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Tuesday, 6 January 2015

CONSIGLIO DAL NAGARJUNA








CONSIGLIO DAL NAGARJUNA
Lettera ad un Amico di Nāgārjuna




Geshe Gedun Tharchin
INSEGNAMENTI INTENSIVI 2005
Istituto  Lamrim / Fondazione Maitreya, Roma


  

















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INDICE


Vita e Dharma nel Suhrllekha di Nāgārjuna   (gennaio 2005) 
”   prima parte
”   seconda parte : Gli  “Otto Versi di Trasformazione della Mente”  e
    “La bodhicitta” dal primo capitolo del Bodhicaryāvatāra di Sāntideva

Il vero significato del Dharma nel Suhrllekha di Nāgārjuna  (maggio 2005)
”    prima parte
”    seconda parte 

Dimorare nello Stato di Soddisfazione nel Suhrllekha di Nāgārjuna 
(giugno 2005) 

Suhrllekha di Nāgārjuna - il Dharma (settembre 2005)
Pratica Quotidiana nel Suhrllekha di Nāgārjuna (settembre 2005) 

Compleanno di Sua Santità XIV° Dalai Lama-6 luglio 1935 - 2005 






















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Vita e Dharma nel Suhrllekha di Nāgārjuna 

gennaio 2005      - Prima Parte - 

Buon giorno a tutti e grazie per essere qui, abbiamo una buona opportunità di dedicare tempo e imprimere significato a questo giorno festivo.
In genere i nostri incontri sono piuttosto indisciplinati, abbiamo uno stile libero e, inoltre, non credo nell’efficacia di programmi rigidi con regole ferree, forse però gli amici che sono con noi per la prima volta potrebbero stupirsi nel vedere che si inizia con mezzora di ritardo, ma è normale e fa parte della pratica di gestire il tempo a seconda della situazione e in libertà interiore.
Non è importante la quantità del tempo che impegniamo nell’incontro, bensì la qualità, perché se trascorressimo molte ore parlando di futilità, sarebbe un grande spreco, meglio dunque un periodo più breve ma produttivo e ricco di significato.
Cosa dobbiamo fare per rendere questa domenica ricca di significato? è una domanda importante.
Ripeto sempre ai miei amici che per imprimere senso ad ogni istante è necessario applicarsi consapevolmente per accumulare meriti, una prassi poco diffusa negli ambienti buddhisti occidentali dove ci si concentra principalmente sull’apprendimento intellettuale, sulla conoscenza, trascurando completamente l’importanza dell’accumulazione dei meriti, che invece è una pratica fondamentale.
Che significa accumulare meriti?
In modo sistematico potremmo descrivere l’accumulazione dei meriti come risultato di tre pratiche: della generosità, della moralità e della pazienza.
A queste tre, fondamentali, seguono le pratiche della perseveranza entusiastica, della concentrazione e della saggezza.
E’ essenziale praticare le prime tre pāramitā per preparare un terreno fertile in grado di  produrre un buon raccolto; un lavoro indispensabile in cui si accumulano meriti. 
Dedicando il nostro tempo, applichiamo la generosità;
Mantenendo un atteggiamento generoso e salutare nell’impiego del tempo, applichiamo l’etica;
Per vivere il tempo nella generosità e nell’etica è indispensabile applicare la pazienza.
Accumulare meriti attraverso queste tre pratiche è simile a dissodare un terreno, nutrirlo con il fertilizzante, seminare, così da predisporre le condizioni per un raccolto di perseveranza entusiastica, concentrazione e saggezza.
Dedicare generosamente ogni atto in modo etico con pazienza è una pratica di Dharma che favorisce l’accumulazione di meriti che produrranno in noi la capacità di sviluppare la perseveranza entusiastica.
La perseveranza entusiastica non si manifesta immediatamente e visibilmente, matura e cresce lentamente come conseguenza della pratica delle prime tre perfezioni.
Non dovremmo mai scordarci di porre al primo posto la generosità, l’etica e la pazienza, come conseguenza sorgerà e crescerà in noi la perseveranza entusiastica, conosciuta anche come sforzo gioioso, non rivolto in modo indiscriminato a qualsiasi realtà, ma specificamente al Dharma.
Lo sforzo gioioso non è automatico, si sviluppa nell’accumulazione dei meriti, ed è condizione indispensabile per poter ottenere in seguito la concentrazione e la saggezza.
Prendendo come metafora un albero, possiamo paragonare la perseveranza entusiastica ai rami e alle foglie, la concentrazione sono i fiori e la saggezza i frutti.
Le sei pāramitā o perfezioni, Generosità, Etica, Pazienza, Perseveranza entusiastica, Concentrazione e Saggezza, colgono tutta la pratica del Dharma.
La connessione tra loro è fondamentale:
La prima perfezione è la generosità, la più semplice per noi;
La generosità è supporto necessario alla pratica dell’etica;
Generosità ed etica, unite, possono manifestarsi e consolidarsi solo nella necessaria pratica della pazienza.
Le prime tre pāramitā, congiuntamente, costituiscono un buon supporto alla pratica della perseveranza entusiastica;
Tutte e quattro sono un ottimo supporto per la pratica della concentrazione;
E, infine, tutte e cinque insieme sono necessarie per la pratica della saggezza.
Questo percorso è il metodo per controllare e purificare la mente, livello dopo livello, sino a raggiungere la saggezza, che è l’ultimo stadio di pulizia della mente in cui saranno eliminati gli inquinamenti residui.
E’ un’illusione pensare di possedere istantaneamente e automaticamente la saggezza, senza attraversare tutti i livelli, ma è necessario percorrere il cammino con cura, mantenendo inalterata la pratica di ognuno. 
E’ necessario preparare bene il terreno, dissodare, concimare, seminare e attendere la maturazione graduale del raccolto. Non è possibile in alcun modo forzare il processo di crescita delle piantine, è invece indispensabile averne cura e sorvegliare il campo giorno e notte. Lo stesso avviene nello sviluppo della mente.
Tutto dipende dallo stato in cui si trova la mente, è possibile che per purificarsi necessiti di un metodo particolare, a volte è sufficiente purificarla con la generosità o l’etica, e altre volte con la pazienza.
Praticare il Dharma non significa stare seduti come se si fosse una statua del Buddha, questa è una grande illusione, la pratica è aperta a molte possibili scelte.
La pratica si divide in tre fasi, la prima è la pratica devozionale, la seconda è la pratica della saggezza e la terza è il karmayoga, la pratica del lavoro. Tutte e tre sono ugualmente importanti purché corrispondano alle sei pāramitā. 
La pratica devozionale consiste nel pregare e presentare offerte, è fondamentale al fine di destare in noi il rispetto per gli altri, riconoscendone le qualità abbiamo la possibilità di addentrarci sempre più a fondo nella pratica della generosità, dell’etica e della pazienza e di potenziare l’effetto delle tre pāramitā nell’accumulazione di meriti.
Unire la pratica devozionale delle prime tre perfezioni in relazione all’accumulazione dei meriti ne favorirà la comprensione e la pratica.
La perseveranza entusiastica è fondamentale per la pratica della quinta perfezione, la concentrazione, e da questa base sarà possibile sviluppare la sesta perfezione, la saggezza.
La pratica della saggezza corrisponde alle ultime tre pāramitā che si realizzano soprattutto attraverso la pratica della meditazione.
La terza fase, il karmayoga o pratica del lavoro, è anche molto bella e può trovare corrispondenza in tutte sei le perfezioni che devono permeare qualsiasi compito stiamo svolgendo in tutto l’arco dell’esistenza.
In questo modo ogni attività quotidiana diverrà pratica di Dharma, la pratica devozionale ci aiuta ad accrescere ammirazione e rispetto per le qualità degli altri e di conseguenza incrementa le nostre qualità, è connessa principalmente alle prime tre perfezioni.
Basandoci sulla pratica devozionale, possiamo giungere alla pratica della saggezza correlata alle ultime tre perfezioni.
Infine ci dedichiamo alle attività quotidiane, al lavoro, trasformandole in karmayoga.
Ogni azione, dalla mattina alla sera, deve integrarsi nelle sei perfezioni, così è la vita nel Dharma e per questo motivo, se frequentiamo luoghi tradizionalmente buddhisti, vediamo che le persone iniziano ogni giornata presentando offerte, preghiere, pūja, meditazione e dopo si applicano alle consuete attività, ogni ora è vissuta in piena consonanza con le pratiche devozionali, della saggezza e del lavoro, e anche noi dovremmo tentare di utilizzare lo stesso metodo nella quotidianità.
La mattina dovremmo accendere candele e incensi in omaggio al Buddha, come individuo, ma per le qualità mentali che lo caratterizzano, non ci si rivolge al Buddha in quanto essere umano nato in India o Nepal duemilacinquecento anni fa, ma si onorano le sue qualità interiori.
Il Buddha storico non era in nulla diverso dagli altri, probabilmente non aveva le orecchie così lunghe come raffigurate nei dipinti, era un uomo come tutti, ma con grandi qualità mentali.
Lo Stūpa rappresenta la saggezza del cuore di Buddha essere illuminato, e i libri gli insegnamenti del Dharma.
