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Wednesday, 26 November 2014

Il DIAMANTE che TAGLIA le ILLUSIONI

              







Il DIAMANTE che TAGLIA le ILLUSIONI





 Gedun Tharchin

BOLSENA  -  giugno  2005





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I Capitoli


La Purificazione tramite il respiro - Pratica del Jor Chö 
Accumulazione di Meriti 
La preziosa vita umana  e le Afflizioni mentali 






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Il Diamante che Taglia i Desideri

La purificazione tramite il respiro - pratica del Lo Jong 


Al fine di liberarci da ostacoli e influssi negativi e apportare energia positiva,  pratichiamo la purificazione dei nove giri del respiro.
Sediamoci con le gambe incrociate nella posizione del loto o del semiloto, la schiena deve essere ben diritta con il mento leggermente rientrato, le spalle rette ma rilassate, la direzione dello sguardo segue la linea del naso, il braccio sinistro, piegato al gomito, aderisce al torace con la mano a pugno su cui appoggia naturalmente il gomito destro; con un dito della mano destra chiudiamo la narice sinistra e inspiriamo dalla narice destra, nell’inspirazione immaginiamo di introitare tutte le energie positive, poi chiudiamo con il dito la narice destra ed espiriamo con la sinistra per eliminare tutti gli ostacoli e le impurità.
Si ripete questa sequenza per tre volte, poi si inverte l’ordine e per altre tre volte si inspira dalla narice sinistra e si espira dalla destra. 
Infine si riportano le mani in grembo, nella posizione meditativa, e si inspira ed espira per tre volte con entrambe le narici mantenendo inalterata la visualizzazione iniziale.
Segue poi la pratica dei ventuno giri del respiro suddivisa in tre cicli di sette respiri, nel primo si immagina di inspirare con la narice sinistra ed espirare con la narice destra, nel secondo si immagina di inspirare con la narice destra ed espirare con la narice sinistra e nel terzo di nuovo si immagina di inspirare con la narice sinistra ed espirare con la narice destra; è importante non perdere il conteggio.

Dopo questa purificazione interiore si procede con la purificazione del luogo, mentalmente stiamo purificando il luogo: 
“Possa la superficie della terra, in ogni direzione, essere pura, senza asperità e imperfezioni, soffice e liscia come il palmo della mano di un bambino, naturalmente levigata come il lapislazzuli.”

A questo segue mentalmente la visualizzazione delle offerte:
“Possano le offerte materiali degli umani  e dei deva, quelle effettivamente preparate, quelle immaginate e le nuvole delle ineguagliabili offerte di Samantabhadra, pervadere la totalità dello spazio.”
(ripetere per tre volte il mantra):
“Om namo bhagavate, vajra sara pramardane tathagataya, arhate samyak sam buddhaya, tadyatha, om vajre vajre, maha vajre, maha tejra vajre, maha vidya vajre, maha bodhicitta vajre, maha bodhi mandopa samkramana vajre, sarva karma avarana visciodhana vajre soha.”
“Per il potere della verità dei tre gioielli del rifugio, per la grande energia ispiratrice di tutti i Buddha e i Bodhisattva, per l’imponente raccolta completa di merito e di saggezza, per il potere della vacuità inconcepibile e pura possano tutte queste offerte rivelare la loro vera natura.”
Si tratta di una visualizzazione, ma la si deve immaginare con cuore sincero presentando le offerte con genuina generosità.

Seguono dunque le visualizzazioni nella “Pratica dei Sette Rami” 



