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Thursday, 20 November 2014

IL KARMA E LA VITA'













IL KARMA E LA VITA'








Geshe Gedun Tharchin
Anno 2007 - Ritiri
Istituto Lamrim/Fondazione Maitreya Roma









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INDICE


Wesak - La Grande Compassione 
Comprendere il karma 
Natura della mente 
Tranquillità interiore 
Meditazione sul silenzio della mente 
Visione di Māhamudhrā

Testi annessi: 
Mettā Sutta 
Sūtra del Cuore 
I Tre Aspetti Principali del Sentiero 
Pratica in Sette Rami 
Otto Versi di Trasformazione della Mente 
Cantico sulle Quattro Consapevolezze del settimo Dalai Lama 














Wesak 2007 - La Grande Compassione


Mi sento particolarmente commosso nel condividere questo evento, il Wesak, una festa unanimemente celebrata in India, in Nepal, in Tibet e nei molti paesi asiatici, mentre è davvero inusuale poterlo fare a Roma.
Oggi mi è stato chiesto di parlare della compassione, dell’amore, che rappresentano il cuore dell’intero insegnamento del Buddha e mi riempie di gioia poterlo fare proprio in questo giorno, così mi sforzerò di parlare in italiano in segno di riconoscenza verso i tanti che apprezzano i principi buddhisti, che vi si avvicinano con rispetto in un autentico dialogo interreligioso aperto e ottengono il risultato di incrementare la propria cultura e religione che non ne sono affatto inficiate, bensì arricchite. Se si usasse il buddhismo per sradicare le proprie radici o porre in contrapposizione differenti tradizioni si commetterebbe un errore gravissimo, contrario a qualsiasi spirito autenticamente spirituale e umano.
Il buddhismo è nato in India e in seguito si è diffuso in altri paesi, in Tibet è stato introdotto da grandi maestri, tra questi ricordiamo Kamalaśīla (VIII° secolo) che, invitato dal re del Tibet, consolidò nel paese la dottrina, una delle sue opere fondamentali è l’importantissimo trattato intitolato “Bhāvanākrama”Gli stadi della meditazione”, strutturato su tre livelli. Personalmente considero questo insegnamento come imprescindibile, assolutamente essenziale. Il testo inizia con la considerazione che coloro che intendono raggiungere l’illuminazione, o stato onnisciente, devono unicamente praticare tre addestramenti:
  1. Compassione;
  2. Bodhicitta;
  3. Attuazione completa delle sei Pāramitā: generosità, moralità, pazienza, perseveranza entusiastica, concentrazione, saggezza.
Nei paragrafi successivi si ribadisce che la radice del Dharma è la compassione, base stessa di ogni pratica buddhista e valida per tutte le tradizioni, senza discriminazioni, esclusioni o divisioni fantasiose frutto della concezione occidentale e assolutamente inesistenti nel buddhismo originario.
Ogni stadio e pratica ingloba in mutuo arricchimento tutte le altre e Avalokiteśvara, conosciuto come il Buddha della compassione, rappresenta la compassione dell’intero universo, è l’espressione del Bodhisattva che pratica un solo Dharma - la compassione - poiché in essa realizza tutti i Dharma.
Questo è fondamentale tanto nel buddhismo come nel cristianesimo e in qualsiasi religione, non vi è alcuna differenza, Cristo è un Buddha, un eccelso Bodhisattva che, nella grande compassione, ha realizzato l’illuminazione.
Le rigidità escludenti poste in atto dalle varie tradizioni, la difesa strenua delle proprie presunte peculiarità, non sono elementi di tipo religioso, rispondono ad altre logiche mondane e di potere, mentre, al contrario, nella conoscenza reale delle altre esperienze spirituali si arricchisce e approfondisce la propria, questo è un valore infinito.
Tra “Compassione” e “Grande Compassione” c’è una differenza. Il sentimento spontaneo di simpatia, di condivisione di fronte alla sofferenza o alla gioia altrui è il seme della compassione, per noi fondamentale, perché da questo crescerà la pianta della compassione che estesa universalmente, indiscriminatamente, si trasformerà nella grande compassione illimitata.
Il sūtra enuncia che la compassione è la radice di tutti i Dharma così come il respiro è la fonte della vita.
Kamalaśīla è essenziale nel suo insegnamento, non ha mai tratto ispirazione o riportato il pensiero altrui, ma si è, senza eccezione, riferito direttamente ai sūtra del Buddha, illustrando dettagliatamente i tre stadi di meditazione, perfettamente complementari tra loro, che portano all’illuminazione. La suddivisione in tre livelli è stata determinata da tre risposte esaurienti a tre domande, senza alcuna distinzione o valutazione discriminante tra loro che, anzi, si completano vicendevolmente.
Il buddhismo si è radicato in Tibet proprio grazie a questo modo di procedere nell’analisi dettagliata di domande e risposte, nulla, come raccomanda il Buddha, deve essere accettato acriticamente, ma esaminato, compreso, introiettato concretamente nella propria vita, e da questa osservazione è emerso che il respiro vitale di ogni essere senziente, in qualsiasi latitudine si trovi, è la grande compassione.
La grande compassione è la caratteristica fondamentale della pratica del buddhismo Mahāyāna, termine che indica la volontà di assumersi la responsabilità di tutti gli esseri senzienti con compassione illimitata. Qualsiasi altra interpretazione tendente a suddividere in scuole, maestri, monasteri, o altro, è inutile e sciocca.
La grande compassione è l’anima del Dharma e alla domanda del re che, assillato da troppe incombenze non aveva tempo per fermarsi a meditare, Kamalaśīla rispose che anche il più occupato capo di un paese, il re, può praticare tranquillamente e ininterrottamente il Dharma esercitando in ogni suo atto la grande compassione, in questo modo non c’è momento della giornata al di fuori del Dharma.
Questa è un’indicazione estremamente importante per tutti noi, non dobbiamo rimandare la pratica con la scusa di dover disporre di condizioni ottimali, si tratta di un alibi inconsistente e artificioso, perché ogni atto quotidiano, nella compassione, si trasforma naturalmente in pratica di Dharma. La differenza tra azione dharmica - e non - è determinata unicamente dalla motivazione, se l’attitudine è egoistica anche la meditazione più lunga e formalmente perfetta è assolutamente inutile, senza valore, mentre con l’intenzione altruistica, compassionevole, tutto diventa Dharma, anche l’atto apparentemente più insignificante.
Questo è il significato del buddhismo mahāyāna ed è presente in tutte le scuole, tibetana, theravāda giapponese, dello Sri Lanka, e nelle diverse tradizioni, cristianesimo, islamismo, ebraismo…., la grande compassione è il centro, la radice, di qualsiasi espressione autenticamente religiosa.
La grande compassione è il centro di ogni ricerca spirituale e, nel tentativo di trovare una spiegazione comprensibile e corrispondente alle vostre radici culturali, vi invito a riflettere sulla passione di Gesù Cristo e sulla parabola del figliol prodigo, due descrizione che mi hanno profondamente colpito e commosso, ho ritrovato in esse l’espressione completa della grande compassione.
Non si conquista in un attimo magico la capacità di avere naturalmente compassione, è un percorso graduale che deve radicarsi profondamente nell’animo sino a divenire naturale e indiscriminata, si deve cominciare dalle persone care e vicine, per estenderla poi ai più lontani e infine includere amorevolmente tutti gli esseri indistintamente.
L’esperienza di gioia che si sviluppa in questo pratica costante e paziente è tangibile per chiunque, giorno per giorno, è un aspetto dell’insegnamento buddhista che non può che integrare la pratica del Dharma nella vostra religione, secondo le vostre radici.
Grazie per questo bellissimo incontro che ha permesso di festeggiare insieme il Wesak senza divisioni ideologiche, concludiamo dunque meditando insieme per qualche momento.



Comprendere il Karma


Essere qui insieme ancora una volta non è casuale, ma frutto del nostro karma, una legge naturale in cui io credo profondamente e che è determinata dalle azioni verbali, fisiche e mentali sia individuali che collettive.
La condivisione delle stesse esperienze è il frutto del karma comune, ma il modo con cui le percepiamo e viviamo è il risultato del karma personale, due aspetti strettamente correlati; ad esempio oggi condividiamo un percorso spirituale per il bene nostro e altrui e, senza conoscere a priori chi avremmo incontrato, insieme costituiamo un gruppo di amici spirituali, un piccolo sangha, risultato del karma passato e se sappiamo vivere questa meravigliosa opportunità sviluppando una fondamentale intenzione altruistica, con animo puro, senza aspettative, senza ricerca di tornaconto, costruiamo nel presente ulteriore karma positivo che darà immancabilmente i suoi frutti.
E’ fondamentale mantenere questa consapevolezza in qualsiasi azione quotidiana, ricordare sempre che ogni causa produce il conseguente effetto, positivo, negativo o neutro, è una legge naturale a cui nessuno può sottrarsi. Ecco perché nella spiritualità buddhista si è molto attenti alla questione del karma; con l’attitudine positiva, pura, altruistica, si accumulano molti meriti, cioè si costruisce oggi un buon karma che determinerà condizione favorevoli sia nell’immediato, con energia mentale e fisica positiva, che in un futuro prossimo o lontano.
L’accumulazione di meriti produce automaticamente sul piano intellettuale una conoscenza che si traspone in accumulazione di saggezza che a sua volta dovrà essere rielaborata e radicata a livello meditativo; non si accumulano meriti a seconda del grado di intelligenza, ma esclusivamente grazie al buon cuore, all’altruismo, alla purezza delle intenzioni fondate sulle prime tre pāramitā: generosità, etica e pazienza.
Il karma si costruisce dunque su questi due piani, l’accumulazione di meriti e lo sviluppo della saggezza.
E’ fondamentale avere fiducia nel karma che si manifesta in svariati modi e l’energia prodotta dalla pratica di generosità, etica e pazienza, genera nell’immediato una profonda, sottile e inalterabile gioia.
Fiducia nel Buddha, nel Dharma, nel Sangha, significa fiducia incondizionata nel karma, e se non lo si comprende non si è nemmeno in grado di conoscere la natura interdipendente dei fenomeni, ogni realtà perde il suo significo autentico tanto che, in questo caso, sarebbe più che lecito domandarsi che senso abbia meditare, trascorrere questo tempo insieme, attuare una qualsiasi pratica spirituale.
Conoscere il karma è conoscere la natura interdipendente della realtà, il passato, il presente e il futuro e tramite la pratica consapevole delle sei pāramitā: generosità, etica, pazienza, perseveranza entusiastica, concentrazione e saggezza, ci si affida ai tre gioielli: Buddha, Dharma e Sangha e si procede verso l’illuminazione.
Per predisporci con le migliori intenzioni a questo sentiero e introdurci all’incontro odierno, leggiamo insieme e meditiamo la stupenda preghiera di Metta Sutta (V. testi annessi pag. I)