Forse è per noi più facile usare come oggetto di venerazione i libri, perché li leggiamo, studiamo, ce ne nutriamo e ne abbiamo un grande beneficio. Se presentiamo offerte di incenso e di candele a un libro, è possibile che quando ne analizzeremo il contenuto sarà per noi più facile comprenderlo in profondità.
Non appena giunto in occidente fui sconcertato, stupito e deluso nel vedere la noncuranza con cui si trattano i libri, in monastero, in India, li collocavo tutti in ordine in un luogo di venerazione maneggiandoli con grande rispetto, qui è più difficile, i libri sono tanti, e forse questo è solo un modo antico di pensare, oggi non è più attuabile.
Acquistando un libro di Dharma non è corretto dire che lo si è “comprato”, perché gli insegnamenti non hanno prezzo, bisogna semplicemente invitare il libro nella propria casa e riporlo in un luogo appropriato, con rispetto e ammirazione cosicché, leggendolo, se ne trarrà il maggiore beneficio.
Intendendo acquistare una statua del Buddha non si chiede al negoziante “quanto costa comprarla”, ma “quanto costa invitare la statua del Buddha nella propria casa”, così come per il libro che raccoglie le scritture. Sono terminologie diverse ma significative, indicano il metodo di praticare il Dharma che, altrimenti, diverrebbe un fenomeno ordinario.
Un mio amico tibetano quando ha visto il mio libro “La via del Nirvana” con il prezzo stampato ha detto con tanta spontaneità “Ah! con questo prezzo le persone possono acquisire tutta questa saggezza!”.
Onorare un libro non lo rende differente, ma trasforma noi stessi che, per primi, ne godremo i benefici. La pratica devozionale è molto potente, significa rispettare il corpo, la parola e la mente degli esseri illuminati.
Il mio scopo oggi è quello di approfondire con voi la “Lettera ad un amico” di Nāgārjuna, che abbiamo qui sia nella versione inglese che tibetana alla quale è annesso il commento di un grande studioso. Sto anche rileggendo, sempre di Nāgārjuna, il Ratnāvalī, “La preziosa ghirlanda”, tradotto in italiano dal prof. Tucci, entrambi i testi hanno un significato simile ed è interessantissimo raffrontarli.
Leggiamo alcuni versi della “Lettera ad un amico”:
“Oh virtuoso, degno e dotato di virtù ascolta questi pochi versi che ho composto affinché possa tu aspirare ai meriti che sorgono dalle parole del Sugata”. 
“Come un’immagine del Sugata, anche se di legno o di qualsiasi altra cosa, è venerata dall’uomo saggio, così non disprezzare questo mio poema benché sia privo di grazia, poiché è basato sull’esposizione del santo Dharma.”
“Benché tu abbia ascoltato e compreso le splendide parole del grande Saggio, non è forse una casa bianca resa ancor più bianca della luce della luna di mezzanotte?”
Il primo verso è rivolto al destinatario della lettera, persona qualificata e pronta a recepire i consigli virtuosi. Questo aspetto è importante perché, se la lettera fosse letta da qualcuno non preparato, non produrrebbe nessun beneficio.
Spesso si vorrebbe soccorrere una persona, ma non si sa come fare perché pare che l’altro non accolga l’aiuto, così è necessario valutare attentamente che il consiglio, l’avvertimento, il sostegno che si offre sia adeguato alla sua capacità di ricezione, perché solo in questo modo sarà realmente efficace, indipendentemente da come e cosa si stia dicendo.
Il secondo verso invece si riferisce direttamente al valore degli insegnamenti del Buddha, gli avvertimenti e i consigli non esprimono idee personali dello scrivente, ma scaturiscono direttamente dalle scritture del Buddha.
Nel terzo verso è chiarita la ragione per cui sta dando sollecitamente questi consigli all’amico, ispirare l’accumulazione di meriti.
L’accumulazione dei meriti non è particolarmente conosciuta nel buddhismo diffuso in occidente dove si tende a limitare il buddhismo unicamente entro l’ambito della pratica meditativa classica in cui si sta seduti come una statua di Buddha, ma questa è semplicemente ginnastica mentale e non pratica di Dharma.
La pratica del Dharma è la messa in atto delle pāramitā che nell’accumulazione dei meriti preparano un terreno fertile, dissodano, concimano, seminano e tolgono le erbacce in modo che il raccolto possa crescere in una mente pulita, purificata.
La pratica del Dharma non si contrappone a nessuna religione, né ad altra pratica, né a qualsiasi attività quotidiana.
In un esempio tratto dalla Bhagavad Gita si parla di un tale che aveva il compito di combattere i suoi nemici ma, rendendosi conto che questa attività era contraria ai principi del Dharma, si chiedeva se dovesse continuare oppure smettere. Lottare contro i nemici non era una sua scelta, ma un dovere che gli era stato imposto dalla nascita per difendere la sua gente, ma comunque contrario al vero Dharma. A tutti succede di dover compiere azioni non volute, in contraddizione con il Dharma, che dunque si presenta in duplice aspetto, uno generale e uno personale che deve essere affrontato individualmente di volta in volta nelle innumerevoli circostanze della vita. Anche il povero soldato andò da Krishna chiedendogli cosa dovesse fare, diviso dalla contraddizione tra la necessità di difendere la propria gente e il non dover recare danno ad alcuno. 
Mangiare carne è un’altra contraddizione perché dobbiamo scegliere tra la necessità del nutrimento, e quindi uccidere animali, o non mangiare (in Tibet ad esempio data l’altitudine e il clima non ci sono molte alternative). La nostra vita è costellata da situazioni di questo di questo tipo.
La risposta è semplice, chiara e inequivocabile, è il «non attaccamento», messaggio fondamentale di questo testo.
Le situazioni conflittuali sono insite nella natura del samsāra in cui non vi è mai la perfezione, questo è il suo difetto e noi ne siamo perennemente condizionati. Non dobbiamo cercare la perfezione nel samsāra, né desiderarla, ma rimanere soddisfatti di ciò che abbiamo, senza attaccamento.
Uno dei maggiori problemi presenti nella società occidentale consiste nel voler ad ogni costo la perfezione nel samsāra, ma è impossibile, è il modo migliore per complicarsi la vita affondando nell’insoddisfazione, nella tensione e nell’agitazione mentale.
L’atteggiamento comune è quello della costante discriminazione che applichiamo ad ogni evento: “questo è giusto, questo non è giusto…” ma chi decide cosa è giusto e cosa non lo è? Parliamo sempre di ingiustizia o giustizia, ma in questo modo siamo perennemente agli estremi, incapaci di cogliere la realtà perché proiettati al di là delle nostre possibilità e capacità.
L’unica possibilità per vivere sereni e soddisfatti nel samsāra è il non attaccamento.
L’accumulazione di meriti e di saggezza predispone un fisico e una mente sani, perchè l’accumulazione di meriti giova alla salute del corpo e l’accumulazione di saggezza a quella della mente.
La generosità, l’etica e la pazienza favoriranno un corpo sano, e quando ci sentiamo poco bene, non dobbiamo necessariamente ricorrere tutte le volte al medico, spesso sarebbe sufficiente praticare queste tre perfezioni.
Se la mente non è calma, ma agitata e confusa, basta praticare la perseveranza entusiastica, la concentrazione e la saggezza e lo stato di benessere e di pace mentale si ristabilirà prontamente.
Tutte le soluzioni sono qui.
L’ospedale è un altro estremo, si cura fino all’ultimo minuto, addirittura si cambiano gli organi, meglio non doverci andare e praticare le sei perfezioni finché si può. A parte lo scherzo anche questo è interessante.
Anche se i consigli di Nāgārjuna non sono esposti in modo particolarmente forbito ed elegante è necessario onorarli per il loro profondo significato.
Allo stesso modo si rende omaggio all’immagine del Buddha anche se non è d’oro ma di legno, non è importante il materiale, bensì ciò che rappresenta. Troppo spesso ci fermiamo alle apparenze e attribuiamo valore delle statue di Buddha in base alla materia più o meno preziosa con cui sono state costruite, un grossolano errore, perchè noi veneriamo il Buddha e le sue qualità preziosissime non l’esteriorità, a volte il possesso di una statua del Buddha può essere frutto di visioni errate.
Nel terzo verso Nāgārjuna rassicura l’amico dicendogli che, anche se ha già ricevuto insegnamenti dal Buddha, non cade in nessuna contraddizione ascoltando i suoi suggerimenti, anzi questo favorirà un ulteriore approfondimento nella conoscenza del buddhismo.
La lettera infatti non è indirizzata a qualcuno che non abbia nessuna nozione del buddhismo, ma a una persona che, al contrario, possegga già una buona conoscenza e la capacità di scendere profondamente nella visione più ampia.
Nel primo capitolo si tratta di come sviluppare le cause necessarie ad ottenere nel samsāra il benessere e le qualità superiori e lo si realizza incrementando la fede con la pratica della devozione; la fede accresce la convinzione fondata sulla conoscenza e sottintende il riconoscimento delle qualità degli altri, il che implica una forte motivazione a voler costruire in noi le stesse qualità.