Accumulazione di Meriti


Per applicare la purificazione di accumulazione dei meriti è bene richiamare un detto tibetano che saggiamente ci ricorda che per ogni kilo di Dharma occorre almeno un quintale di meriti, per cui è essenziale porre ogni sforzo nell’accumulazione di meriti piuttosto che nella raccolta di Dharma, perché i meriti sono il contenitore e il Dharma è il contenuto, e se non abbiamo un contenitore nulla può essere contenuto.
Tutte le purificazioni, del respiro, delle offerte, della pratica dei sette rami, compreso il karmayoga, sono parte fondamentale dell’accumulazione dei meriti. 
I meriti si accumulano anche con le pratiche devozionali, quindi riferendoci al Dharma sarebbe più corretto dire che stiamo raccogliendo una conoscenza che, isolata, non potrebbe mai essere causa di pace e di gioia, qualità risultanti esclusivamente dall’accumulazione di meriti. 
Al di fuori dell’accumulazione di meriti quella stessa conoscenza potrebbe persino rivelarsi fonte di veri disastri, al contrario, con una grande accumulazione di meriti anche una minima capacità di conoscenza potrà produrre pace e gioia.
La correlazione tra l’accumulazione dei meriti, la conoscenza del Dharma, la pace e la gioia, è inscindibile.
Verifichiamo spesso che, pur essendo materialmente appagati, dotati di una buona conoscenza, ugualmente non riusciamo ad avere una mente calma e gioiosa. 
Il benessere materiale, una buona istruzione, una vasta cultura, non possono da sé produrre gioia e pace. La gioia, la pace, la soddisfazione sorgono naturalmente dall’accumulazione dei meriti.
Una linea sottile unisce la pace e la gioia con l’accumulazione dei meriti che sono come il sale nel cibo, ne esaltano il sapore. 
Il segreto per superare le situazioni difficili è accumulare meriti.
L’accumulazione dei meriti è una enorme ricchezza e un prezioso valore spirituale nella nostra vita.
A volte è difficile spiegare questi concetti perché ci si può scontrare con ostacoli di tipo culturale. Ciò di cui parliamo oggi è assolutamente naturale per i miei genitori, ogni atto della loro vita ne è impregnato, ma già per i miei fratelli e per le nuove generazioni di tibetani cominciano ad essere evidenti le difficoltà di comprensione, è come se si fosse chiusa una porta ed è necessario trovare un nuovo metodo di spiegazione.
Mia madre ha sempre mantenuto una mente calma e gioiosa, ha assimilato questa capacità sin da piccola e probabilmente la sua pace è il risultato di meriti accumulati nelle passate esistenze e in questa vita ha avuto modo di proseguire in quest’attitudine mentale. 
Mia madre è completamente analfabeta e ricordo che quando io cominciai ad andare a scuola lei mi seguiva nello studio ed io ero certo che mi stesse insegnando l’alfabeto, solo dopo anni ho realizzato che lo stava semplicemente ripetendo con me. Ho un ricordo molto bello di quando facevo esercizi di calligrafia, un aspetto molto importante nell’istruzione tibetana, e avevo l’impressione che la mamma leggesse con me aiutandomi a scrivere, solo più tardi mi sono reso conto che questo era assolutamente impossibile e le ho detto questa impressione, lei ha risposto semplicemente che stava con me, ripetendo ciò che facevo o dicevo. Nonostante sia analfabeta lei ha un buon Dharma, una grande pace mentale e tante stupende virtù, può affrontare qualsiasi situazione difficile senza mai perdere la calma e la gioia profonda, questo è il risultato di grande accumulazione di meriti in cui la non conoscenza di tutta la struttura del Lam Rim non incide minimamente.
Spesso ho l’impressione che sia facile cadere nell’errore di presumere di ottenere una qualsiasi realizzazione tramite la lettura di tanti libri ricchi di elementi tecnici e intellettuali elaborati e complessi, ma se non si accumulano meriti tutta questa conoscenza è assolutamente inutile. I libri possono fornire indicazioni utili, consigli ottimi, ma non sono una mappa. Una cartina troppo dettagliata rischia di farci perdere i veri fondamenti dell’accumulazione dei meriti e aumentare la nostra confusione.