(segue lettura)

Domanda: Alcuni considerano lo stato di povertà e le condizioni estremamente dolorose di alcune persone come conseguenza del loro cattivo karma maturato precedentemente e dunque giustificano le situazioni più ingiuste, è corretta questa interpretazione?
Lama: Assolutamente no, è completamente sbagliata e superfiale, prima di tutto perché nessuno di noi può conoscere il karma di un altro e inoltre il frutto maturato in questa vita può derivare da un seme lontanissimo, o rappresentare un passaggio di crescita necessario a quella persona, è un mistero in cui nessuno dall’esterno può entrare. La pratica del Dharma non ha nulla a che vedere con i beni terreni, con l’essere poveri o ricchi, il valore spirituale non può assolutamente essere misurato secondo parametri mondani. Tutti gli esseri soffrono e su questo è indispensabile riflettere e sviluppare la qualità dell’equanimità nella pratica dell’amore e compassione.
Domanda: Ma quando qualcuno si comporta male, matura un karma negativo e dunque dovrà pur essere punito in qualche modo...
Lama: Ognuno è responsabile per se stesso; attuando un comportamento negativo si generano immediatamente le condizioni di autopunizione condannandosi automaticamente ad una condizione infelice. Questo è un inevitabile fattore di causa effetto e noi dobbiamo soltanto solo offrire amore e compassione incondizionati, equanimi, mai giudicanti, e aiutare queste persone a comprendere il loro errore, in nessun caso potremmo sostituirci a loro.

Concludiamo la serata e ci ritroveremo domattina alle sette per la meditazione, grazie.



Natura della Mente


Iniziamo la giornata preparando la mente ad una buona accumulazione di meriti, prendiamo rifugio nei tre gioielli e riflettiamo sulla natura di bodhicitta, infine presentiamo l’offerta del mandala; recitiamo insieme la preghiera dei Quattro Pensieri Incommensurabili:
Come sarebbe meraviglioso se tutti gli esseri senzienti fossero equanimi, senza attaccamento né ostilità, non vicini a qualcuno e distanti da altri.
Possano dimorare nell’equanimità.
Io farò in modo che vi dimorino.
Vi prego, guru-divinità, concedetemi la vostra energia ispiratrice affinché io sia in grado di fare ciò.
Come sarebbe meraviglioso se tutti gli esseri senzienti avessero la felicità e le sue cause.
Possano essi averla.
Io farò in modo che la posseggano.
Vi prego, guru-divinità, concedetemi la vostra energia ispiratrice affinché io sia in grado di fare ciò.
Come sarebbe meraviglioso se tutti gli esseri senzienti fossero liberati dalla sofferenza e dalle sue cause.
Possano esserne liberati.
Io farò in modo che ne siano liberati.
Vi prego, guru-divinità, concedetemi la vostra energia ispiratrice affinché io sia in grado di fare ciò.
Come sarebbe meraviglioso se tutti gli esseri senzienti non fossero privi della gioia delle rinascite elevate o della liberazione completa.
Possano non esserne mai privi.
Io farò in modo che essi non ne siano separati.
Vi prego, guru-divinità, concedetemi la vostra energia ispiratrice affinché io sia in grado di fare ciò.”

Meditiamo ora la Pratica in Sette Rami (V. testi annessi pag. VII).

Oggi tenteremo di approfondire il concetto di natura della mente, un argomento certamente non facile ed estremamente articolato. Noi lo affronteremo dal punto di vista della crescita personale, dell’approfondimento interiore di amore e compassione, come praticanti, e non come accademici che devono teorizzare la definizione ottimale.
L’approccio corretto sottintende la necessità di individuare a priori la meta da raggiungere, in questo modo lo scopo è mirato, e se la nostra motivazione si fonda sulla compassione, l’obiettivo consiste nel conoscere e attuare la volontà di essere di aiuto e beneficio a tutti gli esseri senzienti, non ci prefiggiamo di ricevere miracolose iniziazioni di un particolare lignaggio, né di manifestare un altissimo livello di realizzazione, semplicemente ci concentriamo nell’essenza del Dharma, lo sviluppo del buon cuore.
Io non ho alcuna fiducia nelle trasmissioni magiche dei vari lignaggi, il Dharma è una realtà universale che appartiene a ognuno di noi, nessuno ne è escluso, dobbiamo soltanto cercarlo scavando in noi stessi, trovarlo, curarlo e farlo crescere, infatti il Buddha Sākyamuni non si stancava di ripetere: “io posso mostrarvi la via verso l’illuminazione, che però solo voi potete scoprire in voi stessi”, e mai ha pensato, né tantomeno affermato, di essere l’unico detentore della verità, anzi non si è mai stancato di insistere sull’assoluta e certa responsabilità personale di ogni singolo essere.
Per i discepoli del Buddha storico sono fondamentali i suoi insegnamenti, null’altro, tutte le pratiche esoteriche forse potrebbero essere destinate a poche persone che magari ne trarrebbero aiuto, ma noi concentriamoci sul Dharma che invece è per tutti, ugualmente presente nelle diverse espressioni autenticamente religiose: buddhismo, cristianesimo, induismo, islamismo, ebraismo… vie universali verso l’illuminazione in cui si manifestano Buddha e Bodhisattva secondo qualsiasi forma: maschile, femminile, giovane, infantile, anziana, debole, forte, in esseri analfabeti, intellettuali, barboni o professionisti affermati…
Definire i Buddha e i Bodhisattva una peculiarità del buddhismo significa utilizzare una terminologia assolutamente sbagliata, la stessa desinenza “ismo”, ovunque la si applichi, è in sé errata, dimostra separazione, divisione, limitazione.
In tibetano il buddhismo, il Dharma, è detto “chö” un vocabolo dal significato vasto, usato per indicare ogni atto virtuoso, tutto ciò che è di beneficio e riguarda l’umanità intera.
In queste conversazioni vorrei tentare di trasmettere ai miei amici italiani il significato autentico e profondo del Dharma, i metodi di applicarlo nella quotidianità, perché è una realtà già presente in ogni cultura e religione si tratta solo di scoprirla. Non vi sto insegnando il buddhismo inteso come qualcosa di separato e distinto da altre tradizioni culturali e religiose, ma come metodo di applicazione del Dharma secondo le vostre radici.
Il Buddha Sākyamuni, menziona in un sūtra le sue precedenti cinquecento vite come Bodhisattva, di cui, grazie all’onniscienza, ha avuto la chiara visione; per noi però conoscere le nostre esistenze passate o ipotizzare quelle future, magari affidandoci all’astrologia, è soltanto una inutile perdita di tempo e una sciocchezza gigantesca, poiché vivendo l’autentico Dharma nel cuore tutte queste preoccupazioni decadono naturalmente, l’unico obiettivo chiaro è quello di aspirare a diventare dei Bodhisattva al servizio incondizionato del prossimo.
E’ necessario essere sempre concreti in ogni pratica spirituale e coltivare le qualità autentiche piuttosto che affidarsi ad eventi miracolosi, perché altrimenti si finisce male, basta vedere ciò che è avvenuto in Tibet, paese in cui non esiste alcuna documentazione storica accertata dei fatti e l’unico studioso che tentò di analizzare e ordinare con metodo scientifico gli eventi fu fatto tacere e incarcerato per tre anni e, ancora oggi, ci si ostina a raccontare che il dharma è stato introdotto nel paese da un sūtra caduto dal cielo nel giardino del re, così come allo stesso modo vi sarebbe giunto il primo re.
La tradizione recita che il popolo tibetano sia nato dall’unione di una scimmia (come manifestazione di Avalokiteśvara) con lo spirito della montagna (come manifestazione di Tara), ma ovviamente la storia non può prendere in considerazioni simili leggende, eppure l’ignoranza imperante ha fatto si che quello studioso che presentò ipotesi concrete e contrarie a interpretazioni fantasiose fu condannato in quanto persona pericolosa.
Questa è una mentalità antica, a noi estranea e da cui non dobbiamo lasciarci incantare, mentre, concretamente, dobbiamo approfondire il significato originale ed effettivo dei sūtra; iniziamo dunque con una lenta e riflessiva lettura del sūtra del cuore. (V. testi annessi pag. II)

(segue lettura)
Ora leggiamo i Tre aspetti Principali del Sentiero (V. testi annessi pag. IV)

(segue lettura)