La pratica devozionale della fede o convinzione si relaziona con i sei fattori ricordati nel quarto verso:
“Dovresti tenere a mente sei cose: L’illuminato, i suoi insegnamenti, la nobile assemblea, la generosità, la moralità e la deità. L’insieme delle qualità di essi è stato ben insegnato dal Conquistatore.”
Nella pratica devozionale si ricordano il Buddha, il Dharma, il Sangha, la generosità, la moralità e le divinità.
Nel Buddha non ci si rivolge ad un individuo specifico, ma agli infiniti esseri illuminati del passato, tanti da non poter essere quantificati, e agli innumerevoli esseri che saranno nel futuro e di cui noi stessi faremo parte perchè questo è il nostro scopo, il nostro dovere e diritto, noi abbiamo la natura di Buddha, possediamo un fenomeno molto speciale, la mente, che è nella natura della chiara luce.
L’illuminazione fa parte delle caratteristiche della nostra mente e se una persona medita bene può raggiungere una piccola illuminazione.
Nel nostro immaginario l’illuminazione è un fenomeno distante quasi irraggiungibile, ma in realtà non è così perché è già in noi e, modificando, trasformando la mente, possiamo assaporare una minima porzione di illuminazione che, se mantenuta costante nel tempo, crescerà sino a divenire la piena illuminazione.
Non si ottiene lo stato di illuminazione all’improvviso, ma cresce lentamente nell’accumulazione di meriti e nell’accumulazione di saggezza e, come tutti i fenomeni, è composto da vari istanti. Se tutti gli attimi di piccola illuminazione sono mantenuti con continuità e costanza si giungerà alla piena illuminazione.
Ricordarsi del Buddha è ricordarsi della nostra natura, del nostro futuro e del nostro presente e, nel contempo, di tutti gli esseri illuminati del passato e del futuro, quindi il Buddha rappresenta lo stato di illuminazione che ha superato tutti i problemi e ogni illusione.
Il Dharma offre il  metodo per accumulare le sei perfezioni.
Il Sangha è composto dagli esseri superiori che hanno realizzato il Dharma.
Quindi realizzando le sei perfezioni siamo noi stessi Sangha e gli ottenimenti di Dharma sono piccoli Buddha. 
Per coloro che sono ispirati da Buddha, Dharma e Sangha, la pratica della generosità, della moralità e delle divinità, è essenza stessa dell’esistenza.
Nel commentario si tratta ampiamente delle dieci azioni virtuose necessarie per ricordarsi delle divinità.
“Pratica sempre i dieci sentieri delle azioni virtuose con il corpo, la parola e la mente; astieniti dall’alcool e deliziati nelle attività virtuose.”
Dunque, non solo è necessario praticare le dieci azioni virtuose, ma anche astenersi dall’alcol e dalle nocive abitudini di vita.
Praticare le dieci azione virtuose e astenersi dall’ alcool e dalle attività negative, diventa causa per una rinascita nelle terre pure delle divinità.
Un altro mezzo per ricordarsi delle divinità è riflettere sulla loro mancanza di forma materiale, il che presuppone che siano sempre presenti e, quando compiamo azioni negative, ne sono testimoni.
Delle dieci azioni virtuose, tre riguardano il corpo, quattro la parola e altre tre la mente.
Ricordando le virtù non è necessario evidenziare esclusivamente un aspetto negativo della realtà, ma è opportuno sottolineare sempre quello positivo.
Le tre azioni relative al CORPO sono:
Non uccidere, ma, salvare vite;
Non rubare, ma accettare solo ciò che ci è dato in modo corretto e donare;
Non avere relazioni erronee, ma mantenere una condotta casta.
Le quattro azioni relative alla PAROLA sono:
Non mentire, ma dire la verità.
Non calunniare, ma pacificare le discordie;
Non ingiuriare, ma parlare sempre gentilmente;
Astenersi dalle chiacchiere futili, ma parlare solo di cose utili.
Le tre azioni relative alla MENTE sono:
La compassione. Astenersi dall’invidia, ma gioire del benessere altrui;
L’amore. Astenersi dalla malevolenza, ma essere benevoli;
Avere la retta visione. Astenersi dall’alimentare punti di vista errati, ma adottare punti di vista corretti
Queste sono le tre virtù mentali, Compassione, Amore e Retta Visione.
Le definizioni non rubare, non uccidere, sono traduzioni errate e fuorvianti, è meglio porre l’accendo sull’aspetto positivo, salvare le vite, avere le giuste relazioni, prendere solo quello che ci è dato, dire la verità, parlare gentilmente, unire le persone.
Le dieci azioni virtuose ci condurranno ad una vita celeste.
Anche astenersi da sostanze intossicanti si potrebbe tradurre in positivo con assumere solo cibi e bevande benefiche per il corpo e per la mente. Spesso le persone non sanno cosa si intenda esattamente per alcolici e così sorgono inutili discussioni che potrebbero essere ovviate adottando la visione positiva per un retto stile di vita fondato sulla via di mezzo.
 “Comprendendo che la ricchezza non è stabile ed è priva di essenza, fai dono in modo corretto ai monaci, ai brahmini ai poveri e agli amici: nella prossima vita non c’è amico più eccellente della generosità.”
Questa è la descrizione del dare, della pratica della generosità. La ricchezza e ogni possedimento non ha un’essenza propria perché è impermanente, destinata prima o poi a scomparire, a finire, e dunque, per quanto siano abbondanti i nostri beni, non potranno mai procurarci ad una reale soddisfazione.
L’unico mezzo per dare senso alla nostra esistenza è donare agli altri e in questo modo ogni bene trova significato nell’essere dato, per questo si dice di offrire con pura intenzione ai monaci, ai brahmini, ai praticanti, a coloro che non hanno nulla e agli amici, perché nella prossima vita non ci sarà migliore amico della generosità.
I nostri beni assumono valore e significato nell’essere donati, ma anche il donare deve avvenire nella via di mezzo perché al di fuori di essa ogni cosa è complicata e sbagliata.
Anche la pratica di Dharma ha senso nella via di mezzo, troppo Dharma non è buon Dharma e un’eccessiva generosità non è generosità. Il giusto metodo di praticare è quello di mantenersi sempre nella via di mezzo.
Ho un amico, barbone in trastevere, che la prima volta che mi vide mi chiamò per mostrarmi tutto contento alcuni giornali in cui si parlava di buddhismo, poi ci incontrammo una seconda volta, ero in compagnia di un regista indiano, e tutti insieme andammo a far colazione al bar, era molto contento malgrado soffrisse a causa di un piede ferito. Amava la libertà e conduceva una vita estremamente difficile, la terza volta lo rividi in un’inchiesta televisiva, a causa del freddo intenso si era rifugiato nella comunità di Sant’Egidio, anche lui aveva dovuto abbandonare l’estremo e ritornare ad una scelta nella via di mezzo. E’ una persona molto coraggiosa e spirituale, veramente notevole.
La via di mezzo è fondamentale, non dimenticatelo mai.
“Dovresti praticare la moralità che è intatta, irreprensibile, immacolata e non corrotta. E’ detto che la moralità è fondamento di tutte le virtù, come lo è la terra per le cose animate e inanimate.”
La moralità è come la legge, al di fuori di essa è impossibile relazionarsi in modo corretto con le persone e vivere nell’armonia sociale. Senza la legge gli esseri viventi non possono sopravvivere, la società si sgretola. La moralità un terreno su cui possono crescere le nostre qualità interiori e spirituali, è legge per la società umana ed è terra per tutte le cose esistenti.
Fino a questo punto abbiamo esaminato la descrizione delle sei cose da ricordare, è tutto chiaro? proseguiamo con la lettura:
“Sviluppa le incommensurabili perfezioni della generosità, pazienza, sforzo, concentrazione e saggezza, diventando così il signore dei conquistatori che ha raggiunto la sponda più lontana dell’esistenza.”
Le sei perfezioni sono basilari e rappresentano il fondamento per andare al di là del samsāra. Potremmo anche dire che le sei perfezioni sono il modo con cui superare tutti i problemi, risolvere qualsiasi confusione, far nascere in noi la pace, la calma, la serenità, la gioia. Praticando le sei perfezioni otterremo molto presto soddisfazione e felicità.
Ci sono domande?
Domanda: Vorrei conoscere qual’è la differenza tra buddhismo tibetano e theravada.
Lama: Vi è un solo Dharma ed esistono vari modi di esplicarlo. Ogni persona ha la propria capacità di comprendere il Dharma e di spiegarlo a se stesso. Sostanzialmente è la stessa cosa nelle differenze che caratterizzano le singole persone.
Domanda: Qual’è la differenza tra amore e compassione?
Lama: La compassione è l’intenzione di portare le persone al di fuori della sofferenza e l’amore è l’intenzione di portare le persone verso la gioia, la felicità, quindi sono diverse fasi di uno stesso significato.
Domanda: Quando parli delle divinità o deità cosa intendi esattamente?
Lama: Per i cristiani sono divinità cristiane, per i buddisti divinità buddhiste. Ad esempio deità possono essere gli angeli.
Domanda: Le deità possono anche essere le qualità della nostra mente rappresentate attraverso un simbolo una figura?
Lama: Il Buddha rappresenta tutte le qualità della nostra mente.