La nuova generazioni di tibetani infatti non è felice, non sa come accumulare meriti, mentre gli anziani che conoscono il valore dell’accumulazione, malgrado tutte le avversità, l’esilio, le persecuzioni vissute, godono di un’inattaccabile gioia e serenità.
A Dharamsala questa diversità è immediatamente evidente, i giovani sono aggressivi, tesi, duri, agitati, mentre gli anziani, eleganti nei loro abiti tradizionali, hanno un viso luminoso, sorridente sereno, pieno di pace; basta osservare i volti di entrambe le generazioni per comprendere all'istante dove sta la differenza.
L’accumulazione dei meriti è l’essenza della felicità, è come l’olio italiano che è così gustoso per la bontà delle olive; quando sono all’estero non trovo mai il cibo così buono e ho capito che questo dipende dalla mancanza del buon olio italiano.
Ci sono vari modi anche agevoli per praticare il Dharma, non è necessario seguire particolari strutture filosofiche come se fossero una cartina stradale, altrimenti ci si può anche scoraggiare e pensare che il buddhismo tibetano sia troppo difficile. Per la pratica del Dharma non è affatto necessario affondare nelle complicazioni, è semplicemente necessario coglierne l’essenza, ogni cosa ha una sua essenza e se non la si sa riconoscere la si trasforma in difficoltà.
E’ un po’ ciò che avviene negli studi universitari in cui si devono studiare numerosi e poderosi volumi, ma sarebbe impossibile poterli apprendere tutti, parola per parola, bisogna invece ricavarne le nozioni fondamentali, comprendere i meccanismi che permettono una visione ampia del tema e assimilare l’essenza della materia. 
Ricordo che durante gli anni di studio in monastero sarebbe stato impossibile tenere a mente tutti i testi, quindi dovevo imparare a cogliere i punti basilari senza lasciar sfuggire nessun elemento essenziale, e concentrarmi fortemente sulla comprensione complessiva della materia in modo che si aprisse la possibilità di accesso ad una conoscenza naturale e profonda, basata non sul nozionismo ma sulla possibilità di ragionamento e deduzione, questa è la chiave di ogni apprendimento.
La chiave è importante, può aprire ogni porta, il possesso di tutta la conoscenza di per sé non è realistico, ma è determinante il possesso della chiave che permette ogni accesso senza difficoltà.
Il nostro obiettivo è proprio quello di riuscire ad individuare e possedere la giusta chiave che ci permette l’accesso al Dharma e questa chiave è l’accumulazione dei meriti. 
La prima chiave apre la porta dell’accumulazione dei meriti, la seconda quella di una necessaria conoscenza del Dharma e solo a questo punto la porta della pace e felicità è spalancata. Sono dunque tre passaggi da seguire: 
Accumulazione di meriti; 
Conoscenza, 
e infine Pace e Tranquillità, che ne sono il risultato.
La rinuncia presenta due aspetti, il primo consiste nell’avere pochi desideri e il secondo è quello dell’accontentarsi di ciò che si ha. 
La capacità di limitare i desideri è fondamentale perché averne troppi è fonte di confusione e frustrazione, richiede molta energia che ci sprofonda in uno stato di stanchezza e insoddisfazione costante. I pochi desideri concessi sono solo quelli basilari, davvero importanti, mentre è necessario lasciar perdere quelli minori, futili, fonte di ostacoli e non funzionali alla vita stessa. 
Per quanto riguarda il secondo aspetto, quando si realizza un desiderio fondamentale dovremmo poterne gioire, interiormente soddisfatti, perché se non si sa riconoscere e apprezzare ciò che si ha è difficilissimo poter essere realmente felici e soddisfatti.
Questi aspetti, avere pochi desideri e godere pienamente di ciò che si ha, rappresentano nella pratica del Dharma due punti chiave. 