Il testo tibetano che sto consultando è un magnifico commentario, scritto da un umile monaco, sulla “Profonda Via di Mezzo” in cui si sottolinea la completezza dell’insegnamento del Buddha; il maestro ha affrontato ogni difficoltà, ha risposto ad ogni domanda, a volte con il silenzio, se questo era necessario, un silenzio eloquente nel rispetto della persona che poneva il quesito e che doveva potervi riflettere e cercare in sé la risposta prima di sentire spiegazioni dall’esterno. Il messaggio fondamentale del Buddha è la sua vita, come lo fu per Gandhi che diceva: “il mio messaggio è la mia vita”, e così deve essere per noi.
Il testo inizia con un atto di lode a Mañjusrī, guru perfetto che ognuno di noi può riconoscere nella purezza del cuore, la via che porta alla profonda visione della compassionevole saggezza, è un canto che procede dal riconoscimento dell’immenso valore della vita umana, condizione in cui si posseggono le capacità per raggiungere l’illuminazione.
Grazie alla condizione umana siamo in grado di sviluppare le qualità necessarie per essere autenticamente di aiuto a tutti gli esseri e dunque non possiamo sprecarla, dobbiamo ininterrottamente avere consapevolezza di ogni istante di esistenza vivendolo con ferma volontà e determinazione.
Sāntideva nel Bodhicaryāvatāra dice che la bodhicitta è l’alchimia che riesce a trasformare il nostro corpo in quello del Buddha, o quantomeno a infondere il massimo significato possibile alla nostra vita, ed è una riflessione estremamente profonda che non deve essere accolta con superficialità, in quanto riconosce che il Buddha, già in noi, deve semplicemente essere attivato e ciò può avvenire soltanto tramite l’espressione di bodhicitta, cioè del cuore compassionevole della mente del risveglio.
Sul piano filosofico si discute se la potenziale illuminazione sia preesistente in noi e che dunque debba solo essere svelata, oppure se, al contrario, sia necessario acquisirla in quanto non naturalmente presente, però la disquisizione tra le differenti scuole di pensiero è puramente teorica e rimane in superficie poiché entrambe esprimono nella sostanza, seppur con terminologia diversa, la stessa realtà. La base dell’essenza della forma comune ordinaria della nostra condizione umana è la forma illuminata.
E’ dunque fondamentale riconoscere l’incommensurabile valore della vita umana, pur non scordando mai la sua natura impermanente, sono due aspetti essenziali su cui non ci soffermiamo mai sufficientemente a riflettere poiché siamo costantemente disturbati e distratti dall’ingannevole visione di una realtà assolutamente opposta. Questo concetto è ben spiegato nei “Tre Aspetti Principali del Sentiero” (V. testi annessi pag. IV), in particolare alla seguente strofa si sottolinea il grande valore dell’esistenza umana:
“…Le circostanze favorevoli e la fortuna sono difficili da ottenere
e la vita non è lunga…”
Noi siamo fortunatissimi, in questa parte del mondo nulla ci manca e abbiamo tutte le possibilità per arricchire la nostra coscienza, non possiamo sprecare una simile occasione, anche perché tutto muta, è impermanente, limitato, nulla è per sempre e dunque ogni istante è prezioso.
“…familiarizzando con ciò, si elimina l’attaccamento alle apparenze di questa vita…”
Sono due livelli di attaccamento, uno relativo alle apparenze dell’attuale esistenza e l’altro a quelle future. Il primo tipo di attaccamento è ben radicato nel macroscopico inganno che ci fa percepire questa vita lunghissima, quasi fosse eterna, mentre è più breve di un soffio e soltanto eliminando questa visione errata e comprendendo che è simile a un sogno fugace possiamo essere davvero liberi.
“…Riflettendo costantemente sul karma e sui suoi inevitabili effetti
e sulle sofferenze del samsara,
si elimina l’attaccamento alle apparenze delle vite future…”
E’ dunque indispensabile chiarire la visione della realtà, vederne la natura di sogno impermanente, e lo si può fare attraverso la meditazione naturale, profonda, mai forzata, perché con il volontarismo e i denti stretti non si ottiene nulla di buono, senza serenità, pace, calma, la pratica non procede di un millesimo, bisogna abbandonare ogni pressione, aprire naturalmente il cuore compassionevole e accumulare meriti, il Dharma nasce dalla gioia.
Ogni forzatura indotta dal desiderio di raggiungere velocemente l’obiettivo prefisso è il più grande ostacolo in occidente dove tutto deve essere rapido, meccanico, efficiente. La nostra attitudine invece deve essere esattamente all’opposto, procedere lentamente, con calma, con serenità, praticare un piccolo Dharma ogni giorno, vivendo pienamente e consapevolmente la preziosa condizione umana nella giusta visione, non sprecando nulla.
Esaminiamo il quinto capitolo del Bodhicaryāvatāra “La sorveglianza della consapevolezza” in cui si insegna ad osservare la propria mente come in uno specchio e a proteggerla tramite l’introspezione.
Per proteggere la pratica di Dharma è necessario proteggere la propria mente e per proteggere la mente si deve applicare l’introspezione.


La sorveglianza della consapevolezza
  1. Chi desideri sorvegliare la sua pratica, deve sorvegliare con scrupolo la sua mente. E’ impossibile sorvegliare la pratica senza sorvegliare la mente distratta.
  2. Gli elefanti in calore che vagano selvaggi non provocano in questo mondo tanta devastazione quanta ne crea nell’ Avīcī e negli altri inferni quell’elefante vagabondo, la mente, lasciato libero. .
La mente è quell’elefante che, mancando della protezione dell’introspezione, vaga senza meta.
  1. Ma se l’elefante vagabondo, la mente, è impastoiato da ogni lato con la corda della presenza mentale, ogni pericolo svanisce e ne risulta la completa prosperità. .
L’introspezione che protegge la mente è supportata dall’altrettanto indispensabile consapevolezza che è, in questo contesto, la presenza mentale in grado di ritrovare la mente dispersa riconducendola alla sua naturale dimora in cui potrà riposare nella calma, nella conoscenza.
Introspezione e presenza mentale sono fattori chiave per proteggere la mente e tra loro inscindibilmente collegati e collaborativi.
  1. Così anche tigri, leoni, elefanti, orsi, serpenti, e tutti gli esseri maligni, e tutti i guardiani dell’inferno, orchesse demoni, .
  2. Tutti questi con il vincolo di un’unica mente sono vincolati, e tutti con il soggiogamento di un’unica mente sono soggiogati,
  3. Poiché tutte le paure e le incomparabili sofferenze sorgono dalla mente soltanto. Così è stato insegnato dal Maestro della realtà.
Il capitolo è lungo e dunque saltiamo alcuni versi:
  1. L’Onnisciente ha dichiarato che ogni recitazione e austerità, pur se praticate per un lungo periodo, sono del tutto inutili se la mente è concentrata su qualcos’altro o è ottusa.
  2. Coloro che non hanno sviluppato questa mente, che è nascosta e contiene la somma intera dei Dharma, girano in cerchio invano tentando di ottenere la felicità e distruggere la sofferenza.
  3. Perciò dovrei governare e sorvegliare bene la mia mente. Se lascio andare il voto di sorvegliare la mente, che ne sarà dei miei tanti altri voti?
Il voto di proteggere la mente è sufficiente, non occorre altro.
  1. Giungendo le mani, rendo questo atto di saluto a coloro che desiderano sorvegliare la loro mente. Con ogni vostro sforzo, vigilate su presenza mentale e consapevolezza.
Sāntideva ci sprona, ci supplica, in quanto esseri senzienti a mantenere sempre vigile la consapevolezza, la presenza mentale e a sviluppare la capacità, per quanto difficile possa essere, di osservare la mente, sia a livello analitico che meditativo, questo è l’Abhidharma.
Spiegare il concetto di Abhidharma non è facile, ma possiamo provarci, raggruppa le opere che appartengono al “terzo canestro”, l’Abhidharmapitaka, che analizza e classifica i fenomeni in base a parametri cosmologici dell’universo, metafisici e psicologici secondo la visione del canone del Buddha.
L’Abhidharma articola l’analisi nella conoscenza superiore suddividendola in cinque gruppi e settantacinque fenomeni; nel primo gruppo si esamina il fondamento della forma, sia visibile che invisibile, nel secondo il fondamento della mente principale, e nel terzo il fondamento della mente secondaria, il quarto e il quinto sono particolarmente complessi e avrei difficoltà a tradurre adeguatamente i concetti usando un linguaggio occidentale.
In linea di massima possiamo tentare un’esemplificazione indagando la differenza tra mente principale e secondaria in base alle diverse funzioni.
La capacità fondamentale della mente principale è la facoltà di conoscere la realtà nella sua generalità, senza la necessità di doversi addentrare nella specificità di attributi dipendenti da determinate condizioni.
Le facoltà della mente secondaria invece, focalizzano le specificità dell’oggetto esaminato.
La mente principale ha una conoscenza diretta del fenomeno e dunque non proietta l’immagine del fenomeno stesso.
Questo testo tibetano è davvero completo anche se tanto complesso che io stesso continuo a studiarlo con grande attenzione e non saprei davvero come tradurlo adeguatamente, ciò che conta però è che non dimentichiate mai la necessità di riflettere su ogni atto quotidiano con consapevolezza e presenza mentale.
Dobbiamo trasformare la nostra consueta visione della realtà, e applicarci nella pratica dei Tre Aspetti Principali del Sentiero.

Avremo modo di riprendere più volte queste meditazioni, Grazie a tutti.



Tranquillità interiore


Iniziamo con la recitazione del Cantico sulla Visione Mādhyamika con le Quattro Consapevolezze per ricevere la pioggia di Siddhi del settimo Dalai Lama(V. testi annessi pag. IX).