Vita e Dharma nel Suhrllekha di Nāgārjuna 

- Seconda Parte -

Gli “Otto Versi di Trasformazione  della mente”
La bodhicitta nel primo capitolo del Bodhicaryāvatāra di Sāntideva

Iniziamo la seconda parte dell’incontro recitando gli: 

Otto Versi della Trasformazione della Mente
“Gli otto versi della trasformazione della mente” appartengono ad un importantissimo testo scritto da Kadampa Geshe Langri Tangpa, e fanno parte degli insegnamenti Lo Jong. Il poema composto nel periodo della scuola Kadam. La traduzione italiana è stata effettuata dall’Istituto Lam Rim di Roma.

“Considerando tutti gli esseri senzienti
superiori alla gemma che esaudisce i desideri 
per realizzare il fine supremo
possa io costantemente prenderli a cuore.

Quando sarò con gli altri, 
riterrò me stesso come il meno importante,
e mi prenderò cura di loro fin nel profondo del cuore
come se ognuno fosse il più elevato degli esseri.

Vigile, ogni volta che sorge un’emozione negativa
Che possa nuocere me o gli altri,
l’affronterò e l’eliminerò senza indugio.

Vedendo esseri in preda alla malvagità
Intenti a violente azioni negative, sopraffatti da sofferenze, 
avrò  sempre cura di tali creature così rare,
come se avessi trovato un tesoro prezioso.

Quando altri, per invidia, mi maltratteranno,
mi insulteranno o faranno cose simili,
accetterò la sconfitta e offrirò la vittoria.

Quando qualcuno a cui ho fatto del bene
e in cui ho riposto grandi speranze
mi infligge un danno terribile,
lo considererò il mio santo amico spirituale

(Ripetere 3 volte:) In breve, direttamente e indirettamente, offro
Ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madri;
possa io segretamente prendere su di me
tutte le loro azioni negative e sofferenze.

Possa la pratica non essere mai contaminata dalle idee causate
dalle otto preoccupazioni mondane,
e, consapevole che tutte le cose sono illusorie,
possa io, privo di attaccamento, essere libero dal samsara.”
***

L’autore di questi versi era una persona semplice, interamente dedito alla pura pratica del Dharma più elevato, realizzabile solamente se si rimane saldi in un livello di vita umile.
Gli “Otto Versi della Trasformazione della Mente” sono importantissimi, io li sto praticando sin da quando ero piccolo, essenzialmente consistono nella bodhicitta, conosciuta anche come “mente altruistica” o “mente di illuminazione”, i cui risultati sono descritti nel primo capitolo del Bodhicaryāvatāra di Sāntideva, un testo fondamentale che ci mostra i benefici meravigliosi che otteniamo praticando queste qualità semplici e che in realtà non sono così irraggiungibili come appaiono.
Nel primo capitolo si afferma che la bodhicitta è un’alchimia in grado di trasformare la vita samsarica in una causa di illuminazione, capace inoltre di cambiare la natura del nostro corpo fisico composto da carne, ossa e sangue, conferendogli valore. La bodhicitta è il senso stesso della vita.
Faticare, nutrirsi, dormire, con il solo scopo di accumulare energia da spendere per produrre qualcosa di impermanente, in una catena fine a se stessa, rivolta unicamente alla sopravvivenza materiale che senso avrebbe? Questo è il samsāra, il cerchio della sofferenza.
Lo scopo di mantenere e curare il corpo è la bodhicitta che dobbiamo imparare a conoscere, altrimenti è solo una parola, un termine tecnico, e la possiamo realizzare attraverso la pratica degli “Otto Versi della Trasformazione della Mente.”
Se siamo troppo stanchi per concentrarci in altre pratiche, leggiamo gli “Otto Versi”; se siamo arrabbiati, leggiamo “Otto Versi”, se siamo confusi e agitati, leggiamo gli “Otto Versi” e la calma mentale tornerà.
Quando siamo oppressi da un livello eccessivo di emozioni negative, un ottimo mezzo per ritrovare la serenità e la calma riportandoci nel nostro stato naturale, è la lettura degli “Otto Versi”.
Gli“Otto Versi della Trasformazione della Mente” sono un testo fondamentale, così breve ma così completo, sono la sintesi di tutti i sūtra del Buddha ed è indispensabile dedicarvi la massima attenzione.
Leggendo per la prima volta gli “Otto Versi della Trasformazione della Mente” potremmo concludere frettolosamente che sia impossibile applicarli, ma non è così, non dobbiamo scoraggiarci perchè inoltrandoci a fondo nella loro semplice realtà scopriremo che i concetti diverranno sempre più familiari, tanto da essere parte integrante della nostra quotidianità.
Questa è la breve descrizione del Dharma.
Spesso si crede di aver bisogno di spiegazioni elaborate circa l’essenza del Dharma, mentre in realtà è semplice e diretto, basta conoscere e sforzarsi di mettere in pratica gli “Otto Versi della Trasformazione della Mente” ed ecco il Dharma.