La pratica del Dharma non ci rende di per sé automaticamente felici, ma ci offre le chiavi per poterlo diventare procedendo giorno dopo giorno con calma e gioia.
La prima chiave indispensabile è l’accumulazione dei meriti, che si rivela assai più difficile che non limitarsi a seguire la mappa delle istruzioni del Lam Rim che una persona con discreta intelligenza comprende facilmente sul piano intellettuale. E’ necessario invece uno sforzo decisamente più oneroso per comprendere pienamente come accumulare meriti, la modalità di questo procedimento, e gli aspetti sottili dei loro effetti. 
Come ricordavano i vecchi tibetani “occorre un quintale di meriti per ottenere un kilo di Dharma”, e sono un indubbio ausilio le tante forme devozionali, le puje, la pratica in sette rami, in modo particolare le sei pratiche preliminari, perché ci permettono di accumulare meriti, anche se non riusciamo a coglierne pienamente il significato e non siamo perfetti nella loro esecuzione.
Domanda: Questo mi ricorda un po’ il meccanismo cattolico delle indulgenze, se portato a livello di una devozione rituale, di archetipo…..
Lama: E’ difficile raffrontarli in modo esatto, ma indubbiamente c’è qualche somiglianza, ad esempio la recitazione dei mantra è una pratica devozionale per purificare lo spirito. Le pratiche devozionali predispongono a ricevere le benedizioni, ma le benedizioni non sono null’altro che la possibilità ad aprire maggiormente il proprio cuore. L’effetto della benedizione non dipende dall’esterno, bensì dalla buona predisposizione della mente, da quanto noi siamo capaci di accoglierla. Le pratiche di purificazione consistono nell’aprire il cuore, nel renderlo in grado di ricevere il potenziale e attraverso esso giungere ad una mente pacifica. Con una mente calma e felice si ha tutto. 
Domanda: Accumulare meriti è importante, ma avere attaccamento all’accumulazione dei meriti non può essere davvero pericoloso?
Lama: Non esiste attaccamento all’accumulazione di meriti, sarebbe un controsenso, anche perché ogni attaccamento è uno dei principali ostacoli all’accumulazione dei meriti. L’accumulazione dei meriti non deve comportare alcun tipo di calcolo, di interesse personale, l’attitudine altruistica è fondamentale. La correlazione esistente tra l’accumulazione dei meriti e la mente gioiosa e pacifica dimostra chiaramente quanto sia impossibile qualsiasi rapporto tra mente pacifica e gioiosa e attaccamento perché non  potrà mai sussistere una mente pacifica e gioiosa laddove vi sia attaccamento che è il primo ostacolo alla sua esistenza.
E’ tutto chiaro? Io insisto particolarmente sull’aspetto assolutamente primario dell’accumulazione dei meriti, perché tendenzialmente ci aggrappiamo alle strutture mentali, ma solo affrancandoci da esse ci sentiremo realmente rilassati
Domanda: Cercare di non fare nessuna azione nociva, né fisica, né verbale, né mentale è già di per sé accumulazione di meriti?
Lama: E’ accumulazione di meriti perché è un modo di vita che si basa sull’evitare ogni possibile danno agli altri e a sé stessi, e avrà come risultato una buona disposizione mentale.
Domanda: Anche se lo si fa solo per evitare il senso di colpa?
Lama: Il senso di colpa sorge dall’aver mancato a una promessa, se non c’è stato nessun impegno mancato, non c’è stata nessuna interruzione, o rottura, e quindi non può esserci alcun senso di colpa. Possono esserci anche altre ragioni, ma parlare di colpa è sempre difficile, è una terminologia complessa.
(segue una discussione non trascrivibile sul concetto del senso di colpa)
Intervento: Io credo che per un buon approccio all’insegnamento, specialmente nel buddhismo, dobbiamo superare l’aspetto legato alla psicologia e considerare seriamente la necessità della decostruzione dell’io, perché fino a quando nella cultura occidentale riteniamo che costruire il nostro io e la nostra personalità sia la cosa più importante manchiamo la possibilità di maturare e assorbire i precetti buddhisti. 