(segue lettura)

Questa è una pratica estremamente profonda e utile che deve essere scoperta e assimilata lentamente nella costante meditazione, mezzo indispensabile per capovolgere l’usuale visione errata della realtà, penetrandone invece i tre livelli della conoscenza.
Il primo livello di conoscenza si fonda sull’ascolto e sullo studio, il secondo sulla riflessione e contemplazione, il terzo sulla meditazione.
Il punto di partenza della pratica del Dharma è il riconoscimento della necessità di eliminare l’ignoranza fondamentale e ingannevole che ci mostra in modo errato gli eventi, e di concentrarsi e meditare ininterrottamente sulla preziosità della vita umana e sulla sua natura di impermanenza.
Un altro aspetto da prendere in considerazione è la percezione diffusa, indipendentemente dal proprio credo, di una realtà che continua misteriosamente dopo la morte fisica e che comunque è al di là della nostra volontà. Finché non avremo esaurito il samsāra dovremo rinascere e ciò avverrà in funzione al karma costruito, ai meriti accumulati o sprecati. Fino a quando, come si dice bene nel Mettā Sutta, non avremo raggiunto la liberazione saremo costretti all’inesauribile ciclo nella ruota samsarica.
Noi creiamo il karma secondo la conoscenza e accettazione delle Quattro Nobili Verità: la nobile Verità della Sofferenza, la nobile Verità della Causa della Sofferenza, la nobile Verità della Cessazione della Sofferenza, la nobile Verità del Sentiero che porta alla Cessazione della Sofferenza.
La prima nobile verità non è solo la presa d’atto dell’esistenza della sofferenza, ma anche la scoperta del suo valore che, nel riconoscimento delle sue cause, implica il riconoscimento del suo significato.
Il passaggio di esistenza in esistenza non avviene secondo i nostri desideri o illusioni, ma è conseguenza imprescindibile della seconda nobile verità, la causa della sofferenza, che si manifesta chiaramente nel karma e nell’attitudine mentale, fattori già inesorabilmente presenti nella prima nobile verità, della sofferenza, e palesi al momento stesso della nascita, uno dei dodici anelli dell’origine interdipendente.
Dalla nascita inizia l’invecchiamento, poi la malattia, infine la morte, quattro stadi di sofferenza insiti nella condizione degli esseri soggetti al mondo del desiderio, cioè il nostro, nessuno ne è escluso e se vi riflettiamo scopriamo che è davvero facile e naturale, partendo da questa base, sviluppare amore e compassione equanime.
Di fronte alle quattro inevitabili fasi di sofferenza tutto il resto diventa insignificante, minimo.
A questo punto però è necessario non fraintendere il termine “sofferenza” in genere interpretato in modo riduttivo e negativo come risultato delle proprie colpe, un pedaggio da pagare, assolutamente no, la natura di sofferenza è patrimonio dell’umanità, è la prima nobile verità, la si deve rispettare e accogliere con attenzione.
Ci sono tre tipi fondamentali di sofferenza, dal più grossolano al più sottile:
  1. la sofferenza della sofferenza, la più evidente e immediata, è un dolore fisico o qualsiasi evento chiaramente penoso;
  2. la sofferenza del cambiamento, questa è già più ingannevole e non immediatamente riconoscibile, come ad esempio l’assunzione di bevande alcooliche o droghe che danno una apparente e istantanea sensazione di felicità mentre in realtà provocano un dolore sempre più grande;
  3. la sofferenza della condizione, o onnipervasiva, è la più sottile, è l’insoddisfazione intrinseca alla vita, la tristezza che tutto permea, presente ininterrottamente fino a quando saremo nella condizione samsarica.
Per liberarsi dalla sofferenza è indispensabile realizzare la rinuncia pura, come è descritto nei Tre Aspetti Principali del Sentiero:
“…Le circostanze favorevoli e la fortuna sono difficili da ottenere
e la vita non è lunga,
familiarizzando con ciò, si elimina l’attaccamento alle apparenze di questa vita.
Riflettendo costantemente sul karma e sui suoi inevitabili effetti
e sulle sofferenze del samsara,
si elimina l’attaccamento alle apparenze delle vite future…”
Oltre al distacco dalle apparenze di questa vita dobbiamo sviluppare altrettanta rinuncia per quelle future. Non avrebbe alcun senso praticare il Dharma per ottenere rinascite più favorevoli, perché comunque finché siamo inchiodati al samsāra la sofferenza sarà sempre presente, il nostro obiettivo finale è l’illuminazione che ci libera e rende capaci di essere, con la bodhicitta, di beneficio a tutti gli esseri senzienti.
“…Se, avendo meditato in tal modo, non nasce nessun desiderio
per i piaceri dell’esistenza ciclica,
e se costantemente, giorno e notte, sorge un’aspirazione alla liberazione,
allora la rinuncia è stata generata…”
In questi versi è presentata la misura che ci permette di valutare quanto si sia realmente sviluppata la rinuncia.
“…Senza una rinuncia completamente pura,
non vi è modo di frenare l’ardente ricerca di piaceri nell’oceano dell’esistenza.
Inoltre, l’attaccamento all’esistenza ciclica imprigiona completamente gli esseri incarnati.
Quindi, sin dall’inizio, bisognerebbe cercare di realizzare la rinuncia…”
Queste sono le tre pratiche del Lam Rim, il sentiero graduale: il primo gradino è la rinuncia a questa vita in cui i benefici accumulati saranno finalizzati a ottenere migliori condizione per le prossime esistenze; nel secondo gradino questo aspetto è superato dalla rinuncia totale che concerne anche le vite future; infine, il terzo focalizza ogni intento allo sviluppo della bodhicitta, al desiderio di raggiungere l’illuminazione per poter essere di aiuto e beneficio a tutti gli esseri senzienti.
La rinuncia non deve essere considerata con leggerezza e superficialità, non è affatto facile realizzarla e non può prescindere in nessun modo dalla pratica preliminare che porta alla completa consapevolezza della preziosità della vita umana, dell’impermanenza della realtà, e della legge di causa effetto, il karma.
Senza una rinuncia completamente pura qualsiasi pratica diventa causa di samsāra, e dunque questa è la prima necessaria realizzazione che permette di liberare e aprire il proprio cuore alla bodhicitta, che è generosità fondata sull'autentica presa di coscienza della propria personale responsabilità nei confronti di tutti gli esseri.
Finalmente non ci si guarda più intorno al fine di cercare un colpevole; io, pienamente, sono responsabile degli accadimenti interni ed esterni, non attendo che le cose siano fatte da altri, ma agisco in prima persona, direttamente, indipendentemente dall’operato altrui, senza delegare né attendere nulla, e questa è la realizzazione completa della mia umanità.
Nella bodhicitta mi impegno dunque a voler eliminare la sofferenza di tutti gli esseri senzienti, ma in concreto, oggi, come posso affrontare questa condizione?
Prima di tutto è indispensabile analizzare la natura della sofferenza frutto del karma, delle afflizioni mentali, dunque dell’ignoranza che sorge dall’aggrapparsi al sé.
Il primo fondamentale passo è quello di liberare se stessi, se non conquisto questa condizione, come posso pensare di aiutare gli altri? Impossibile! dunque devo prima di tutto liberare me stesso nella rinuncia, poi potrò sviluppare la bodhicitta.
Con la rinuncia e la bodhicitta si accumulano meriti e si raggiunge la saggezza in grado di estirpare le radici dell’attaccamento al sé illusorio, quindi della sofferenza.



Silenzio della Mente


Riprendiamo con la meditazione dei “Tre Aspetti Principali del Sentiero”, abbiamo già visto la necessità di sviluppare la rinuncia, ora analizziamo la motivazione per cui è indispensabile andare oltre e sviluppare la bodhicitta:
“…Tuttavia, se questa rinuncia non viene unita alla generazione
di una completa aspirazione alla più alta illuminazione,
non diverrà causa della meravigliosa beatitudine dell’insuperabile Bodhi.
Perciò il saggio dovrebbe generare il supremo Bodhicitta.

Gli esseri samsarici vengono trascinati dalla corrente dei quattro potenti fiumi,
sono legati con le strette catene del karma, difficile da eliminare,
sono entrati nella gabbia di ferro dell’attaccamento al Sé,
sono completamente oscurati dalle fitte tenebre dell’ignoranza,

nascono nell’esistenza senza limiti, e nelle loro nascite
vengono incessantemente torturati dalle tre sofferenze.
Riflettendo in tal modo circa la condizione delle madri che si trovano in tale stato,
genera la suprema intenzione altruistica di divenire un Risvegliato…”
In questi versi è chiaro il percorso di liberazione che dobbiamo intraprendere, siamo strettamente imprigionati a causa del karma, delle illusioni mentali e dall’afferrarci al sé ingannevole e dunque è impossibile praticare il Dharma, camminare verso l’illuminazione, senza una rinuncia totale e se non si apre incondizionatamente il cuore agli altri.
La bodhicitta si articola su due livelli, il primo di aspirazione, con la consapevolezza della propria personale responsabilità e rivolto all’ideale di Bodhisattva; il secondo è invece un impegno concreto nell’attuazione delle sei pāramitā: generosità, etica, pazienza, perseveranza entusiastica, concentrazione, saggezza, tra loro così inscindibilmente correlate e integrate da non essere più sei, bensì trentasei.
Usando una metafora potremmo dire che il primo passaggio corrisponde al desiderio di andare e il secondo all’effettivo cammino. La pratica del Dharma, delle sei pāramitā, non può quindi in alcun modo essere disgiunta dalla vita quotidiana, dalle azioni più umili, ordinarie e banali, questo è il nostro compito umano.
E’ inutile cercare soluzioni all’esterno, scovare complicati rituali, costruirsi l’immagine di un dio a proprio uso e misura, dunque inevitabilmente falsa, è tutto tempo perso, l’unica via per liberarsi, illuminarsi, è abbandonare l’attaccamento al sé e praticare il Dharma.
Si cammina verso la saggezza mantenendo vigile l’introspezione e la consapevolezza, esattamente com’è dettagliatamente descritto nel quinto capitolo del Bodhicaryāvatāra di Sāntideva, questi due aspetti proteggono la nostra mente e ciò significa preservare il Dharma e migliorare il sé autentico.
Leggiamo ora qualche brano del capitolo ottavo del Bodhicaryāvatāra, “La perfezione dell’Assorbimento Meditativo” relativo precisamente alla meditazione sulla bodhicitta cominciando dal verso ottantacinquesimo:
  1. Così si rifuggano i desideri sensuali e si coltivi la gioia in solitudine nelle tranquille foreste prive di contese e conflitti.
  2. In deliziose radure rocciose rinfrescate dal balsamo di sandalo dei raggi lunari, che si estendono ampie come palazzi, passeggiano i fortunati, e le brezze silenziose e gentili della foresta soffiano lievemente su di loro, mentre essi meditano per il benessere degli altri.
  3. Rimanendo ovunque quanto si vuole, in una vuota dimora, ai piedi di un albero o nelle grotte, liberi dall’estenuazione di proteggere una casa, si vive come si vuole, liberi da ansie.
  4. Condotta e dimora dipendono da se stessi. Non legati a nessuno, si gode una felicità e una contentezza che anche per un re sono difficili da trovare.
  5. Sviluppando le virtù della solitudine in tali forme, pacificati i pensieri distratti, si sviluppi ora la mente del risveglio.
Così visse Sāntideva nell’ottavo secolo, oggi non sarebbe realistico pensare di potersi isolare completamente immersi in totale libertà e perfetta armonia con la natura, come fecero anche Milarepa e san Francesco d’Assisi, la società moderna non lo consentirebbe, ma, se è impossibile seguirne alla lettera l’esempio, è ugualmente importante trarne ispirazione per consolidare la pratica del Dharma trasformando completamente l’attitudine usuale con cui si affrontano le molteplici incombenze quotidiane.
  1. Dapprima si mediti attentamente sull’eguaglianza tra sé e gli altri modo seguente: “Tutti sperimentano ugualmente sofferenza e felicità. Dovrei occuparmi di loro come faccio per me”.
Nel Bodhicaryāvatāra è approfondita l’analisi delle molteplici possibilità per sviluppare la bodhicitta è un testo stupendo che non si finisce mai di studiare e comprendere.
Riflettiamo sugli argomenti analizzati oggi, rimaniamo assorti nel silenzio della mente e godiamo la gioia della meditazione.