Riprendiamo ora la “Lettera ad un amico” di Nāgārjuna, di cui nel precedente incontro abbiamo letto i primi versi, un consiglio dato a laici e a monaci che, in quanto tutti praticanti, non devono mai trascurare le sei cose da ricordare.
Nel quarto verso si richiama l’insegnamento del Buddha che raccomanda di ricordare queste sei cose tutti i giorni senza mai dimenticarle, esse sono i tre gioielli: Buddha, Dharma, Sangha, e le tre pratiche di Dharma: generosità, moralità e divinità. Tutte e sei devono essere costantemente presenti nella nostra quotidianità.
Buddha, Dharma e Sangha sono gli oggetti in cui prendere rifugio, la generosità è la prima pratica, la moralità la seconda, mentre le divinità ci aiutano ad analizzare attentamente la nostra pratica perché, anche se pensiamo di essere soli, in realtà  le divinità sono sempre presenti e ci osservano amorevolmente.
Tenendo a mente queste sei cose potremo praticare bene, mentre se le scordiamo, significa che in quel momento non siamo dei praticanti.
Quando ci svegliamo la mattina dovremmo evitare che la mente sia immediatamente assorbita e agitata da tutto ciò che deve fare, sarebbe opportuno per prima cosa ricordare queste sei cose, così da rilassarla e calmarla. Un praticante dovrebbe volgere la prima attenzione a Buddha, Dharma, Sangha, generosità, moralità e divinità.
In India io sono vissuto sempre in monastero e, giungendo in occidente, mi sono stupito nel vedere che spesso la gente quando si alza per prima cosa accende la radio per ascoltare musica, magari indiana, ma in realtà la musica non serve per calmare la mente, anzi la agita ulteriormente.
Un buon praticante deve innanzitutto rammentare le sei cose, è un attitudine semplice che ci permette di sviluppare consapevolezza, presenza mentale e fa si che la mente sia sempre in contatto con il Dharma.
I monaci al risveglio prendono rifugio in Buddha Dharma e Sangha e rivolgono la mente alla generazione di bodhicitta.
Non appena svegli anche noi possiamo formulare la semplicissima preghiera di rifugio in Buddha Dharma e Sangha fino al raggiungimento dell’illuminazione nella pratica delle sei perfezioni per il beneficio di tutti gli esseri senzienti, oppure possiamo recitare gli “Otto Versi di Trasformazione della Mente”
Ricordare queste sei cose è una pratica molto efficace.
Nel quinto verso si tratta della moralità e si descrivono dettagliatamente le dieci azioni virtuose da compiere con il corpo la parola e la mente, astenendosi anche dall’assumere cibi e bevande che possono essere a loro nocivi.
Abbiamo già valutato le dieci azioni virtuose di cui tre riguardano il corpo, quattro la parola e le restanti tre la mente. Le azioni virtuose decantano la positività di ogni situazione ed è dunque opportuno esaltarne l’aspetto positivo piuttosto che rimarcare il suo contrario, è il modo corretto di accostarsi al Dharma in ogni realtà, sia del corpo, della parola, o della mente.
Rileggiamole con attitudine positiva. 
Le tre azioni relative al corpo sono:
Salvare vite, (piuttosto che <non uccidere>);
Accettare solo ciò che ci è dato in modo corretto e donare, (piuttosto che <non rubare>);
Mantenere corrette relazioni con le persone, avere una condotta casta, (piuttosto che <non avere relazioni erronee>).
Le quattro azioni relative alla parola sono:
Dire sempre la verità, (piuttosto che <non mentire>);
Pacificare le discordie e unire le persone, (piuttosto che <non calunniare>);
Parlare sempre gentilmente e usare parole dolci, (piuttosto che <non ingiuriare>);
Parlare solo di cose utili, (piuttosto che <astenersi dalle chiacchiere futili>).
Le tre azioni relative alla mente sono:
La compassione. Gioire del benessere altrui, (piuttosto che <astenersi dall’invidia>);
L’amore. Essere sempre benevoli, (piuttosto che <astenersi dalla malevolenza>);
Avere la retta visione, adottare punti di vista corretti, (piuttosto che <astenersi dall’alimentare punti di vista errati>).
Le dieci azioni virtuose sono l’essenza dell’etica o moralità e, in modo assoluto, sono il fondamento di una vita serena nel benessere.
Il verso successivo tratta della generosità perché, comprendendo che tutto è impermanente e privo di essenza propria, risulta evidente che nulla può essere realmente posseduto ma deve essere offerto agli altri.
L’azione di donare agli altri è la più benevola verso noi stessi per la costruzione del futuro, produrrà in noi gioia e preparerà il benessere nelle vite che verranno.
Anche oggi ci sono persone che hanno più facilità di altre di ottenere buone condizioni di vita e ciò è dovuto alla generosità delle vite passate.
La pratica della generosità non può mai prescindere dalla pratica della moralità, perché senza moralità, anche se apparentemente si ottengono benefici immediati, dal punto di vista dharmico si creano situazioni fortemente negative che inevitabilmente produrranno i loro frutti, ecco perché etica e generosità non possono essere scisse.
La moralità deve essere praticata senza contaminazioni perché è legge per tutti gli esseri, è il fondamento di tutte le virtù.
La moralità favorisce le rinascite superiori e la generosità farà in modo che ci siano in queste vite buone condizioni, che già stiamo sperimentando nel presente: viviamo in Italia e stiamo praticando il Lam Rim, evidentemente precedentemente abbiamo praticato la moralità e la generosità.
Siamo nati come esseri umani e siamo intelligenti, è il risultato della pratica della moralità e inoltre abbiamo tutto ciò che ci serve, un rifugio, del buon cibo, è il risultato della pratica della generosità.
Abbiamo poi incontrato il Dharma in questa vita, è il risultato della presa di rifugio nei tre gioielli e indica che nel passato abbiamo praticato molto bene le sei cose da ricordare.
Un detto tibetano afferma che ciò che abbiamo fatto nel passato lo possiamo vedere in ciò che siamo ora. Riconoscere questa verità è uno stimolo per continuare a praticare correttamente fino a quando non si raggiungerà la perfezione.
Il “Dharma per accedere alle esistenze superiori” è espressamente relativo alle sei cose da ricordare, ci permette di maturare condizioni di vita migliori e una volta sviluppato completamente, ci fa passare alla fase successiva in cui dobbiamo praticare il “Dharma per ottenere l’illuminazione.”
Così nell’ottavo verso si afferma che attraverso la pratica delle sei pāramitā «generosità, moralità, pazienza, sforzo gioioso, concentrazione e saggezza» si andrà al di là dell’oceano del samsāra. La pratica delle sei perfezioni è un mezzo per raggiungere il nirvana, l’illuminazione.
Il Dharma descritto da Nāgārjuna si presenta in due fasi, nella prima dobbiamo praticare per ottenere rinascite superiori e favorevoli, e nella seconda pratichiamo per raggiungere l’illuminazione, il nirvana.
Il Dharma per ottenere rinascite superiori consiste nella pratica delle sei cose da ricordare, mentre il Dharma per raggiungere l’illuminazione, il nirvana, consiste nella pratica delle sei perfezioni.
I consigli di Nāgārjuna, fino a questo livello, sono rivolti a laici e  monaci, ci sono domande ?
