, attraverso la loro personale sofferenza, desiderano sinceramente far cessare tutte le sofferenze degli altri, sono persone di capacità suprema.
  6. Per queste creature eccellenti, che aspirano alla suprema illuminazione, spiegherò i metodi perfetti tramandati dai maestri spirituali.
  7. Di fronte a un’immagine dipinta, scolpita e così via di colui che ha raggiunto la completa illuminazione, a uno stupa e all’insegnamento eccellente, offri fiori, incenso e qualunque altro bene possiedi.
  8. Con l’offerta in sette parti dalla [Preghiera della] Nobile Condotta, con il pensiero di non tornare indietro finché non raggiungi l’illuminazione ultima,
  9. e con una forte fede nei Tre Gioielli, inchinati con un ginocchio a terra e, con le mani giunte, per prima cosa prendi rifugio tre volte.
  10. Quindi, iniziando col generare un pensiero d’amore per tutte le creature viventi, considera gli esseri, senza nessuna esclusione, tormentati dalle tre cattive rinascite, tormentati dalla nascita, dalla morte e così via.
  11. Allora, dal momento che desideri liberare questi esseri dalla sofferenza del dolore, dalla sofferenza e dalla causa della sofferenza, fai sorgere immutabilmente la determinazione di raggiungere l’illuminazione.
  12. Le qualità per sviluppare questo tipo di aspirazione sono completamente illustrate da Maitreya nel Sutra della sequenza dei tronchi.
  13. Avendo appreso di tutti gli infiniti benefici che derivano dall’intenzione di raggiungere la completa illuminazione leggendo questo sutra o ascoltandolo da un maestro, falla sorgere ripetutamente per renderla stabile.
  14. Citerò brevemente a questo punto i tre versi del Sutra richiesto da Viradatta nel quale i meriti suddetti sono pienamente illustrati.
Siamo veramente fortunati ad avere incontrato il Dharma, e a poterlo praticare.
L’approccio al Dharma non consiste nell’aver trovato me, o questo luogo, ma nell’aver conosciuto il messaggio del Buddha, di Sāntideva, che fa germogliare nel cuore la compassione e la saggezza.
Ogni minimo progresso nell'amore e nella compassione rende significativa la nostra esistenza, è dunque indispensabile dedicarvi almeno parte del tempo.
La vita nel samsāra è dura e complicata per tutti, ma esiste realmente la possibilità di trasformarla in gioia e beatitudine.
L’opportunità di vivere il Dharma nel samsāra permette che, al di là delle difficoltà e complessità, maturino a livello profondo buone occasioni. I problemi sono causati dalle illusioni mentali che, come turbolenze, oscurano il cielo.
Dovremmo saper riconoscere sia le turbolenze, che le loro cause, così da poter ricondurre la mente alla sua naturale calma e pace, consapevoli che la mente è come il cielo, uno spazio aperto senza forma in cui si addensano le nubi a causa della confusione e del disordine interiore.
Per meglio comprendere questo concetto possiamo comparare noi stessi alle rappresentazioni dell’universo descritte in tantissimi tantra superiori, particolarmente nel kālachakra, tutte, pur leggermente diversificate tra loro, trovano perfetto riscontro nel nostro universo interiore.
Esiste un kālachakra esterno, un kālachakra interno, e un terzo kālachakra alternativo a entrambi, non è né uno né l’altro e, sviluppato in noi, purifica sia quello esterno che quello interno.
La chiave per comprendere le spiegazioni degli yogatantra superiori risiede nella saggezza e nella bodhicitta, perché saggezza e bodhicitta purificano il kālachakra esteriore e quello interiore.
Il kālachakra interiore si riferisce alle realizzazioni descritte nel pāramitāyāna, il veicolo delle sei perfezioni.
Nel tantra di Yamāntaka la divinità è raffigurata in forma irata e spaventosa: ha nove teste che indicano le realizzazioni delle conoscenze dei nove insegnamenti del Buddha; una faccia di bufalo con due corna che definiscono le due verità; trentaquattro braccia, con addizionali corpo, parola e mente, che rappresentano i trentasette sentieri dell’hīnayāna; e sedici gambe che mostrano le sedici vacuità.
Le simbologie sono tantissime. Anticamente in Tibet viveva un Geshe che aveva una saldissima fede nella filosofia hīnayāna, non accettava facilmente le rappresentazioni del tantrayana e, leggendo la sādhana di Yamāntaka, era particolarmente critico, ma alla fine, addentrandosi nel significato profondo di purificazione dei diversi fattori mentali espresso da questa rappresentazione spaventosa, il Geshe ne comprese il senso profondo e mutò completamente atteggiamento, riconoscendovi le raffigurazioni dei tre universi: Esteriore, Interiore e Alternativo.
L’universo alternativo consiste nella forma meditativa che permette la realizzazione delle qualità che purificano gli altri due, esteriore e interiore.
Se si pensasse di poter purificare la propria mente concentrandosi esclusivamente sul personale benessere e interesse, la pratica sarebbe rigida e sterile, estranea al Dharma.
La pratica del Dharma invece consiste nella meditazione ininterrotta sul non attaccamento, sul distacco da se stessi, e sulla necessità di potenziare l’attenzione e la sollecitudine nei confronti della sofferenza altrui.
Il Sūtra del Cuore tratta proprio di questo, è un discorso che si svolge tra gli esseri più realizzati, Buddha, Bodhisattva e Arhat, consapevolmente e ininterrottamente immersi nella meditazione sulla vacuità.
La meditazione sulla vacuità deve essere perseguita, ininterrotta, fino all’illuminazione, e anche oltre, è uno stato continuo in cui permangono gli esseri illuminati.
Ora noi sperimentiamo brevissimi e parziali momenti di meditazione, ma quando giungerà il momento in cui lo stato meditativo sarà stabile, vivremo spontaneamente nella bodhicitta e nella saggezza.
Questa è la vera ragione per cui pratichiamo il Dharma, è davvero stupido pensare che si possa utilizzare il Dharma per liberarci dallo stress o per rafforzare la nostra potenza mentale. Strumentalizzare la pratica del Dharma per propositi così miseri è un abuso pericoloso ed è causa di karma negativo.
Se il nostro scopo fosse semplicemente quello di liberarci dallo stress e di potenziare il potere mentale, al di fuori dell’obiettivo dell’illuminazione raggiungibile nello sviluppo della compassione e della saggezza, i nostri sforzi sarebbero veramente privi di senso, oltre che totalmente inutili. A che pro fare tanta fatica solo per il brevissimo tempo di questa vita? Ci sono pillole che più velocemente e comodamente provocano l’effetto voluto.
Il Dharma ci è stato insegnato da esseri illuminati, e questo è l’aspetto più profondamente significativo che determina la sostanziale differenza, perché non è una scoperta di laboratorio, una combinazione di tecniche artificialmente elaborate.
L’America, che è sicuramente un grande paese e ha dato tanti contributi alla scienza, sta anche promuovendo un’infinità di attività “psico-fai-da-te” assolutamente strampalate, come tanti programmi sulla mente che si prefiggono lo scopo di liberarsi dallo stress, di rafforzare le facoltà mentali e così via e, per pubblicizzarli al meglio, utilizza spesso l’immagine del Dalai Lama.
Mi pare davvero insensato sprecare tante energie in laboratori e ricerche non per curare l’anima umana, ma solo per anestetizzare minimi e parziali elementi, con il risultato, temo, di rafforzare la confusione nelle persone. Si offre un placebo utilizzando con grande e pericoloso fraintendimento il termine “dharma” così ridotto, nell’intendimento di molti, ad una cura psicoterapeutica.
Il Dharma è tutt’altro, il suo scopo chiarissimo, a lungo termine, e preciso, è quello di liberare se stessi e gli altri dagli ostacoli che impediscono un’esistenza gioiosa, serena, senza desiderio né avversione e piena di significato.
Che cos’è la meditazione? Quali sono le qualità mentali? Qual’è il significato della vita?
Dobbiamo riconoscere l’enorme differenza che c’è tra le tecniche pseudo-psicologiche e il Dharma che deve essere compreso nel suo incommensurabile significato.
Questi programmi americani che promettono miracoli sono esportati all’estero, anche in Italia, dove non ci si è nemmeno scomodati a tradurre il termine “mind and life” “mente e vita”, pensando forse che in inglese potesse avere un impatto maggiore, eppure, buttata così nel nulla, è una definizione senza senso che confonde ulteriormente. Nelle innumerevoli conferenze così intitolate si mescolano, come in un’insalata, varianti casuali, si aggiungono i termini buddhismo, spiritualità, religione, dharma, scienza, considerandoli intercambiabili a causa della sconfinata ignoranza dello specifico significato di ognuno di essi.
Oggi è un fenomeno abbastanza contenuto ma preoccupante, perché questo abuso indiscriminato di etichette sarà causa di crescente confusione e superficialità.
Dopo aver analizzato le facoltà fisiche del cervello, questi signori vorrebbero superficialmente e allegramente andare oltre e per questo si orientano caoticamente e indiscriminatamente attingendo a caso a ciò che, delle religioni, appare più attraente.
Se navigate nei siti web vedrete come facilmente si utilizza la “meditazione- palliativo”, assicurando la magica soluzione ad ogni problema. Si prende un unico tipo di meditazione, ad esempio quella sul respiro, la si modifica in base alle esigenze della struttura proponente, e la si presenta adeguatamente propagandata al paziente. E’ piuttosto facile e di poca fatica, si lascia il paziente solo a respirare per un po’ di tempo, trenta, sessanta minuti, e il gioco è fatto. Ciò che si nasconde dietro le grandi etichette è tutto qui e io ritengo, ma naturalmente è solo una mia preoccupazione personale, che sia inutile e pericoloso.
Riprendiamo seriamente la meditazione sulla vacuità e sulla bodhicitta, trattate nel Sūtra del Cuore dagli Esseri realizzati, Buddha, Bodhisattva e Arhat, ma che anche noi, pur non avendo ancora maturato queste grandi abilità, possiamo accrescere e rafforzare in un cammino graduale, passo dopo passo.
La lettura del Bodhicaryāvatāra è fondamentale nel proporci il metodo per sviluppare la bodhicitta, decimo verso:
  1. Prendendo questa vile immagine, la tramuta nell’immagine inestimabile della gemma che è Buddha. Tieni stretto l’elisir di argento vivo, che dev’essere completamente raffinato, detto la mente del risveglio.
La bodhicitta è qualcosa di alchemico, è l’essenza stessa dell’esistenza umana, è il modo per trasformare il samsāra in nirvāna. E’ però doveroso porsi una domanda: “Nell’accrescimento della bodhicitta perderemo alcunché? Qualcosa sarà ridotto?”
Risposta: L’ego….
E’ necessario riflettere su questi interrogativi, è una speculazione mentale che ci insegna a non limitare la ricerca ai soli aspetti evidentemente positivi, ma a valutare anche la possibile presenza di fattori negativi.
Nel momento in si è sviluppata la bodhicitta e si sono acquisite tante qualità, è possibile perdere nel contempo altre qualità, ovvero altre cose positive?
Vi faccio questa domanda che è basilare oggetto di riflessione, anche perché questo dubbio mi è stato presentato ripetutamente da persone spaventate dalla pratica della rinuncia, della bodhicitta, della saggezza, in quanto preoccupate dalla possibilità di smarrire aspetti importanti della loro vita.
Domanda: Già perché se noi pratichiamo una bodhicitta imperfetta effettivamente potremmo correre il rischio di rinunciare al nostro sé, come fece quel monaco morente, preoccupato perché, pur volendo andare all’inferno, aveva invece visioni di terre pure?
Intervento: Solo se hai una bodhicitta imperfetta ci potrebbero essere rischi….
Lama: La bodhicitta è sempre perfetta, altrimenti non sarebbe bodhicitta. La rinuncia è proprio quell’atteggiamento che permette di mantenere la sicurezza delle cose. L’opposto della rinuncia è l’attaccamento.
Se teniamo tra le mani con bramosia qualcosa di molto prezioso può cadere, rompersi, scomparire; se invece non c’è attaccamento, non abbiamo timore di perdere nulla, né che possa caderci di mano rompendosi. Questa è la differenza tra il possedere qualcosa con rinuncia o con attaccamento. Con al rinuncia si riesce ad avere, mantenere e gestire ogni situazione nel modo migliore. Con l’attaccamento invece i rischi di perdere o rovinare tutto si moltiplicano.
La bodhicitta è lo sviluppo ulteriore della rinuncia. Versetto undicesimo:
  1. Tu che sei abituato a viaggiare all’estero tra le città di mercato dei regni della rinascita, tieni stretta questa gemma che è la mente del risveglio. E’ preziosa, messa alla prova da coloro che hanno un’immensa conoscenza, gli eccezionali capocarovana del mondo.
Coloro che desiderano liberarsi dalla sofferenza del samsāra godono dell’inestimabile strumento che è la bodhicitta insegnata dai grandi illuminati.
Il filosofo indiano Chandrakīrti, nell’intraprendere la “Via di Mezzo”, rende omaggio alla grande compassione piuttosto che al Buddha, perché la grande compassione è la fonte cristallina da cui sgorgano i Buddha, i Bodhisattva, gli Arhat, è la causa per divenire un Bodhisattva e dunque la onora per prima.
I Bodhisattva sono i più coraggiosi, anche degli stessi Buddha, perchè vivono nel samsāra con bodhicitta, e ciò richiede il più grande coraggio.
Quando si è un Buddha, un illuminato, operare per gli altri non è frutto di coraggio, è un’emanazione naturale, spontanea, invece un Bodhisattva si cala nel samsāra subendone tutti i condizionamenti, agisce per il bene degli esseri viventi con un cuore compassionevole che deve affrontare enormi sofferenze, problemi, difficoltà, ostacoli, superabili solo grazie alla bodhicitta.
Gli ostacoli non sono prodotti da individui particolari, ma sorgono direttamente dalla condizione samsarica. Sono interessantissime le biografie dei Bodhisattva, orientali e occidentali, vite durissime, coraggiose, uniche.
A me ha colpito fortemente la narrazione della vita di Gesù Cristo, e anche quelle di San Pietro e di San Paolo, dei loro atti di enorme, sconfinato coraggio e amore. Sono grandi Bodhisattva.
San Pietro ha una tale devozione per il suo maestro che, pur subendo la stessa condanna a morte, la crocifissione, ha voluto che fosse diversa in segno di umiltà, lo stesso vale per San Paolo, perché la fede e l’amore si possono dimostrare in forme differenti.
Nell’ultima cena di Cristo con i suoi apostoli, non c’è tensione, né paura, è davvero una cena d’addio, carica di immenso amore e di coraggio.
E poi San Francesco, San Benedetto, con le loro semplici esistenze di altissima spiritualità e di sconfinato coraggio sono un prezioso esempio.
I frutti della bodhicitta maturano all’infinito mentre i frutti della altre azioni cesseranno, in quanto limitate a questa sola esistenza.
La bodhicitta corrisponde all’essenza del cuore-mente e non ha un limite temporale.
Recitiamo la Preghiera di Dedica. (pag. 27)







La Mente di generazione e i due livelli di Bodhicitta


Recitiamo la Preghiera di Māhamudhrā. (pag. 21)
Ora rileggiamo il Bodhicaryāvatāra riflettendo sugli incommensurabili benefici della bodhicitta, (pag. 4) le sue facoltà fisiche, Sāntideva afferma che la meditazione sulla bodhicitta è la purificazione del cuore, la protezione contro qualsiasi paura, ne siamo definitivamente e completamente liberati.
Nel commentario sono indicate due azioni particolarmente negative, fonte di immenso dolore, già descritte nella “Lettera ad un Amico” di Nāgārjuna, la prima consiste nel danneggiare i Tre Gioielli, ad esempio sviluppare rabbia e odio nei confronti di Buddha, Dharma e Sangha, o verso Dio, inteso come il creatore a cui imputare la responsabilità della sofferenza e del male del mondo, eppure ogni dolore, ogni negatività, non dipende né da Dio, né dai Tre Gioielli, ma è prodotto e alberga nella mente di chi lo concepisce.
E’ possibile che noi non comprendiamo la realtà di ciò che accade, non vediamo, siamo oscurati, ma è assurdo individuare elementi esterni su cui scaricare una responsabilità esclusivamente nostra.
La seconda azione dannosa è più articolata, una esemplificazione potrebbe essere l’uccisione di un Arhat o, per analogia, di un genitore.
L’Arhat è qualcuno che ha eliminato in sé ogni tipo di negatività e il suo assassinio rappresenta il massimo oscuramento mentale perché si è ucciso un essere purificato, libero da pensieri negativi.
I genitori hanno un atteggiamento simile nei confronti dei propri figli, ogni atto è volto al loro bene, anche se in questo caso ci possono sempre essere eccezioni.
La bodhicitta rassicura quando afferma che azioni così pesantemente nocive possono essere purificate attraverso la meditazione sul cuore di bodhicitta, è potentissima e illimitata e ci offre un’incommensurabile speranza e aspirazione.
Anche le azioni negative hanno in sé una qualità, quella di poter essere purificate. Questa è la grande realtà insegnata dal Dharma, non esiste malvagità che non possa essere depurata, trasformata, attraverso un’elevatissima pratica che si fonda sul cuore di bodhicitta.
Questo è il principio che si contrappone naturalmente alla pena di morte, perché dimostra che non si può uccidere nessuno, per quanto grave sia il suo delitto, al contrario gli si deve, senza eccezione, offrire la possibilità di comprendere e ripulire la propria mente.
La bodhicitta non fa discriminazioni nella specie umana e meditare su di essa è una immensa opportunità. Il cuore del buddhismo è la bodhicitta.
Il cuore di bodhicitta ha inoltre l’inestimabile pregio di purificare ogni azione negativa, anche se effettuata in una vita passata. Nella presente esistenza e in quella futura rappresenta la salvezza.
Per mantenere viva la bodhicitta non c’è bisogno di nessun santuario, di nessun tempio, il più grande santuario, il tempio in cui dimora la bodhicitta, è il nostro cuore.
In ogni parte del mondo, da oriente a occidente, si assiste spesso ad una ridicola e insensata competizione fra un tempio e l’altro, ognuno vuole essere il più importante, il più ricco, ma si tratta solo di una manifestazione di inciviltà.
Oggi i templi maestosi sono sempre più vuoti e ci si affanna a riempirli con svariate attività, spettacoli, conferenze, esibizioni, dunque l’unico, reale, autentico tempio, è il nostro cuore, mai vuoto e desolato, ma colmo di bodhicitta, così si raccomanda nel tredicesimo e quattordicesimo verso del Bodhicaryāvatāra:
  1. Sotto la sua protezione, come sotto la protezione di un eroe, si sfugge immediatamente a grandi pericoli, anche avendo commesso delitti estremamente crudeli. Allora perché gli esseri ignoranti non cercano rifugio in essa?
  2. Come l’olocausto alla fine di un’era del mondo, essa consuma completamente grandi delitti in un istante. Il savio Signore Maitreya ne illustrò le immense lodi a Sudhana.
In essi si sottolinea la velocità con cui la bodhicitta è in grado di realizzare la purificazione, non soltanto ha la capacità di ripulire azioni enormemente negative, pur del lontano passato, ma sa anche farlo rapidamente.
Nella conoscenza del cuore di bodhicitta si aprono enormi opportunità. Il versetto quattordicesimo si riferisce ad un sūtra in cui Maitreya decanta la bodhicitta che è il seme degli insegnamenti del Buddha, il campo in cui possono essere coltivate le azioni virtuose degli esseri senzienti, la fonte che esaudisce tutti i desideri, l’antidoto in grado di distruggere gli inganni e le illusioni mentali.
Questi sono i benefici del cuore della bodhicitta eppure, per quanto ne abbiamo parlato spesso, non sappiamo ancora cosa esso sia realmente.
La descrizione del cuore di bodhicitta è riportata nei versi successivi:
  1. Tale mente del risveglio si dovrebbe intendere come di due tipi; in sintesi: la mente risolta al risveglio e la mente che procede verso il risveglio.
  2. Dai savi deve essere conosciuta la distinzione fra queste due così come si riconosce la distinzione fra chi desidera andare e chi sta andando, secondo tale ordine.
Esistono due livelli di bodhicitta: la bodhicitta dell’aspirazione e la bodhicitta dell’impegno. Nel primo si aspira a conseguire l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti, mentre nel secondo ci si è già incamminati sulla strada della sua realizzazione.
A questa definizione segue una spiegazione articolata e complessa sulla bodhicitta o mente generante, descritta con grande chiarezza da Maitreya nel trattato “Ornamento della chiara realizzazione” e in cui afferma che desiderare l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti è la mente generante:
«La mente di generazione è l’attitudine che possiede ed è caratterizzata dall’aspirazione al conseguimento dello stato di illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti».
Esprime un concetto fondamentale che non può essere dimenticato, non è specifico della bodhicitta dell’aspirazione o dell’impegno, ma della bodhicitta completa, nella sua forma di mente che genera, è il principio a cui riferirsi meditando sulla bodhicitta, è semplice, non occorre pensare a null’altro, non oppone nessuna barriera, qualsiasi cosa si stia facendo, pienamente integrato in ogni istante della vita.
Questo è il Dharma, l’anima, il senso dell’esistenza, perché senza il Dharma tutte le azioni sarebbero prive di senso, senza anima. E’ tanto chiaro e ovvio! peccato che non ne siamo coscienti.
Il Dharma dà valore, arricchisce, imprime significato ad ogni atto, all’intera esistenza che altrimenti sarebbe arida, inutile.
La mente che genera è articolata su due piani, quello dell’aspirazione e quello dell’impegno. Maitreya, sempre nell’ “Ornamento della chiara realizzazione”, tratta diffusamente l’argomento e suddivide ulteriormente la mente che genera in ventidue classificazioni relative alle realizzazioni che l’accompagnano, e che a loro volta sono ripartite in quattro gruppi.
E’ un po’ troppo complicato per voi, prima dovreste comprendere e memorizzare l’intero testo e poi addentrarvi nei particolari, ma è già bello sentirne parlare.
Nei nostri monasteri, in cui i cinque trattati di Maitreya sono studiati, analizzati, approfonditi e osservati da molteplici prospettive, si è affrontata la domanda conseguente alla descrizione della mente generante:
Gli esseri illuminati posseggono la realizzazione della mente che genera, oppure no?” “Questa mente è presente nel Buddha, o no?”
La domanda sorge in conseguenza alla definizione che è stata data della mente che genera, ossia dell’atteggiamento che possiede l’aspirazione a raggiungere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti e, poiché il Buddha, l’essere illuminato, è già andato oltre l’aspirazione avendo conseguito la piena illuminazione, possiede ancora la bodhicitta? Secondo questo commentario la risposta è indubbiamente e assolutamente affermativa, il Buddha ha in sé il cuore di bodhicitta, la mente che genera.
Sarebbe troppo complesso entrare nei dettagli di questi dibattiti, soffermiamoci invece sulle esemplificazioni. Ricordiamo che la bodhicitta ha due livelli, uno di aspirazione e uno di impegno, che metaforicamente potrebbero essere rappresentati come due persone, la prima giace ancora a letto e sviluppa il desiderio di camminare, mentre la seconda si è già alzata e messa in cammino. Tra colui che è ancora disteso e desidera andare verso la meta e colui che si è materialmente avviato, muta soltanto l’azione fisica, ma l’attitudine è esattamente la stessa. Il pensiero della bodhicitta è ugualmente presente in entrambi, l’unica differenza è data, nel secondo individuo, dalla combinazione con l’azione.
Il desiderio di conseguire l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti esiste parimenti nei due livelli di bodhicitta, nel secondo è accompagnato dall’azione, e con il termine “azione” ci si riferisce alle sei perfezioni.
Ci troviamo di fronte a due fattori determinanti: la definizione della mente che genera e i due livelli di bodhicitta. Se qualcuno fosse ancora confuso a questo riguardo rifletta sui versi dell’“Ornamento della chiara realizzazione” di Maitreya e rammenti ininterrottamente la definizione della mente generante, sinonimo di bodhicitta:
«La mente di generazione è l’attitudine che possiede ed è caratterizzata dall’aspirazione al conseguimento dello stato di illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti»”.
Domanda: Quali sono le condizioni che generano quest’attitudine?
Lama: La condizione immediata è quella del laksam, ossia del cuore volonteroso, che non delega pigramente, non attende che altri operino al suo posto, agisce immediatamente senza frapporre alcun ostacolo e risponde all’interrogativo: “perché non posso raggiungere l’illuminazione a beneficio di tutti gli esseri senzienti? io mi impegnerò in questo”. La condizione della bodhicitta è la grande compassione, ma quella immediata è il laksam.
Da dove sorge la grande compassione? Dalla gentilezza amorevole che ci fa guardare ogni essere senziente con occhi di madre.
Domanda: Ma prima della gentilezza amorevole deve esserci la rinuncia?
Lama: La rinuncia può essere sia precedente che contemporanea alla realizzazione della gentilezza amorevole e della grande compassione.
La gentilezza amorevole è importante perché aiuta a sviluppare l’amore nei confronti degli altri e fa percepire la loro gentilezza verso di noi.
Per sviluppare la gentilezza amorevole ci sono due processi differenti, uno è quello dell’eguagliarsi con il prossimo scambiando se stessi con gli altri, e il secondo è quello di realizzare la gentilezza degli esseri senzienti pensando che nelle esistenze passate essi siano state nostre madri. Anche nella tradizione religiosa buddhista la madre è la figura primaria, perché l’amore materno è incondizionato.
Se si è in grado di sviluppare il cuore di bodhicitta si è realizzata la propria vita, è un valore spirituale talmente immenso che nessun recipiente potrebbe contenere, è superiore a qualsiasi bene materiale, non può essere misurato, nessun matematico lo potrà mai circoscrivere.
Il valore spirituale della bodhicitta è immenso, eppure senza peso, non porta carichi e la sua durata è infinitamente superiore a quella ipotizzabile in riferimento a qualsiasi elemento materiale, non c’è gemma, né costruzione perfetta, nemmeno una piramide, né strumento di elevata tecnologia, che possa competere.
Ricordo un fatto avvenuto in Corea: un famosissimo e stimato medico un giorno annunciò di aver scoperto una medicina unica e rara che propagandò senza timore di essere smentito, però ben presto si scoprì che non c’era nulla di vero e fu arrestato. Se anche questa medicina miracolosa fosse esistita, così come qualsiasi altra scoperta, paragonata alla bodhicitta, sarebbe stata nulla.
Domanda: Chi ha tramandato tutti questi commentari?
Lama: In tibetano esistono moltissimi commentari sul Bodhicaryāvatāra, quello che stiamo utilizzando risale al XV° secolo ed è probabilmente la rielaborazione degli appunti di Lama Tsong-Kha-Pa, frutto dei tanti insegnamenti a lui dati da grandi e diversi maestri e in un secondo momento trascritti dal suo discepolo Khedrupje.
Grazie a tutti, recitiamo “Gli otto Versi di Trasformazione della Mente”. (pag. 12)