(segue meditazione)

Dedichiamo ora tutti i meriti accumulati a beneficio di tutti gli esseri senzienti.




Visione di Māhamudhrā


Iniziamo l’incontro con la lettura dei testi fondamentali, “Tre Aspetti Principali del Sentiero”, “Sūtra del Cuore” e “Otto Versi di Trasformazione della Mente” (V. testi annessi).

Segue lettura

Dobbiamo riflettere attentamente sul significato completo del Dharma. Qui in occidente è importante e radicato il concetto del monoteismo, dell’anima, e dunque non lo potete trascurare, bensì è necessario averne rispetto e seria considerazione.
Tutte le discussioni, la ricerca di presunte differenze tra cristianesimo, buddhismo, induismo, anima, ātmā, anātma…. sono attività davvero futili e prive di qualsiasi senso e aumentano unicamente la confusione della mente.
Lo spirito, il cuore, è assolutamente identico in ognuno e non necessita di etichette, ciò che unicamente conta è la base comune di amore universale su cui edificare la propria umanità.
Rinunciare alle etichette discriminanti, agli impegni tanto affannosi quanto vuoti, alle preoccupazioni inutili e aprire il cuore a gentilezza, amore, compassione, è il miglior regalo che possiamo fare a noi stessi e, nella gioia aprire uno spazio all’anima pura rivolta a tutti gli esseri senzienti, trasformando così la propria vita nella consapevolezza del Dharma, nella pienezza dello spirito.
Le varie religioni, nel Dharma, perdono ogni possibile contraddizione e, al contrario, incrementano se stesse in un reciproco arricchimento.
Abbiamo già accennato al silenzio del Buddha che a fronte di certe domande taceva per non condizionare le scelte e responsabilità personali, ma esercitava anche un secondo tipo di silenzio, quello mantenuto dopo la sua illuminazione per quarantanove giorni nella solitudine della foresta, libero da condizionamenti mentali e consapevole che in quel momento il suo messaggio non sarebbe stato compreso. Soltanto successivamente, cedendo alle richieste dei discepoli, il Buddha ha trasmesso verbalmente gli insegnamenti meravigliosi che ancora oggi cerchiamo di capire e applicare.
Questo silenzio del Buddha è Māhamudhrā, termine sanscrito non da lui coniato in quanto ogni tentativo di definizione verbale era inevitabilmente riduttivo rispetto al suo profondissimo significato, e solo successivamente i suoi discepoli, nel tentativo di divulgare al meglio un insegnamento tanto prezioso, hanno sentito la necessità di catalogare, definire ogni cosa anche ciò che in realtà non può essere limitato dalla parola.
Māhamudhrā è stato tradotto nelle lingue occidentali come Grande Sigillo, segno impresso in perfetta equanimità a tutti i fenomeni in quanto portatori dell’essenza del Dharma.
Il Māhamudhrā ha due aspetti, del sūtra e tantrico, e la vacuità è trasversale ad entrambi.
In una citazione dell’Ornamento della Chiara Realizzazione di Maitreya si spiega che i Pratyekabuddha, cioè gli uditori, utilizzano la saggezza che conosce la natura definitiva del sé in quanto ricercatori del nirvāna e sono in una condizione che non corrisponde ancora alla completa illuminazione.
Invece coloro che aspirano a servire incondizionatamente gli esseri senzienti, i Bodhisattva, vogliono a questo scopo raggiungere l’illuminazione e la ottengono attraverso la saggezza della natura ultima del sentiero.
Infine ci sono i Buddha, gli illuminati, che posseggono una mente onnisciente che tutto comprende e sono dunque capaci di insegnare in qualsiasi circostanza e maniera secondo le necessità individuali di coloro a cui si rivolgono.
Tutti indifferentemente, i Pratyekabuddha, i Bodhisattva e i Buddha, provengono dalla stessa fonte, la Grande Madre, che è la Prajñāpāramitā, la perfezione della saggezza.
Nel sūtra del cuore si ribadisce che i Buddha dei tre tempi - passato, presente e futuro -hanno conseguito l’illuminazione tramite la Prajñāpāramitā che, dal punto di vista oggettivo è la natura di vacuità di tutti i fenomeni e da quello soggettivo la realizzazione della vacuità.
Ogni fenomeno è vacuità e questa stessa natura vacua è il grande sigillo condiviso da tutto l’esistente.
I Pratyekabuddha per raggiungere la liberazione personale, il nirvāna, hanno bisogno della Prajñāpāramitā, della perfezione della saggezza che conosce la vacuità dei fenomeni; i Bodhisattva per ottenere l’illuminazione in modo di poter essere di beneficio agli esseri senzienti devono avere la saggezza della conoscenza della natura di vacuità; gli stessi Buddha, gli illuminati, al fine di poter guidare e rispondere alle aspirazioni degli esseri fondano la loro azione sulla realizzazione completa della Prajñāpāramitā, dunque tutti i tre veicoli condividono il grande sigillo.
Il sūtra del cuore anche se riporta un dialogo mentale tra Avalokiteśvara e Sāripūtra è un insegnamento diretto e autentico del Buddha che, presso il picco dell’avvoltoio, con il Sangha di monaci e l’assemblea dei Bodhisattva, era entrato nel profondo assorbimento meditativo sulla natura di tutti i fenomeni, cioè sulla Māhamudhrā, il grande sigillo.
I Buddha nel Māhamudhrā manifestano la qualità di saper dare ad ognuno, singolarmente, gli insegnamenti a lui proporzionati.
Il sūtra del cuore è unanimemente riconosciuto come benedetto in quanto scaturito direttamente dalla benedizione del Buddha ed espresso dal Bodhisattva Avalokiteśvara che, immerso nella medesima meditazione profonda sulla saggezza, possiede uguali qualità e la stessa natura del Buddha. Ciò corrisponde all’indicazione del verso in cui si afferma che i Bodhisattva, coloro che vogliono raggiungere l’illuminazione per essere di beneficio a tutti gli esseri senzienti, sono in grado di realizzare il loro intento poiché fondano ogni azione sulla Prajñāpāramitā, ecco perché Avalokiteśvara qui si mostra come Bodhisattva e non come Buddha completamente realizzato, infatti non si presenta nella forma di divinità con quattro braccia mille occhi…, ma come essere umano.
Sāripūtra, che in questo contesto rappresenta il praticante solitario dell’Hinayāna alla ricerca di risposte concrete, pone la questione fondamentale ad Avalokiteśvara su come ci si debba impegnare nella perfezione della saggezza.
Tutti i praticanti, sia dell’Hinayāna che del Mahāyāna e gli stessi Buddha condividono indistintamente la profonda perfezione della saggezza, dunque il grande sigillo è ciò che unisce, non discrimina e permette ad ognuno di realizzare il proprio desiderio. Una citazione tibetana afferma che esternamente si deve apparire come un praticante Hinayāna, ma internamente si debbono possedere le realizzazioni Mahāyāna della Bodhicitta e della Māhamudhrā, in quanto la combinazione dei due aspetti corrisponde all’armonia dell’insegnamento del Buddha.
Da ciò è evidente che tutte le divisioni costruite a posteriori, la presunzione di possedere la verità unica a scapito di ipotetici errori altrui, è un atteggiamento davvero assurdo e pone al di fuori da ogni spiritualità autentica e dal buddhismo sicuramente dato che l’insegnamento del Buddha è pura armonia ed equanimità.
Ancora oggi in Tibet continuano le discussioni tra le quattro scuole e ci sono conflitti veramente stupidi e insensati relativi alle reincarnazioni dei tülku o ai vari protettori, ma chi pratica genuinamente il Dharma è assolutamente estraneo a queste questioni negative e mondane che nulla hanno a che fare con la spiritualità.
Il Māhamudhrā è veramente il Dharma universale, perché è al di sopra di ogni discriminazione, dimora in ognuno di noi, le diversità dipendono unicamente dalle caratteristiche, dalle inclinazioni mentali del singolo individuo, ma lo scopo è per tutti lo stesso.
Nel Vinayapitaka, il “canestro della disciplina monastica” si narra di un re che ebbe dieci sogni particolari e in uno di questi apparivano monaci che combattevano tra loro finendo per strappare una tonaca in diciotto pezzi; il re, scosso dalla visione, ne chiese spiegazione e gli fu risposto che questi sogni erano segni premonitori di accadimenti posteriori al passaggio terreno del Buddha Sākyamuni, i diciotto lembi di stoffa corrispondevano alle diciotto correnti in cui si sarebbe diviso il Sangha monastico, ma questo non doveva essere interpretato in modo negativo, perché tutte, indistintamente, erano parte dell’insegnamento del Buddha.
Il Sangha si è frazionato in quattro gruppi principali a loro volta suddivisi in diciotto sottogruppi. Il Buddha ha dato un insegnamento orale che poi è stato tramandato e trascritto in molti paesi in cui l’applicazione esteriore della pratica, le regole, hanno assunto connotati consoni alle esigenze del luogo, la sostanza però è assolutamente identica, e dunque è necessario avere uguale rispetto per tutte le scuole senza reputarne una superiore o migliore dell’altra, lo stesso vale per le varie religioni e qualsiasi discriminazione, o pretesa di superiorità, è una vera sciocchezza, un’illusione che deve essere sradicata tramite visione equanime della stessa natura di tutte le cose.
Il grande sigillo è ugualmente presente in ogni espressione spirituale e oggi abbiamo sfiorato argomenti così difficili non pensando di ottenere in questo modo l’illuminazione, ma almeno per ricevere qualche buona impronta.
Il nostro impegno, l’accumulazione di meriti, consiste prima di tutto nell’imparare a proteggere la mente nell’introspezione e nella consapevolezza, individuando e controllando il nemico numero uno, l’ego. Da qui nasce l’amore e la compassione, fondamento universale del Dharma, il sigillo della nostra esistenza.