Domanda: Vorrei un chiarimento su cosa si intende per “deità”.
Lama: In generale ci si riferisce ad esseri senza forma.
Domanda: Per i cristiani potrebbero essere gli angeli, o comunque esseri privi di corpo?
Lama: Possiamo anche immaginarli come divinità personali, angeli, arcangeli, che non intervengono nella nostra vita per cambiarla, ma ci sono accanto, ci osservano. Se qualcosa esiste, esiste, noi non possiamo negarlo. Sarebbe necessaria una lunga spiegazione, non è così semplice dare delle definizioni. Sono esseri senza forma che non vediamo, possono appartenere sia a regni superiori che inferiori. In questo caso specifico ci si riferisce a deità che appartengono a regni superiori, non hanno avuto realizzazioni complete, ma comunque hanno una forma di vita superiore alla nostra.
Domanda: Forse nel buddhismo si intendono le divinità come esseri non diversi da noi, che hanno vissuto molte vite come esseri umani o anche come animali e si trovano ad un livello di evoluzione diverso?
Domanda: Possono essere anche i nostri morti che ci accompagnano? Perché a me sembra di avere da loro segnali precisi.
Lama: Dipende da te, se tu vuoi questo, sarà così, i segnali non dipendono da esseri superiori ma dal tuo karma che è più potente di qualsiasi essere, anche dei Buddha, perché è creato da noi stessi.
 Nel buddhismo kadampa il karma è il fondamento di ogni cosa, è il principio che guida la nostra vita, per questo è così importante la cura di ogni azione parola e mente che produce inevitabilmente karma.
 Ognuno è assolutamente responsabile di se stesso, possiamo superficialmente sentirci influenzati da altro ma siamo noi responsabili di tutto ciò che ci riguarda.
 In occidente quando si parla di divinità le persone si agitano subito, ma le divinità non possono cambiare niente, solo il karma lo può. Non possiamo lottare contro il karma, ma soltanto predisporre le premesse per altro karma positivo.
Domanda: Operare il Dharma cambia il karma?
Lama: Certamente, il karma può essere trasformato. Dobbiamo comprendere gli insegnamenti di Buddha con intelligenza, non interpretarli letteralmente, alcuni sono definitivi, mentre altri devono essere interpretati.
Rileggiamo lentamente i primi versi della “Lettera ad un amico” di Nāgārjuna:
“Oh virtuoso degno e dotato di virtù ascolta questi pochi versi che ho composto affinché possa tu aspirare ai meriti che sorgono dalle parole di del Sugata.”
“Come un’immagine del Sugata, anche se di legno o di qualsiasi altra cosa, è venerata dall’uomo saggio, così non disprezzare questo mio poema benché sia privo di grazia, poiché è basato su un’esposizione del santo Dharma”.
“Benché tu abbia ascoltato e compreso le splendide parole del grande Saggio, non è forse una casa bianca resa ancor più bianca dalla luce della luna di mezzanotte?”
“Dovresti tenere in mente sei cose: l’Illuminato, i suoi insegnamenti, la nobile assemblea, la generosità, la moralità e le deità. L’insieme delle qualità di esse è stato ben insegnato dal Conquistatore”.
“Pratica sempre i dieci sentieri delle azioni virtuose con il corpo, la parola e la mente; astieniti dall’alcool e deliziati nelle attività virtuose.”
“Comprendendo che la ricchezza non è stabile ed è priva di essenza, fai dono in modo corretto ai monaci, ai brahmini ai poveri e agli amici: nella prossima vita non c’è amico più eccellente della generosità.”
“Dovresti praticare la moralità che è intatta, irreprensibile, immacolata e non corrotta. E’ detto che la moralità è il fondamento di tutte le virtù, come lo è la terra per le cose animate e inanimate.”
“Sviluppa le incommensurabili perfezioni della generosità, pazienza, sforzo, concentrazione e saggezza diventando così il signore dei conquistatori che ha raggiunto la sponda più lontana dell’esistenza.”
(Geshe la recita ora in tibetano)
Sarebbe stato interessante poter disporre anche della versione in sanscrito.
Quali pratiche sono descritte nella lettera di Nāgārjuna per ottenere rinascite superiori? -Le sei cose da ricordare-.
In cosa consiste l’etica e la moralità nel contesto della lettera di Nāgārjuna? -Nella applicazione delle dieci azioni virtuose e astenersi dalle sostanze intossicanti-.
Perché la generosità è così importante? -Perché non ci sarà amico migliore della generosità nelle vite future-.
Perché l’etica e la generosità sono le pratiche principali per ottenere le esistenze superiori? -Perché la moralità fa si che si possa ottenere una rinascita superiore, mentre la generosità fa in modo che in questa rinascita superiore si possano avere buone condizioni-.
Ricordarci del Buddha del Dharma e del Sangha permetterà che, in una vita superiore e con buone condizioni, incontreremo il Dharma, ed è per questo che le sei cose da ricordare sono importantissime.
Quindi, non appena svegli, avendo ricordato le sei cose per una vita superiore, cosa dobbiamo fare, invece di distrarci immediatamente in faccende mondane? -Praticare il Dharma per il nirvana, per lo stato di illuminazione-.
Qual’è la pratica del Dharma per il nirvāna? -L’applicazione delle sei perfezioni-.
Tutto l’insegnamento di Buddha è qui diviso in due categorie, il Dharma che ci conduce ad una rinascita superiore con condizioni adatte per praticare il Dharma che ci porterà all’illuminazione.
Questa è la grande capacità di Nāgārjuna di raccogliere tutti gli insegnamenti del Buddha in una sintesi chiara e inequivocabile, ordinandoli secondo una duplice suddivisione, nel primo presenta il Buddha e nell’altro ne spiega analiticamente gli insegnamenti dimostrandone tutto il valore.
Dopo il Buddha, Nāgārjuna è considerato il primo e più famoso insegnante buddhista, le sue opere sono il fondamento di tutta la letteratura buddhista, comprensibili, chiare e accessibili a tutti secondo le loro capacità.
Sulla “Lettera ad un Amico” di Nāgārjuna esistono moltissimi commentari tibetani, noi ne stiamo analizzando uno solo e abbiamo concluso il capitolo relativo ai consigli attuabili da tutti, laici e monaci.
Il nono verso affronta il primo dovere dharmico di rispettare il padre e la madre:
“Colui che onora il padre e la madre è di stirpe simile a quella di Brahmā e dei Maestri; onorandoli otterrà fama e in seguito raggiungerà i reami più elevati.”
Onorare il padre e la madre è un’importante pratica dharmica, forse non sempre facile, ma necessaria, è un ottimo modo per accumulare karma positivo.
I problemi sorgono dall’attaccamento e non dalla devozione verso i genitori, perché la venerazione e il rispetto nei loro confronti non saranno mai causa di ostacoli, ma al contrario solo fonte di buone relazioni e di crescita spirituale, mentre un eccessivo attaccamento produrrà inevitabilmente conflitti e difficoltà.
Venerare non significa soddisfare tutti i desideri dei nostri genitori, sarebbe impossibile, ma averne rispetto, ricordare con gratitudine le loro gentilezze e cercare di fare del nostro meglio, senza litigare con loro. Onorarli, ma senza attaccamento.
Domanda: Questo discorso vale anche per i propri figli?