Il significato tangibile della pratica del Dharma


Ancora una volta vi ringrazio di essere qui, malgrado il gran caldo; anche questo clima può essere salutare per qualcuno e comunque, rispetto ad altre condizioni nel mondo, non è un gran problema, è in ogni caso una buona occasione per attuare la nostra pratica di Dharma.
Poiché io sono un praticante di Dharma piuttosto modesto penso di aver bisogno delle difficoltà e se mi mancano mi pare di non aver nulla da fare. Com’è possibile praticare il Dharma quando va tutto bene? Invece, di fronte alle difficoltà, si ha l’opportunità di verificare immediatamente la qualità della propria pratica, perché il Dharma rende più intelligenti e di conseguenza abili nell’affrontare, gestire e risolvere i problemi.
In occidente la vera difficoltà alla pratica del Dharma è una vita troppo comoda in cui le persone si crogiolano, perdendo ogni memoria e consapevolezza della necessità del Dharma.
Ma l’esistenza è comunque soggetta a disagi e chiunque, prima o poi, deve confrontarsi con la sofferenza, e in quel momento la sonnolenza maturata nelle comodità fa apparire il più insignificante ostacolo come enorme. Nel Dharma invece ogni problema, anche il più greve, è in realtà minimo.
A livello pratico, di utilità immediata, il senso del Dharma si manifesta riducendo ad una piccolezza anche il guaio peggiore. In questo modo, addestrandosi nella pratica del Dharma, ci si libera dalla sofferenza e ogni scoglio, anche quello apparentemente insormontabile, si fa semplice, facilmente risolvibile, i problemi diventano non problemi, anzi qualche problema può rivelarsi una qualità.
Questo è il significato tangibile della pratica del Dharma:
  1. la prima qualità è la capacità di ridurre i problemi, anche i più gravosi, ad un piccolezza;
  2. la seconda è la liberazione dai problemi;
  3. la terza è la scoperta che il problema si trasforma in alleato, in vero amico spirituale.
Dobbiamo sempre tenere a mente questi tre importanti effetti dell’utilizzo concreto del Dharma nella nostra esistenza.
Il praticante che prescindesse dall’utilità concreta della pratica del Dharma sarebbe solo un sognatore del nirvāna, del paradiso, della terre pure e dell’illuminazione.
Il vero praticante deve saper trasferire il Dharma concretamente nel quotidiano, affrontare ogni ostacolo, riconoscerne l’esiguità, superarlo nella libertà e infine trasformarlo in alleato.
I praticanti di Dharma di livello basso hanno la capacità di rendere piccole le difficoltà più grandi;
I praticanti di Dharma di livello intermedio hanno la capacità di superare i problemi trasformandoli in non-problemi;
I praticanti di Dharma di livello elevato hanno la capacità di considerare i problemi come amici da accogliere con sincera gioia, perché rappresentano un insostituibile alleato per la crescita spirituale.
La classificazione dei tre benefici della pratica consente di analizzare, valutare, riconoscere, lo stadio effettivo in cui si è.
I problemi non sono annullati dalla pratica del Dharma, perché sono parte intrinseca del samsāra che, altrimenti, non sarebbe samsāra, ma è il modo di affrontarli che determina la sostanziale differenza realizzabile nella pratica spirituale e nell’esistenza.
Il samsāra è confusione e sofferenza, quotidianamente, ma attraverso i tre aspetti della pratica del Dharma è possibile affrontare ogni ostacolo riducendolo, superandolo e accogliendolo come un caro amico che offre un prezioso aiuto nel cammino spirituale.
Quest’ultimo punto è particolarmente importante perché, finché non saremo in grado di concepire le difficoltà come amici, non riusciremo mai a liberarci dalla sofferenza. Non si tratta di eliminare o combattere gli ostacoli, ma di trasformare radicalmente noi stessi e i problemi.
Riflettevo questa mattina sulla guerra in Irak che da tre anni sta distruggendo la popolazione; la tragedia maggiore è il dissidio interno, l’incapacità di trovare un’intesa per formare un nuovo governo. Se i diversi gruppi etnici e religiosi del paese giungessero ad un accordo qualsiasi situazione indotta dall’esterno si risolverebbe facilmente, ne sarebbe per forza trasformata. L’impedimento più pesante è la contrapposizione tra le diverse visioni religiose, sciiti e sunniti, e dall’esterno si approfitta di questa divisione, nessuno sta realmente cercando di favorire la loro integrazione, eppure, se non si risolve questo nodo centrale, non si potrà mai costruire un governo democratico e i vecchi problemi aumenteranno inevitabilmente; è terribile vedere come queste persone invece di allearsi si ammazzino e si torturino vicendevolmente.
Che cos’è la pratica del Dharma? Non è certamente soltanto stare seduti, calmare la mente, essere concentrati e tranquilli e dimenticare tutti i problemi e i pensieri, perché, se anche rimanessimo in questa pace per un lungo periodo, ci ritroveremmo immediatamente dopo ancora più tesi di prima. A volte si possono osservare persone in meditazione che appaiono come rocce, strutture rigide prive di flessibilità, ma, terminata la sessione meditativa, riprendono le normali attività con agitazione, nervosismo, in una totale chiusura mentale.
La pratica di Dharma, la meditazione, dovrebbe aprire la mente, non restringerla, la felicità scaturisce da una mente flessibile, aperta, non da una mente rigida e serrata.
La meditazione non serve a formare la mente, ma a trasformarla, la differenza è sostanziale.
Il Bodhicaryāvatāra, una delle più grandi opere, è un immenso aiuto per trasformare la mente; il senso profondo del testo, così dettagliato, è perfettamente sintetizzato negli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” e, meditando su di essi, meditiamo sull’intero Bodhicaryāvatāra.
Leggiamo dunque “Otto Versi di Trasformazione della Mente” con una motivazione profondamente altruistica, non con l’ambizione di diventare dei Bodhisattva, degli Arhat o dei Buddha, sarebbe un grossolano errore, ma con il sincero desiderio della gioia, della felicità, per tutti gli esseri senzienti, dobbiamo sviluppare l’umiltà.
In Tibet un famoso maestro kadampa disse: “l’essenza della bodhicitta contenuta negli Otto Versi di Trasformazione della Mente è tutto il Dharma”. Riferendosi a se stesso aggiungeva: “io sono una singola persona e ho un singolo bodhicitta e un singolo Dharma, ma questo Dharma è utile per tutta la realtà”.
E’ dunque meglio dimenticare i vari rituali, le cerimonie, le manifestazioni esteriori più complesse, perché ciò che ci serve è il singolo bodhicitta in grado di soddisfare ogni nostro desiderio.
Qualsiasi situazione difficile dobbiamo affrontare riflettiamo sugli Otto Versi perché in essi c’è la bodhicitta, l’essenza del Dharma, non occorre altro, non esiste un Dharma al di fuori di quello da praticare.
In alcune forme di pratica del buddismo pare di essere di fronte agli scaffali di una farmacia in cui sono ben allineati rimedi per ogni patologia, c’è un rituale specifico per ogni tipo di problema con relative istruzioni per l’uso, un vero supermercato.
Ma la pratica del Dharma non ha nulla a che fare con questo marketing totalmente inventato da noi.
Io vedo moltiplicarsi in occidente situazioni veramente bizzarre: centri di medicina tibetana, rituali ripetuti indipendentemente dalla comprensione del loro significato, Lama che fanno divinazioni, previsioni astrologiche, spettacoli di danza, ma in Tibet questo folclore commerciale non c’è mai stato.
L’autentica pratica del Dharma è tutt’altra cosa.
Anche i paesi asiatici più sviluppati, come Singapore, Taiwan, Giappone, hanno copiato il modello occidentale spacciando per buddhismo ciò che è solo spettacolo, fanno rituali pieni di colori, appariscenti e di notevole impatto, ma ai fini del Dharma è tutto assolutamente inutile, si va a teatro e basta.
In Tibet i più famosi praticanti erano i maestri kadampa, persone semplicissime e poverissime, che applicavano esclusivamente la bodhicitta.
In qualsiasi circostanza della vita, dormendo, lavorando, mangiando, passeggiando, sempre dobbiamo rammentare la bodhicitta, non solo quando siamo in una condizione di sofferenza, ma anche quando siamo felici, perché in quel momento la bodhicitta può rendere la gioia ancor più soddisfacente e significativa.
Tutti dovremmo partire dalla bodhicitta e poi, individualmente, cercare il cammino a noi più confacente per attuarla. Queste sono le fondamenta, perché in una società così confusa e piena di problemi non c’è nulla che sia effettivamente utile, nessuna meditazione o pratica, se non la bodhicitta. Al di fuori della bodhicitta ogni pratica è vana.
Rileggiamo ancora una volta il primo capitolo del Bodhicaryāvatāra che illustra i benefici della bodhicitta, passatevi il libro e leggete tre versi ciascuno. (pag. 4)
Molto bene, grazie, è un buon metodo, ognuno ripete qualche riga e insieme si completa il testo e se ne approfondisce il significato.
In particolare ora riprendiamo i versi 18 e 19:
  1. Dal momento in cui assume quella mente per liberare l’illimitato regno degli esseri, con una decisione che non può essere revocata,
  2. Da quel momento in poi, benché possa assopirsi o distrarsi molte volte, ininterrotti flussi di merito si riversano continuamente simili al cielo in fiamme.
Nei versi precedenti, 15, 16 e 17 sono specificati i due tipi di bodhicitta, dell’aspirazione e dell’impegno, e ora Sāntideva spiega i benefici che ne derivano, che consistono nella generazione della mente.
La nostra mente a livello ordinario è ferma, non ha nessun tipo di crescita, senza bodhicitta è come la mente di un bambino. Soltanto nella bodhicitta la mente si sviluppa.
La mente di un bambino focalizza l’attenzione su di sé e sulle poche cose che lo riguardano direttamente, il cibo e qualche giocattolo, ma applicando la bodhicitta la mente cresce, espande la visione della realtà nell’altruismo, non pensa più di essere al centro dell’universo, bensì in un insieme pieno di altri esseri. Nel verso 18 si descrive come generare questa mente:
  1. Dal momento in cui assume quella mente per liberare l’illimitato regno degli esseri, con una decisione che non può essere revocata,
Come sviluppare la bodhicitta? Prendendo una decisione irrevocabile, senza tentennamenti. E’ una decisione che ha una durata infinita, non limitata a questa sola esistenza.
Una persona può prendere tutti i voti e i precetti del laico o del monaco, che però hanno un termine, possono durare sino alla morte, ma sono relativi a questa vita, invece la bodhicitta è per sempre.
La bodhicitta si sviluppa con una decisione irrevocabile: “da questo momento non penso più a me stesso, ma agli altri”, questa è la vera attitudine alla democrazia, non certamente quella che paesi potenti pretenderebbero di imporre altrove per difendere esclusivamente i propri interessi.
L’attitudine alla democrazia è altruismo, dedicarsi agli interessi della maggioranza, non in modo artificioso, costruito, ma spontaneo, naturale. E’ l’intenzione suprema che possa esistere nell’universo, è la qualità più grande che la mente umana può sviluppare ed è ciò che porta al massimo livello, gioia, tranquillità e pace.
Il Buddha è così speciale a causa della bodhicitta e non perché fa i miracoli. La bodhicitta può risolvere qualsiasi problema.
Non è facile prendere questa decisione irrevocabile, ma siamo aiutati dall’osservazione della nostra stessa esistenza in cui abbiamo sempre pensato solo a noi, al nostro interesse, senza sfuggire affatto alle sofferenze, anzi alimentandole. Abbiamo la prova evidente che questo atteggiamento non è stato di beneficio né a noi stessi né agli altri ed è dunque ovvia la necessità di recidere radicalmente l’attitudine egoistica e di dedicarsi agli altri esseri. Usciamo definitivamente dall’ atteggiamento sterile di “me… me… me…” ed entriamo nel mondo di “altri… altri… altri…”, questo è scambiare la sofferenza con la felicità. La sofferenza è pensare a me, la felicità è pensare agli altri.
E’ chiaro? È facile da praticare o difficile? Non costa nulla è completamente gratis, un meraviglioso dono dell’universo. La bodhicitta non può essere comperata in nessun negozio, non occorre alcuna autorizzazione, necessita solo della propria decisione.
Per diventare Lama o Vescovo è necessario il riconoscimento di autorità superiori che imprimano il timbro ufficiale, ma per diventare Bodhisattva non occorre nessuna concessione, nessun certificato, è il bene più prezioso, a completa disposizione, è spontaneo, un immenso valore spirituale, e allora perché non approfittarne immediatamente?
La nostra mente è veramente strana, andiamo in Via Condotti a guardare le vetrine cariche di oggetti costosissimi che desidereremmo possedere pur non avendo le necessarie disponibilità economiche e nella nostra dispersione mentale pensiamo che, dato il prezzo, valgano moltissimo. Le persone importanti arrivano su auto di lusso con tanto di scorta e i venditori di affrettano a spalancare le porte; comprano un gioiello, un abito costosissimo, ma alla fine cos’hanno? Nulla, anzi cominciano immediatamente a preoccuparsi di poter essere derubati, o di romperlo, o che si rovini e l’attaccamento nei confronti di questo presunto valore cresce a dismisura e assorbe tutta l’attenzione, è un atteggiamento totalmente infantile e sterile, veramente sciocco.
La bodhicitta invece è il valore supremo in grado di toglierci tutte le sofferenze, le difficoltà e noi, ciechi, non lo prendiamo, nemmeno ne conosciamo l’esistenza, non vediamo che è a portata di mano, immediatamente disponibile e gratuito, e preferiamo cercare un guru che magicamente ci liberi dai problemi, senza sapere che lo stesso guru probabilmente ne ha più di noi.
Questa è mancanza di spiritualità; la spiritualità è il principio di equanimità verso tutti gli esseri e tutte le cose.
Le persone pensano di cancellare il dolore dell’esistenza chiedendo miracoli a Tara o alla Madonna, ma è solo un’ulteriore illusione.
La soluzione alla sofferenza è in noi stessi. Preghiamo Tara, ma in realtà preghiamo la bodhicitta di Tara, è la bodhicitta che ha creato Tara e non il contrario. Preghiamo il Buddha, ma non è il Buddha che ha creato la bodhicitta, confezionata per bene, pronta ad essere distribuita, è la bodhicitta che ha creato il Buddha.
Dobbiamo riflettere a lungo su questo, perché pensare che le divinità creino la bodhicitta e poi lo distribuiscano alle persone è un pericoloso fraintendimento. La soluzione può realizzarsi solamente in noi, dobbiamo prendere la decisione irrevocabile di troncare l’abituale attitudine egoistica, causa di sofferenza, di insoddisfazione e di difficoltà di ogni genere per dedicarci completamente, gioiosamente e irrevocabilmente agli altri. E’ la scelta più giusta e proficua della vita, di questo tratta il Bodhicaryāvatāra e, nello specifico, al verso 19:
  1. Da quel momento in poi, benché possa assopirsi o distrarsi molte volte, ininterrotti flussi di merito si riversano continuamente simili al cielo in fiamme.
Dall’istante in cui abbiamo assunto la decisione irrevocabile della bodhicitta, i meriti che ne conseguono continuano ad aumentare, indipendentemente da ciò che stiamo facendo, anche quando dormiamo o abbiamo pensieri non positivi.
E’ importantissimo essere consapevoli dell’inestimabile valore di questa decisione, e comprendere che, per quanto sia benefica ogni pratica e la meditazione, nulla ha l’efficacia e la potenza della bodhicitta. E’ un investimento formidabile, persino nel sonno o addirittura nell’errore, il capitale aumenta, l’importante è ricordarla ininterrottamente e, in ogni caso, non si deve temere di incorrere in terroristiche visioni di possibili inferni se la si dimentica, si può sempre ritornare ad essa e gli effetti saranno di incredibile potenza.
La pratica della bodhicitta non è fondata sulla paura, ma sulla comprensione, è una ricerca. Nel mondo moderno si fanno tantissime ricerche ma noi dobbiamo farne una sola, la bodhicitta, siamo praticanti di Dharma e dunque ricercatori spirituali della bodhicitta.
  1. E’ ciò che il Tathāgata stesso ha spiegato con prove nelle Domande di Subāhu, a vantaggio degli esseri disposti verso il cammino inferiore.
Anche questo concetto è basilare, perché noi spesso ci limitiamo a pratiche di Dharma superficiali, appariscenti e gratificanti, che però incidono poco sulla nostra mente, ma è importante che comprendiamo la necessità di diminuire questo tipo di approccio dedicandoci maggiormente alla bodhicitta.
In occidente avete incrementato notevolmente qualità come intelligenza, coraggio, cultura, istruzione, ma non avete sviluppato per niente la bodhicitta e adesso è necessario dedicarsi a questo con naturalezza e decisione gioiosa.
L’antidoto naturale allo stress e alla depressione, che bloccano la crescita umana e che sono così diffusi nei paesi sviluppati, è la bodhicitta.
Concludiamo con la preghiera di dedica. (pag. 27)