Grazie a tutti.

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TESTI ANNESSI

METTA SUTTA

Questo dovrebbe fare chi pratica il bene e conosce il sentiero della pace:
essere abile e retto,
chiaro nel parlare,
gentile e non vanitoso,
contento e facilmente appagato;
non oppresso da impegni e di modi frugali,
calmo e discreto,
non altero o esigente;
incapace di fare ciò che il saggio poi disapprova.

Che tutti gli esseri vivano felici e sicuri:
tutti, chiunque essi siano,
deboli e forti,
grandi o possenti,
alti, medi o bassi,
visibili e non visibili,
vicini e lontani,
nati e non nati.

Che tutti gli esseri vivano felici!
Che nessuno inganni l'altro,
né lo disprezzi,
né con odio o ira desideri il suo male.

Come una madre protegge con la sua vita suo figlio, il suo unico figlio,
così, con cuore aperto, si abbia cura di ogni essere,
irradiando amore sull'universo intero;
in alto verso il cielo,
in basso verso gli abissi,
in ogni luogo, senza limitazioni,
liberi da odio e rancore.

Fermi o camminando,
seduti o distesi,
esenti da torpore,
sostenendo la pratica di Metta;
questa è la sublime dimora.

Il puro di cuore,
non legato ad opinioni,
dotato di chiara visione,
liberato da brame sensuali,
non tornerà a nascere in questo mondo.



Il Cuore della Perfezione della Saggezza”
Il titolo sanscrito è : Bhagavati1 Prajna Paramita Hridaya2

La traduzione italiana di questo testo, con le note, è stata redatta dall’ Istituto Lam Rim di Roma dal testo originale in tibetano e con l’ausilio delle traduzioni inglesi

Così una volta udii:
Il Bhagavan3 dimorava a Rajagrha4, presso il Picco dell’Avvoltoio5, con un gran numero di Arhat6 e un gran numero di Bodhisattva7 e a quel tempo il Bhagavan era entrato nell’assorbimento meditativo8 sulla varietà dei fenomeni9 chiamato “percezione profonda”10. In quello stesso tempo, l’arya11 Avalokitesvara12, il Bodhisattva mahasattva13, era assorto nella stessa pratica della profonda perfezione della saggezza14 e vide che anche i cinque aggregati15 sono vuoti di natura intrinseca16.
Quindi, tramite l’ispirazione del Buddha, il venerabile bikshu17 Shariputra18 si rivolse all’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva19 e gli disse: “come deve addestrarsi un figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza?”
Quando fu detto questo, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, rispose al venerabile bikshu Shariputra e disse: “Shariputra, ogni figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva20, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza, dovrebbe vedere chiaramente nel seguente modo: dovrebbe vedere distintamente che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca”.
“La forma è vuota, la vacuità è forma; la vacuità non è altro che forma, la forma non è altro che vacuità. Allo stesso modo sono vuote le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza. Quindi, Shariputra, tutti i fenomeni sono vacuità; essi sono privi di caratteristiche peculiari; non sono nati, non cessano; non sono contaminati, non sono incontaminati; non sono incompleti e non sono completi.”
“Quindi, Shariputra, nella vacuità non c’è forma, né sensazioni, né percezioni, né formazioni mentali, né coscienza. Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente. Non c’è forma, né suono, né odore, né gusto, né oggetti concreti, né oggetti mentali. Non c’è nessun elemento visivo, così fino a nessun elemento mentale fino a includere nessun elemento della coscienza mentale. Non c’è ignoranza, non c’è estinzione dell’ignoranza, e così fino a nessun invecchiamento e morte, e nessuna estinzione dell’invecchiamento e della morte. Allo stesso modo, non c’è sofferenza, origine, cessazione o sentiero; non c’è saggezza, né ottenimento e neppure mancanza di ottenimento.”
“Quindi, Shariputra, poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti, si basano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non avendo oscuramenti nelle loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati totalmente oltre l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana21. Tutti i Buddha che dimorano nei tre tempi hanno ottenuto il pieno risveglio dell’insuperabile, perfetta illuminazione, basandosi su questa profonda perfezione della saggezza”.
“Quindi, si dovrebbe sapere che il mantra22 della perfezione della saggezza – il mantra della grande conoscenza, il mantra supremo, il mantra uguale a ciò che non ha uguale, il mantra che fa tacere tutte le sofferenze – è vero perché non è ingannevole. Si proclama il mantra della perfezione della saggezza:
TADYATHA GATE’ GATE’ PARAGATE’ PARASAMGATE’ BODHI SVAHA
Shariputra, così i Bodhisattva mahasattva dovrebbero addestrarsi alla profonda perfezione della saggezza”.
Quindi, il Bhagavan si svegliò dal suo assorbimento meditativo e lodò l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, dicendo che era eccellente.
“Eccellente! Eccellente! Figlio del lignaggio dei Bodhisattva, è proprio così; dovrebbe essere così. Bisogna praticare la profonda perfezione della saggezza proprio così come hai rivelato. Perciò anche i Tathagata23 se ne rallegreranno”.
Come il Bhagavan pronunciò queste parole, il venerabile bikshu Shariputra, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, insieme all’intera assemblea, inclusi i mondi degli dei, degli umani, degli asura24 e dei gandharva25, tutti gioirono e lodarono ciò che il Bhagavan aveva detto.




I tre Aspetti Principali del Sentiero

Testo insegnato dall’erudito monaco Lobsang (Tsong Khapa ) a Tsa Kho Vonpo Ngawang Drakpa.
Traduzione inglese e note a cura di Geshe Gedun Tharchin - La traduzione italiana è stata effettuata dall’Istituto Lam Rim di Roma.


Porgo omaggio ai venerabili Lama.26

Spiegherò, come meglio posso,
il significato essenziale di tutte le Scritture del Buddha,
il sentiero lodato dagli eccellenti Bodhisattva27,
la via d’accesso per il fortunato che anela alla liberazione.28

Coloro che non sono attaccati ai piaceri dell’esistenza mondana29,
coloro che si sforzano per rendere utili le circostanze favorevoli e la fortuna30,
coloro che propendono per il sentiero che compiace Buddha ,
questi fortunati31 dovrebbero ascoltare con mente attenta.

Senza una rinuncia32 completamente pura,
non vi è modo di frenare l’ardente ricerca di piaceri nell’oceano dell’esistenza33.
Inoltre, l’attaccamento all’esistenza ciclica imprigiona completamente gli esseri incarnati.
Quindi, sin dall’inizio, bisognerebbe cercare di realizzare la rinuncia.

Le circostanze favorevoli e la fortuna sono difficili da ottenere
e la vita non è lunga,
familiarizzando con ciò, si elimina l’attaccamento alle apparenze di questa vita.
Riflettendo costantemente sul karma e sui suoi inevitabili effetti
e sulle sofferenze del samsara34,
si elimina l’attaccamento alle apparenze delle vite future35.

Se, avendo meditato in tal modo, non nasce nessun desiderio
per i piaceri dell’esistenza ciclica,
e se costantemente, giorno e notte, sorge un’aspirazione alla liberazione,
allora la rinuncia è stata generata.

Tuttavia, se questa rinuncia non viene unita alla generazione
di una completa aspirazione alla più alta illuminazione36,
non diverrà causa della meravigliosa beatitudine dell’insuperabile Bodhi37.
Perciò il saggio dovrebbe generare il supremo Bodhicitta38.

Gli esseri samsarici vengono trascinati dalla corrente dei quattro potenti fiumi39,
sono legati con le strette catene del karma40, difficile da eliminare,
sono entrati nella gabbia di ferro dell’attaccamento al Sé41,
sono completamente oscurati dalle fitte tenebre dell’ignoranza,

nascono nell’esistenza senza limiti, e nelle loro nascite
vengono incessantemente torturati dalle tre sofferenze42.
Riflettendo in tal modo circa la condizione delle madri43 che si trovano in tale stato,
genera la suprema intenzione altruistica di divenire un Risvegliato44.