Lama: E’ uguale, anche i genitori devono dare ai figli amore e compassione senza attaccamento, è il modo corretto di averne cura.
Domanda: E se noi rispettiamo i nostri genitori, ma loro non rispettano noi?
Lama: Il loro dovere non è venerare i figli, ma dare amore e compassione.
Domanda: Già, ma se quello che credono sia amore è in realtà un grande attaccamento e volontà di possesso.
Lama: In questo caso non devi combattere contro di loro, ma lasciar andare nella rinuncia. E’ una condizione samsarica, tu pensa a migliorare te stesso, non contrapporti a loro.
La seconda pratica dharmica è indicata nel decimo verso ed è particolarmente raccomandata ai laici, troppo assorbiti dagli affari e spesso travolti da stati emotivi negativi, affinché rinnovino e attuino le azioni virtuose. La traduzione letterale dal tibetano è “rinnovare le azioni virtuose e purificare le azioni negative”.
“Abbandona l’uccidere, il rubare, la condotta sessuale impropria, il mentire, l’alcool, l’attaccamento al cibo nei momenti sbagliati, il godere di letti e sedili alti e tutti i tipi di canzoni, danze e ghirlande.”
 “Prendi gli otto precetti che sono simili alla moralità di un arya, osservandoli donano agli uomini e alle donne il piacevole aspetto degli dei del reame del desiderio.”
Per contrastare le emozioni conflittuali suggerisce di praticare gli “Otto Precetti”, per un giorno intero, ventiquattrore, astenendosi dalle azioni dannose e purificandosi non assumendo alimenti dopo l’ora di pranzo.
E’ una pratica che fa bene al corpo e rinfresca le qualità spirituali, prevede che ci spogliamo di tutte le ambizioni e, immergendoci nell’umiltà della condizione umana, non dovremmo nemmeno ballare, né danzare, né agghindarci con ornamenti inutili e abbandonare ogni divertimento.
Per ventiquattrore dobbiamo vivere in modo semplice e naturale, come uno yogi, purificando le negatività e le contaminazioni, rinfrescando le virtù e vivendo profondamente la spiritualità.
E’ un metodo di purificazione da ripetere periodicamente, almeno una volta al mese, ma anche di più possibilmente, è raccomandato dal Buddha ed era praticato degli Arhat del passato, è semplice ed efficace e non richiede nessun cerimoniale, ne saremo purificati e rinvigoriti nelle qualità spirituali e nel futuro avremo un corpo e una mente sani.
Nel dodicesimo verso successivo Nāgārjuna pone in risalto il potere della consapevolezza per contrastare le tendenze negative:
“Guarda a questi come nemici: avarizia, furbizia, inganno, attaccamento, pigrizia, orgoglio, bramosia sessuale, avversione, arroganza di casta, forma, conoscenza, giovinezza e autorità.”
L’avarizia è l’opposto della generosità, la furbizia è l’opposto dell’etica, l’attaccamento è l’opposto dell’amore e della compassione, la pigrizia è l’opposto dell’intelligenza e della consapevolezza.
L’orgoglio sottintende la presunzione compiaciuta di possedere qualità in realtà inesistenti. Questo orgoglio procura un falso senso di felicità illudendoci di sapere e potere insegnare tutto. Nei monasteri è possibile incontrare questi soggetti, facile bersaglio di inevitabili scherzi, sono così inconsapevoli che non creano nemmeno karma negativo perché non hanno cattive intenzioni, sono completamente ottenebrati dall’orgoglio che affonda nell’ignoranza, si tratta solo di stupidità, anche se pericolosa.
L’attaccamento è il contrario della tolleranza, della pazienza. L’arroganza di casta si riferisce particolarmente alla situazione indiana, tuttoggi un grave problema. Il buddhismo ha sempre contrastato questa falsa visione.
La forma riguarda coloro che pensano di essere particolarmente attraenti e venerano il loro aspetto esteriore; altri invece presumono di essere grandi studiosi e di possedere tutta la conoscenza; altri ancora si ritengono eternamente forti e in salute. Dobbiamo considerare tutte queste sensazioni come nemici da cui allontanarci velocemente e definitivamente perché ci procurano solo disagio e disturbo e, se troppo vicini, potrebbero assalirci in ogni momento.
Questo testo contiene una ricchezza incredibile ed è il motivo per cui Nāgārjuna è definito il secondo Buddha. 
“Il saggio ha detto che la consapevolezza è la sorgente dell’immortalità mentre la distrazione è la sorgente della morte, perciò per aumentare le tue virtù, rimani costantemente attento.”
In questo verso è racchiuso l’argomento dell’incontro intensivo di oggi, “la vita e la consapevolezza”. Nella consapevolezza siamo vivi, senza siamo morti, in coma. Quindi per aumentare le tue virtù rimani costantemente attento.
“Chi in precedenza non è stato attento, ma più tardi diventa consapevole, come Nanda, Angulimala, Ajatasatru e Udhyana, risplenderà come luna libera dalle nuvole.”
Anche se dubitiamo di avere le capacità necessarie per praticare la consapevolezza non dobbiamo scoraggiarci e persistere, perché solo così potremo vincere l’ignoranza; è la stessa situazione in cui il cielo è nuvoloso e grigio, ma poi il vento spazza le nuvole e la luce dorata del sole risplende nel cielo azzurro.
Anche se abbiamo commesso azioni fortemente negative abbiamo sempre la possibilità di ribaltare completamente la situazione, come dimostrano i quattro illustri esempi rappresentati da Nanda, Angulimala, Ajatasatru e Udhyana, risalenti al tempo di Buddha,
Nanda, uno dei nipoti del Buddha, pensava sempre alla moglie e non praticava mai il Dharma, la sua mente era totalmente occupata da questioni mondane.
Angulimala aveva assassinato molte persone e con i loro denti aveva costruito una mala.
Ajatasatru aveva ucciso suo padre.
Però tutti e quattro, tramite la pratica della consapevolezza, cambiarono la loro vita, e lo stesso vale per noi, le azioni più terribili, o qualsiasi tipo di esistenza si sia condotta, possono essere trasformate. La consapevolezza è la nostra vera vita.
Se però pratichiamo la consapevolezza senza conoscere il Dharma sorgeranno difficoltà perché la consapevolezza isolata può indurre rigidità, deve sempre essere correlata al Dharma che è la realtà più flessibile dell’universo.
Non vi è spazio per la rigidità che inevitabilmente produce insoddisfazione e arrabbiature.
Se ad esempio con una mente rigidamente chiusa durante la meditazione sentiamo un rumore, immediatamente ci alteriamo e questo non è Dharma.
Il Dharma deve essere apertamente e totalmente integrato nella vita quotidiana, e ciò avviene nella consapevolezza.
La presenza della consapevolezza porterà nella nostra vita la presenza del Dharma che donerà calma e serenità ad ogni azione, e nessuna meditazione potrà mai essere condizionata o disturbata da fattori esterni. In ogni situazione dovrebbe esserci uno stato meditativo nella consapevolezza.
Domanda: Come si può, dagli stadi inferiori in cui non si ha consapevolezza, fare azioni tanto positive da permetterci di rinascere in stati superiori?
Lama: Per karma, dipende dagli incontri che grazie al karma si possono fare, anche Angulumala da feroce assassinio è potuto diventare santo perché ha incontrato il Buddha.
Grazie per essere qui oggi, Concludiamo l’incontro con la recitazione degli Otto Versi di Trasformazione della Mente.