Il Mulino delle Preghiere


Conoscete quest’oggetto? è il mulino o ruota di preghiera che, ruotato continuativamente in senso orario, diffonde l’energia dei mantra contenuti al suo interno, lo si usa particolarmente in Tibet ed è un ottimo strumento soprattutto per i praticanti dall’animo semplice, non necessariamente eruditi.
Conosco un Lama colto e realizzato, ma così semplice e umile, che utilizza la ruota di preghiera costantemente, qualsiasi cosa stia facendo, perché considera che per lui sia la pratica più adatta, ciò dimostra che non è tanto importante il metodo applicato quanto la sua utilità come supporto alla pratica interiore.
E’ magnifico constatare che, più elevate sono le realizzazioni, più ci si avvicina ad una pratica semplice, al contrario di coloro che pensano di raggiungere grandi obiettivi utilizzando strumenti sofisticati, impreziositi con gemme e metalli pregiati, che però hanno il solo effetto di incrementare la confusione.
E’ necessario avere dinnanzi a sé l’esempio di Milarepa che, pur essendo lo yogi più realizzato del Tibet, non possedeva nulla se non la forza del canto melodico con cui si esprimeva.
Un importante Lama, Narupenjo, suo contemporaneo, assistendo ad un insegnamento pubblico di Milarepa, rimase sorpreso dalla semplicità della sua figura perché, pur essendo già famoso, non aveva affatto l’aspetto del grande Lama, si presentava invece come persona semplice, umile, comune. La stessa sorella di Milarepa gli chiedeva continuamente che razza di Dharma stesse praticando perché gli altri maestri avevano numerosi attendenti, oggetti preziosi, cibo in abbondanza, cavalli, musica, festeggiamenti, mentre lui sembrava un animale selvatico dei monti. Milarepa è l’esempio di praticante più coraggioso e seguirne le orme è difficilissimo, ma mantenere vivo in sé l’esempio, la figura da analizzare e studiare, è fondamentale.
Ci sono praticanti che assistendo a rituali tibetani se ne appassionano tanto da volerli ripetere e comprano tutti gli oggetti necessari, forse potranno anche essere utili, chissà, ma temo che sia un po’ come farsi un teatrino domestico di marionette. Il Dharma non è un’esibizione teatrale, ma è una realtà interiore, che induce senza tregua a riflettere, meditare, trasformare il proprio stile di vita.
E’ bene per un praticante avere un mulino di preghiera da usare quotidianamente nella recitazione dei mantra. Si sgrana il mala scandendo il mantra, soprattutto quello di Avalokitesvara “Om Mani Padme Hum”, non per contarne le recitazioni, ma immaginando di liberare, ad ogni grano, gli esseri dalla sofferenza. Il mala in mano ad Avalokitesvara simboleggia la volontà di liberare tutti gli esseri senzienti, la sua forte intenzione e compassione.
Sia il mala che il mulino di preghiera sono diffusissimi in Tibet, meno negli altri paesi buddhisti, probabilmente perché non se ne riscontra l’utilità. Ad esempio i maestri chan, cinesi, indossano il mala come simbolo della pratica, anche in Tibet lo si porta sia al polso che al collo.
Ciò che conta non è lo strumento usato, ma la ripercussione che esso ha nella propria pratica. Il mulino di preghiera è ottimo perché un praticante lo può far ruotare con convinzione qualsiasi cosa stia facendo, insegnando, meditando o altro.
In Nepal si trovano facilmente i mulini di preghiera costruiti appositamente per i turisti, belli a vedersi, ma completamente inutili, privi di mantra e delle parti simboliche più significative, è perciò necessario cercare e utilizzare solo quelli autentici.
La ruota di preghiera è particolarmente connessa con il mantra di Avalokitesvara che riassume l’essenza del testo che stiamo studiando. Leggere l’intero Bodhicaryāvatāra o recitare un solo mantra “Om Mani Padme Hum”, ma riflettendo sui contenuti, ha una perfetta corrispondenza.
Pensare che il mantra funzioni solo come un meccanismo non è esatto, il mantra che si compone di parole sanscrite è come una raccolta di semi da cui poi si genera tutto, ne è l’essenza.
Esiste una stretta correlazione tra il mantra “Om Mani Padme Hum” e gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente”, e vi è la stessa correlazione con il Bodhicaryāvatāra e gli altri testi del Lam Rim e con tutte le opere che hanno come oggetto la bodhicitta, la grande compassione.
Il buddhismo è una delle religioni più diffuse nel mondo grazie al gran numero di cinesi. Qualche anno fa incontrai a Londra una persona che volle ripetere il percorso seguito da un pellegrino cinese del V° o VIII° secolo, non ricordo esattamente perché ce ne sono molti, che passò dalla Cina all’India. Da questi viaggi, che duravano anni, si ritornava carichi di testi in seguito tradotti e divulgati. Questo pellegrino lasciò anche una mappa che indicava dettagliatamente il suo tragitto e la persona decisa a seguirne le orme è una signora cinese, molto intelligente, laureata a Pechino, con una borsa di studio a Oxford e ora a Londra come regista di documentari. Lei ha voluto ripercorrere la via del pellegrino per approfondire la propria devozione e per onorare la memoria della nonna che, nonostante la repressione comunista, non ha mai tralasciato un solo giorno di praticare il buddhismo in cui credeva profondamente.
I buddhisti cinesi emigrati hanno mantenuto una certa tradizione religiosa, la generazione immediatamente successiva è nella maggioranza atea, ma la terza generazione sta ritornando in massa alla devozione buddhista.
Attualmente i paesi dell’estremo oriente stanno premendo affinché si costituisca un’organizzazione buddhista simile al vaticano, ma io temo che questo non sia affatto positivo perché la religione deve essere individuale, come l’abito che si indossa, deve essere scelta e praticata in perfetta autonomia, libera da ogni ingerenza istituzionale. E’ la veste che protegge la nostra mente-cuore, e soltanto noi, in base alla nostra inclinazione individuale, possiamo sapere qual’è la giusta taglia, la stoffa adatta, lo stile più consono, non è possibile proporre a tutti un’unica misura, peso e fattura.
Una caratteristica del buddhismo è la flessibilità in qualsiasi situazione, perché le circostanze sono sempre diverse. Anche rispetto all’alimentazione non esistono norme rigide, in Cina si privilegia quella vegetariana o a base di alghe, in Thailandia il cibo non vegetariano è ammesso, e in Tibet il nutrimento è prevalentemente a base di carne.
Il Dharma non dipende da fattori esterni, ma è deve essere connesso alle predisposizioni personali e alle variabili correlate.
Ora leggiamo tutti insieme il primo capitolo del Bodhicaryāvatāra ricordando Sāntideva perché ciò che lui insegna è la sua stessa vita. (pag. 4)
La mente che per natura apprezza e ammira le azioni positive e meritorie degli altri esprime un’attitudine importante, ottimista, se ne parla nel verso trentacinquesimo:
  1. Ma più valore ha il frutto che scaturisce per colui la cui mente diviene serenamente fiduciosa. Infatti grande forza è richiesta da un’azione malvagia contro i figli del Vittorioso, mentre un’azione pura viene spontanea.
Il motivo per cui i Bodhisattva potenziano durevolmente e naturalmente le loro azioni positive e non sono mai coinvolti in atti negativi, è conseguente a questo tipo di mente che permette di accrescere ogni buona azione in modo del tutto spontaneo.
Gli occhi ingannatori che cercano continuamente di mostrarci negli altri gli errori, gli aspetti negativi, distorcono la visione della realtà, ci procurano continui abbagli, è come se vedessimo tutto blu perché indossiamo occhiali con lenti blu, come ricorda un famoso detto tibetano: “vedere tutte le vette dell’himalaya sempre blu”.
Siamo giunti così all’ultimo verso del primo capitolo:
  1. Mi inchino ai corpi di coloro nei quali è sorto quel gioiello eccellente, la mente, persino un torto verso di loro condurrà alla felicità. In queste miniere di felicità, io prendo rifugio.
Si prende rifugio nei Bodhisattva perché sono esseri che non reagiranno mai alla malvagità con altro male, ma sempre con compassione e bodhicitta, trasformeranno qualsiasi nostra cattiva azione nei loro confronti in un beneficio di cui potremo usufruire nel futuro. E’ veramente interessante questa caratteristica, perché anche volendo instaurare con un Bodhisattva una relazione negativa, basata su qualcosa di male, questa avrà invece la capacità di trasformarsi in una sorgente di bene per la liberazione futura.
Il primo capitolo insiste sui benefici della bodhicitta perché saperli riconoscere è un mezzo abile che fa scaturire nel lettore un entusiasmo che lo aiuterà nella comprensione, nella riflessione e nello studio dei capitoli che seguiranno.
Il primo capitolo inizia con la fondamentale dichiarazione della presa di rifugio nei tre gioielli, con l’omaggio al Buddha al Dharmakāya e al Bodhisattva.
L’altro punto particolarmente significativo è descritto nel quarto verso ed evidenzia i due scopi dei praticanti del Lam Rim.
  1. Tale momento propizio è estremamente difficile da incontrare. Una volta incontrato, produce il benessere dell’umanità. Se il vantaggio viene ora trascurato, quando mai avverrà di nuovo questo incontro?
Pone in risalto in primo luogo la rarità dell’incontro con la forma umana e poi evidenzia le sue caratteristiche: ha la possibilità di realizzare ogni desiderio, ha tempo a disposizione per sé, e gode di una certa libertà. Ottenere questi fattori è arduo, ma vi è delineato l’insegnamento del piccolo scopo del Lam Rim.
Il secondo scopo del praticante del Lam Rim è la possibilità di esaudire la felicità dell’umanità, in un unico verso sono contenuti i primi due scopi del praticanti del Lam Rim.
Se un individuo non è in grado di approfittare della forma umana che gli offre la possibilità di realizzare questi obiettivi, quando potrà mai riottenere un’occasione tanto rara e preziosa?
I versi che seguono presentano gli altri benefici della bodhicitta e per questo devono essere letti, meditati e analizzati uno per uno.
Un altro punto fondamentale è affrontato nei versi quindicesimo e sedicesimo in cui si spiega cos’è la bodhicitta e se ne diversifica la tipologia:
15 Tale mente del risveglio si dovrebbe intendere come di due tipi; in sintesi: la mente risolta al risveglio e la mente che procede verso il risveglio.
    1. i savi deve essere conosciuta la distinzione fra queste due così come si riconosce la distinzione fra chi desidera andare e chi sta andando, secondo tale ordine.
Si delineano i due tipi di bodhicitta, il livello di aspirazione e il livello dell’impegno, e i versi successivi descrivono i benefici che ne derivano.
      1. Dalla mente risolta al risveglio anche in un’esistenza ciclica proviene un grande frutto, ma niente di simile al merito ininterrotto che proviene da tale risoluzione, quando messo in atto.
Il diciottesimo verso è basilare, affronta l’essenza della bodhicitta e la responsabilità personale.
      1. Dal momento in cui assume quella mente per liberare l’illimitato regno degli esseri, con una decisione che non può essere revocata.
E’ la decisione irrevocabile di liberare tutti gli esseri senzienti dal samsāra, l’intendimento di conseguire l’illuminazione al fine di condurre tutti gli esseri a quello stesso stato di illuminazione. L’attitudine definitiva di conseguire l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti non è riferita ad un beneficio ordinario, ma al risultato ultimo di volere e operare affinché tutti gli esseri senzienti raggiungano l’illuminazione.
In italiano si tradurrebbe così: “E’ la risoluzione irrevocabile di conseguire lo stato di illuminazione che produce il beneficio supremo di condurre tutti gli esseri senzienti allo stato di perfetta illuminazione.”
Il capitolo conclude con l’omaggio ai Bodhisattva, i più coraggiosi, in grado di trasformare in bene anche una cattiva azione nei loro confronti, perché non c’è modo di far arrabbiare un Bodhisattva, qualsiasi atto provocherà in loro solo grande compassione e preghiere a nostro favore.
Questo capitolo offre l’opportunità di conoscere gli infiniti benefici della bodhicitta e ci motiva per affrontare con entusiasmo i capitoli successivi.
Rivolgo il mio ringraziamento agli amici spirituali, ricordate sempre che il Dharma più semplice è il migliore e dedicate i meriti che ne derivano a beneficio di tutti gli esseri senzienti.


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SECONDA PARTE
Roma 2006 Settembre - Dicembre







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Conoscenza di sé nel Dharma


Eccoci nuovamente insieme dopo la pausa estiva, le vacanze sono finite, e tutti sappiamo come siano importanti per gli italiani, perché costituiscono l’unico momento in cui si recupera energia dopo un lungo e intenso lavoro.
Ci siamo ricaricati e possiamo affrontare in modo ottimale sia il lavoro che il percorso regolare nel Lam Rim. Tutto questo è parte del samsāra, cioè della vita.
Il tempo passa e la vita si abbrevia, l’unico interrogativo a cui dobbiamo rispondere è: “qual’è il nostro compito in questa esistenza?” dovremmo mantenere costantemente presente in noi questa domanda, consapevoli che nella ricerca della risposta appropriata commetteremo inevitabilmente errori, causeremo problemi e incontreremo difficoltà.
Negli incontri di pratica del Dharma tentiamo di addentrarci nella comprensione del significato della vita e della conoscenza del nostro compito che non è affatto scontata, né automatica, né facilmente acquisibile.
I praticanti di Dharma sono generalmente divisi in tre categorie, ma a quale di queste si appartenga lo si può comprendere soltanto al termine della vita, ciò che dobbiamo fare ora è prepararci in modo da affrontare al meglio la fine di questo tempo terreno, che comunque arriverà, anche se non sappiamo quando.
A volte succede che la resa dei conti si presenti con anticipo rispetto a quanto avremmo immaginato; io ho quarantaquattro anni e so di essere fortunato ad averne potuto usufruire, perché la vita di tanti esseri è stata interrotta molto prima.
Nella pratica del Dharma dovremmo produrre l’essenza del cuore ed essere fiduciosi nelle nostre possibilità, invece di complicare sempre tutto.
Se impariamo ad osservare la nostra essenza umana ne notiamo tutta la fragilità, basta pochissimo per distruggerla, siamo estremamente precari eppure, malgrado ciò sia palese, ci perdiamo in incredibili e inutili contorsioni mentali. Mi sorprendo sempre nel constatare quanto io stesso sia complicato.
La pratica del Dharma invece tende a semplificarci, perché i problemi non provengono mai dall’esterno, dagli altri, ma sono il risultato della nostra complessità e incapacità di gestire ciò che ci appare come una immensa confusione. Per questo nelle scritture si raccomanda ripetutamente di autorealizzarsi, il che non vuol dire osservare se stessi attraverso un terzo occhio o una modalità magica, ma è semplicemente saper scrutare, dalla propria interiorità, come si è realmente.
Quando riusciamo a vedere come siamo realmente diventiamo più umili, più piccoli, più facili, il nostro stesso io è più gestibile. Quello che ci stanca e consuma è l’incapacità di conoscerci, di autogovernarci.
La pratica e la spiritualità ci illuminano su ciò che siamo e ci mostrano i modi ottimali per mettere a frutto il tempo di cui disponiamo, e gli incontri di Dharma ne favoriscono l’approfondimento, la riflessione e l’analisi, così da indurre il controllo su noi stessi che comporta la liberazione da ogni atteggiamento egocentrico.
L’autocontrollo dunque non è mettersi al primo posto, ma esattamente il contrario, è liberarsi dall’atteggiamento egocentrico.
La pratica del Dharma non ha lo scopo di trasformarci in maestri altamente realizzati, magari ci rende, secondo la concezione ordinaria, i più stupidi del mondo, sempre però al servizio degli altri e, tanto più si è semplici, tanto più si è significativi; essere genuinamente e ininterrottamente al servizio degli altri imprime senso alla vita e ci arricchisce di felicità, appagamento, gioia.
Certamente non è facile spogliarci dai troppi orpelli consueti e raggiungere questa semplicità persistente, però il solo fatto di averne maturato nel cuore il desiderio è un raro tesoro, quanto di più prezioso possiamo trovare soltanto in noi stessi, perché non può provenire da nessun evento esterno.
Attraverso la pratica del Dharma scopriamo in noi la ricchezza che ci trasforma in validi strumenti al servizio di tutti gli esseri senzienti.
Un praticante di Dharma che si pone al servizio degli esseri senzienti è qualcuno che è andato oltre, ha superato ogni limitazione, categoria religiosa, gruppo, istituzione.
Nell’Italia del XXI° secolo le persone sono istruite, posseggono tutte le condizioni per andare al di là delle restrizioni inevitabilmente presenti all’interno delle divisioni e schematizzazioni istituzionali e religiose, ed è indispensabile compiere questo salto, perché se restiamo rinchiusi entro angusti e rigidi confini non potremo mai realmente liberarci dall’atteggiamento egocentrico.
Nel momento in cui ci poniamo al servizio degli esseri senzienti abbiamo superato tutte le frontiere e comprendiamo che rimarcare ossessivamente le divisioni: “la mia religione, la tua religione, il tuo Maometto, il mio Buddha, il suo Cristo….”, non ha alcun senso.
E’ essenziale la pratica del Dharma allo scopo di essere al servizio degli esseri, almeno sul piano spirituale, è ciò che ci permette di permanere nella calma mentale, con fiducia in noi stessi, felicità e gioia.
Solo con la fiducia in se stessi si superano tutte le paure che affliggono l’umanità, che rendono stressati, tesi, contorti e complicati, malgrado non se ne conosca neppure la provenienza. Da dove nasce la paura?
La paura è il risultato dell’attaccamento al falso io, ne afferriamo l’immagine illusoria e immediatamente sorge il terrore in tutti i suoi molteplici aspetti. Aggrappati a questa illusione temiamo tutto, ma nel momento in cui riusciamo ad essere consapevoli di questo inganno comprendiamo che ogni bramosia verso un’illusione è insensata e, non appena lasciamo la presa, tutti i timori scompaiono automaticamente.
Buddha Sākyamuni, vissuto duemilacinquecento anni fa, era una persona particolarmente colta e istruita eppure non si è mai cimentato in elaborate disquisizioni filosofiche, ma ha spiegato con estrema semplicità e chiarezza il Dharma, il modo, la via, che permette di sciogliere qualsiasi complessità.
Non ha insegnato né magie, né teatro, né rituali, i rituali buddhisti sono successivi, il Buddha ha presentato la realtà da lui stesso cercata e verificata, e ciascuno di noi possiede la stessa capacità di superare la complessità della vita applicando il metodo fondamentale da lui insegnato.
Qual’è questo metodo? è la Grande Compassione e la Bodhicitta.
La Grande Compassione e la Bodhicitta cosa sono? un fenomeno misterioso, magico? o la realtà?
La Grande Compassione e la Bodhicitta sono lo “stato del cuore umano completamente pacificato”, in cui non vi è la minima traccia di violenza.
Dimentichiamo le innumerevoli interpretazioni teoriche e disquisizioni filosofiche sulla grande compassione e sulla bodhicitta, abbondantemente trattate in pali, in tibetano, in italiano, in inglese e così via, ma cerchiamo di comprendere profondamente la definizione semplice e chiara che rispecchia lo stato pacificato che ci permette di conseguire l’illuminazione.
Le espressioni che usiamo abitualmente: “non ce la faccio più…” o “ci vuole santa pazienza…” dimostrano che nel nostro cuore è assente questa qualità pacificata.
Il cuore del mahatma Gandhi invece ne era ricolmo, lo si poteva colpire duramente, imprigionare, ma lui non aveva la minima reazione violenta, permaneva stabile, tranquillo e sereno nello stato di quiete costante. Sicuramente anche oggi esistono persone con attitudini simili ed è quanto tutti dobbiamo ottenere dalla pratica del Dharma.
La pratica del Dharma è integrata in ogni religione e tradizione spirituale e in questo senso tutte possono trovare unificazione.
Nella nostra società vedere i rappresentanti delle tre principali religioni monoteiste, un cristiano, un mussulmano e un ebreo che si salutano stringendosi la mano diventa un evento mediatico, una sorta di spettacolo, perché assume automaticamente una specificità politica che non ha nulla a che vedere con la situazione effettiva, con il Dharma.
In genere queste manifestazioni di apparente concordia sono programmate da persone potenti, rappresentative, che agiscono per scopi unicamente politici, di opportunità, e non succede mai che l’incontro incida a livello profondo in una vera condivisione spirituale, è solo una questione di potere, un esito davvero tristissimo.
E’ più facile praticare il Dharma a livello personale piuttosto che attraverso gruppi o istituzioni, perché ciascun individuo possiede autonomamente tutte le qualità e possibilità per attuarlo completamente, per vivere nel samsāra e per giungere al nirvana.
Se non ci sono domande possiamo procedere con la lettura degli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” (pag. 12) dei “Tre Aspetti principali del Sentiero” (pag. 13) a cui seguirà una breve meditazione.

Vedo che ci sono persone nuove, benvenuti, vi ringrazio di essere qui. Ho ricevuto molte e-mail in cui si chiedeva cosa si facesse qui e ho risposto che fondamentalmente la nostra attività consiste nel “ripetere” il Dharma, non ci sono corsi ufficiali, accademici, non si deve firmare la presenza, ciò che si fa è mettersi nella condizione di completa libertà di praticare il Dharma sapendo che non lo si esaurisce in un’unica esistenza ma in milioni di vite, precedenti e future, quindi il tempo che vi dedichiamo nei nostri incontri equivale ad un fuggevole istante.
Il mio insegnamento non segue schemi prefissati, né ci sono meditazioni programmate, perché il Dharma è un fenomeno naturale e dipende dalle inclinazioni, dalle disposizioni e dalle capacità mentali di ogni individuo, il che sottintende che ciascuno deve adottare una propria modalità, insieme ci addestriamo, ma la vera pratica si svolge nella quotidianità, deve essere calata in ogni attività, in ogni evento, non può essere limitata ai soli momenti particolarmente dedicati.
Personalmente ritengo che la pratica del Dharma sia la cosa più bella e preziosa, anche se sono consapevole che non è facile, può essere anzi molto dura, perché si tratta di addomesticare la propria mente-cuore e questa è la cosa più difficile. Quando ci si riesce si è nella beatitudine.
Io vi faccio gli auguri affinché sia proficuo questo comune cammino nella meditazione.
Negli ultimi giorni a Roma ci sono stati allarmi su possibili attacchi terroristici, questo ci deve indurre a riflettere sull’impermanenza e, anche se fossimo colpiti da un missile, dovremmo essere preparati, questa è la pratica del Dharma. Senza rabbia, attaccamento e ignoranza si può affrontare qualsiasi situazione.
L’arma più efficace per poter fronteggiare la violenza è la pace. Ciò è quanto cercheremo di fare durante i nostri appuntamenti settimanali e i due temi che affronteremo sono il Lam Rim e il Lo Jong, definizioni e spiegazioni che possiamo avere anche da internet, ma qui dobbiamo analizzarli, approfondirli, riflettere e farne esperienza, perché solo in quel momento potremo averne una comprensione autentica.
Ascoltare, parlare e confrontarsi su questi argomenti ci offre la possibilità di chiarire e approfondire sempre più il contenuto del Lam Rim e del Lo Jong che rappresentano la pratica di tutta la vita, sino al conseguimento dell’illuminazione.
Grazie a tutti.


Lam Rim sull’importanza del Guru


Siamo qui per arricchire la nostra mente-cuore e ottenere serenità e tranquillità interiore, soprattutto se ricercata nella meditazione.
L’unica cosa che dobbiamo fare è sviluppare la meditazione che ci dona la pace della mente-cuore, così da poterla trasmettere agli altri.
Lo scopo finale della nostra pratica infatti è quello di portare gioia, pace e calma agli altri esseri, ma per poterlo fare è necessario avere pienamente sviluppato queste qualità in noi.
Questo è un concetto fondamentale, è il principio su cui si fonda tutta la pratica; non siamo qui per diventare esperti di buddhismo o di cultura tibetana, non vogliamo subire il condizionamento tipicamente occidentale che esige una specializzazione per qualsiasi attività si desideri intraprendere, dobbiamo semplicemente imparare a rivolgere lo sguardo in noi stessi e preservare la mente-cuore, averne cura e arricchirla, così da essere in grado di comunicare pace e felicità agli altri, in ogni momento e circostanza della vita.
La pratica del Dharma, la meditazione, deve essere applicata alla quotidianità, deve permeare il nostro lavoro e le nostre relazioni ed essere parte essenziale dell’esistenza. Dedicarvi soltanto una porzione di tempo, partecipare ad un rituale religioso, ad una preghiera, non significa affatto che il Dharma sia realmente integrato in noi, lo può essere soltanto se permea l’intera complessità del nostro esistere.
In questi incontri settimanali dovremmo imparare il Lam Rim, lo scorso anno abbiamo avuto un primo approccio con il testo breve, il “Bdus-Dön”, in cui sono espresse le realizzazioni di Lama Tsong-Kha-Pa riguardo a questa pratica, utilizzata quotidianamente nel mio monastero e in generale nella società tibetana.
Leggiamo dunque insieme i “Versi dell’Esperienza” di Lama Tsong-Kha-Pa Lobsang Drakpa (pag. 16)

Il Lam Rim ha due temi principali, il primo segnala la necessità di affidarsi correttamente al maestro spirituale, che è la radice di tutti i sentieri, il secondo, una volta consolidata questa base, indica come addestrarsi nella pratica. Di questo si tratta specificamente nei versi appena letti:
  1. Avendo preso rifugio, dovresti comprendere che la giusta devozione nel pensiero e nell’azione al tuo sublime maestro, che ti mostra il sentiero per l’illuminazione, è la causa radice più propizia per ottenere una grande quantità di condizioni favorevoli in questa e nelle vite future. Quindi dovresti compiacere il tuo maestro offrendogli la tua pratica di ciò che ti ha insegnato, non abbandonandola nemmeno a costo della tua vita. Io, lo yogi, ho già praticato così. Tu, che anche cerchi la liberazione, per favore coltiva la tua mente allo stesso modo.
L’ultima frase è la voce diretta di Lama Tsong-Kha-Pa che, affidandosi alla propria esperienza, consiglia di praticare allo stesso modo.
I miei primi maestri spirituali sono stati i miei genitori, perché i veri maestri non devono necessariamente essere Lama, Guru, ma sono coloro che, soprattutto nei primi passi, ci fanno avanzare nel Dharma.
In monastero si dice che il maestro, l’amico spirituale che ogni giorno ti assiste con consigli, è la figura più importante e non è il “superlama” che si può incontrare ogni tre anni o forse una sola volta, ma è chi ci è accanto quotidianamente e, in questo senso, i maestri fondamentali sono i genitori che ci insegnano pazientemente a camminare, a parlare, a mangiare e ci educano. E’essenziale rammentare quanta gentilezza, cure e amore abbiamo ricevuto nei nostri primi anni di vita, lo raccomando particolarmente agli occidentali che si abbandonano facilmente a fantasie sui superguru, costruendo insensate illusioni.
Il maestro spirituale non ha un’esistenza oggettiva, è tale in quanto è soggettivamente percepito.
C’è poi un maestro molto particolare: - se un giorno arrivasse qualcuno e vi colpisse in testa, voi che fareste?-
E’ importante soffermarsi a valutare la reazione, è la prova del fuoco della pratica del Dharma, se reagissimo con pazienza questa persona sarebbe per noi davvero un maestro che ci permette di praticare la pāramitā della pazienza, ma se la nostra reazione fosse di rabbia allora la situazione sarebbe ben diversa.
Questo aspetto è ricordato negli Otto versi di Trasformazione della Mente:
Quando qualcuno a cui ho fatto del bene
e in cui ho riposto grandi speranze
mi infligge un danno terribile,
lo considererò il mio santo amico spirituale.”
L’amico indicato nel testo è per noi davvero maestro se ne riconosciamo il contributo effettivo alla nostra pratica e crescita spirituale; la sua esistenza si fonda sulla nostra soggettività, non è oggettivamente reale.
Ciò significa che se noi consideriamo una persona come maestro, lo è per noi, e non deve necessariamente esserlo per tutti. Il maestro lo possiamo trovare ovunque, in qualsiasi situazione, sul lavoro, in famiglia.
La questione del maestro è complessa e assai più mistica di quanto si pensi.
E’ difficile dare una definizione del maestro spirituale, in molti libri sono elencate dettagliatamente le qualità che dovrebbe avere, ma chi è in grado di valutarle e attribuirle con sicurezza a una persona?
Nessuno di noi ha gli strumenti per farlo, e su questo punto concordano perfettamente sia il cristianesimo che il buddhismo: «soltanto l’Essere superiore, il Cristo, il Buddha, può riconoscere le realizzazioni interiori di una persona», noi, esseri ordinari, non ne abbiamo le capacità, per questo il Cristo ha insistito sulla necessità di non giudicare il proprio fratello.
Questo è molto bello, e soprattutto nella pratica del Bodhisattva è fondamentale non giudicare nessuno.
Al contrario noi abbiamo l’inarrestabile tendenza ad esprimere verdetti e appiccicare etichette: “quella persona è irosa, quest’altra è insincera, ecc.”, invece nella pratica del Bodhisattva è essenziale comprendere che non si può mai giudicare perché non si è in grado di conoscere le realizzazioni e le qualità interiori degli altri.
Dobbiamo imparare a vedere gli esseri così come sono, senza costruire valutazioni e fantasie. Se vediamo qualcuno compiere qualcosa di buono ce ne rallegriamo perché scorgiamo l’espressione di un cuore puro, se invece assistiamo ad un’azione non virtuosa, dobbiamo sospendere ogni opinione personale, non sappiamo quali siano le motivazioni e le situazioni interiori, siamo vincolati alla stabilità nell’equanimità perché, come ha detto una grande Lama tibetano, a noi non è dato di conoscere le qualità delle persone che sono come brace che arde sotto la cenere.
Il precetto del Bodhisattva di non giudicare gli altri è quindi importantissimo. Anche le qualità che si dovrebbero riconoscere in un maestro sono categorizzazioni, schemi, e chi è davvero in grado di riconoscerle?
La questione del maestro, della guida spirituale, è davvero complessa ed è connessa alla soggettività di ognuno, alle esperienze e agli eventi della sua vita.
Il maestro spirituale non sono io, né il Lama che potete incontrare ogni tanto, bensì le persone che ogni giorno sono accanto a voi, siete voi che, singolarmente e soggettivamente, fate in modo che esse diventino il vostro maestro.
Per alcuni trovare una guida spirituale è difficile, c’è chi va in India a cercarlo e chi, pur non essendo mai stato in Tibet, è convinto che il proprio maestro ideale sia là; sono illusioni che impediscono di accorgersi che il proprio maestro è già qui, proprio accanto.
Se invece siamo in grado di vedere in qualsiasi evento della vita, nelle persone che condividono la quotidianità, le opportunità di sviluppo della mente-cuore, allora i maestri spirituali non ci mancheranno mai.
Domanda: Però noi possiamo riconoscere gli altri come nostri maestri spirituali, ma loro non ne sono assolutamente consapevoli…..
Lama: Questo non ha importanza perché comunque il maestro ultimo, quello definitivo, autentico, siamo noi stessi per noi stessi.
Domanda: Io ho qualche dubbio che i genitori siano sempre dei maestri spirituali, a volte lo sono più i bambini degli adulti.
Lama: Non vi è contraddizione, i figli sono maestri per i genitori e i genitori lo sono per i figli.
Domanda: C’è una piccola contraddizione, perché i bambini non ne sono consapevoli, mentre i genitori sanno di dover essere una guida per i bambini.
Lama: Non è rilevante, i bambini lo sapranno crescendo e al contempo si renderanno conto di quanto i genitori siano stati importanti. Sono buone domande, è bene avere dubbi, ma le risposte arriveranno piano piano, anche perché devono scaturire soprattutto dalla propria interiorità. Però mi rendo conto che spiegare cosa sia la guida spirituale è davvero arduo.
Domanda: Si può considerare il maestro spirituale il Buddha interiore?
Lama: Si.
Queste sono le indicazioni principali circa il maestro spirituale contenute nel Lam Rim, riferite anche a tutti i maestri che ci hanno preceduto e che hanno permesso a noi di venirne in contatto. Grazie ai loro sforzi e alla loro gentilezza il Lam Rim è ancora vivo e i suoi insegnamenti sono tuttora freschi e percorribili.
Solitamente si prendono in considerazione due maestri, uno interiore e uno esteriore, ed è indispensabile la collaborazione di entrambi.
Il maestro esterno è quello che permette al maestro interno, che è sempre presente in noi e ci gestisce, di crescere e di potenziarsi.
Se non c’è il maestro interiore, ma solo quello esteriore, è molto difficile poter praticare il Dharma, un aspetto importante di cui tener conto, il maestro esterno può essere chiunque, ma è fondamentale la presenza di quello interno.
Quando dovete confrontarvi con temi di questo spessore, vi consiglio di approfondirli tramite una vostra indagine personale, magari prendendo appunti, una ricerca di questo tipo è estremamente utile ed efficace, necessaria, perché senza di essa, anche se io vi spiegassi minuziosamente ogni dettaglio, rimarrebbero sempre dubbi, incertezze e una conoscenza inevitabilmente superficiale.
Domanda: Hai detto che non dobbiamo giudicare nessuno, ma nella vita di tutti i giorni è necessario dover prendere decisioni, esprimere giudizi, c’è un divario tra la teoria e la realtà.
Lama: Per mia personale esperienza so che quando si devono prendere decisioni si finisce inevitabilmente per giudicare le persone, però ripensando a posteriori e osservando i risultati, spesso ci si rende conto che, almeno al novanta percento, il giudizio non era corretto, per questo ora procedo con maggior cautela. Ho verificato che se mi fossi soffermato a considerare le motivazioni che suggerivano certi comportamenti avrei evitato di formulare un giudizio errato, per questo, anche di fronte a situazioni apparentemente evidenti, soprattutto se negative, è necessario sospendere ogni valutazione e mantenersi il più possibile nell’equanimità. Se vediamo un aspetto positivo nell’altro e ce ne rallegriamo questo è bene, ma se ciò che vediamo è negativo è meglio astenersi da ogni giudizio che sarebbe un’ulteriore negatività che ci attraversa. Rimanendo nell’equanimità non rischiamo l’errore.
Domanda: Questo problema sorge soprattutto nel lavoro, perché spesso siamo costretti a valutare una situazione, a prendere decisione in base ad elementi discriminatori, ma dovremmo forse imparare a farlo senza non imputare alcun giudizio alla persona che sul lavoro può aver sbagliato.
Lama: Si, c’è un giudizio dharmico, cioè costruttivo, completamente privo di ostilità, di rabbia, anche a fronte di un atteggiamento aggressivo dell’altro.
Noi non sappiamo quanto il nostro giudizio sia corretto, potrebbe essere frutto della nostra ignoranza che non ci permette di valutare le potenzialità positive di quanto stiamo esaminando. Il giudizio dharmico può essere dato in qualsiasi circostanza e può diventare una realtà positiva da entrambe le parti e ci permette di evitare le conseguenze negative per noi e per gli altri.
Concludiamo con la lettura dei “Tre Aspetti principali del Sentiero” (pag. 13) e poi ricordiamo tutti gli esseri senzienti dedicando la meditazione al loro beneficio.