 Se ho una personalità dominante, un io forte, anche se leggo “gli Otto Versi di Trasformazione della Mente” mi spiegate come potrei amare i nemici, prendere a cuore tutti gli scocciatori che mi circondano, considerare tesori preziosi gli esseri che compiono azioni malvagie e negative? 
Anche le considerazioni sul senso di colpa ci inducono a riflettere sulla necessità di decostruzione dell’io, della nostra personalità. La pratica devozionale ci avvicina all’accumulazione dei meriti perché è una pratica decostruttiva dell’io, mi devo affidare con devozione a qualcosa che io non sono più e avvicina a valori diversi. 
 Penso che questo sia sempre il dilemma che ci coglie quando affrontiamo i problemi secondo l’ottica della nostra cultura costruita sull’identità, sulla centralità dell’io, della personalità, sempre: - io faccio, io non faccio, io sbaglio, io io io…. - da questo, credo, nascano gli infiniti sensi di colpa che fanno apparire ancora più lontana e irraggiungibile la possibilità di accumulare meriti al di fuori dell’egocentrismo di cui siamo impregnati, e temo che non si possa cambiare questa visione in un giorno, probabilmente occorreranno moltissimi cicli di esistense.
Intervento: Se la tua attitudine è altruistica, hai una buona base su cui costruire l’accumulo dei meriti.
Intervento: Penso che la difficoltà maggiore sia quella di cambiare l’atteggiamento mentale di fronte ai problemi, soprattutto i più gravi.
Lama: Gli ostacoli ci appaiono insormontabili in modo direttamente proporzionale al nostro attaccamento, proprio per questo è importante avere pochi desideri, riconoscere quelli fondamentali e impegnarci solo in questi essendo contemporaneamente appagati e soddisfatti dei risultati ottenuti. La soddisfazione di troppi desideri non è raggiungibile mentre lo è di pochi. Più desideri significa più sofferenza. 
 Le difficoltà non sono impossibili da affrontare, ma la percezione della loro gravità è determinata dal nostro desiderio e attaccamento, sono tutte al nostro interno e l’impossibilità a superarle deriva dalla grandezza del desiderio e attaccamento presente in noi. 
 I termini inscindibili in questo caso sono “desiderio e attaccamento”, il desiderio in sé non è né negativo, né positivo, esiste un desiderio nei confronti della liberazione che naturalmente è positivo, il problema sta nell’attaccamento e laddove vi sia un desiderio che generi attaccamento diventa negativo e sorgono le complicazioni. 
 Invece il desiderio alla liberazione corrisponde alla mente rinunciante e porterà gioia e felicità. E’ importante ridurre i desideri, averne la giusta misura, soprattutto nella civiltà occidentale dove sono troppi gli oggetti che incrementano costantemente desideri e attaccamento che compulsivamente ci fanno riempire la casa di oggetti inutili. Anche chi è ricchissimo comunque non potrà mai soddisfare tutti i desideri, se non sappiamo di controllarli non saremo mai in grado di appagarli.
Domanda: E l’attaccamento alle persone?
Lama: E’ sempre causa di sofferenza. L’attaccamento è opposto all’amore e alla compassione, con l’attaccamento alle persone si è a metà strada tra i due poli, metà è attaccamento e metà è amore. La parte fondata su amore e compassione ci dà gioia, armonia e pace, mentre la parte fondata sull’attaccamento ci procura tutti i tormenti che spesso caratterizzano le relazioni umane e sarebbe magnifico poter trasformare l’attaccamento in amore e compassione in una manifestazione positiva, un’esperienza da custodire nel cuore senza lasciarla trasparire all’esterno.
Domanda: Amore e compassione possono essere presenti anche nei momenti di rabbia?
Lama: Si, è possibile, ma la centralità di amore e compassione, risiedono nell’armonia, perché sia attaccamento che amore e compassione sono in grado di produrre armonia ed è su questo terreno comune che può avvenire la trasformazione di ogni realtà in amore e compassione.