Se non possiedi la saggezza45 che comprende la vera natura delle cose46,
sebbene tu abbia sviluppato la rinuncia e il Bodhicitta,
la radice del samsara47 non può essere estirpata.
Quindi, impegnati intensamente per realizzare l’origine interdipendente48.

Colui che vede come inevitabile la realtà di causa ed effetto di tutti i fenomeni
nel samsara e nel nirvana49,
distrugge totalmente ogni percezione errata
ed è entrato nel sentiero che compiace i Buddha.
Fin quando le due realizzazioni, quella delle apparenze,
ovvero l’inevitabilità dell’origine interdipendente50
e quella della Vacuità, ovvero la non-asserzione51,
vengono considerate separate, non vi è ancora la realizzazione
del pensiero di Buddha Shakyamuni52.
Quando le due realizzazioni esistono simultaneamente, senza alternarsi,
e la semplice percezione dell’inevitabilità dell’origine interdipendente eliminerà
la concezione di un’esistenza intrinseca,
allora l’analisi della visione53 è completa.

Inoltre, l’estremo dell’esistenza54 è eliminato dall’apparenza55,
e l’estremo della non-esistenza56 è eliminato dalla Vacuità57.
Se comprenderai che la Vacuità appare come causa ed effetto,
non sarai preda delle visioni estremiste58.

Quando avrai realizzato correttamente
i punti essenziali dei tre aspetti principali del sentiero59,
dimora in solitudine e genera il potere della perseveranza entusiastica60.
Raggiungi presto la tua meta finale61, figlio mio62.



PRATICA DEI SETTE RAMI

Oh leoni fra gli uomini, Buddha passati, presenti e futuri, a quanti di voi esistono nelle dieci direzioni, mi prostro con corpo, parola e mente.
Sulle onde della potenza di questa regina delle preghiere, per i metodi supremi e sublimi con corpi numerosi come gli atomi del mondo, mi prostro ai Buddha che pervadono lo spazio.
In ogni atomo si trova un Buddha che siede tra gli innumerevoli figli di Buddha; con sguardo fiducioso mi rivolgo ai Vittoriosi che riempiono l’intero Dharmadhātu.
A coloro che hanno infiniti oceani di eccellenza, con un oceano di prodigiosa parola canto lodi alla grandezza di tutti i Buddha: un elogio a coloro che sono andati nella beatitudine.
Offro loro ghirlande di fiori, parasoli decorati, musiche piacevoli e profumi eccelsi; offro a tutti i Vittoriosi lampade al burro e sacro incenso purissimo.
Cibo eccellente, fragranze supreme e un cumulo di sostanze mistiche alto come il monte Meru dispongo in un ordine speciale e offro a coloro che hanno conquistato se stessi.
Elevo tutte le offerte impareggiabili con ammirazione per coloro che sono andati nella beatitudine con la forza della fede nei metodi sublimi, mi prostro e faccio offerte ai Conquistatori.
Da lungo tempo, sopraffatto da attaccamento, odio e ignoranza, con il corpo, la parola e la mente ho compiuto innumerevoli azioni negative. Ora le confesso tutte senza omissioni.
Nelle perfezioni dei Buddha, Bodhisattva, Arhat, sul sentiero e nella potenziale bontà di tutti gli esseri viventi, elevo il mio cuore e gioisco.
Oh luci dell’universo, Buddha che otteneste lo stato dell’illuminazione incontaminato, a tutti voi rivolgo questa richiesta: fate girare l’incomparabile “ruota del Dharma”.
Oh maestri che volete mostrare il Parinirvāna, vi prego di restare con noi e insegnare per tanti eoni quanti sono i granelli di polvere, per portare gioia e virtù a tutti gli esseri.
Possa qualunque merito accumulato tramite queste prostrazioni, offerte, purificazioni, rallegrandomi e chiedendo ai Buddha di rimanere e insegnare il Dharma, essere dedicato all’illuminazione suprema e perfetta, affinché, al più presto, io liberi dalla sofferenza tutti gli esseri.”




OTTO VERSI DELLA TRASFORMAZIONE DELLA MENTE
Considerando tutti gli esseri senzienti
superiori alla gemma che esaudisce i desideri
per realizzare il fine supremoi
possa io costantemente prenderli a cuore.

Quando sarò con gli altri,
riterrò me stesso come il meno importante,
e mi prenderò cura di loro fin nel profondo del cuore
come se ognuno fosse il più elevato degli esseri.

Vigile, ogni volta che sorge un’emozione negativaii
Che possa nuocere me o gli altri,
l’affronterò e l’eliminerò
senza indugio.

Vedendo esseri in preda alla malvagità
Intenti a violente azioni negativeiii, sopraffatti da sofferenzeiv,
avrò sempre cura di tali creature così rare,
come se avessi trovato un tesoro prezioso.

Quando altri, per invidia, mi maltratteranno,
mi insulteranno o faranno cose simili,
accetterò la sconfitta e offrirò la vittoria.

Quando qualcuno a cui ho fatto del bene
e in cui ho riposto grandi speranze
mi infligge un danno terribile,
lo considererò il mio santo amico spiritualev.

(ripetere 3 volte) In breve, direttamente e indirettamente, offro
ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madrivi;
possa io segretamente prendere su di me
tutte le loro azioni negative e sofferenze.

Possa la pratica non essere mai contaminata dalle idee causate
dalle otto preoccupazioni mondanevii,
e, consapevole che tutte le cose sono illusorie,
possa io, privo di attaccamento, essere libero dal samsaraviii.


NOTE: “Gli otto versi della trasformazione della mente” appartengono ad un importantissimo testo scritto da Kadampa Geshe Langri Tangpa, (XII° secolo) e fanno parte degli insegnamenti Lo Jongix. Il poema fu composto nel periodo in cui in Tibet prosperava la scuola Kadam. - La traduzione italiana è stata effettuata dall’Istituto Lam Rim di Roma.




CANTICO SULLA VISIONE MĀDHYAMIKA CON LE QUATTRO CONSAPEVOLEZZE PER RICEVERE LA PIOGGIA DI SIDDHI DEL SETTIMO DALAI LAMA

Questa speciale istruzione venne data direttamente da Mañjusrī al maestro Tsong-Khapa. Il cantico spirituale su come mantenere le quattro consapevolezze, unito ad un’istruzione sulla meditazione sulla visione della vacuità, è stato composto dal monaco buddhista Kelsang Gyatso per creare la predisposizione alla corretta visione in sé e negli altri. Versione italiana a cura dell’istituto Lam Rim, Roma.
***
Ge leg phel

  1. La Consapevolezza del Guru, del vero Maestro spirituale

Sull’immutabile sede
Dell’unione di Metodo e Saggezza,
Siede il Maestro gentile,
L’Incarnazione di tutti i rifugi,
Un Buddha che ha completato l’abbandono e la realizzazione.
Avendo abbandonato ogni concezione errata verso Lui,
Pregalo con concezione pura.
Non lasciando divagare la tua mente poni in Lui fede e rispetto,
Con Consapevolezza.


  1. La Consapevolezza della Compassione

Nella prigione della sofferenza del samsara vagano gli esseri di sei tipi, privi di felicità.
Li vi sono i genitori che ci hanno nutrito con grande gentilezza.
Abbandonando l’attaccamento e l’avversione,
Medita con amore e compassione,
senza lasciare che la tua mente divaghi
Mantienila salda nella compassione,
Senza dimenticarti
Mantienila salda nella compassione.


3. La Consapevolezza della Divinità

Nel Divino Palazzo della grande beatitudine
Piacevole a provarsi,
Risiede il corpo della divinità:
Il corpo di se stessi
Con aggregati ed elementi puri.
Una divinità personale inseparabile
Dai tre corpi vi si trova.
Senza concepirli come ordinari,
Coltiva l’identità e il sembiante divini.
Senza lasciare che la tua mente divaghi,
Ponila nel profondo e luminoso
Senza scordarti
Mantienila nel profondo e luminoso.


4. La Consapevolezza della Visione della Vacuità

Il mandala di tutti gli oggetti della conoscenza
Che vengono percepiti o che esistono
E’ pervaso dalla chiara luce,
Che è la realtà ultima.
Un inesprimibile, reale modo d’esistenza
E’ li presente.
Abbandona le elaborazioni concettuali,
Osserva la natura della Vacuità.
Senza lasciare la tua mente divagare,
Ponila in ciò che è,
Senza distrarti,
Mantienila in ciò che è.

Nel congiungimento delle molteplici apparenze
Delle sei coscienze,
Si vede la confusione dell’apparenza dualistica di fenomeni insostanziali, senza base,
Là inganno e magia.
Senza concepirla come vera
Osserva la natura della Vacuità.
Senza che la tua mente divaghi,
Ponila nell’apparenza e Vacuità.
Senza distrarti,
Mantienila nell’apparenza e Vacuità.