Dal capitolo primo “I benefici della Bodhicitta”


La pratica del Dharma è la pratica del buon cuore e non è così facile.
La dicitura “buon cuore” può anche essere espressa con “buona intenzione” o “buona motivazione”.
Esistono due livelli di motivazione - intenzione, entrambi presenti in ogni azione della vita; sono il livello causale che motiva quella determinata azione, e il livello risultante che accompagna l’azione nel suo svolgimento.
E’ importante comprendere la funzione dei due livelli; la motivazione - intenzione causale è presente ancor prima dell’attuazione dell’azione, invece il livello risultante ne è generalmente sincronico, ma non necessariamente, può verificarsi anche nel momento immediatamente precedente e coesistere per tutta la sua durata. A volte c’è una sequenza precisa e in questo caso l’intenzione - motivazione che precede l’azione è quella risultante, ed è comunque sorta da una causa anteriore che corrisponde al livello causale.
I livelli dell’intenzione - motivazione sono sempre due, ma l’azione che ne deriva è unica.
Ad esempio quando avete deciso di partecipare agli incontri di Dharma, forse lo avete programmato con molto anticipo e avete stabilito di seguirli per un determinato periodo, breve o lungo, e questa è la motivazione causale che rimarrà vigente per tutta la durata dell’azione. Però, l’intenzione che vi spinge a venire ogni settimana è già il livello risultante dell’intenzione - motivazione.
L’intenzione - motivazione che vi porta fisicamente qui ogni mercoledi è il livello di motivazione risultante, mentre il livello in cui avete deciso di seguire gli incontri è quello causale, ma entrambi i livelli della motivazione - intenzione sono relativi alla stessa azione positiva e, di conseguenza corrispondono al buon cuore.
La pratica del Dharma è la pratica del buon cuore, e la pratica del buon cuore è la pratica della buona intenzione - motivazione nei suoi due livelli.
Il celebre testo buddhista “Dharmapāda” inizia enunciando che ogni azione guidata da buona intenzione - motivazione conduce ad un buon risultato e quindi alla felicità, al contrario, tutto ciò che è guidato da una intenzione - motivazione negativa avrà solo risultati negativi e quindi sofferenza.
Da ciò emerge un dato fondamentale: I risultati non sono il prodotto dell’azione, bensì sono conseguenze dirette dell’intenzione - motivazione che l’hanno indotta.
La qualità dell’azione non dipenderà dalla sua sostanza, ma dall’intenzione - motivazione con cui la si compie. Questo è il vero segreto della spiritualità del Dharma in cui non ha nessuna importanza il nostro ruolo nella società, possiamo essere insigni professori universitari o operatori ecologici che ogni mattina spazzano le strade e verso i quali io sento una particolare gratitudine.
Il Buddha sottolinea che la qualità dell’azione è dettata dall’intenzione - motivazione con cui la si attua, indipendentemente dalla professione, stato o importanza sociale e questo è un bellissimo messaggio soprattutto oggi in cui si è così preoccupati dell’apparenza, dell’esteriorità, dimenticando completamente di rivolgere almeno altrettanta cura alla propria interiorità, eppure la bellezza interiore è infinitamente più splendente di un attraente aspetto esteriore.
Questo è stato il messaggio del Buddha, del Cristo, di Maometto, di San Francesco, e di tutti coloro che sono grandi e umili come Gandhi e Madre Teresa di Calcutta.
La buona motivazione - intenzione, il buon cuore, sono essenziali perché producono in noi i buoni risultati che sono causa di felicità, di soddisfazione, di pace.
Se la nostra intenzione fosse quella di diventare persone importanti, potenti, imprenditori, potremmo anche raggiungere l’obiettivo e ottenere uffici pomposi in cui rinchiuderci, spendere tutto il denaro in hotel costosissimi e in abbigliamento alla moda, ma cosa ne avremmo realmente ricavato? Solo tanti problemi, difficoltà e insoddisfazione perenne.
L’intenzione - motivazione non ha nulla a che fare con la volontà di potenza, di supremazia sugli altri, al contrario, la buona intenzione -motivazione corrisponde semplicemente all’altruismo.
Quanto maggiore sarà l’altruismo e tanto più grande sarà la serenità, la gioia, la soddisfazione e la pace in noi stessi e in chi ci circonda.
Che lo si ammetta o meno questa è l’evidente realtà dei fatti, non si tratta di credere in un Dio o in qualcosa di trascendente, lontano da noi, è semplicemente riconoscere il potente e benefico effetto dell’altruismo, che non è vincolato a nessuna espressione religiosa particolare, né al buddhismo, né al cristianesimo, né all’islamismo, va oltre qualsiasi “ismo”, è assolutamente universale e appartiene al Dharma su cui nessuno può accampare diritti esclusivi, ciascuno lo può raggiungere e trarne liberamente vantaggio.
In ognuno di noi, in una certa forma, vi è dell’altruismo; nel momento in cui ci sentiamo felici e rilassati, indagando in noi stessi, scopriremo che ciò è dovuto all’altruismo che sta sorgendo.
La nostra mente è simile all’oceano, è sempre là, naturale, solida, e i fattori mentali sono simili alle correnti che spumeggiano, creano le onde in costante movimento e mutazione, a volte sono calme e tranquille, altre scosse da tifoni.
Se vi è una maggior presenza di fattori mentali positivi la quiete avrà il sopravvento sulle turbolenze dei fattori negativi e l’acqua dell’oceano potrà essere sempre più calma, limpida, bella e piacevole, ma se, al contrario, vi è superiorità di fattori negativi, la tormenta colpirà e annullerà anche le acque calme e la tempesta, causa di tanta sofferenza, avrà il sopravvento.
Queste sono le sensazioni che costantemente si presentano nella quotidianità ed è evidente che possiamo ottenere la pace interiore, la gioia, la serenità solo potenziando i fattori mentali positivi rispetto a quelli negativi e distruttivi.
L’altruismo è causa di uno stato di pace neutrale della mente, in cui non prevalgono né i fattori mentali positivi né quelli negativi, è una perfetta condizione di serena equanimità.
La pratica del buon cuore è basilare nel Dharma, non siamo qui per ottenere certificati o diplomi, ma in quanto consapevoli che la pratica del Dharma è il nostro dovere, la nostra responsabilità, il nostro diritto di nascita e migliora la qualità di tutto ciò che facciamo, nella vita, nel lavoro, valorizza qualsiasi professione e ci induce ininterrottamente a riflettere sui tanti benefici che riceviamo dal prossimo e su quanto vogliamo e dobbiamo restituire con entusiasmo e compassione.
La società moderna affonda le basi su una mentalità economica che presume di dover pagare ogni cosa, nulla può essere offerto gratuitamente; una visione estremamente negativa, per nulla dharmica, che nega la gentilezza fondamentale presente in tutti gli esseri.
Invece di pagare per prendere si dovrebbe collaborare in un interscambio reciproco.
Trasformare ogni situazione in possibile business è una devianza dalla nostra naturale situazione, perché tutti siamo parte della stessa famiglia, della stessa comunità. Questa consapevolezza è una vera filosofia di vita, mentre al contrario, pagare per prendere, non fa altro che aumentare la divisione, lo scontro, la lotta.
Domanda: la nostra società è però così impostata e anche l’altruismo non può esimersi dal seguire certe regole, la motivazione - intenzione è ineluttabilmente subordinata ad esse, come si può uscirne?
Lama: Ciò che vorrei comprendeste è che questa vita artificiosa, un po’ meccanica in cui paghiamo per avere è una distorsione assolutamente negativa perché tutto si riduce ad una contrattazione che inevitabilmente causa stress, sofferenza e annulla rapporti umani autentici.
E’ chiaramente arduo cambiare un meccanismo di questo genere, però si può cercare di diminuire lentamente ma inesorabilmente questo automatismo, noi non siamo macchine e dobbiamo saper inserire all’interno del sistema la componente spirituale che nasce dalla pratica del Dharma, arricchire il sistema apportando il significato dharmico che è attribuibile a qualsiasi evento.
Un piccolo esempio pratico: con i vicini non ho particolare condivisione di attività spirituali, ma quando ci si incontra, anche casualmente, è sempre occasione di imprimere un senso dharmico a quel breve momento, magari mostrando con un sorriso rispetto, solidarietà umana, e questo lo possiamo fare in qualsiasi circostanza, anche andando a prendere un caffè al bar, imprimere significato in ogni movimento, in ogni attività, nella consapevolezza del riguardo dovuto agli altri.
Questo sentimento dharmico non è rivolto solo agli esseri umani ma è dovuto ad ogni manifestazione naturale perchè la natura ci è madre, ci nutre, ne siamo un frutto.
Anche se qualcuno ci causa dolore possiamo trasformare questa circostanza in evento dharmico, ricco di significato, comprendendo che la sofferenza non dipende dall’azione contro di noi, né dall’attitudine degli altri, ma esclusivamente dalla nostra capacità spirituale.
Più altruismo significa più buon cuore e quindi maggior significato dharmico nelle circostanze della vita. Ecco perché la motivazione - intenzione è ciò che può rendere qualsiasi azione un evento con risultato positivi o negativi.
Non l’azione in sé, ma la motivazione - intenzione con cui la si compie fa la differenza.
Non è un concetto facile da comprendere e ancor meno da praticare, perché il pensiero è più veloce della parola e la parola lo è più della pratica, per cui anche se desideriamo concretizzare istantaneamente questi buoni pensieri, in realtà è impossibile, possiamo continuare a riflettervi nella mente-cuore e soltanto nel momento in cui essa sarà pronta potranno giungere alle labbra come parola e dalla parola scaturirà l’azione, una sequenza che può compiersi unicamente seguendo ogni stadio, passo dopo passo.
Il Lam Rim è proprio questo, percorrere gradualmente il sentiero, e se anche qualcuno, affermando il falso, ci dicesse che possiamo saltare le tappe e giungere direttamente e velocemente al traguardo, la realtà dimostrerà che ciò avverrà semplicemente e naturalmente procedendo un passo dopo l’altro, non esiste altra possibilità di colmare la distanza.
Tutto si svolge progressivamente e ha un preciso valore in sé, sia la buona intenzione, la buona azione, che la buona parola espressa nel mantra, spesso oggetto delle nostre fantasie occidentali, la cui ripetizione favorisce la concentrazione ed evita che ci distraiamo in chiacchiere inutili e in pettegolezzi.
Anche l’atto di sgranare il rosario è positivo perché con questo gesto stiamo contando le buone parole del mantra.
Nella pratica tibetana è diffusa la circoambulazione degli Stūpa o dei Templi, ed è una forma di meditazione camminata in un luogo favorevole in cui si procede concentrati nella meditazione, è contestualmente una pratica pratica.
Agli occhi di un occidentale la ripetizione delle stesse sillabe facendo scorrere tra le dita i grani di una collana e camminando intorno ad luogo particolare, può sembrare una stravaganza insensata, ma in realtà tutte queste attività sono volte a sviluppare l’attitudine altruistica nel pensiero, nella parola e nella mente.
Questa è la pratica del Dharma, del buon cuore, dell’altruismo, e ci introduce al Bodhicaryāvatāra di cui abbiamo già esaminato il primo capitolo.
Sāntideva nel Bodhicaryāvatāra afferma che è più importante far sorgere l’attitudine altruistica anche in un’infinitesima parte della mente, piuttosto che rendere innumerevoli omaggi al Buddha o alle divinità. Se non si comprende che la pratica fondamentale è il buon cuore e ci si concentra solo nelle devozioni esteriori al Buddha non si pratica il Dharma.
Nei prossimi incontri procederemo nell’analisi del secondo capitolo del Bodhicaryāvatāra e approfondiremo il significato di sviluppare il buon cuore nel Dharma, attitudine che non ha nulla a che vedere con gli “ismi” con cui si etichettano le religioni e che sono frutto di cattive traduzioni: buddhismo, lamaismo, cristianesimo, islamismo…., è sufficiente pronunciare le prime lettere di uno di questi nomi e già si crea una divisione, una guerra, una separazione. In tibetano c’è il termine “Chö” che comprende tutto, cristianesimo, islamismo, buddhismo, ogni religione, il Chö è la pratica del Dharma.
Adesso leggete un verso ciascuno del primo capitolo del Bodhicaryāvatāra (pag. 4).

Sviluppare il buon cuore è estremamente importante in questi anni così confusi in cui tutto è distorto e persino rendere omaggio al proprio referente religioso, sia Buddha, Cristo o Maometto, si trasforma in aberrante causa di separazione e scontri. Invece, con la pratica del buon cuore si attua l’essenza del messaggio del Buddha, del Cristo e di Maometto, perchè ciò che loro hanno voluto trasmettere è l’altruismo, l’amore e la compassione fraterni, e al di fuori di questo non desideravano assolutamente la nostra venerazione. Purtroppo esiste una enorme contraddizione tra il loro insegnamento e il nostro modo di attuarlo, di intendere la pratica religiosa e di rapportarci a loro.
Il Buddha, il Cristo e Maometto hanno insegnato lo stesso Dharma che noi poi, mossi da insensata follia, abbiamo voluto dividere, separare, cercando inesistenti motivi di discordia, senza preoccuparci minimante di coltivare l’altruismo, l’amore fraterno, la compassione.
Prima di concludere leggiamo ancora una volta, lentamente, gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” che contengono in sintesi l’intera essenza del Bodhicaryāvatāra (pag. 12).
Anche la lettura degli otto versi è una meditazione, prima devono attraversare la mente e il cuore per potersi trasformare nelle parole che pronunciamo con consapevolezza e concentrazione.

Grazie.




Dal capitolo secondo “Bodhicitta o Cuore di bontà suprema”