La Preziosa Vita Umana e le Afflizioni mentali


Proseguendo nell’analisi del testo soffermiamoci sul passaggio in cui si dice che da tempo senza inizio siamo soggetti al controllo della nostra mente, a sua volta vincolata al controllo delle afflizioni mentali che producono la radice del samsāra.
La radice del samsāra è il karma.
Riflettendo su questo comprendiamo come e perché siamo entrati nelle sofferenze del samsāra; da tempo senza inizio i nostri atteggiamenti mentali, assoggettati al controllo delle emozioni afflittive, hanno prodotto l’accumulazione del karma che è la radice del samsāra e il cui risultato è l’esperienza dei diversi tipi di sofferenza.
Per liberarci da questa situazione derivante dal passato, ora, nel presente, dobbiamo muoverci in senso contrario, cioè affrancarci dai condizionamenti della nostra mente, assumere la capacità di indirizzarla laddove vogliamo, di renderla in grado di operare secondo i nostri desideri. Per ottenere questo risultato dobbiamo applicarci lungamente nell’addestramento ad evitare l’eccitazione a l’agitazione mentale, l’ottusità e l’opacità mentale, mantenendo, tramite la meditazione sul singolo punto e la meditazione analitica, la mente sempre fresca e chiara.
Dovremmo dedicarci a queste pratiche giorno e notte, incessantemente.
Per essere in pace dobbiamo mantenere la mente indipendente, libera dai condizionamenti delle emozioni afflittive, una libertà che ci permette di interrompere la produzione delle le cause karmiche del samsāra.
Sorge naturale la domanda “come è possibile mantenere la mente sempre chiara?”
Attraverso l’applicazione della concentrazione sul singolo punto e della saggezza analitica.
La concentrazione sul singolo punto può essere raggiunta nel silenzio del corpo e della mente.
La meditazione analitica può avere come oggetto anche il corpo umano. Il testo prosegue avvertendoci di come sia difficile ottenere un’esistenza in forma umana e di quanto sia è importante comprendere la preziosa opportunità che tale condizione ci offre per praticare azioni virtuose. 
Pur con questa rara forma umana abbiamo sempre la possibilità di scelta e decidere di non impegnarci in azioni virtuose e nella pratica del Dharma, per questo è vitale mantenere sempre una mente chiara, consapevole dell’opportunità offerta dall’attuale stato e di conseguenza praticare azioni virtuose.
Se ci poniamo la domanda: “perché dobbiamo praticare azioni virtuose?” la risposta è semplice: “perché desideriamo la felicità e non la sofferenza”, ecco perché non possiamo sprecare nemmeno un minuto e iniziare da adesso a praticare le azioni virtuose, senza rimandare ad una prossima vita, o al futuro, pensando erroneamente di avere molto tempo ancora, bisogna farlo ora, subito, perché abbiamo la certezza di dover morire, soltanto non sappiamo quando. 
Tra le azioni virtuose la più proficua è la pratica di bodhicitta, ovvero della mente altruistica.
Con “mente chiara” non si intende definire una mente non-pensante, bensì una mente che abbia limpida e consapevole visione dello stato di esseri umani, della situazione presente in cui posiamo agire. 
Non crediate che questo aspetto sia scontato, infatti spesso sappiamo solo volgere lo sguardo a noi stessi senza osservarci realmente e l’idea della condizione umana che ne ricaviamo è offuscata e confusa, è dunque indispensabile ricordare continuamente a noi stessi il nostro presente, ripetendo senza stancarsi come un mantra “…sono un essere umano…”.
Nella consapevolezza della nostra condizione di essere umano abbiamo la necessità di approfondire il senso di interrogativi fondamentali: perché sono un essere umano? qual’è il mio compito? le mie responsabilità e miei doveri? 
La condizione di esseri umani è qualcosa di estremamente raro e prezioso.
E’ rara perché rispetto alle innumerevoli forme che avremmo potuto assumere quella umana ha un numero di possibilità veramente limitato, ciò è evidente, basta comparare la quantità degli esseri umani che popolano il pianeta rispetto alle altre specie animali, soprattutto insetti o organismi ancora più infinitesimali. 
E’ inoltre estremamente preziosa perché difficilissima da ottenere, occorre la presenza di precise cause e condizioni affinché questo avvenga.
Quando ero piccolo mi chiedevo continuamente perché fossi nato, perché proprio io in quel contesto, ma non ho trovato risposta. Prima di entrare in monastero ero assillato da tutte queste domande: perché siamo qui, perché esistiamo, perché c’è la morte, perché io ci sono. 
Sono domande a cui non è facile rispondere, e non è nemmeno possibile pretendere di avere sempre la soluzione per tutto, ma è importante riconoscere che esistono situazioni che vanno oltre la nostra conoscenza.
Accontentiamoci di riconoscerci consapevolmente nella forma umana, è qualcosa di fondamentale che ci conferisce dignità, è in sé un immenso valore che comporta una risposta adeguata. 
Se perdiamo questa consapevolezza commettiamo un grandissimo errore, sprechiamo la più importante opportunità che ci sia stata offerta ed è invitabile  l’insorgere immediato di un pesante senso di depressione, di scoramento, di confusione nella mancanza di riconoscimento di sé.
Se non sappiamo riconoscere il valore di esistere in forma umana, non vediamo neppure l’essere umano come umanità. 
Il termine “umanità”, credo, sia particolarmente legato all’occidente perché in un filmetto, con i dialoghi in lingua indi, appariva un uomo politico corrotto che diceva “ho grande attenzione per l’umanità” ma la parola umanità era detta in inglese.
Umanità intesa come valore umano, per cui se non si riesce a riconoscere il proprio valore, la preziosità di essere umano, si perde umanità, ci si svaluta.
Occorre riconoscersi come essere umano portatore del valore dell’umanità insita in questa forma, apprezzare la sua inestimabile preziosità e rarità.
Se non sappiamo cogliere prontamente l’occasione offerta in questa vita subiremo un’incommensurabile perdita, perché siamo nell’impermanenza e la forma umana non dura, ha un tempo limitato. 
Tutto 
 impermanente, anche la nostra forma umana, e rimandare a un tempo lontano le buone azioni che grazie ad essa possiamo compiere è uno spreco pericolosissimo, nessuno conosce quanto durerà questa esistenza.
Siamo esseri umani e come tali dobbiamo compiere azioni virtuose che conducono alla felicità ed evitare le azioni non-virtuose che portano alla sofferenza.
Questo è il modo per capovolgere il samsāra, ed è una consapevolezza della mente chiara.
Grazie.