1 Bhagavati: (termine sanscrito, in tibetano: gyal wai yum) Madre Buddha, si riferisce alla “Saggezza della Perfezione”, che è la madre in quanto causa fondamentale dell’illuminazione.
2 Bhagavati Prajna Paramita Hridaya: (sanscrito) il cuore della Bhagavathi, la perfezione della saggezza.
3 Bhagavan: (termine sanscrito, in tibetano: chom dhen de) titolo generalmente attribuito a un essere illuminato; letteralmente significa “colui che ha completamente illuminato gli ostacoli e possiede tutte le qualità”; sinonimo di “Tathagata” (sanscrito) e di “de war sheg pa” (tibetano) nel senso di “colui che ha raggiunto lo stato di piena calma e piena illuminazione”. In questo brano ci si riferisce al Buddha Shakyamuni.
4 Rajagrha: (termine sanscrito, in tibetano: gyal poe khab) luogo nel quale si erge un palazzo reale.
5 Picco dell’Avvoltoio: montagna con la cima a forma di avvoltoio; luogo in cui venne impartito il sutra secondo la tradizione. Viene identificato popolarmente in una collina vicino a Rajagrha, nello stato indiano del Bihar.
6 Arhat: (termine sanscrito, in tibetano: dra chom pa) colui che ha raggiunto il Nirvana. Detto anche Sravaka o Pratyekabuddha. Nel testo originale tibetano il termine è Bikshu, ma si intende Arhat.
7 Bodhisattva: (termine sanscrito, in tibetano: Jang chub sem pa). Essere che possiede il Bodhicitta.
8 Assorbimento meditativo: (in sanscrito: samadhi, in tibetano: ting nge zin) una forma di meditazione.
9 Varietà dei fenomeni: (in tibetano: choe kyi nam drang) i 5 aggregati (forme, percezioni, formazioni mentali e della coscienza); le 12 fonti dei sensi (le sei sorgenti dei sensi e le sei facoltà); i 18 elementi ( le sei sorgenti dei sensi, le sei facoltà e le sei coscienze); i 12 anelli della catena dell’origine interdipendente (Ignoranza, Azione volontaria, Coscienza, Nome e Forma, Sorgenti dei sensi, Contatto, Sensazioni, Attaccamento, Brama, Concepimento, Nascita, Invecchiamento e Morte); le 4 Nobili Verità (la Verità della sofferenza, la Verità delle cause della sofferenza, la Verità della cessazione e la Verità del sentiero); i 5 sentieri (Accumulazione, Preparazione, Visione, Meditazione e Non-più-apprendere); le 4 fiducie; i 10 poteri di Buddha; ecc…
10 Percezione Profonda: (in tibetano: zab mo nhang wa) vedere la vera e profonda realtà ultima dei fenomeni.
11 Arya: (termine sanscrito, in tibetano: Phag pei Gang zag) un Essere superiore che ha raggiunto la saggezza della diretta realizzazione della vacuità o che ha seguito il sentiero in uno dei veicoli.
12 Avalokitesvara: (termine sanscrito, in tibetano: Chen re zig) conosciuto come il “Buddha della compassione”.
13 Bodhisattva mahasattva: (termine sanscrito, in tibetano: jang chub sem pa sem pa chen po) Bodhisattva di ordine superiore o che ha conseguito il sentiero dei Bodhisattva o il sentiero mahayana della visione.
14 La pratica della profonda perfezione della saggezza: (in tibetano: she rab kyi pha rol du chin pai zab moi chod pa).
15 I cinque aggregati: (in sanscrito: skandha, in tibetano: phung po ngha) Forme, Sensazioni, Percezioni, Formazioni mentali, e della Coscienza.
16 Vuoti di esistenza intrinseca: (in tibetano: ran shin gyi tong pa).
17 Venerabile Bikshu: (in tibetano: thse dan dhen pa) titolo attribuito a un bikshu con mente sveglia e intelligente
18 Shariputra: figlio di Sharit, conosciuto come bikshu dalla mente acuta fra i discepoli di Buddha Shakyamuni.
19 Arya Avalokitesvara Bodhisattva mahasattva: (temine sanscrito, in tibetano: jang chub sem pa sem pa chen po phags pa chen re zig) si riferisce a un singolo individuo conosciuto come Bodhisattva mahasattva Avalokitesvara, diverso dal “Buddha della compassione” Avalokitesvara. Qui infatti viene identificato come un Bodhisattva sotto le sembianze di un bikshu, Bodhisattva, mahasattva e arya.
20 Figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva: (in tibetano: rigs kyi bu vam rigs kyi bumo).
21 Nirvana: (termine sanscrito, in tibetano: Nyang De) essere andato oltre la sofferenza.
22 Mantra: (termine sanscrito, in tibetano: yid kyob) che protegge la mente.
23 Thatagata: (termine sanscrito) sinonimo di Bhagavan.
24 Asura: (termine sanscrito, in tibetano: lha ma yin) semi-dei che appartengono posto tra quello degli umani e degli dei.
25 Gandharva: (termine sanscrito, in tibetano: di zha) esseri senza forma, che vivono nutrendosi di odori.
26 Lama: (termine tibetano, in sanscrito guru) guida o maestro spirituale. Letteralmente: “ricco di qualità spirituali”.
27 Bodhisattva: (termine sanscrito) colui che possiede la Bodhicitta.
28 Liberazione: (in sanscrito moksha) eliminazione di tutte le emozioni afflittive o illusioni, ottenimento dello stato di Arhat, il sentiero della fine dell’apprendimento del sarvabuddha e del pratyekabuddha
29 Piaceri dell’esistenza mondana: piaceri dominati dall’attaccamento ai piaceri dei sensi.
30 Circostanze favorevoli e fortuna: avere buone opportunità e condizioni per praticare il Dharma.
31 Fortunati: coloro che hanno incontrato il Dharma e sono capaci di praticarlo.
32 Rinuncia: autentica intenzione di abbandonare il Samsara e raggiungere il Nirvana.
33 Oceano dell’esistenza: (in sanscrito samsara, in tibetano khor wa) attaccamento alle apparenze di questa vita, interesse per gli aspetti riguardante la vita presente.
34 Samsara: (termine sanscrito) gli aggregati impuri di un essere senziente, che da tempo senza inizio hanno dato luogo al ciclo di morte e rinascita a causa dell’illusione e del karma, e hanno reso gli esseri senzienti carichi delle sofferenze dei sei regni fisici/spirituali.
35 Attaccamento alle apparenze delle vite future: interesse per gli aspetti riguardanti le prossime vite nel samsara.
36 Aspirazione alla più alta illuminazione: (in sanscrito Bodhicitta, in tibetano jang chub kyi sem).
37 Insuperabile Bodhi: lo stato di Buddha.
38 Bodhicitta: (termine sanscrito) autentica aspirazione a raggiungere la completa illuminazione allo scopo di portare tutti gli esseri senzienti allo stato di completa illuminazione.
39 Quattro potenti fiumi: rinascita, invecchiamento, malattia e morte.
40 Karma: (termine sanscrito, in italiano azione, in tibetano les) una sottile impronta nel continuum mentale proveniente da esperienze precedenti, la quale da impulsi ad azioni mentali e fisiche.
41 Attaccamento al Sé: (in tibetano dag zin): percezione errata che si attacca all’idea di un Sé o di un Io intrinsecamente esistente.
42 Tre sofferenze: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza della condizione.
43 Madri: tutti gli esseri senzienti, i più cari, quelli che hanno recato più benefici.
44 Intenzione altruistica di divenire un Risvegliato: in questo contesto si riferisce al Bodhicitta.
45 Saggezza: realizzazione della Vacuità.
46 La vera natura delle cose: la realtà ultima dell’esistenza delle cose, vacue di un’esistenza intrinseca.
47 Radice del Samsara: l’ignoranza, il non vedere la verità, opposta alla saggezza.
48 Origine interdipendente: (in tibetano ten byung) la realtà dell’esistenza delle cose e degli eventi, che esistono in modo interdipendente.
49 Nirvana: al di là della sofferenza, cessazione della sofferenza.
50 Apparenze, ovvero l’inevitabilità dell’origine interdipendente: realtà convenzionale o verità convenzionale.
51 Vacuità, ovvero la non-asserzione: realtà ultima o verità ultima.
52 Pensiero del Buddha Shakyamuni: la natura non duale delle due verità.
53 Visione: realtà ultima.
54 Estremo dell’esistenza: l’idea che le cose esistano solo in maniera intrinseca o da sé.
55 Apparenza: Visione comune.
56 Estremo della non-esistenza: l’idea che le cose non esistano, se non in maniera intrinseca.
57 Vacuità: la vera natura dei fenomeni, non esistenti in maniera intrinseca.
58 Visioni estremiste: Nichilismo ed Eternalismo.
59 I tre aspetti principali del sentiero: Rinuncia, Bodhicitta e Saggezza.
60 Perseveranza entusiastica: sforzo gioioso nella pratica del Dharma.
61 Meta finale: illuminazione completa, stato di Buddha .
62 Figlio mio: in maniera diretta, si riferisce a Tsakhowa Ngawang Dakpa; in maniera indiretta a coloro che desiderano realizzare i tre aspetti principali del sentiero.
i Fine supremo: lo stato di completa illuminazione, lo stato di Buddha.
ii Emozione negativa: (in tibetano nyon mong) le contaminazioni mentali quali rabbia, attaccamento, ignoranza
iii Azioni negative: (in tibetano dig pa) una disposizione mentale causata da un’azione negativa commessa.
iv Sofferenze: (in pali dukkha) la verità della Sofferenza, che ha tre livelli: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza del samsara.
v Amico spirituale: (in tibetano ge wei she nyen, Geshe) colui che aiuta a fare azioni virtuose.
vi Madri: - tutti gli esseri senzienti sono state nostre madri. – La persona più cara e quella più giovevole.
vii Otto preoccupazioni mondane: le idee generate dal guardare attraverso gli occhi dell’attaccamento e dell’avversione, sono: piacere e dispiacere, vittoria e perdita, lode e biasimo, gloria e disgrazia.
viii Samsara: (termine sanscrito, in tibetano khor wa) attaccamento bramoso alle cose mondane che fa permanere nel circolo della sofferenza e dell’insoddisfazione.

ix Lo Jong (termine tibetano) “Lo” significa “pensiero”, “coscienza”, ma in questo contesto si riferisce piuttosto all’intenzione. “Jong” significa “trasformazione della mente”, come nel titolo del testo;
Lo Jong” è la forma breve di “jang chub kyi sem la lo jong wa”, significa trasformare la mente ordinaria in Bodhicitta, ossia tecnica per la pratica del Bodhicitta (il termine sanscrito “bodhicitta” designa qui una pura aspirazione a raggiungere lo stato di Buddha con lo scopo di condurre tutti gli esseri senzienti all’illuminazione completa).