Il primo capitolo del Bodhicaryāvatāra è stato ampiamente esaminato nelle precedenti sessioni, verso per verso, e ora possiamo procedere nell’analisi del secondo capitolo, abbastanza semplice e di agevole comprensione e che vi esorto a rileggere più volte anche da soli, tratta i benefici della bodhicitta, termine che tradotto letteralmente è “mente dell’illuminazione” e che sottintende l’atteggiamento, l’attitudine di bontà suprema.
Nello scorso incontro abbiamo parlato del buon cuore in relazione alla bodhicitta, alla buona intenzione e motivazione.
Bodhicitta è un termine sanscrito, tradotto in tibetano e così inserito nelle trascrizioni occidentali io però suggerirei di adottare il termine “buon cuore” il “cuore di bontà suprema” che maggiormente ne rende l’essenza.
Nel commento si precisa che, avendo già letto, riflettuto e meditato sul primo capitolo del bodhicitta dovrebbe essere sorta in noi una profonda ammirazione per il cuore di bontà suprema.
Essere consapevoli dei benefici della bodhicitta favorisce in noi l’incanto e il proposito di sviluppare un cuore di così grande bontà. Questa volontà sorta dalla lettura e meditazione dei benefici della bodhicitta è il mezzo abile che, nella riflessione e meditazione, ci fa essere determinati con gioioso entusiasmo.
Dopo aver consolidato questa sconfinata ammirazione dobbiamo attivarci per alimentare il cuore di bontà suprema, ma per meditare direttamente sulla bodhicitta è necessario costruire fondamenta salde che permettano la creazione delle idonee circostanze.
Per porre solide basi al cuore di bodhicitta bisognerebbe praticare innanzitutto la “Pūja dei Sette Rami”, che include la presa di rifugio nei tre gioielli.
La generazione della bodhicitta permette che le nostre virtù possano crescere infinitamente ed è la realtà indispensabile al conseguimento dell’illuminazione.
A questo punto ci si domanda “Cos’è la bodhicitta? Qual’è la sua radice?”
La radice della bodhicitta è la gentilezza amorevole e la compassione, dunque la meditazione sulla bodhicitta si basa su quella della gentilezza amorevole e della compassione e per farlo è necessario leggere e riflettere sul primo capitolo del Bodhicaryāvatāra e, avendo così compreso i benefici del cuore di bontà suprema, incrementare l’aspirazione alla sua realizzazione cominciando a dissodare il terreno in cui piantare i semi della bodhicitta attraverso la Pratica dei Sette Rami.
La Preghiera dei Sette Rami è la base per la purificazione e l’accumulazione dei meriti. Per prima cosa si prende rifugio nei tre gioielli, poi si cura l’accrescimento del cuore di bodhicitta basandosi sulla gentilezza amorevole e sulla compassione.
Abbiamo concluso il commento al primo capitolo e vi invito con particolare sollecitudine a soffermarvi ripetutamente sulla raccomandazione in esso contenuta: “chi è riuscito a conseguire questa preziosa vita umana dovrebbe praticare le due bodhicitta”.
Questo è il più elevato obiettivo ottenibile nell’esistenza, e per raggiungerlo è necessario meditare costantemente sui benefici che derivano dalla mente cuore, la forza interiore che ci induce a sviluppare con entusiasmo e ininterrottamente la bodhicitta.
Leggiamo il secondo capitolo del Bodhicaryāvatāra fino al verso ventisettesimo:
  1. Per poter afferrare completamente quel gioiello, la mente venero qui i Tathagata, e il gioiello senza macchia, il vero Dharma e i figli dei Buddha, oceani di virtù.
  2. Quanti sono i fiori e i frutti e le erbe medicinali, quanti i gioielli nel mondo, e le chiare acque rinfrescanti;
  3. Insieme a montagne fatte di gioielli e altri luoghi piacevoli in solitudine, boschetti rampicanti splendenti di bei fiori loro ornamenti, e alberi, dai rami chini sotto il peso dei frutti turgidi;
  4. E, dai mondi di dèi ed esseri celesti, fragranze e incensi, alberi magici che soddisfano ogni desiderio e alberi carichi di gemme, laghi ornati di loti, dove i richiami delle oche incantano il cuore;
  5. Piante che crescono selvatiche e piante che sono coltivate, e ogni altra cosa che possa ornare chi è degno di onori, e tutte quelle cose non possedute entro i confini della vastità dello spazio;
  6. Ecco, nella mente prendo possesso di tutto questo e lo offro ai Tori fra i Saggi e ai loro figli. Con grande compassione solleciti verso di me, possano costoro, i più degni di doni, i miei accettare.
  7. Sono senza meriti, sono estremamente povero. Non ho altro da offrire in adorazione. Perciò, per il loro potere, possano i Signori, rivolti al benessere degli altri accettare questo per il mio benessere.
  8. Tutto me stesso dono completamente ai Vittoriosi e ai loro figli. Prendete possesso di me, esseri sublimi; per devozione sono suddito vostro.
  9. Prendete possesso di me e io non avrò più paura, agirò per il bene degli esseri. Mi lascerò completamente alle spalle le colpe anteriori; mai più compirò altro male.
  10. In quei bagni profumati, dove baldacchini rilucenti di perle, su colonne bellissime, splendenti di gemme, si innalzano da pavimenti di mosaico di trasparente brillante cristallo,
  11. Da tanti vasi incrostati di gemme grandissime, pieni d’acqua e fiori squisitamente fragranti, ecco, io bagno i Tathagata e i loro figli, al suono di canti e musiche.
  12. Asciugo i loro corpi con tessuti incomparabili, profumati, purificati da ogni impurità; poi dono loro le vesti più belle, tinte riccamente e fragranti.
  13. Di tutte le vesti celesti, morbide, fini splendenti di molti colori, e di ornamenti squisiti, io adorno Samantabhadra, Ajita, Manjughosa Lokesvara, e altri Bodhisattva.
  14. Con i profumi più preziosi, la cui fragranza pervade l’intero universo dei tremila mondi, io ungo i corpi di tutti i Signori dei Saggi, che brillano della lucentezza dell’oro ben fuso, depurato e lucidato.
  15. Rendo gloria ai più gloriosi Signori dei Saggi con tutti i fiori dolcemente profumati, piacevoli per la mente: fiori celestiali, gelsomino, loto blu, e altri , e con ghirlande intrecciate in modo incantevole.
  16. Li avvolgo in nuvole dense di incenso, ricche, penetranti e aromatiche. Un’offerta di cibi, morbidi e duri, e bevande molteplici offro loro.
  17. E offro preziose lampade allineate su loti d’oro, e su pavimenti di mosaico aspersi di profumo cospargo moltissimi bei fiori.
  18. A costoro , fatti di benevolenza, offro anche quelle lucenti nuvole che sono i palazzi celesti, ornati alle entrate nelle quattro direzioni, splendenti per le file sospese di perle e pietre preziose, incantevoli per i canti e i poemi di lode.
  19. Per i Grandi Saggi, ecco, dispongo splendidi parasoli ornati di gemme,incrostati di perle, levati su aste d’oro dalle forme gradevoli.
  20. D’ora in poi, possano levarsi dense nuvole di venerazione, e nuvole di musica strumentale che emozionano ogni essere.
  21. Possano cadere piogge di fiori e gioielli e altre offerte, senza fine, sui caitya, sulle immagini e su tutti i gioielli che formano il vero Dharma .
  22. Proprio come Manjughosa e altri seguendolo anno adorato i Vittoriosi, così anch’io adoro i Tathagata, i Protettori, e i loro figli.
  23. Lodo gli Oceani di Virtù con inni che sono un mare di note e armonie. Che sorgano nuvole di canti di lode senza distinzione tra loro.
  24. Con inchini numerosi quanto gli atomi nei campi di Buddha, mi prosterno davanti ai Buddha dei tre tempi, davanti al Dharma , davanti all’altissima assemblea.
  25. Venero tutti i caitya e i luoghi legati al Bodhisattva . Mi inchino ai miei maestri e agli aspiranti spirituali che sono degni di lode.
  26. Fino alla sede del risveglio, prendo rifugio nel Buddha; prendo rifugio nel Dharma e nell’assemblea dei Bodhisattva.
  27. Ai Buddha perfetti schierati in tutte le direzioni, e anche ai Bodhisattva di grande compassione , giungendo le mani in segno di rispetto.
L’ultimo verso è bellissimo, si rende omaggio ai Bodhisattva, fonte di felicità incondizionata e ininterrotta, persino qualora si volesse arrecar loro danno.
Il Bodhisattva è l’individuo che ha sviluppato il cuore di bodhicitta e sarà sempre sorgente di gioia, senza eccezioni. Esempio evidente è Gesù Cristo che ingiuriato, torturato, ucciso, sottoposto a ogni sorta di patimenti, non ha mai maturato un minimo sentimento di rabbia, di odio, ma ha avuto infinita compassione e amore per coloro che lo colpivano i quali, proprio a causa di ciò, malgrado avessero intenzioni malvagie, probabilmente potranno ricevere grandi gioie e felicità.
E’ un principio interessante poter constatare che il cuore di bodhicitta è saldamente positivo, per chi dà e per chi riceve, qualunque sia l’attitudine personale, anche la più negativa, nei confronti del Bodhisattva che, nella sua grande compassione, tutto trasforma in bene.
Questi sono gli effetti della compassione e della gentilezza amorevole che possono anche intendersi come pensieri giovevoli, di aiuto, in nessun caso dannosi o offensivi. Una persona che possegga una simile attitudine sarà sempre gioiosa, luminosa, ricca di pace da condividere, effettivamente di aiuto agli altri in ogni circostanza.
La bodhicitta affonda le radici nella gentilezza amorevole e nella compassione e la loro pratica è essenziale.
Non ci si deve illudere di raggiungere repentinamente nella meditazione lo stato di bodhicitta, prima è necessario meditare profondamente sulla gentilezza amorevole e sulla compassione che comportano l’attitudine del donare la felicità agli altri.
Uno stato interiore privo di odio, di rabbia in cui vi sia sempre minor attaccamento e ignoranza si rifletterà automaticamente sugli altri colmandoli di gioia.
Nella quotidianità siamo in grado di osservare facilmente il sorgere dell’attaccamento, dell’avversione, dell’ignoranza, mentre abbiamo difficoltà a cogliere la presenza degli stati mentali che vi si contrappongono.
Il pensiero opposto alla rabbia è quello della pazienza e della tolleranza. La rabbia in genere è immediata, esplosiva, ma dura poco, sentimento ben più devastante è l’odio che si forma sulle orme della rabbia, in questo caso lo stato opposto è il perdono. Ma esiste anche una terza e peggiore conseguenza e consiste nella perfidia, nella volontà di vendetta, nel godimento per il male fatto a qualcuno.
Alla rabbia e all’odio si contrappone la compassione che aspira a liberare gli esseri dalla sofferenza; alla perfidia e alla vendetta si contrappone la gentilezza amorevole che, non solo vuole affrancare dalla sofferenza, ma desidera ardentemente che tutti possano trovare la felicità, la gioia della liberazione.
E’ essenziale saper riconoscere in ogni circostanza gli aspetti contrapposti dei pensieri, sia negativi che positivi, cosi da poterli trasformare attraverso la pratica.
A questo punto sorge una domanda, “perché occorre tanto sforzo per far sorgere i pensieri positivi, mentre si presentano spontaneamente, automaticamente quelli negativi?”
Purtroppo noi siamo estremamente confusi, abbiamo pensieri che crediamo positivi e in realtà sono negativi, e viceversa, e così anche se non vorremmo soffrire affondiamo sempre più nel pantano del dolore.
Evitiamo di credere di poter eliminare quasi magicamente, in un colpo solo, tutti i pensieri negativi accogliendo soltanto i positivi; ciò che possiamo fare è cercare, con sforzo e impegno, di ridurre i pensieri negativi e di incrementare quelli positivi.
E’ necessaria, in ogni istante della vita, la consapevolezza che riconosce i pensieri e ci permette di imparare a gestirli, valutandoli e distinguendoli, questa è la più grande meditazione.
La compassione e la gentilezza amorevole sono la radice delle buoni intenzioni.
Ora commentiamo i versi del secondo capitolo in cui si dice che, avendo compreso i benefici della bodhicitta, possiamo dedicarci al suo sviluppo nella Pratica dei Sette Rami e nelle sei perfezioni.
  1. Per poter afferrare completamente quel gioiello, la mente venero qui i Tathagata, e il gioiello senza macchia, il vero Dharma e i figli dei Buddha, oceani di virtù.
Il primo atto della pratica in sette rami è la presentazione delle offerte ai tre gioielli, “Buddha, Dharma e Sangha”, termini non traducibili nelle lingue occidentali con conseguente difficoltà di approfondirne il senso filosofico, è dunque necessario cercare termini simili corrispondenti alla cultura occidentale in modo da facilitare la comprensione del loro significato compiuto.
Tempo fa ero all’Aquila per una benedizione a una famiglia che aveva invitato per l’occasione molti amici e, affinché tutti potessero sentirsi a proprio agio e comprendere il significato di ciò che si stava facendo, al momento della presa di rifugio, ho spiegato che, per analogia, i Tre Gioielli potevano in termini cristiani essere comparati alla Trinità, e la generazione della bodhicitta alla misericordia.
Questo raffronto è essenziale perché quando prendiamo rifugio dobbiamo essere coscienti di ciò che avviene ed è possibile solo se vi è corresponsione con la nostra cultura. L’offerta al Buddha, che in sanscrito è chiamato Tathāgata, è rivolta a colui che ha raggiunto la beatitudine. Il secondo oggetto dell’offerta è il Dharma, cioè la realizzazione del Tathāgata, il terzo è il Sangha costituito dai Bodhisattva, coloro che hanno realizzato la bodhicitta.
Buddha Dharma e Sangha non sono una prerogativa buddhista, sono presenti in ogni religione, cristianesimo, islamismo, ebraismo; in ogni società c’è la presenza di Buddha Dharma e Sangha.
La motivazione dell’offerta al Buddha Dharma e Sangha è fondamentale in quanto è finalizzata allo sviluppo della bodhicitta che implica il beneficio di tutti gli esseri senzienti.
Le offerte possono essere tantissime e le leggeremo di seguito, fino al verso settimo:
  1. Quanti sono i fiori e i frutti e le erbe medicinali, quanti i gioielli nel mondo, e le chiare acque rinfrescanti;
  2. Insieme a montagne fatte di gioielli e altri luoghi piacevoli in solitudine, boschetti rampicanti splendenti di bei fiori loro ornamenti, e alberi, dai rami chini sotto il peso dei frutti turgidi;
  3. E, dai mondi di dèi ed esseri celesti, fragranze e incensi, alberi magici che soddisfano ogni desiderio e alberi carichi di gemme, laghi ornati di loti, dove i richiami delle oche incantano il cuore;
  4. Piante che crescono selvatiche e piante che sono coltivate, e ogni altra cosa che possa ornare chi è degno di onori, e tutte quelle cose non possedute entro i confini della vastità dello spazio;
  5. Ecco, nella mente prendo possesso di tutto questo e lo offro ai Tori fra i Saggi e ai loro figli. Con grande compassione solleciti verso di me, possano costoro, i più degni di doni, i miei accettare.
  6. Sono senza meriti, sono estremamente povero. Non ho altro da offrire in adorazione. Perciò, per il loro potere, possano i Signori, rivolti al benessere degli altri accettare questo per il mio benessere.
La prima parte dell’offerta, tratta di beni materiali che non sono necessariamente proprietà individuali, ma esistenti e di cui godiamo collettivamente. Questa distinzione è sottile ma sostanziale, perché l’offerta è uno stato mentale che si contrappone all’attaccamento.
Nell’attaccamento ci si illude di voler avere cura delle cose, ci si sente immuni dall’avidità, dall’avarizia, ma con l’attaccamento non se ne ha cura, che invece si pone in atto solo nell’atto del donare, nel lasciar andare.
Nella mente - cuore dobbiamo avere una visione chiara del significato del donare con generosità perché l’offerta interiore ci trasforma realmente, per questo possiamo offrire con purezza, gioia e generosità priva di attaccamento, qualsiasi bene, cibo, medicina, gioiello naturale, acqua, foreste, fiori, frutti.
Sono interessanti i concetti espressi in questi versi e sarebbe opportuno indagarli, approfondirli in una ricerca personale.
Domanda: Quando dici che i Tre Gioielli possono essere paragonati alla Trinità, cosa intendi? come può essere paragonato Dio al Tathāgata?
Lama: Il fatto è che Dio e il Tathāgata sono fenomeni di grandezza incommensurabile, vanno oltre la nostra capacità di comprensione e immaginazione, tentiamo di darne definizioni concettuali e in questo senso possono essere comparati.
Se ci atteniamo strettamente ai testi ovviamente troviamo descrizioni diversissime dove non pare poterci essere punto di incontro, però è altrettanto vero che chiunque pretendesse di parlare con Dio o con il Buddha dovrebbe essere al loro stesso livello.
Soltanto il medico è in grado di visitare un malato, di formulare una diagnosi e individuare la cura, noi, non essendo medici, non abbiamo nessuna di queste possibilità.
Domanda: Ma il Tathāgata non può essere comparato al Dio creatore….
Lama: Anche per quanto riguarda la creazione dell’universo esistono interpretazioni a diversi livelli, uno è metaforico e di lettura immediata, si racconta una storia; ma ci sono altri livelli molto più sottili che affrontano l’essenza della creazione dell’universo, il creatore dell’universo è la suprema vacuità, va oltre alla nostra comprensione.
La ricerca è ottima, è importante.
Concludiamo leggendo gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” (pag. 12)






Dal capitolo secondo “Il Prezioso significato dell’Offerta”


C’è sempre una bella atmosfera in questi incontri perché la spiritualità nel Dharma è calore e pace del cuore, realtà spesso assente nella nostra quotidianità e indubbiamente non così facilmente coltivabile, dunque ogni volta che ci ritroviamo in questo sforzo gioioso la pace e la serenità sorgono spontaneamente. Il calore nel cuore arricchisce la spiritualità.
Poiché io sono piuttosto ignorante, un praticante di basso livello, la pratica a me più necessaria, la mia favorita, è quella degli “Otto Versi di Trasformazione della Mente”, che sono l’essenza di tutte le pratiche del Lo Jong.
Lo Jong” è il metodo che trasforma la mente, muta un atteggiamento non salutare, insano, egoistico ed egocentrico, in un’attitudine generosa, altruistica e gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” sono il cuore di tutte le pratiche dei maestri Kadampa.
E’ magnifico lo sforzo di voler leggere, riflettere, imparare, dal Bodhicaryāvatāra di Sāntideva, ma questo richiede un tempo appositamente dedicato, mentre “Otto Versi di Trasformazione della Mente” sono costantemente presenti in noi, li possiamo applicare in qualsiasi attività, in ogni istante della giornata, nella loro semplicità e completezza sono di immenso giovamento per il nostro benessere.
Se quando ci sentiamo privi di energia perché affaticati dall’ignoranza, dalla rabbia, dalla gelosia, dall’attaccamento, ricordiamo gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” è come se versassimo dell’acqua fredda su una ferita bruciante, proviamo un immediato sollievo, un senso di pace, di serenità, di rigenerazione.
L’essenza del buddhismo, della pratica del Dharma è il Lo Jong e la bodhicitta.
Al fine di generare la bodhicitta, dobbiamo procedere per gradi, prendere rifugio nei tre gioielli e attuare al Pratica dei Sette Rami, cominciando con le offerte, così come descritto nel secondo capitolo del Bodhicaryāvatāra. Ricordo ancora, per chi fosse stato assente la volta scorsa, che i tre Gioielli possono essere comparati alla Trinità cristiana e la bodhicitta alla misericordia.
E’ importante non incorrere nell’errore di voler convertire o convertirsi creando situazioni pesanti e confuse di promiscuità politico-religiosa assolutamente deleteria.
L’armonia, l’unione, l’incontro tra le espressioni spirituali delle diverse religioni comporta invece che siano abbattute tutte le barriere, le divisioni, nel naturale superamento di ogni problema e difficoltà con una effettiva apertura e arricchimento della mente.
Dunque rileggiamo i primi nove versi del secondo capitolo che trattano della presa di rifugio nei tre gioielli e dell’offerta (pag. 6).
Questi versi rispecchiano esattamente la vita di Sāntideva, una persona semplicissima e umile che non possedeva quasi nulla e viveva alla giornata.
Come già detto si può visualizzare e offrire con cuore puro e generoso ogni bene esistente.
L’offerta è una pratica di generosità e si espleta su due livelli, il primo è rivolto ai tre gioielli, Buddha Dharma e Sangha e l’altro agli esseri inferiori, compresi anche gli animali, perché l’ammirazione, l’apprezzamento delle qualità degli altri è essenziale allo sviluppo della generosità e deve essere diretto a tutti senza discriminazione.
In occidente c’è la possibilità di fare donazioni a ONLUS, e in questo modo pagare meno tasse, ma temo che non un sia bene, perché si sottrae qualcosa destinato a servizi pubblici e sottintende un calcolo che inficia la purezza della generosità che è invece apertura di cuore, dare senza attendere nulla in cambio, privi di attaccamento.
Segue la bellissima offerta del proprio corpo a cui siamo così attaccati, è sufficiente un banale malessere perché ci sentiamo totalmente disturbati. Una piccola parte del corpo dolente influenza l’io stesso e ciò è dovuto all’attaccamento. Questo è un aspetto che mi fa riflettere molto, perché ne constato gli effetti su me stesso ogni volta che qualcosa non funziona bene.
Eminenti scienziati sono affascinati dal Dalai Lama e studiano con lui i vari aspetti della mente in un progetto chiamato “mind and life”, però sorge subito un problema perché loro posseggono raffinate conoscenze scientifiche, ma non meditano e non conoscono la natura della mente.
In America, in questo progetto, “mind and life”, si è voluta sperimentare la capacità di concentrazione su un campione di meditatori delle diverse scuole, zen, theravada, ecc, e il più capace è risultato il Lama tibetano. Gli scienziati conclusero che ciò era dovuto alla lunga meditazione nella solitudine dell’himalaya, travisando completamente la reale causa e dimostrando di non avere la minima conoscenza della bodhicitta e della compassione.
La meditazione sulla bodhicitta invece presuppone una mente aperta, elastica, vasta, ed è ciò che porta al massimo livello di concentrazione.
La concentrazione meditativa non solo acutizza le capacità della mente, ma la rende stabilmente calma, in perfetta tranquillità, ed è una meditazione che non ha nulla in comune con la metodologia proposta da “mind and life” perché la concentrazione meditativa è inscindibilmente connessa alla pratica del Dharma.
Nel “mind and life” si esaminano semplicemente le funzioni biologiche, le reazioni cerebrali, in modo schematico, rigido e inevitabilmente superficiale, la meditazione di bodhicitta tutt’altra cosa, non ha proprio nulla in comune con una visione così ristretta.
L’offerta del corpo non vuol dire di consegnarlo agli altri affinché lo abbattano o ne facciano ciò che vogliono, ma significa sviluppare il non attaccamento al corpo, consapevoli che tutti i disordini, gli squilibri, le malattie che lo colpiscono e che possono disturbare fortemente l’io, sono una realtà che l’io dovrebbe poter dominare, gestire, evitando di esserne sopraffatto.
In questi giorni ho tanti piccoli malesseri e ne riscontro l’invadenza, ci sto riflettendo e mi chiedo: “quanto una malattia più importante interferirebbe con la pratica del Dharma?”
Solo nella pratica del Dharma posso superare l’attaccamento al corpo che accentua la sensazione di sofferenza, invade e disturba l’io, mentre nel non attaccamento al corpo, anche se il dolore fisico non è eliminato, l’io è libero, non ne subisce le conseguenze; in questo consiste il dono del corpo.
L’offerta del corpo dovrebbe sempre essere accompagnata dall’offerta dei beni, di tutte le cose che ci appartengono perché anche la loro perdita potrebbe disturbare l’io e dunque la pratica del donare tutto, se pur compiuta a livello immaginativo, è utilissima per sviluppare realmente in noi il non attaccamento al corpo e ai beni.
Al contempo la pratica dell’offerta permette l’accumulazione dei meriti che rappresenta il secondo aspetto degli effetti benefici; da un lato si ottiene il beneficio della trasformazione dell’attitudine mentale nel non attaccamento, e dall’altro l’accumulazione dei meriti derivante da questo stesso distacco.
Il nono verso recita:
  1. Prendete possesso di me e io non avrò più paura, agirò per il bene degli esseri. Mi lascerò completamente alle spalle le colpe anteriori; mai più compirò altro male.
La paura è causa di chiusura mentale, di egoismo, l’io teme di non avere protettori; per questo motivo si prende rifugio nei Tre Gioielli, o nella Trinità, la corrispondenza è perfetta, non c’è differenza.
Dobbiamo attivare lo sforzo e maturare sincera fede nella protezione che ci salva e libera da tutti i timori. Protezione e fede sono interdipendenti, come due ganci che, unendosi, costituiscono una corda di la sicurezza, un riparo stabile.
Nel rifugio si assume un serio impegno personale, diventa nostro preciso dovere non compiere più nessun atto negativo, dannoso, ma soltanto azioni altruistiche, di beneficio.
Non esiste alcun senso nel compiere azioni dannose, anche gli animali se potessero parlare lo confermerebbero.
Seguono le magnifiche offerte elencate dal decimo al ventunesimo verso.
Sono dodici offerte considerate comuni, mentre dal verso ventiduesimo saranno elencate le offerte straordinarie.
La prima offerta comune è quella del bagno, rivolta agli esseri superiori, ai Tathāgata e ai Bodhisattva, ma anche agli esseri inferiori.
Seguono le offerte dell’abbigliamento, degli ornamenti, delle essenze profumate, dei fiori, dell’incenso, del cibo, della luce, della dimora, del parasole, della musica, e tutte sono illimitate, si rigenerano continuamente e sono relative a quanto usiamo normalmente e nel momento stesso in cui ne usufruiamo dobbiamo rioffrirle con gioia, senza attaccamento.
Purtroppo abbiamo atteggiamenti sostanzialmente diversi nei confronti dell’offerta che presentiamo agli altri rispetto a quella verso noi stessi, e dobbiamo dunque soffermarci ad esaminare ogni aspetto di queste opposte attitudini, perché l’analisi è parte integrante della pratica, è un aiuto imprescindibile per poter superare gli errori.
L’offerta non è solo quella che si depone sull’altare, può essere qualunque altra, verso gli amici, i genitori, i parenti, coloro che incontriamo, per giungere finalmente ai nemici.
Non è facile presentare offerte con purezza, l’errore che ci induce a reiterare l’affermazione dell’ego è sempre in agguato; persino nei monasteri e nelle chiese c’è competitività tra chi depone sull’altare le offerte più belle, o chi ha più campane, è un totale nonsenso!
Mio fratello che vive a Roma, voleva regalarmi delle ciotole d’argento perché in Tibet sono segno di ricchezza e un Lama importante deve possederle insieme ad un altare e un trono appropriati, ma io ho rifiutato perché quelle che ho vanno benissimo, anche se indubbiamente un tibetano che venisse qui avrebbe compassione per me e penserebbe: “povero Lama, non ha ciotole d’argento e nemmeno un trono!...
L’offerta posta sull’altare è simbolica, metaforica dell’offerta interiore quotidiana, ma se è stata preparata, pur con grande cura, solo per gratificare il proprio ego e dimostrare la propria potenza, ha perduto ogni qualità di offerta.
Gli oggetti preziosi sull’altare non sono proprietà personali, non se ne può avere attaccamento, il Buddha non appartiene a nessuno.
Non sottovalutiamo la questione dell’offerta, non è semplice, è ricca di significati, un buon praticante dovrebbe pregare per diventare una persona poverissima, anche se chi desidera sinceramente e con cuore puro essere davvero povero, in realtà diventerà sempre più ricco, com’è successo a madre Teresa di Calcutta e, comunque, per una persona del suo livello spirituale, veramente e totalmente povera, povertà e ricchezza sono la stessa cosa.
Domanda: A proposito del nono verso “lasciare alle spalle le colpe” che significato ha?
Lama: E’ la confessione delle colpe del passato, il pentimento sincero e l’impegno a non compierle più.
Ora meditiamo sugli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” (pag. 12)





Dal capitolo secondo “L’analisi dei problemi quotidiani con il cuore di bodhicitta”