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 Fine supremo: lo stato di completa illuminazione, lo stato di Buddha.
 Emozione negativa: (in tibetano nyon mong) le contaminazioni mentali quali rabbia, attaccamento, ignoranza 
 Azioni negative: (in tibetano dig pa) una disposizione mentale causata da un’azione negativa commessa.
 Sofferenze: (in pali dukkha) la verità della Sofferenza, che ha tre livelli: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza del samsara.
 Amico spirituale: (in tibetano ge wei she nyen, Geshe) colui che aiuta a fare azioni virtuose.
 Madri: - tutti gli esseri senzienti sono state nostre madri. – La persona più cara e quella più giovevole.
 Otto preoccupazioni mondane: le idee generate dal guardare attraverso gli occhi dell’attaccamento e dell’avversione, sono: piacere e dispiacere, vittoria e perdita, lode e biasimo, gloria e disgrazia.
 Samsara: (termine sanscrito, in tibetano khor wa) attaccamento bramoso alle cose mondane che fa permanere nel circolo della sofferenza e dell’insoddisfazione.
 Lo Jong (termine tibetano) “Lo” significa “pensiero”, “coscienza”, ma in questo contesto si riferisce piuttosto all’intenzione. “Jong” significa “trasformazione della mente”, come nel titolo del testo; 
“Lo Jong” è la forma breve di  “jang chub kyi sem la lo jong wa”, significa trasformare la mente ordinaria in Bodhicitta, ossia tecnica per la pratica del Bodhicitta (il termine sanscrito “bodhicitta” designa qui una pura aspirazione a raggiungere lo stato di Buddha con lo scopo di condurre tutti gli esseri senzienti all’illuminazione completa).
 Testo tradotto dall’inglese da Annamaria Depretis, Istituto Lama Tsong Khapa, 3 agosto 1993