L’essenza del Bodhicaryāvatāra sono gli “Otto Versi della Trasformazione della Mente” e ricevendone la benedizione riusciamo realmente a trasformare il nostro atteggiamento mentale.
Gli “Otto Versi della Trasformazione della Mente” provengono dalla tradizione indiana, in particolare relativa a Sāntideva, e furono composti nel decimo secolo da Geshe Langri Tangpa, un praticante kadampa umilissimo che ha saputo compiere una perfetta sintesi dell’intero Bodhicaryāvatāra; in essi è compresa la completa pratica di bodhicitta, l’essenza di tutti gli insegnamenti dei Buddha.
Quando si dice “Buddha” non ci si riferisce a un individuo nato e vissuto in un determinato luogo e tempo, si intende il cuore di tutti i Buddha che è la bodhicitta.
La scoperta del proprio cuore, è la pratica della bodhicitta, del supremo altruismo, perché al di fuori di essa è come se il cuore si fosse perduto.
Il cuore di cui parliamo ovviamente non è il muscolo cardiaco che può danneggiarsi ed essere persino sostituito, bensì è quello perenne dell’umanità, che non si deteriora, che non ha bisogno di trapianto, né di essere nutrito, è il cuore di bodhicitta che ci rende sempre vivi, perché senza di esso saremmo soltanto dei morti viventi.
Non è sempre facile svilupparlo, ma nemmeno troppo arduo, tutto dipende dalle singole capacità, il nostro compito consiste semplicemente nello sforzo di comprendere, coltivare e ampliare il cuore di bodhicitta.
In ogni attività, nella filosofia come nella danza o nella religione stessa, c’è chi riesce meglio e più facilmente di altri, e ugualmente avviene nella cura al cuore di bodhicitta, la sua crescita dipende dalle capacità personali, dai meriti accumulati e da quanto sforzo si mette in questa attitudine che è l’esatto opposto dell’atteggiamento egocentrico, dell’afferrarsi insensatamente all’ego.
Anche noi, che questa sera siamo qui in pace e armonia, dobbiamo ogni giorno affrontare tanti impedimenti che è assolutamente necessario analizzare con attenzione; non è positivo voler scordare la loro esistenza pensando alla bodhicitta quasi fosse un’entità superiore ed estranea alle umane difficoltà, la cosa giusta è vedere, riconoscere, riflettere e gestire ogni ostacolo con l’atteggiamento che sgorga naturalmente dal cuore di bodhicitta.
Ogni mattina è buona abitudine esaminare i problemi che si dovranno affrontare, suddividendoli in seri, più leggeri e totalmente inutili, un ottimo metodo per fare pulizia, è come spazzare e ordinare la propria casa prima di uscire, perché se ce ne allontaniamo lasciandola sporca e piena di polvere ci ritroviamo nel traffico già appesantiti e scontenti e confusione e stress non potranno che aumentare.
Ieri in una trasmissione su papa Luciani veniva riproposto un filmato in cui il papa scherzosamente lamentava che esiste una macchina per scrivere lettere ma non una per leggerle e per lui era impossibile evadere la grande quantità di corrispondenza che riceveva. Ho molto apprezzato questa osservazione perché sottolinea come nella nostra frenetica vita tecnologica sia venuta a mancare l’armonia e la correlazione tra azioni diverse, c’è una macchina che rende più veloce la stesura di una lettera, ma noi abbiamo sempre soltanto gli occhi per leggerla.
La tecnologia ha accelerato tutti i processi, ma le capacità umane non possono affrettarsi altrettanto, quindi è indispensabile analizzare ogni mattina la serietà dei problemi da affrontare, eliminando definitivamente, senza perdita di tempo e di energie, quelli inutili.
Esiste anche un altro tipo di pensieri che dovremmo abbandonare e sono le preoccupazioni rivolte ad un futuro di cui in realtà non conosciamo nulla.
Se si impara ad osservare i problemi con il cuore di bodhicitta è possibile organizzarli e gestirli in modo ottimale e anche i peggiori, apparentemente senza soluzione, possono essere accolti con cuore sereno e aperto come parte dell’esistenza umana.
Questo è l’aspetto importante e significativo della bodhicitta, favorisce la soluzione delle difficoltà e, qualora questa sia impossibile, aiuta a viverle in modo positivo, in pace.
La bodhicitta è parte integrante della vita quotidiana perché, se ne fosse aliena e contemplasse soltanto l’aspetto più gratificante dell’illuminazione, se fosse rivolta agli esseri senzienti considerandoli entità astratte ed essenzialmente teoriche, non avrebbe alcun senso.
Da qualche settimana ho un fastidioso mal di denti che in realtà è il mio maestro, perché in questo modo il corpo mi ricorda che è fonte di problemi e mi fa comprendere come tutte le difficoltà siano ad esso correlate, lo dobbiamo nutrire, vestire, curare, dargli riparo, tutto ruota intorno al corpo.
In particolare qui in Italia accordiamo al corpo troppe attenzioni, lo circondiamo di comodità, quasi non volessimo accettare la sua naturale decadenza, declino inevitabile per ogni elemento naturale, l’albero perde le foglie, i bellissimi fiori sfioriscono rapidamente, tutto ritorna alla madre terra.
Permanendo nell’attitudine del cuore di bodhicitta la riflessione, l’analisi quotidiana dei problemi, diventa una forma di meditazione.
Il progetto più elevato che possiamo avere è lo sviluppo compiuto della bodhicitta che vuole portare tutti gli esseri senzienti all’illuminazione ed è un’attitudine di cui non sentiamo mai il peso, la fatica, anzi siamo progressivamente più gioiosi, rinvigoriti, in pace, calmi.
Nell’ambito di questo progetto affrontiamo tutti gli ostacoli positivamente, cominciando dal corpo che è assolutamente prezioso e ci consente di attuare la bodhicitta. Il corpo in buona forma ci permette di agire con maggiore energia e rapidità per prenderci cura degli altri e porre in essere lo scopo della bodhicitta.
La bodhicitta non è mai in contraddizione con nulla.
Dobbiamo affrontare i problemi nell’ottica della bodhicitta cominciando da quelli che il corpo offre, e sono molteplici, ad esempio noi siamo legati alla famiglia in base a questo corpo, siamo cittadini di una nazione perché questo corpo vive in un determinato luogo, e lo stesso vale per le amicizie e per tutte le relazioni umane.
La mente può viaggiare ovunque, ma il senso vero è impresso dal corpo, unico strumento di comunicazione in questa vita ed è per questo che dobbiamo prendercene cura con apertura mentale, perché è prenderci cura della nostra stessa natura.
Affrontare l’esistenza con questo atteggiamento fa si che non cadiamo nella falsa visione che ci separa la necessità di risolvere i problemi dalla pratica del Dharma. La ricerca della soluzione alle difficoltà e la pratica del Dharma coincidono perfettamente nella mente di bodhicitta.
Dovremmo meditare ogni mattina sugli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” e su questa base analizzare i problemi che dovremo affrontare nella giornata.
Nel secondo capitolo del Bodhicaryāvatāra, che vi consiglio di studiare e cercare di comprendere profondamente, sono descritte tre pratiche fondamentali:
  1. dell’offerta;
  2. del rendere omaggio;
  3. la confessione delle colpe.
Ora rileggiamo insieme l’intero capitolo (pag. 6).

E’ necessario accostarsi al testo con cautela perché non è stato scritto per la società moderna per cui, oltre alle difficoltà di una particolare terminologia, è possibile fraintenderne il significato interpretandolo in modo non corretto; questa è la personale pratica di Sāntideva, alcune espressioni sono strettamente connesse al suo stile di vita, i concetti rispecchiano la mentalità e la cultura del tempo, e per un occidentale potrebbero essere assolutamente incomprensibili.
Gli stessi tibetani impiegarono tempo per assimilarlo, tuttavia senza eccessive difficoltà, perché non erano intellettuali ma persone umili che più facilmente potevano accogliere il messaggio diretto.
In compenso in occidente ci sono altre facilitazioni, l’istruzione e l’intelligenza, ciò nondimeno è comunque necessario mantenere l’atteggiamento neutrale dell’osservatore, avvicinarsi al testo senza giudicare, stabili nell’equanimità.
Alcuni vocaboli non sono traducibili nelle lingue occidentali e, piuttosto che pasticciare e confondere con versioni prive di senso, è meglio mantenere il termine originale sanscrito che rispecchia esattamente la cultura in cui è stato coniato.
Le traduzioni letterali possono risultare assolutamente insensate e fuorvianti ed è indispensabile procedere con cautela e riflessione, perché i fraintendimenti, anche gravi, sono frequenti.
Un piccolo esempio pratico: in Tibet come sapete si beve molto the, che deve essere rigorosamente caldissimo, un giorno due tibetani arrivati in America andarono in un bar a prendere un the e quello dei due che conosceva un po’ di inglese disse all’altro: “sbrigati a bere perché se si fredda lo paghiamo di più”, infatti aveva letto sul menù che il costo del the freddo era superiore, e oltretutto per loro era impensabile che volontariamente qualcuno potesse desiderare una simile bevanda.
Le tre pratiche descritte nel secondo capitolo del Bodhicaryāvatāra sono essenziali all’accumulazione di meriti. La pratica dell’offerta si conclude nel ventunesimo verso, in realtà anche il verso ventiduesimo è riferito all’offerta, ma straordinaria, perché attualmente non abbiamo le capacità neppure di immaginarla, possiamo soltanto desiderare di realizzarla nel momento in cui entreremo nello stato di Mañjusrī.
Su questo altare ci sono offerte, ma in realtà sono soltanto il simbolo delle offerte; questa è una distinzione importante, perché la visualizzazione del significato simbolico ci permette di offrire altrettanto simbolicamente l’intenzione anche di ciò che non possiamo concretizzare.
L’offerta è la pratica della generosità, dell’altruismo, del donare, che contrasta alla radice ogni attaccamento.
Domanda: la bodhicitta è la disposizione del cuore, possiamo dunque considerare l’ignoranza, le emozioni distruttive e le afflizioni come i messaggeri del re della morte?
Lama: Non lo so, non conosco i messaggeri della morte né il loro re, chi sono i messaggeri della morte? E’ importante invece eliminare termini e concetti che non corrispondono alla civiltà attuale, sono obsoleti e vetusti, senza alcun punto di contatto con la nostra mentalità.
Una buona interpretazione del testo del Bodhicaryāvatāra dovrebbe poter cogliere il senso essenziale nell’utilizzo di un lessico contemporaneo rispondente alla nostra sensibilità e cultura. Il significato dei messaggeri di morte indicati nei versi non è altro che l’invecchiamento, la malattia, l’inevitabile morte che ognuno di noi porta in sé.
Il Bodhicaryāvatāra è uno scritto dell’ottavo secolo, cui ne sono seguiti altri dodici, e in quest’arco di tempo è stato oggetto di infinite ed elaborate concettualizzazioni, per giungere infine a noi dopo troppe traduzioni, dal sanscrito al tibetano, all’inglese all’italiano. Anch’io, che posso leggere l’edizione originale, continuo a riflettere, ad approfondire e ad apprendere da questo testo la cui comprensione non ha limite, è una lettura spirituale, non un giornale che dà notizie senza richiedere particolare partecipazione. Non è possibile affrontare il Bodhicaryāvatāra con superficialità e leggerezza illudendosi di esaurirlo in tempi brevi.

Molto bene, ora concludiamo con “Gli Otto versi di Trasformazione della Mente” (pag. 12).





Ognissanti e il dialogo interreligioso


Oggi è una giornata dedicata a tutti i santi, appartenenti a ogni differente religione, perchè nella santità, che è la qualità della bodhicitta, non esistono divisioni settarie, ed è bellissimo immaginare che i santi cristiani, buddhisti, islamici e di ogni altra fede, in un giorno a loro dedicato, si riuniscano in paradiso, in una terra pura, ovunque si voglia.
Il dialogo interreligioso su questa terra è particolarmente difficoltoso, le chiusure mentali costituiscono solide barriere e dunque, ipotizzare un incontro reale, puro, tra esseri che sono andati oltre, che hanno abbattuto ogni inutile e pesante ostacolo ci fa sperare nella loro offerta a noi di questo dono prezioso e meraviglioso.
Dall’incontro interreligioso di tutti santi potrebbe scendere su di noi la benedizione che non discrimina, non separa, in grado di renderci persone sinceramente interreligiose.
Nell’epoca moderna con la definizione di “religione” si dovrebbe sempre intendere “interreligione”, perché parlare, scrivere e leggere su questo tema è abbastanza semplice, ma il suo trasferimento nella pratica quotidiana richiede tempo e trasformazione interiore.
Il dialogo interreligioso non è uno scambio tra rappresentanti di fedi differenti, è bensì lo stato interiore di equanimità, privo di ogni settarismo e divisione.
Mi commuove particolarmente la ricorrenza di ognissanti, è magnifico che gli si dedichi una festa, anche se in realtà la si dovrebbe celebrare tutti i giorni perché i santi sono sempre presenti.
La volta scorsa qualcuno ha chiesto se, malgrado la giornata festiva, avremmo mantenuto l’appuntamento settimanale, e io ho risposto che a maggior ragione dovevamo riunirci questa sera nella pratica di Dharma, proprio per celebrare e rendere omaggio ai santi, è una ricorrenza particolarmente benedetta per la meditazione.
Oggi ho seguito attentamente alla televisione la Messa e ho apprezzato particolarmente le letture rivolte alla misericordia divina che tutto perdona.
E’ importante provare sincero rincrescimento per le mancanze compiute, sapendo però che esiste il perdono.
Le parole di misericordia, di perdono, di compassione sono meravigliose e non ha nessuna importanza da dove provengano, qualsiasi sia la matrice religiosa esprimono uguali principi, sia il Vangelo o il Bodhicaryāvatāra o altro, e nel profondo del nostro cuore ne possiamo sempre scoprire l’infinito valore.
Riconoscendo la potenza delle parole di amore e compassione riceviamo l’impulso a migliorare noi stessi, così come fanno i santi di ogni epoca e luogo.
Ogni giorno c’è la consuetudine di ricordare un santo, ma oggi ci sono tutti e il potere della pratica sarà dunque grandissimo!... è una bellissima festa.
Non ha nessuna importa la diversa presentazione, data da maestri di scuole e culture differenti, dei fondamentali concetti del perdono e della misericordia, ciò che conta è l’impatto che hanno in noi, la nostra capacità di percepirli, perché solo nella personale interpretazione è possibile fondare la pratica e la conseguente trasformazione dell’attitudine interiore. Se ci affidassimo esclusivamente alle interpretazioni e indicazioni altrui, non ne ricaveremmo alcun beneficio.
Oggi sarebbe stato bellissimo essere a San Pietro, un posto meraviglioso, carico di energia, circondati da persone riunite nella celebrazione della Messa in preghiera e meditazione.
Le differenze linguistiche sono reali, i termini cambiano da cultura a cultura, ma il concetto che esprimono è lo stesso e da tutti può essere compreso.
Nella filosofia buddhista è difficile trovare termini esattamente corrispondenti a “colpa”, “perdono” “misericordia”, ma chiunque ne cerchi i significati dentro di sé li riconosce chiaramente, anche se i loro nomi sono diversi.
Nemmeno il buddhismo occidentale ha trovato nomi propri per tradurre Buddha, Dharma e Sangha, ma rivolgendo lo sguardo al proprio interno è possibile scoprirne il senso profondo.
Quando in un dialogo interreligioso si incontrano un Rabbino, un Sacerdote, un Lama, la loro conversazione può essere davvero interessante, però purtroppo ciò che passa realmente tra loro è pochissimo, perché ognuno usa il proprio linguaggio, incomprensibile agli altri.
Un vero dialogo interreligioso può scaturire soltanto dal cuore aperto di persone che ne siano realmente disponibili, la semplice riunione di quattro o cinque esponenti ufficiali delle singole religioni non porta a nulla di concreto.
Il dialogo interreligioso che sgorga dal cuore è importantissimo e il giorno di ognissanti è particolarmente adatto alla sua meditazione.
Nelle versioni inglese e italiana del Bodhicaryāvatāra alcuni termini non sono stati tradotti, semplicemente perché non esistono in queste lingue, ma è una difficoltà superabile se impariamo a coglierne pienamente il significato nel cuore, in perfetta integrazione con la nostra cultura.
Io apprezzo moltissimo la Messa, perché è un unico rituale che contiene tutti gli altri, è valido in qualsiasi occasione perché è composto da poche ma complete fasi ed è facilmente praticabile.
La tradizione tibetana invece ha ereditato dalla precedente “bön” molti aspetti, anche esteriori, quali colori, abiti particolari e necessita di numerosi e specifici rituali per differenti occasioni che, oltrettutto, possono essere eseguiti in più modi differenti, per cui tutto si complica, non sempre i Lama conoscono il rituale da eseguire e spesso chi assiste non capisce cosa si stia facendo.
Invece la Messa nella sua semplicità è completa e comprensibile a tutti.
La ricorrenza di ognissanti è particolarmente adatta per riflettere sull’importanza dell’autentico dialogo interreligioso, oggi onoriamo i santi di tutte le tradizioni religiose, quelli giunti agli onori degli altari e quelli che, pur non avendo avuto un riconoscimento storico, sono la maggioranza e che dobbiamo visualizzare al centro del mandala, circondati dai santi ufficiali.
Con questa visualizzazione e devozione leggiamo il secondo e terzo capitolo del Bodhicaryāvatāra meditando sulla pratica dei sette rami che consiste nella purificazione della mente, nell’accumulazione dei meriti, per giungere infine alla generazione del cuore di bodhicitta.
Capitolo secondo (pag. 6)
Qui termina la parte relativa alla purificazione che consiste nell’offerta, nella lode, nell’omaggio e nella confessione.
Il terzo capitolo invece “Adozione della mente del risveglio” riguarda le altre quattro pratiche, alcune sono brevissime ma quella che richiede più spazio è relativa all’apprezzare e ammirare le virtù altrui, ed è fondamentale, perché porta alla generazione di bodhicitta nella gioia. Riconduce a ciò che si fa durante la Messa e Buddha Dharma e Sangha corrispondono alla Trinità.
E’ importante mantenere la prospettiva della via di mezzo, ascoltare il proprio cuore e non seguire rigidamente alla lettera o intellettualmente i precetti, afferrandosi a posizioni intransigenti di parte, bisogna rimanere saldi nella via di mezzo indicata da Nāgārjuna e anche da sant’Agostino.
Leggiamo ora il terzo capitolo del Bodhicaryāvatāra “Adozione della Mente del Risveglio” (pag. 10).

Concludiamo la serata ricordando che siamo qui per praticare il Dharma senza nessun “ismo”.
L’insegnamento del Buddha, del Cristo sono Dharma, la loro parola non voleva fondare nessun “ismo”, queste sono etichette incollate successivamente per varie motivazioni che nulla hanno a che fare con la religione e la spiritualità.
Grazie per essere venuti a condividere questo giorno di ognissanti.




Il Respiro consapevole negliOtto Versi di Trasformazione della Mente


Iniziamo con la lettura degli “Otto versi di Trasformazione della Mente” (pag. 12).

Gli Otto versi di Trasformazione della Mente non sono soltanto una preghiera letta e meditata, ma rappresentano la testimonianza della nostra pratica, ne costituiscono l’unità di misura, la verifica del percorso e sono la fonte, l’aspirazione, per il futuro.
La loro realizzazione ricolma il cuore di pace e di serenità perché in essa possiamo realmente trasformare l’intero universo, di cui siamo parte, in assoluta purezza.
La purezza dell’universo non dipende da mutamenti oggettivi, ma dal cambiamento della nostra mente e delle qualità interiori, una grande verità che è presente da sempre nell’universo, noi dobbiamo solo essere in grado di vederla, di realizzarla e di viverla interiormente.
Si possono utilizzare diverse espressioni e modalità per definire questa verità, ma il nostro cuore sa che è unica, infinita, al di là di ogni possibile tentativo di limitarla entro anguste etichette e noi, superando le espressioni verbali, dobbiamo saperla esperire e realizzare nella pratica meditativa.
Le superficiali enunciazioni tendenti a catalogarla creano confusione, dispute e discussioni, un errore dipendente dalla limitatezza linguistica e non certamente intrinseco alla verità.
Ciò che mi ha favorevolmente colpito nella società occidentale è la capacità di perdono dell’errore umano, è bellissima, e deve essere applicata anche alle controversie religiose che non hanno nulla a che vedere con l’essenza della verità, ma dipendono dai fraintendimenti interpretativi e dal bisogno di incasellare e codificare ogni situazione.
Affrontando gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” non possiamo fermarci alla lettera, ma dovremmo invece, attraverso la meditazione, l’esperienza e la realizzazione, essere in grado di cogliere la verità che va oltre l’espressione lessicale.
Questo testo è magnifico indipendentemente dalle qualità poetiche e letterarie, perché è una manifestazione della realizzazione interiore.
Se confrontiamo le nostre consuete tendenze e inclinazioni con le realizzazioni interiori espresse dallo yogi negli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” ci rendiamo conto che le nostre difficoltà non derivano in nessun caso da situazioni oggettive, ma sono esclusivo risultato di un personale limite interiore.
La mente umana ha la grande qualità di essere uno spazio vastissimo, capace di comprendere in sé anche conflitti e controversie, perché ha la preziosa opportunità di osservarli, di contenerli, di abbracciarli, attendendo con pazienza il momento propizio per la loro risoluzione pacifica.
Se ci contrapponiamo ai conflitti aggressivamente volendoli eliminare senza indugio è probabile che, insieme alla loro soppressione, distruggiamo ogni altro elemento che attornia l’oggetto del conflitto, è quanto avviene oggi in Irak, la devastazione prodotta non può in alcun modo essere giustificata.
La risposta violenta, aggressiva e immediata ai conflitti è generata dalla paura e non produce nulla di buono, può solo potenziare i problemi.
Questo è un principio fondamentale, immutabile e deve essere applicato a ogni livello: individuale, tra due o più persone, dalle nazioni; è il motivo per cui amore e compassione sono sempre al centro di tutti gli insegnamenti spirituali.
Noi siamo abilissimi nell’inventare scusanti ai nostri comportamenti negativi, tanto da convincerci che in determinate circostanze, amore e compassione non possano essere applicati, e sia invece necessaria la repressione violenta, ma ciò dimostra semplicemente che, se non siamo in grado di abbracciare con amore e compassione il conflitto, diventiamo aggressivi e intolleranti e peggioriamo inevitabilmente la situazione.
Come ha detto il Buddha, la violenza genera solo violenza.
Dobbiamo riconoscere e ammettere i nostri limiti, per questo è importante affidarsi agli “Otto versi di Trasformazione della Mente”, l’unità di misura delle nostre capacità. Di fronte alle vette di realizzazione in essi descritte vediamo con chiarezza quanto camino dobbiamo ancora percorrere per cambiare la nostra mente.
Viviamo nel costante timore di essere feriti dalle situazioni esterne e ci difendiamo con la violenza, ignorando completamente l’amore e la compassione, ma soltanto se lavoriamo ininterrottamente su noi stessi e ci confrontiamo con gli Otto versi di Trasformazione della Mente, potremo progredire giorno dopo giorno e vederne i risultati.
Il Dharma non è un ordinamento giudiziario che è vietato infrangere, non è soggetto a coercizione alcuna, è alla portata di chiunque, una fonte permanente di ispirazione che ci mostra le realizzazioni già avvenute, e gli “Otto versi di Trasformazione della Mente” sono l’essenza del consiglio di tutti i Buddha e i Bodhisattva.
Se chiedessimo ai Buddha e ai Bodhisattva come potremmo risolvere tutti i problemi dell’umanità, essi ci risponderebbero che la soluzione unica possibile è indicata negli “Otto versi di Trasformazione della Mente”.
Abbandonate pure tutte le fantasie magiche che tanto attraggono, non ci sono interventi miracolosi eclatanti in cui il Buddha trasforma in un attimo la mente di qualcuno, questo è impossibile, pura illusione, il vero miracolo è contenuto nella pratica del Dharma che permette di trasformare se stessi nelle realizzazioni suggerite negli Otto versi di Trasformazione della Mente.
I Buddha e i Bodhisattva ci suggeriscono persino come respirare, il respiro è ciò che ci permette di esistere, è naturale e inevitabile, quindi non possiamo sprecarlo, dobbiamo renderlo significativo, imprimere in esso il significato di ogni istante di vita. Dobbiamo realizzare ad ogni inspirazione ed espirazione quanto detto nel settimo verso:
In breve, direttamente e indirettamente, offro
ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madri
possa io segretamente prendere su di me
tutte le loro azioni negative e sofferenze.”
Non ci è raccomandato di effettuare complessi rituali, con maschere, musica e danze, ma solo ciò che per noi è essenziale, respirare consapevolmente nell’attitudine altruistica.
Gli esseri umani sono ovunque attratti dall’affascinante e colorato spettacolo dei cerimoniali, anche in Tibet, in cui la tradizione spirituale è ben radicata, accorrevano sempre grandi folle in occasione di simili eventi, se però al monastero giungevano due umili yogi, pur ricchi di autentiche realizzazioni, passavano inosservati e questo è un errore grave.
Nelle tre maggiori università monastiche tibetane era saggiamente vietato l’uso di rituali con maschere, suoni e danze perché considerati distraenti rispetto all’autentica pratica spirituale, oggi invece in occidente assistiamo alle tournée di monaci tibetani che si esibiscono in coreografici cerimoniali peraltro mai eseguiti nei loro monasteri.
La pratica del Dharma non è così complicata, al contrario è estremamente semplice, consiste nella buona respirazione, la bodhicitta è respirare bene, la rinuncia è respirare bene, l’amore e compassione è respirare bene, respirare coscientemente.
La pratica dei grandissimi maestri del passato, dello stesso Sāntideva, era semplicissima e profondissima, stabile nella consapevolezza equanime di ogni respiro, nell’espirazione offriamo le nostre qualità e virtù agli altri, senza discriminazione, e nell’ispirazione assumiamo su di noi tutte le loro sofferenze, li liberiamo.
Ci si deve allenare nella pratica del “prendere e dare”, nello scambio delle proprie qualità con le sofferenze altrui, senza limitare questo esercizio al momento della meditazione formale, ma mantenendolo vigile in ogni nostro respiro.
E’ una pratica potente, non facile, anzi piuttosto difficile, ma non impossibile; persistendo in essa le difficoltà progressivamente diminuiscono e al contempo crescono serenità, contentezza e pace, e questa stessa gioia è naturalmente trasmessa agli altri.
E’ un addestramento continuo i cui effetti si palesano giorno dopo giorno, è ciò che imprime senso all’esistenza, ad ogni respiro.
Questo è il significato della vita e non l’apparenza illusoria che il mondo spaccia per obiettivi; ad esempio io sono geshe, monaco, lama e la gente si aspetta che, in quanto tale, io debba costruire un tempio e una grande comunità, qualcosa di evidente, di grande, ma questa è un’idea veramente sciocca che non deve essere in alcun modo incoraggiata, perché fonte di inutile disordine.
Il destino dell’essere umano è quello di vivere genuinamente ed essere felice, il resto genera unicamente il caos.
Osservate la confusione provocata dalla legge finanziaria strutturata per difendere interessi, affari, e politiche che nulla hanno a che fare con la sua funzione originaria. Uno scompiglio provocato dall’attaccamento e dalla percezione distorta del proprio ego.
Si tratta di atteggiamenti individuali completamente alterati e insensati perché il rappresentante politico dovrebbe essere una figura semplice, pienamente matura e consapevole del proprio ruolo al servizio della comunità, ne abbiamo un esempio perfetto in Gandhi, una persona umile, integralmente umana; ogni suo pensiero, parola, azione e respiro, si basavano su amore e compassione, questo è il senso della vita, la vera spiritualità.
Il nostro compito attraverso la pratica del respiro consapevole è rendere le persone sempre più felici e pacifiche così che a loro volta trasmettano agli altri tranquillità e serenità.
Io sono sconvolto dalle pesanti espressioni ed insulti che si rivolgono reciprocamente i politici italiani, perché non si tratta di personaggi di basso livello, ma delle massime autorità dello stato, chissà, forse avrebbero bisogno di un Gandhi reincarnato che desse loro qualche consiglio…..
Gandhi rappresenta un magnifico esempio per le persone comuni, era un laico, con una professione normale, non si identificava in modo settario in un’unica tradizione religiosa, aveva una profonda conoscenza delle condizioni di occidente e oriente e delle differenze culturali e religiose.
Era anche un grande praticante spirituale e, pur essendo un laico, guidava un gruppo di meditazione con cui condivideva la visione della realtà, indipendentemente dalle personali fedi dei partecipanti.
In India nelle pratiche spirituali, vi è grande libertà nel poter scegliere autonomamente la persona ritenuta idonea a diventare il proprio guru di riferimento, il quale non ha alcun bisogno di riconoscimenti, di certificazioni o di attestati di abilitazione all’insegnamento.
L’India è un paese di santi, ogni individuo ha la libertà di accrescere la spiritualità sino ad acquisire una santità che, se spontaneamente riconosciuta dalle persone, sarà un faro, un punto di riferimento per molti, cosi è avvenuto con Gandhi, laico, avvocato, uomo comune.
La stessa libertà che permette di seguire qualcuno fa si che, qualora maturino esigenze differenti, si lasci quel maestro senza che ciò sia motivo di scandalo o di recriminazioni. Questo è positivo e suggerisce che ognuno di noi dovrebbe poter diventare un maestro di questo genere, senza dover seguire nessun programma e master appositamente predisposto.
In occidente invece la confusione è totale e si inventano corsi della durata di uno, due o anche cinque anni che dovrebbero qualificare maestri, però il fatto di averli seguiti e ottenuto ogni attestato possibile, non presuppone affatto che lo siano realmente diventati.
Gli occidentali sono particolarmente attratti da questa illusione, tanto che alcuni abbandonano il lavoro e convogliano tutte le risorse finanziarie per il proprio mantenimento durante il corso, e alla fine si ritrovano disoccupati, senza soldi e senza essere dei maestri, ma forse dei buoni praticanti.
Il Dharma non è condizionato da nessun corso, è la vita stessa, è parte delle nostre esistenze che sono da tempo senza inizio, quindi è impossibile generalizzare la condizione delle realizzazioni di ognuno accomunandole in un corso e garantendo un risultato finale certificato.
Tutto questo è impossibile, un’ulteriore illusione che dimostra quanto sia complesso insegnare il Dharma in occidente, anche se d’altra parte è facile perché siete istruiti, educati e intelligenti.
L’essenza di quanto affrontato questa sera è la necessità di respirare consapevolmente con gli “Otto Versi di Trasformazione” della Mente che sono parte del nostro costante pensiero. Questa è una pratica di purificazione che ci rende felici e sereni anche nelle difficoltà e rinfresca la mente.
Domanda: Mi pare che la respirazione mentale sia l’esatto opposto di quella fisiologica in cui sottraggo agli altri qualcosa di positivo, l’ossigeno, e restituisco il negativo, l’anidride carbonica?
Lama: è lo stesso, respirando tu esisti, fai del bene a te stesso perché puoi vivere e quindi trasmetti questo bene agli altri, non si tratta di una pratica particolare di respiro, è il respiro stesso, soffio vitale in ogni istante dell’esistenza. Dobbiamo semplicemente allenarci coscienti che esso stesso diverrà trasformazione della mente. Tutto il corpo respira quindi respiriamo con tutto il corpo.
Siamo sempre nel capitolo secondo del Bodhicaryāvatāra e riprendiamo dal trentaquattresimo verso:
  1. Questa morte non bada a ciò che è fatto o non fatto; uccide la sicurezza; è inaffidabile per i malati e i sani; è un fulmine sconvolgente e inaspettato.
Questo verso si ricollega perfettamente alla tematica odierna, in esso si affronta l’impermanenza strettamente connessa alla vita, tutto è incerto, non si conosce la durata di questa esistenza, nemmeno la malattia o la salute danno indicazioni certe, perché succede che una persona sana viva meno di una ammalata da lungo tempo, e non si può manco avere la sicurezza di poter realizzare e terminare i propri progetti.
La vita è così fragile che è davvero il nostro respiro, quando questo si ferma la nostra esistenza è finita, comprendere la sua preziosità nell’impermanenza ci permette di affrontare serenamente ogni giorno perché ci prepara ad affrontare serenamente il momento in cui la vita finirà.
In genere si avverte una forte attrazione verso le letture che trattano della preparazione alla morte, in cui sono descritte situazioni confortevoli, tutto pare predisposto per favorire un passaggio consapevole, avendo il tempo necessario e con ogni sostegno e benedizione, però nella società moderna la maggioranza delle persone non ha la possibilità di morire in questo modo.
Dunque l’unica possibilità di affrontare la morte positivamente è la bodhicitta, respirando nella bodhicitta, anche quando il respiro si arresta, si rimane in essa, questa è la bellissima istruzione data da Sāntideva.
La realtà dell’impermanenza, la realtà dell’amore e compassione devono essere unite, è il solo modo per ottenere una morte serena e significativa.
  1. Il male ho compiuto in molti modi spinto da amici e nemici. Non capivo questo: dovrò abbandonare tutto e andarmene.
  2. Quelli che detesto moriranno, quelli che amo moriranno; anch’io morirò e tutti moriranno.
  3. Ogni cosa percepita trascolora in ricordo. Ogni cosa è come un’immagine in sogno. Se ne è andata e non si vedrà più.
  4. Anche in questa vita, davanti ai miei occhi, sono scomparse molte persone amate e odiate: Ma il male a cui mi hanno indotto rimane, spettrale, davanti a me.
Sāntideva afferma che non vi è alcun senso nel creare controversie, discussioni o qualsiasi azione negativa nei confronti degli altri e, altrettanto, che non vi è alcun senso nel costruire barricate di attaccamento, il significato dell’esistenza affonda le radici nella rinuncia, senza attaccamento né avversione.
Tendenzialmente invece noi altaleniamo di continuo tra due estremi, o afferriamo le situazioni rimanendone avvinghiati, o le detestiamo e respingiamo con violenza, mentre se imparassimo a vivere nella rinuncia in amore e compassione, potremmo procedere serenamente nell’equanimità.
Tutte le nostre azioni lasciano un’impronta su di noi, le rivediamo in un film che alla fine della vita si ripercorre all’indietro, la loro positività o negatività ci farà essere rispettivamente nella gioia o nella tristezza.
Il modo con cui vivremo la morte non dipende da quel preciso momento, ma dalle impronte impresse nella nostra esistenza, ecco perché nel trentottesimo verso si ribadisce che esse sono davanti a me.
E’ molto importante aver presente questa realtà, non dobbiamo mai scordarla.
Ora meditiamo qualche minuto e concludiamo con la preghiera di dedica (pag. 27).




La Realtà Ultima nel Cuore della Perfezione della Saggezza


Cominciamo la serata con la lettura degli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” (pag. 12).

Ora leggiamo il Sūtra del Cuore (pag. 22).
Uno dei versi finali recita:
Quindi, Shariputra, poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti, si basano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non avendo oscuramenti nelle loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati totalmente oltre l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana. Tutti i Buddha che dimorano nei tre tempi hanno ottenuto il pieno risveglio dell’insuperabile, perfetta illuminazione, basandosi su questa profonda perfezione della saggezza”.
Questo aspetto è fondamentale, estremamente profondo, è la perfezione della saggezza che ha realizzato la realtà ultima dei fenomeni che non è altro che la vacuità.
Volendo descrivere la vacuità tutti si affannano a elaborare enunciazioni astruse che pare debbano trovare giustificazione in difficilissimi concetti teorici e filosofici, che in realtà non spiegano nulla, perché l’unico modo per comprendere questo principio è avvicinarlo quotidianamente nella personale esperienza.
Le parole “Quindi, Shariputra, poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti” sono essenziali e ci salvano dal comune errore che ci induce a pensare al nirvāna o all’illuminazione come a una grande conquista, a un eclatante ottenimento mistico che consideriamo al presente irraggiungibile, al di là delle nostre possibilità, mentre non c’è nulla da acquisire, da guadagnare, che sia al di fuori di noi.
“…si basano e dimorano nella perfezione della saggezza”, dimorando all’interno della perfezione della saggezza non esiste niente da conseguire, perché essi già sono nella perfezione della realtà ultima dei fenomeni.
Non avendo oscuramenti nelle loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati totalmente oltre l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana.” Raggiungono la perfezione della saggezza perché sono andati oltre il terrore e l’errore.
La paura e gli sbagli affondano le radici nella concezione errata di dover guadagnare, ottenere qualcosa, e soltanto dimorando all’interno della perfezione della saggezza se ne è liberati, perché non vi è nulla da conquistare, l’obiettivo è semplicemente già presente.
Il nirvāna e l’illuminazione non sono il risultato di una corsa al premio, li si consegue semplicemente oltrepassando la paura e l’errore, dimorando nello spirito della perfezione della saggezza.
Si osserva questo fenomeno da due angolazioni e lo si distingue, in soggettivo e oggettivo. Nello spirito della perfezione della saggezza se ne ha una visione soggettiva, se invece ci si addentra nella vacuità la visione è oggettiva.
Tutti i Buddha che dimorano nei tre tempi hanno ottenuto il pieno risveglio dell’insuperabile, perfetta illuminazione, basandosi su questa profonda perfezione della saggezza” I Buddha dei tre tempi hanno conseguito la piena illuminazione attraverso la perfezione della saggezza.
Usualmente noi pensiamo di dover “vedere” la vacuità, mentre qui si attesta la necessità di “vivere” nello spirito della vacuità, della perfezione della saggezza.
Dobbiamo considerare quest’attitudine come un ambiente di vita, il terreno su cui basare ogni azione. Il termine “basare” indica precisamente appoggio, dove si posa il piede e si compie il passo, e il verbo “dimorare” sottintende il contesto che circonda questo terreno.
Quindi, sia la perfezione della saggezza che la realtà ultima, sono il terreno su cui camminiamo e viviamo e in questo contesto la vacuità è anche lo spazio in cui possiamo muoverci.
Dobbiamo abbandonare la consueta concezione falsa che definisce la vacuità “vuoto”, “nulla”, perché non corrisponde affatto alla sua essenza che è invece spazio in cui ogni fenomeno ha la possibilità di venire in esistenza.
Questo è l’insegnamento del Buddha relativo alla realtà ultima, alla vacuità.
Tutte le altre religioni esprimono, seppur in modo diverso, lo stesso principio; nella Bhagavad Gita indiana c’è Brahmā che è l’origine di ogni cosa, le religioni monoteiste hanno Dio, la luce, l’origine di ogni cosa.
Sono terminologie e modi diversi per definire l’esistenza dei fenomeni.
Vi ho parlato spesso della cara amica che e vissuta in questo palazzo sino all’età di centodue anni, era una donna di grande fede, tutti i giorni andava a Messa e la sua religiosità consisteva in un grande cuore e una mente aperta, qualità che rendono qualsiasi religione universale perché affermano una fede fondata sull’esperienza. Questa signora è morta proprio nella ricorrenza di ognissanti.
A me è spiaciuto averlo appreso soltanto dopo alcuni giorni dalla figlia che, avendo accudito la madre ed essendole stata accanto nel momento del trapasso, si era resa conto di come sua madre, pur essendo vissuta tanto, se ne era andata senza portar nulla con sé, quasi fosse venuta per un tempo brevissimo dallo spazio e là ritornata, e questo la faceva riflettere sull’inutilità di tanti affanni.
Un grande insegnamento che, pur non sostenuto da studi particolari, nasceva spontaneo dall’esperienza quotidiana e dimostrava la necessità irrinunciabile di avvalersi di ogni evento, per quanto minimo, per farne preziosa esperienza, per acquisire la capacità di assimilare la vita nello spirito del Dharma.
Ho particolarmente apprezzato le parole di Pavarotti che, colpito dal tumore, in un’intervista disse: “Dio mi ha dato tutto e ora si riprende tutto, siamo in pareggio”. Probabilmente questa è l’espressione della consapevolezza della propria vacuità.
Entrambe queste esperienze sono un grande insegnamento sulla vacuità, rivelano la capacità di lettura degli eventi che ci introduce all’interno dell’essenza dei fenomeni.
Noi ci basiamo, posiamo i nostri piedi, nella perfezione della saggezza e per questo possiamo dimorare semplicemente e solamente nel suo spirito.
Tutte le diverse sollecitazioni che giungono dall’esterno, come necessità di guadagni e ottenimenti, sono illusori, una percezione distorta e falsa della realtà che ci allontana da quella base a cui alla fine, ineluttabilmente, dobbiamo ritornare.
Quindi, Shariputra, poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti”, in realtà non riguarda solo i Bodhisattva, perché nessuno di noi ha ottenimenti, e può semplicemente ritornare là dove è la sua base, la sua dimora, cioè nella vacuità, che deve essere riconosciuta attraverso la perfezione della saggezza.
Gli oggetti del nostro attaccamento sono del tutto inutili, non sono altro che perdita di energie.
E’ necessario imparare a interpretare la natura dei fenomeni, non c’è altro da fare.
Invece noi amiamo le complicazioni, le apparenze, e snaturiamo l’essenza profonda dei fenomeni, la nostra stessa idea delle iniziazioni, delle benedizioni, delle realizzazioni è assolutamente falsa, vogliamo credere nei risultati magici, istantanei, miracolosi, indipendenti da noi, ma tutto ciò non è altro che frutto di visioni alterate che tendono a istituzionalizzare la spiritualità, e questo è veramente pericoloso e negativo.
Ieri ho ricevuto una e-mail da una persona infervorata che, avendo letto tutti i libri del Dalai Lama, mi chiedeva come poteva diventare buddhista, e ciò mi ha sorpreso perché, se davvero avesse letto consapevolmente gli scritti del Dalai Lama, non avrebbe mai potuto porre un simile quesito, evidentemente non aveva saputo cogliere l’essenza del messaggio spirituale.
Questa è una confusione che non sorge dal cuore, ma è radicata nel caos costruito dalla società di cui noi siamo parte.
L’idea di una modalità predeterminata per essere buddhisti, piuttosto che cristiani o altro, ostenta solo la necessità di appiccicarsi una etichetta, è un grande equivoco che separa, divide, crea conflitti, e nega drasticamente ogni possibilità di poter essere serenamente e proficuamente cristiani e buddhisti contemporaneamente, quasi ciò fosse un misfatto illecito.
La società caotica che ha perduto la vera concezione spirituale ha creato un totale disordine, perchè non si tratta di essere buddhisti, o cristiani, o altro, di muoversi con etichette ben evidenti incollate sulla fronte, ma semplicemente di praticare il Dharma in cui non c’è nulla da guadagnare, nulla da ottenere, nulla da esibire.
E’ essenziale comprendere questo aspetto che ci mostra come vivere e dimorare nella perfezione della saggezza, perché, se non riusciamo ad essere compenetrati da questo spirito, tutto ci apparirà come qualcosa da dover guadagnare, conquistare, un fraintendimento devastante.
Possiamo accostarci alla perfezione della saggezza in due modi, uno oggettivo e l’altro soggettivo.
  1. Oggettivamente tramite l’osservazione dei fenomeni come oggetti della perfezione della saggezza;
  2. Soggettivamente attraverso la visione della verità ultima degli oggetti nella perfezione della saggezza.
Dimorando nello spirito della perfezione della saggezza scopriamo che non esistono né paure, né errori.
Non si acquisisce la conoscenza della vacuità attraverso la dottrina, ma la si deve osservare in ciò che è, una realtà assolutamente naturale, tanto che la realizzazione della perfezione della saggezza è esattamente la visione della nostra stessa natura.
Lama Tsong-Kha-Pa diceva che per insegnare occorre conoscere tutte le dottrine, mentre per praticare non è affatto necessario, perché nella pratica si è di fronte ad un unico individuo, se stessi, invece nell’insegnamento si ha il compito di trasmettere l’istruzione a tante persone con esigenze e caratteristiche mentali differenti, per questo chi insegna deve conoscere approfonditamente tutte le dottrine in modo da poter raggiungere il cuore di ognuno ed essere di beneficio.
Il principio della vacuità, della perfezione della saggezza, è presente in tutte le esperienze, anche in quelle più comuni, quindi dovremmo sforzarci di potenziare ininterrottamente la capacità di coglierne la presenza in ogni momento della giornata.
La saggezza favorisce naturalmente in noi lo sviluppo di amore e compassione.
I miei amici anziani che vivono nel palazzo sicuramente non conoscono nulla di buddhismo, di impermanenza, di vacuità, ma con loro è facile condividere le piccole esperienze quotidiane e in esse è evidente la presenza di questo principio. Così, anche quando ci troviamo di fronte a situazioni particolarmente forti, siamo in grado di affrontarle nella saggezza con amore e compassione.
Tutti i termini che utilizziamo sono funzionali a farci apprendere la capacità di integrare il loro significato nell’esperienza quotidiana.
Concludiamo meditando sui versi appena approfonditi del Cuore della Perfezione della Saggezza.
Quindi, Shariputra, poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti, si basano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non avendo oscuramenti nelle loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati totalmente oltre l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana. Tutti i Buddha che dimorano nei tre tempi hanno ottenuto il pieno risveglio dell’insuperabile, perfetta illuminazione, basandosi su questa profonda perfezione della saggezza”.








Dal Significato della Pratica in Sette Rami

Apriamo l’incontro con la “preghiera dei sette rami”:

Pratica dei sette rami99

Oh leoni fra gli uomini, Buddha passati, presenti e futuri,
a quanti di voi esistono nelle dieci direzioni,
mi prostro con corpo, parola e mente.

Sulle onde della potenza di questa regina delle preghiere,
per i metodi supremi e sublimi
con corpi numerosi come gli atomi del mondo,
mi prostro ai Buddha che pervadono lo spazio.

In ogni atomo si trova un Buddha che siede tra gli innumerevoli figli di Buddha;
con sguardo fiducioso mi rivolgo ai Vittoriosi che riempiono l’intero Dharmadhātu.

A coloro che hanno infiniti oceani di eccellenza,
con un oceano di prodigiosa parola
canto lodi alla grandezza di tutti i Buddha:
un elogio a coloro che sono andati nella beatitudine.

Offro loro ghirlande di fiori, parasoli decorati, musiche piacevoli e profumi eccelsi;
offro a tutti i Vittoriosi lampade al burro e sacro incenso purissimo.

Cibo eccellente, fragranze supreme
e un cumulo di sostanze mistiche alto come il monte Meru
dispongo in un ordine speciale
e offro a coloro che hanno conquistato se stessi.

Elevo tutte le offerte impareggiabili con ammirazione per coloro
che sono andati nella beatitudine con la forza della fede nei metodi sublimi,
mi prostro e faccio offerte ai Conquistatori.

Da lungo tempo,
sopraffatto da attaccamento, odio e ignoranza,
con il corpo, la parola e la mente ho compiuto innumerevoli azioni negative.
Ora le confesso tutte senza omissioni.

Nelle perfezioni dei Buddha, Bodhisattva, Arhat,
sul sentiero e nella potenziale bontà di tutti gli esseri viventi,
elevo il mio cuore e gioisco.
Oh luci dell’universo,
Buddha che otteneste lo stato dell’illuminazione incontaminato,
a tutti voi rivolgo questa richiesta:
fate girare l’incomparabile “ruota del Dharma”.

Oh maestri che volete mostrare il Parinirvāna,
vi prego di restare con noi
e insegnare per tanti eoni quanti sono i granelli di polvere,
per portare gioia e virtù a tutti gli esseri.

Possa qualunque merito accumulato
tramite queste prostrazioni, offerte, purificazioni,
rallegrandomi e chiedendo ai Buddha di rimanere e insegnare il Dharma,
essere dedicato all’illuminazione suprema e perfetta,
affinché, al più presto,
io liberi dalla sofferenza tutti gli esseri.


Leggiamo ora insieme gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” (pag. 12) e il “Sūtra del Cuore” (pag. 22).

Stiamo per affrontare il pieno inverno con i relativi malanni di stagione, dunque abbiamo una maggior attenzione per la salute fisica, ma dovremmo porre altrettanta cura nella pratica del Dharma, che non consiste nel fantasticare su quanto potrà accadere nel futuro e nelle prossime vite, ma corrisponde alla realtà attuale, ad ogni istante del presente.
Se non siamo capaci di praticare il Dharma, qui e ora, non lo saremo nemmeno domani.
Il Dharma deve essere effettivo adesso affinché se ne possa usufruire nel futuro; prescindere dal presente è assolutamente illusorio, dobbiamo viverlo oggi, non si può rimandare.
Il futuro dipende dal presente e non il contrario, per avere un buon futuro bisogna avere un buon presente, è necessario praticare correttamente in questa vita per goderne i frutti in quelle che verranno.
Questa sera abbiamo letto la “Preghiera dei Sette Rami”, che è basilare, gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” che sono l’essenza del pensiero del Buddha sull’amore e la compassione, e il “Sūtra del Cuore” che è la saggezza.
L’insieme di queste tre pratiche ha particolare valore perché rappresenta un Dharma completo.
La “Preghiera dei Sette Rami” può essere praticata come un rituale, con una attenta preparazione dell’altare, con la meditazione, ma anche concretamente nella quotidianità dei nostri rapporti umani.
Il primo passo di questa pratica è l’omaggio, che noi esprimiamo con il saluto in cui dimostriamo rispetto alle persone e che costituisce inoltre un’accumulazione di meriti. Non è solo importante rendere omaggio ai Buddha e ai Bodhisattva, ma è necessario farlo con altrettanta devozione nei confronti di tutti gli altri esseri a cui mostriamo apprezzamento, siano amici, o sconosciuti, o anche animali.
Nella lingua indiana esiste questo bellissimo saluto: “namasté”, sempre accompagnato da un gesto di rispetto con le mani giunte e il capo chino che comunica riconoscimento del valore dell’altro, la sua uguaglianza con noi.
Affermare il valore degli altri con il saluto è un buon metodo per accumulare meriti.
Nelle metropoli invece non ci si saluta quasi più, c’è solo la corsa pazza di tanti “ego” che se ne vanno per conto loro senza mai realmente incontrarsi; è un vero peccato, incontrare tante persone e sprecare la splendida opportunità di dimostrare loro rispetto e considerazione.
In questo modo non solo non si accumulano meriti, ma si riducono.
Dobbiamo porgere omaggio a tutti gli esseri così come nella Preghiera dei Sette Rami si rende ai Buddha e ai Bodhisattva; non è una questione di galateo, ma di grande ricchezza interiore che acquisiamo in noi stessi e negli altri.
Alcuni personaggi pubblici hanno imparato una tecnica abilissima nell’elargire incessantemente grandi sorrisi, che però sono soltanto un meccanico movimento muscolare, non hanno alcuna reale corrispondenza con un sentimento di amicizia, di rispetto e certamente non frutteranno alcuna accumulazione di meriti, né gioia in sé e negli altri.
Il saluto deve essere fatto con il corpo, con la parola e con la mente.
Con il corpo si sorride, si accenna un inchino, si porge la mano, con la parola si pronunciano auspici, affermazioni di amicizia, ma l’elemento più importante è trasmesso con la mente, con la sincerità del cuore che rispetta e riconosce il valore dell’altro.
Non sempre siamo nella condizione concreta di poter salutare tutti con il corpo e con la parola, ma lo possiamo fare senza limiti con la mente nell’apertura del cuore e in questo modo arricchiamo il valore spirituale nostro e altrui.
Il secondo passo è l’offerta. In Italia quando si va in visita da qualcuno è consuetudine portare un piccolo dono, del vino, dei dolci, e se ciò nasce dal cuore e non è semplicemente un fatto di educazione, è positivo, una condivisione.
La confessione invece consiste nella presa di coscienza e analisi delle proprie mancanze, tutti noi quotidianamente commettiamo un gran numero di errori, ciò che importa è vederli, riconoscerli e cercare di rimediare ai danni prodotti prima di tutto in noi stessi, in questo modo abbiamo la possibilità di non ripeterli.
Non è necessario confessare formalmente ai Buddha o ai Bodhisattva le proprie azioni negative, ma è essenziale analizzarle, riconoscerle, tenerne conto, e sviluppare la volontà e le capacità per non ripeterle nel futuro, con grande semplicità.
Se non siamo capaci di riconoscere gli sbagli che facciamo nella vita non siamo nemmeno capaci di accrescere le nostre qualità.
Affinché la confessione sia effettiva e porti alla purificazione è assolutamente essenziale maturare il sincero rincrescimento per gli errori commessi.
Le impronte negative generate dagli sbagli possono essere notevolmente diminuite nella purificazione prodotta dall’analisi e dal riconoscimento degli stessi errori e dal pentimento che ne deriva.
Il quarto ramo della pratica riguarda la gioia creata dalle nostre qualità e buone azioni compiute nel passato, potenziate da questo stesso rallegrarsi.
Avere rincrescimento per le cattive azioni ne diminuisce il potere negativo e, altrettanto, il rigioire delle buone azioni ne accresce il potere positivo, e non si tratta di qualcosa di invisibile, ma di pratico e verificabile nel lento, progressivo ed effettivo cambiamento prodotto nell’atteggiamento quotidiano.
Il rallegrarsi per le buone azioni non è riferito soltanto alle nostre ma anche a quelle degli altri ed è un ottimo antidoto all’invidia, perché non è sufficiente essere contenti di noi, dobbiamo esserlo in egual misura nei confronti di tutti.
La gelosia, l’invida, sono un enorme ostacolo alla crescita spirituale, mentre è vantaggiosissima la gioia sincera per le buone azioni del prossimo.
Non dobbiamo prendere esempio dagli ambienti politici in cui pare che l’impegno maggiore sia far emergere esclusivamente ogni negatività della parte avversa, eppure in qualsiasi situazione è impossibile che non vi sia qualcosa di positivo, quest’attitudine distruttiva è molto pericolosa, deleteria degenerazione per sé e per gli altri, è un comportamento che disperde energie e produce negatività.
Al quinto punto della pratica c’è la supplica o esortazione in cui si pregano gli esseri con qualità superiori di volerci aiutare.
Dopo la supplica c’è la richiesta esplicita affinché, nella loro grande compassione, gli esseri superiori agiscano e intervengano in nostro soccorso.
Infine al settimo ramo, troviamo la dedica di ogni azione positiva a beneficio di tutti gli esseri; ciò è l’esatto contrario dell’attitudine consueta in cui pretendiamo che le azioni degli altri siano rivolte al nostro esclusivo benessere, una vera tragedia spirituale.
Qualsiasi cosa stiamo facendo, anche se è semplicemente gustare un buon caffè, ne dedichiamo il piacere agli altri. Possiamo offrire ogni cosa agli altri, e comunque, prima o poi dovremo abbandonare tutto e allora tanto vale cominciare subito.
La dedica è molto importante perché è il compimento del Dharma, senza di essa la pratica non avrebbe un senso finito, deve essere presentata a beneficio di tutti gli esseri senzienti.
Con le persone care ciò avviene abbastanza spontaneamente, è evidente soprattutto nei genitori che dedicano completamente se stessi al benessere dei figli, ma è un’attitudine che deve essere estesa a tutti gli esseri, indiscriminatamente, in modo assolutamente equanime.
E’ bene meditare e utilizzare come rituale tutte le mattine la Pratica dei Sette Rami, ma non possiamo limitarci a questo, la dobbiamo contemporaneamente applicare costantemente nella nostra quotidianità, non possiamo separarne i due basilari aspetti.
E’ importante iniziare la giornata con la lettura e meditazione della “Preghiera dei Sette Rami” per purificare la mente, proseguendo poi con gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente” per sviluppare l’amore e la compassione, e infine del “Sūtra del cuore” per procedere nella saggezza. Queste sono le solide basi della piramide che è la nostra pratica del Dharma.
Domanda: La pratica dei nove giri del respiro deve essere fatta prima o dopo le letture o la meditazione?
Lama: Prima di tutto.
Domanda: Nel linguaggio comune occidentale, quando ci si riferisce a qualcuno che si dedica agli altri, si intende una persona che rinuncia alla propria vita per occuparsi completamente del prossimo, un esempio, forse estremo, potrebbe essere madre Teresa di Calcutta, quindi mi chiedo, che valore reale ha la sola dedica mentale di tutto, senza però impegnare un particolare sforzo concreto, è sufficiente?
Lama: La dedica è diversa dal dare. Il dare è l’applicazione concreta della generosità, ma l’attitudine alla generosità si sviluppa nella trasformazione della mente attraverso la dedica costante e continua di tutto ciò che esiste. Il dare è l’azione, la dedica è la causa e il risultato è l’azione.
Domanda: Forse noi cadiamo nella trappola di voler catalogare, incasellare, e questo rende difficile agire con spontaneità e naturalezza, tutto appare complicato e limitato.
Lama: Bisogna avere la bodhicitta, in essa qualunque cosa diviene Dharma, ma prima di realizzare la bodhicitta dobbiamo costruire la nostra pratica personalmente, secondo le nostre capacità individuali, procedendo lentamente ma inesorabilmente, con continuità.
Domanda: Io non sono molto costante e disciplinato nella pratica, alcune mattine la faccio con spontaneità, altre proprio non mi va e subentra immediatamente il senso di colpa, ma credo che non sia giusto nemmeno questo, perché è un’ulteriore gabbia mentale.
Lama: Quello che facciamo fisicamente, in piedi o seduti, se mangiamo o passeggiamo, non ha nessuna rilevanza per definire il valore del Dharma, ciò che conta è l’intenzione che abbiamo in quel preciso momento compiendo quell’azione.
Domanda: Ho letto che l’oscuramento della mente porta alla paura, ma cos’è l’oscuramento della mente?
Lama: L’ignoranza, il non conoscere la vera natura della realtà. In tibetano ci sono due parole: “mompa” che significa oscurità, qualcosa che si interpone tra noi e le cose e non ci permette di vedere; “marigpa” che vuol dire non conoscenza.
Domanda: Scusa è un po’ banale, tu dici che comunque morendo lasceremo tutto, ma allora i meriti che li accumulo a fare?
Lama: Dai senso alla tua vita, stai meglio già qui e ora e avrai anche una rinascita migliore.
Su questi argomenti le domande possono essere infinite ed è interessante riconsiderare la storia, ad esempio i sūtra sono nati in risposta a semplici domande relative alla vita di tutti i giorni e non necessariamente filosofiche.
Spesso leggendo un sūtra ci si trova di fronte a una realtà concreta e diretta, mentre il suo commento può essere veramente complesso.
I sūtra sono presentati in due linguaggi, in sanscrito e in pali.
I sūtra in pali, raccolti in alcuni volumi, sono stati più volte tradotti in inglese, l’ultima è un’edizione revisionata dall’università di Oxford, e ora anche in italiano.
I sūtra in sanscrito sono contenuti in un maggior numero di volumi, però ne sono stati tradotti pochi e quindi è più difficile reperirli, ma in entrambi i casi è bene leggerli direttamente nella lingua conosciuta, per gli occidentali possibilmente in inglese perché la traduzione italiana è piuttosto annacquata e approssimativa.
Sia il “Sūtra del Cuore” che la “Pratica dei Sette Rami” sono sūtra.
I sūtra in tibetano sono trascritti in centootto volumi, ma io credo che nessuna traduzione occidentale sia stata fatta su di essi, i passaggi più probabili sono dal sanscrito al cinese, dal cinese al giapponese e dal giapponese all’inglese.
Il modo sistematico per studiarli è confrontare il testo del sūtra con il suo commento e voi che avete una buona educazione ne siete facilitati.
In Tibet invece la maggioranza della popolazione era semplice e poco istruita e non aveva alcuna possibilità di accedere alla lettura dei sūtra e dunque il più accessibile e praticato è stato da sempre “Om Mani Padme Hum”, un mantra di sei sillabe.
Per questo è piuttosto sciocco e inutile voler imitare pedestremente, come una fotocopia, nelle pratiche i tibetani, ognuno deve trovare il proprio metodo per portare il Dharma nella quotidianità.
Siamo giunti alla fine dell’anno, trascorso molto velocemente e ci ritroveremo dopo l’Epifania.

Grazie a tutti.




1 I capitoli del Bodhicaryāvatāra di Sāntideva sono tratti dal testo edito da Ubaldini editore – Roma


2 Fine supremo: lo stato di completa illuminazione, lo stato di Buddha.
3 Emozione negativa: (in tibetano nyon mong) le contaminazioni mentali quali rabbia, attaccamento, ignoranza
4 Azioni negative: (in tibetano dig pa) una disposizione mentale causata da un’azione negativa commessa.
5 Sofferenze: (in pali dukkha) la verità della Sofferenza, che ha tre livelli: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza del samsara.
6 Amico spirituale: (in tibetano ge wei she nyen, Geshe) colui che aiuta a fare azioni virtuose.
7 Madri: - tutti gli esseri senzienti sono state nostre madri. – La persona più cara e quella più giovevole.
8 Otto preoccupazioni mondane: le idee generate dal guardare attraverso gli occhi dell’attaccamento e dell’avversione, sono: piacere e dispiacere, vittoria e perdita, lode e biasimo, gloria e disgrazia.
9 Samsara: (termine sanscrito, in tibetano khor wa) attaccamento bramoso alle cose mondane che fa permanere nel circolo della sofferenza e dell’insoddisfazione.
10 Lama: (termine tibetano, in sanscrito guru) guida o maestro spirituale. Letteralmente: “ricco di qualità spirituali”.
11 Bodhisattva: (termine sanscrito) colui che possiede la Bodhicitta.
12 Liberazione: (in sanscrito moksha) eliminazione di tutte le emozioni afflittive o illusioni, ottenimento dello stato di Arhat, il sentiero della fine dell’apprendimento del sarvabuddha e del pratyekabuddha
13 Piaceri dell’esistenza mondana: piaceri dominati dall’attaccamento ai piaceri dei sensi.
14 Circostanze favorevoli e fortuna: avere buone opportunità e condizioni per praticare il Dharma.
15 Fortunati: coloro che hanno incontrato il Dharma e sono capaci di praticarlo.
16 Rinuncia: autentica intenzione di abbandonare il Samsara e raggiungere il Nirvana.
17 Oceano dell’esistenza: (in sanscrito samsara, in tibetano khor wa) attaccamento alle apparenze di questa vita, interesse per gli aspetti riguardante la vita presente.
18 Samsara: (termine sanscrito) gli aggregati impuri di un essere senziente, che da tempo senza inizio hanno dato luogo al ciclo di morte e rinascita a causa dell’illusione e del karma, e hanno reso gli esseri senzienti carichi delle sofferenze dei sei regni fisici/spirituali.
19 Attaccamento alle apparenze delle vite future: interesse per gli aspetti riguardanti le prossime vite nel samsara.
20 Aspirazione alla più alta illuminazione: (in sanscrito Bodhicitta, in tibetano jang chub kyi sem).
21 Insuperabile Bodhi: lo stato di Buddha.
22 Bodhicitta: (termine sanscrito) autentica aspirazione a raggiungere la completa illuminazione allo scopo di portare tutti gli esseri senzienti allo stato di completa illuminazione.
23 Quattro potenti fiumi: rinascita, invecchiamento, malattia e morte.
24 Karma: (termine sanscrito, in italiano azione, in tibetano les) una sottile impronta nel continuum mentale proveniente da esperienze precedenti, la quale da impulsi ad azioni mentali e fisiche.
25 Attaccamento al Sé: (in tibetano dag zin): percezione errata che si attacca all’idea di un Sé o di un Io intrinsecamente esistente.
26 Tre sofferenze: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza della condizione.
27 Madri: tutti gli esseri senzienti, i più cari, quelli che hanno recato più benefici.
28 Intenzione altruistica di divenire un Risvegliato: in questo contesto si riferisce al Bodhicitta.
29 Saggezza: realizzazione della Vacuità.
30 La vera natura delle cose: la realtà ultima dell’esistenza delle cose, vacue di un’esistenza intrinseca.
31 Radice del Samsara: l’ignoranza, il non vedere la verità, opposta alla saggezza.
32 Origine interdipendente: (in tibetano ten byung) la realtà dell’esistenza delle cose e degli eventi, che esistono in modo interdipendente.
33 Nirvana: al di là della sofferenza, cessazione della sofferenza.
34 Apparenze, ovvero l’inevitabilità dell’origine interdipendente: realtà convenzionale o verità convenzionale.
35 Vacuità, ovvero la non-asserzione: realtà ultima o verità ultima.
36 Pensiero del Buddha Shakyamuni: la natura non duale delle due verità.
37 Visione: realtà ultima.
38 Estremo dell’esistenza: l’idea che le cose esistano solo in maniera intrinseca o da sé.
39 Apparenza: Visione comune.
40 Estremo della non-esistenza: l’idea che le cose non esistano, se non in maniera intrinseca.
41 Vacuità: la vera natura dei fenomeni, non esistenti in maniera intrinseca.
42 Visioni estremiste: Nichilismo ed Eternalismo.
43 I tre aspetti principali del sentiero: Rinuncia, Bodhicitta e Saggezza.
44 Perseveranza entusiastica: sforzo gioioso nella pratica del Dharma.
45 Meta finale: illuminazione completa, stato di Buddha .
46 Figlio mio: in maniera diretta, si riferisce a Tsakhowa Ngawang Dakpa; in maniera indiretta a coloro che desiderano realizzare i tre aspetti principali del sentiero.

47 Le “perfette realizzazioni” sono la realizzazione della motivazione illuminata del Bodhicitta e la realizzazione della corretta visione della vacuità.
48 I “Tre Reami” sono le tre diverse dimensioni in cui si possono reincarnare gli esseri senzienti: il reame del desiderio, il reame della Forma Pura e il reame del Senza Forma. Il reame del Desiderio comprende gli esseri infernali, i preta o spiriti avidi, gli animali, gli umani, gli asura o titani e le sei prime classi degli dei. Il reame della Forma Pura comprende le successive diciassette classi degli dei. Il reame del Senza Forma comprende le quattro classi superiori degli dei.
49 La “Madre dei Buddha” è il “Sutra della Perfezione della Saggezza” (Prajnaparamita Sutra), trasmesso dal Buddha presso il Picco dell’Avvoltoio e da cui hanno avuto inizio i due lignaggi Mahayana degli insegnamenti della visione profonda della vacuità e della vasta azione del Bodhicitta.
50 Il “tesoro di insegnamenti” è “La Lampada del Sentiero dell’illuminazione” (Bodhipathapradipa), breve testo di Dipankara Atisha che è all’origine di tutti i testi del Lam rim. In questo testo si ricompongono i due lignaggi del Prajnaparamita Sutra
51 Tsong Khapa si riferisce in modo particolare a due dei suoi 45 maestri spirituali, il Lama Kagyu Chokyob Zangpo, “il più erudito fra i monaci”, e il Lama Nyingma Namka Gyeltshen da Lhodrag dai quali ha ricevuto e riunito i tre stadi del lignaggio Lam Rim di Atisha.
52 Sono due i desideri da raggiungere: la rinascita in uno stato superiore, come un essere umano o un dio, e la liberazione dalla sofferenza, la piena illuminazione di un Buddha.
53 “Tutti gli esseri viventi” sono le nove diverse possibilità di trasmigrazione,alla rinascita, nello stesso o da uno all’altro dei Tre Reami. Ad esempio, un essere del regno del Desiderio può permanere in questo stesso regno oppure trasmigrare in quello della Forma Pura o del Senza Forma.
54 “il re che concede il potere” è un altro modo per designare la gemma che esaudisce i desideri, un leggendario gioiello che esaudisce tutti i desideri del mondo.
55 “Quello che il Buddha intendeva” era la rinuncia, la motivazione illuminata del Bodhicitta e la corretta visione della vacuità.
56 Il “grande errore” consiste nell’avere una visione settaria, screditare una qualsiasi scuola buddhista, un veicolo o un testo, e disconoscere la validità dell’insegnamento del Buddha.
57 Il primo livello sono le persone che hanno sviluppato la motivazione e l’impegno per una rinascita superiore, umana o come dio, generato dal timore di una rinascita inferiore. Il livello intermedio sono le persone che hanno sviluppato la motivazione e l’impegno per la liberazione dal ciclo dell’esistenza, generato dalla rinuncia alla nostra sofferenza. Il livello superiore sono le persone che hanno sviluppato la motivazione del Bodhicitta.
58 Lo “yogi” qui si riferisce all’autore.
59 Le “otto libertà”dell’esistenza umana sono quelle che facilitano lo studio del Dharma. Quattro sono legate agli ostacoli dell’esistenza umana: nutrire visioni errate, essere nato in un paese che impedisce lo studio del Dharma, essere nato in un paese nel quale esiste il Dharma, avere tutte le capacità sensoriali per studiarlo. Le altre quattro libertà sono legate agli ostacoli di un’esistenza non umana: essere nato negli inferi, come preta (spirito avido), animale o fra gli dei dalla lunga vita.
60 I “tre reami sfortunati” sono le rinascite come creature degli inferni, preta (spirito avido) o animale.
61 I “tre Gioielli del Rifugio” sono il Buddha, il Dharma dei suoi insegnamenti e il Sangha, la comunità di coloro hanno realizzato o stanno seguendo gli insegnamenti del Buddha.
62 Il “fondamento pratico ideale di un essere umano” sono le condizioni che favoriscono lo studio e la pratica del Dharma: avere una lunga vita, un corpo in salute, rispettabilità, onestà, attendibilità, una buona influenza sugli altri, avere una mente e una corpo forti.
63 I “quattro poteri antagonisti” che ripuliscono dai debiti del karma negativo sono: sincero pentimento delle azioni non virtuose precedentemente compiute, invocare ciò su cui bisognerebbe fare affidamento (i Tre Gioielli del Rifugio e la motivazione del Bodhicitta), la promessa di evitare di compiere qualunque azione non virtuosa, ed infine, il potere che qualunque azione virtuosa venga compiuta per contrapporsi a quelle non virtuose.
64 Le “due accumulazioni” sono l’accumulazione di meriti e quella della saggezza. La prima consiste nell’accumulare azioni positive tramite la pratica della generosità, la seconda comprende tutte le pratiche che hanno la natura della saggezza (prajna) e della conoscenza superiore lo studio e la meditazione.
65 La “pratica delle cause dell’illuminazione” è il veicolo Mahayana dei Sutra, il Sutrayana
66 La “simulazione immediata dei risultati che saranno ottenuti” è il veicolo Mahayana dei Tantra, il Tantrayana
67 Bhagavati: (termine sanscrito, in tibetano: gyal wai yum) Madre Buddha, si riferisce alla “Saggezza della Perfezione”, che è la madre in quanto causa fondamentale dell’illuminazione.
68 Bhagavati Prajna Paramita Hridaya: (sanscrito) il cuore della Bhagavathi, la perfezione della saggezza.
69 Bhagavan: (termine sanscrito, in tibetano: chom dhen de) titolo generalmente attribuito a un essere illuminato; letteralmente significa “colui che ha completamente illuminato gli ostacoli e possiede tutte le qualità”; sinonimo di “Tathagata” (sanscrito) e di “de war sheg pa” (tibetano) nel senso di “colui che ha raggiunto lo stato di piena calma e piena illuminazione”. In questo brano ci si riferisce al Buddha Shakyamuni.
70 Rajagrha: (termine sanscrito, in tibetano: gyal poe khab) luogo nel quale si erge un palazzo reale.
71 Picco dell’Avvoltoio: montagna con la cima a forma di avvoltoio; luogo in cui venne impartito il sutra secondo la tradizione. Viene identificato popolarmente in una collina vicino a Rajagrha, nello stato indiano del Bihar.
72 Arhat: (termine sanscrito, in tibetano: dra chom pa) colui che ha raggiunto il Nirvana. Detto anche Sravaka o Pratyekabuddha. Nel testo originale tibetano il termine è Bikshu, ma si intende Arhat.
73 Bodhisattva: (termine sanscrito, in tibetano: Jang chub sem pa). Essere che possiede il Bodhicitta.
74 Assorbimento meditativo: (in sanscrito: samadhi, in tibetano: ting nge zin) una forma di meditazione.
75 Varietà dei fenomeni: (in tibetano: choe kyi nam drang) i 5 aggregati (forme, percezioni, formazioni mentali e della coscienza); le 12 fonti dei sensi (le sei sorgenti dei sensi e le sei facoltà); i 18 elementi ( le sei sorgenti dei sensi, le sei facoltà e le sei coscienze); i 12 anelli della catena dell’origine interdipendente (Ignoranza, Azione volontaria, Coscienza, Nome e Forma, Sorgenti dei sensi, Contatto, Sensazioni, Attaccamento, Brama, Concepimento, Nascita, Invecchiamento e Morte); le 4 Nobili Verità (la Verità della sofferenza, la Verità delle cause della sofferenza, la Verità della cessazione e la Verità del sentiero); i 5 sentieri (Accumulazione, Preparazione, Visione, Meditazione e Non-più-apprendere); le 4 fiducie; i 10 poteri di Buddha; ecc…
76 Percezione Profonda: (in tibetano: zab mo nhang wa) vedere la vera e profonda realtà ultima dei fenomeni.
77 Arya: (termine sanscrito, in tibetano: Phag pei Gang zag) un Essere superiore che ha raggiunto la saggezza della diretta realizzazione della vacuità o che ha seguito il sentiero in uno dei veicoli.
78 Avalokitesvara: (termine sanscrito, in tibetano: Chen re zig) conosciuto come il “Buddha della compassione”.
79 Bodhisattva mahasattva: (termine sanscrito, in tibetano: jang chub sem pa sem pa chen po) Bodhisattva di ordine superiore o che ha conseguito il sentiero dei Bodhisattva o il sentiero mahayana della visione.
80 La pratica della profonda perfezione della saggezza: (in tibetano: she rab kyi pha rol du chin pai zab moi chod pa).
81 I cinque aggregati: (in sanscrito: skandha, in tibetano: phung po ngha) Forme, Sensazioni, Percezioni, Formazioni mentali, e della Coscienza.
82 Vuoti di esistenza intrinseca: (in tibetano: ran shin gyi tong pa).
83 Venerabile Bikshu: (in tibetano: thse dan dhen pa) titolo attribuito a un bikshu con mente sveglia e intelligente
84 Shariputra: figlio di Sharit, conosciuto come bikshu dalla mente acuta fra i discepoli di Buddha Shakyamuni.
85 Arya Avalokitesvara Bodhisattva mahasattva: (temine sanscrito, in tibetano: jang chub sem pa sem pa chen po phags pa chen re zig) si riferisce a un singolo individuo conosciuto come Bodhisattva mahasattva Avalokitesvara, diverso dal “Buddha della compassione” Avalokitesvara. Qui infatti viene identificato come un Bodhisattva sotto le sembianze di un bikshu, Bodhisattva, mahasattva e arya.
86 Figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva: (in tibetano: rigs kyi bu vam rigs kyi bumo).
87 Nirvana: (termine sanscrito, in tibetano: Nyang De) essere andato oltre la sofferenza.
88 Mantra: (termine sanscrito, in tibetano: yid kyob) che protegge la mente.
89 Thatagata: (termine sanscrito) sinonimo di Bhagavan.
90 Asura: (termine sanscrito, in tibetano: lha ma yin) semi-dei che sono tra il regno degli umani e quello degli dei.
91 Gandharva: (termine sanscrito, in tibetano: di zha) esseri senza forma, che vivono nutrendosi di odori.
92 Quattro attenzioni ravvicinate: 1) rivolta la corpo; 2) rivolta alle sensazioni; 3) rivolta alla mente; 4) rivolta agli oggetti mentali.
93 Quattro perfetti o puri abbandoni: 1) abbandono degli atti non virtuosi già prodotti; 2) abbandono degli atti non virtuosi non ancora prodotti; 3) accrescimento degli atti virtuosi già prodotti; 4) sviluppo degli atti virtuosi non ancora prodotti.
94 Quattro membra miracolose: 1) l’aspirazione o volontà per conseguire lo scopo; 2) la perseveranza nel dirigere la mente sull’unico punto; 3) il pensiero nel mantenere stabile la mente sull’unico punto; 4) l’analisi nella applicazione degli insegnamenti.
95 Cinque facoltà o poteri (riferiti alle quattro nobili verità):1) la fede o fiducia; 2) l’energia o perseveranza; 3) l’attenzione o vigilanza; 4) il raccoglimento; 5) la conoscenza superiore.
96 Cinque forze o capacità: sono le 5 facoltà precedenti sviluppate con il potere di neutralizzare i pericoli circa la comprensione delle quattro nobili verità.
97 Sette fattori o rami dell’illuminazione: 1) l’attenzione, fondamento della comprensione non mediata; 2) il discernimento delle dottrine che permette di distinguere il vero dal falso; 3) l’energia perseverante o impegno entusiastico per uscire dal samsāra ; 4) la gioia di penetrare direttamente le quattro nobili verità; 5) l’agio con cui si dominano le passioni; 6) il raccoglimento che dissolve le contaminazioni passionali; 7) l’equanimità nei confronti delle passioni non più in grado di contaminare la mente.
98 Nobile ottuplice sentiero: 1) retta visione; 2) retto pensiero; 3) retta parola; 4) retta azione; 5) retti mezzi di esistenza; 6) retto impegno; 7) retta attenzione; 8) retto raccoglimento.
99 Traduzione a cura dell’Istituto Lam Rim di Roma