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Il vero significato del Dharma nel Suhrllekha di Nāgārjuna

maggio 2005       - Prima Parte - 

Tutto ciò che dovremmo fare è arrecare beneficio agli altri esseri, è lo scopo della vita e del Dharma, invece purtroppo mettiamo sempre noi stessi al primo posto, istintivamente, anche se in realtà questa non è la nostra vera natura.
Dobbiamo riconoscere e distinguere in noi due tipi di personalità, di nature, di atteggiamenti, perchè la natura che ci porta ad affermare istintivamente il nostro sé e a porlo prima di tutti gli altri è qualcosa di diverso dalla nostra natura più profonda.
Anche porre sé stessi al primo posto non è necessariamente sempre negativo, tutto dipende da come lo si fa.
Spesso parlando con le persone mi rendo conto che i maggiori problemi nella loro vita derivano dal loro mettersi costantemente al primo posto dimenticando totalmente le necessità e il benessere degli altri. A queste persone non manca nulla dal punto di vista materiale, non hanno esigenze non facilmente appagabili, eppure ogni loro difficoltà e sofferenza nasce dalla concentrazione su se stessi, dal loro voler essere sempre al primo posto, nell’assoluta incuranza dell’altrui benessere.
Le sofferenze, le difficoltà, i problemi, della vita non nascono da condizioni esterne, ma si formano in noi stessi.
Soprattutto nei paesi in cui si ha benessere economico e ambiente favorevole ad una buona esistenza, in Italia non ci sono le premesse per insormontabili ostacoli, emergono le sofferenze a livelli più profondi e si manifestano difficoltà anche nei confronti delle persone appartenenti a paesi poverissimi in cui le condizioni di vita sono estreme.
E’ essenziale fermare l’attenzione e aprire il cuore alle difficoltà e alle sofferenze degli altri e non concentrarci esclusivamente sui nostri problemi, su noi stessi, perché proprio da questo atteggiamento nasce l’infelicità, individualizzando i problemi è come se pensassimo unicamente a una sola persona e tutto il resto del mondo non esistesse.
Fa parte della nostra natura istintiva metterci sempre al primo posto, però dobbiamo anche considerare “come” porre noi stessi al primo posto.
Ad esempio nell’affermazione: “io voglio essere forte, voglio essere istruito, voglio essere intelligente” non vi sarebbe nulla di sbagliato in sé, anzi sarebbe positiva, ma esaminando la motivazione di questo desiderio, si comprende che l’obiettivo è totalmente egoistico: soltanto noi vogliamo essere felici, forti e intelligenti e dunque, un’attitudine di per sé positiva, si trasforma in negativa e in causa di sofferenza.
Se invece queste aspirazioni fossero rivolte al benessere degli altri, si trasformerebbero automaticamente in fonte di felicità nel presente e nel futuro.
Il desiderio di migliorare se stessi, indubbiamente buono, può essere positivo o negativo, tutto dipende dalla motivazione. Se abbiamo volontà sincera di apportare benessere agli altri, noi stessi ne trarremo benefici e progrediremo, ma se il motivo è esclusivamente egoistico, se vogliamo apparire migliori, superiori agli altri, allora sarà impossibile realizzare la bontà auspicata e, al contrario, ne ricaveremo un danno.
Dobbiamo comprendere pienamente la differenza di queste due condizioni, il desiderio di migliorare se stessi, di diventare buoni è necessario, ottimo, ma l’esito dipende esclusivamente dalla motivazione che lo determina, altruistica o egoistica.
E’ un punto fondamentale, è il Dharma, che non consiste nel dire preghiere, fare rituali, meditare, ma nel mantenere l’atteggiamento di voler migliorare se stessi, essere sempre, in ogni circostanza, di beneficio agli altri, in questo modo l’io diviene strumento per servire gli esseri senzienti.
Possiamo affermare “io voglio diventare migliore”, ma a condizione che sia esclusivamente per il beneficio degli altri, in questo modo l’attitudine positiva diverrà qualcosa di infinito, mentre se il desiderio di migliorare è limitato a gratificare me stesso, l’aspetto positivo di questa azione sarà sminuito e vanificato.
In genere le persone non comprendono il profondo significato di questo atteggiamento interiore e pensano che il termine “altruismo” nel buddhismo sia limitato all’azione di dare tutto agli altri, senza necessità della relativa motivazione, ma è una visione errata, perché soltanto con la sincera attitudine interiore di voler ottenere ogni beneficio per gli altri esseri si può applicare il vero altruismo e progredire nel cammino spirituale.
Nel testo di Maitreya “L’Ornamento della piena realizzazione” sono riassunti tutti i sutra della Prajñāpāramitā in cui si ribadisce l’impossibilità di sviluppare la propria mente concentrandosi su una sola persona.
Dunque come possiamo aprire, sviluppare la mente, il cuore? -Semplicemente volgendo ogni attenzione al beneficio degli altri-.
Far crescere la mente, il cuore di bodhicitta, per il beneficio degli altri significa desiderare la completa illuminazione, lo scopo ultimo della nostra esistenza.
Desideriamo la completa illuminazione, il fenomeno più elevato possibile in questo universo, per il beneficio degli altri e quindi senza nulla di negativo e limitante. E’ un atteggiamento che ha un doppio effetto, perché ci permette di migliorare noi stessi agendo per il beneficio degli altri.
Se invece aspirassimo alla completa illuminazione soltanto per noi stessi desidereremmo qualcosa di impossibile, e non potremmo trarne altro che fallimento e miseria.
E’ impossibile illudersi di ottenere l’illuminazione esclusivamente per noi stessi, per una sola persona. L’attitudine del Dharma è voler migliorare se stessi e arrecare beneficio agli altri, senza alcuna contraddizione.
Se pensiamo di poter raggiungere l’illuminazione noi soli, rapidamente, prima degli altri, siamo immaturi, sciocchi e grossolanamente illusi.
Se nel rapportarci al Dharma ci sentiamo comunque insoddisfatti, è a causa di tale atteggiamento infantile. Ogni azione, ogni evento, negativo o positivo, può essere dedicato per il beneficio degli altri, e non solo di poche persone, ma per numero infinito di esseri, perché non farlo? considerato che è benefico a tutti, noi compresi.
La preghiera del rifugio diffusissima nel mondo tibetano: 
“Prendo rifugio nel Buddha, nel Dharma, nel Sangha finché non raggiungo l’illuminazione per il beneficio degli esseri senzienti praticando le sei pāramitā.”
descrive perfettamente lo scopo della vita, prendiamo rifugio nel Buddha, nel Dharma, nel Sangha per praticare  le sei pāramitā, così da raggiungere l’illuminazione per beneficiare tutti gli esseri senzienti.
Prendiamo rifugio nel Buddha, nel Dharma, nel Sangha non per far soldi, per acquistare una bella automobile, o un frigorifero ultimo modello, ma per praticare le sei pāramitā e per raggiungere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri.
Questo è il processo del Dharma, ed è anche l’atteggiamento dharmico.
Molto spesso mi addormento e mi risveglio recitando preghiera del rifugio che, tra l’altro, è adatta ai pigri perché sono solo due righe!….
Con il rifugio nel Buddha, nel Dharma, nel Sangha, sappiamo di procedere nella giusta direzione, pratichiamo le sei pāramitā, “Generosità, Moralità, Pazienza, Sforzo entusiastico, Concentrazione e Saggezza” per raggiungere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti di cui noi siamo parte e dunque stiamo praticando anche per noi stessi.
Tutto è estremamente chiaro, non ci si può più confondere, perché noi apparteniamo alla famiglia che accomuna gli esseri senzienti e stiamo attuando il nostro compito nella vita, la pratica delle sei perfezioni per raggiungere il nostro scopo che è l’illuminazione.
Non dovremmo mai trascurare la preghiera del Rifugio, far crescere la nostra mente significa desiderare la completa illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti prendendo rifugio fino alla completa illuminazione nel Buddha, nel Dharma, nel Sangha.
Le sei perfezioni sono applicabili in ogni evento della vita e l’accumulazione di meriti che ne derivano produrrà l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri.
Questo è l’aspetto magnifico dell’attitudine dharmica, possiamo far progredire noi stessi in modo infinito senza avere emozioni negative o entrare in conflitto con gli altri, al contrario, portando loro beneficio.
Il Dharma trasforma la mente e il cuore attraverso le intenzioni che maturiamo nel corso della vita e se ne perdiamo la visione, qualsiasi preghiera, meditazione o rituale, non diventerà mai un’azione dharmica.
Molte persone, soprattutto in occidente, confondono il Dharma con una sorta di terapia, ma non lo è, il Dharma trasforma l’atteggiamento interiore, la personalità umana a livello spirituale.
Il Dharma è qualcosa che ci accompagna per tutta la vita, che cura ogni sofferenza del samsāra trasformando il samsāra in nirvana, istante per istante, non è simile all’assistenza prodigata in un ospedale per un tempo definito e di cui non si conserva particolare memoria.
Il Dharma è l’essenza della vita.
Tutte le persone nel samsara necessitano del Dharma.
Il Dharma tocca la radice della sofferenza samsarica, non è utile per eliminare una particolare sofferenza, ma ne intacca la radice, che inevitabilmente si secca, e in questo modo rende vani tutti gli inutili tentativi di volerne specificare, sezionare e catalogare ogni singolo aspetto.
Il Dharma affonda direttamente nella mente, nel cuore umano, riesce a modificare il nostro atteggiamento abituale, seppure ad un livello superficiale, e a trasformarci.
Se scordiamo anche solo per un attimo il Dharma, riemerge subito l’abituale attitudine negativa, ma se ci ricordiamo che la mente evolve per raggiungere l’illuminazione per il benefico di tutti gli esseri senzienti, tutto cambierà immediatamente trasformandoci.
Quando ci lasciamo coinvolgere ad un livello profondo dalle emozioni negative siamo come in trance, abbiamo perduto la nostra vera personalità, siamo preda di uno stato emotivo pericoloso da cui possiamo liberarci soltanto cambiando radicalmente la disposizione della mente e del cuore.
Di fronte ai problemi della vita, abbiamo paura, ci sentiamo insicuri, ma è sufficiente rammentare il significato della preghiera del rifugio, “Prendo rifugio nel Buddha, nel Dharma, nel Sangha finché non raggiungo l’illuminazione per il beneficio degli esseri senzienti praticando le sei pāramitā”, perché tutti gli atteggiamenti samsarici siano capovolti in un solo minuto.
Il Dharma non ci indebolisce, al contrario ci rende più forti permettendoci di progredire speditamente verso la meta senza mai entrare in conflitto con gli altri, l’ottenimento dell’illuminazione è un bene per noi ed è un bene per gli altri. 
Il programma di vita proposto nella preghiera del rifugio, non indica un tempo definito di giorni, né di mesi, né di anni, ma coinvolge l’intera esistenza samsarica.
Non è così importante ciò che succede all’esterno, perché ogni evento è parte dell’evoluzione del samsāra, ma è assolutamente fondamentale l’intenzione interiore, la mente e il cuore puri, con cui si affrontano le situazioni.
E’ una perdita dannosa di tempo rimanere bloccati costantemente nella gabbia dei giudizi: “è giusto, non è giusto…”, una visione inutile e causa di sofferenza, apparentemente può anche mostrarsi come positiva, ma in realtà affonda nell’ignoranza.
L’equanimità è il corretto atteggiamento con cui affrontare ogni situazione, se pensiamo che una persona stia sbagliando dobbiamo essere consapevoli che questo fa parte del suo vissuto che noi non possiamo conoscere e, ugualmente, se una persona ora sta agendo secondo giustizia non significa che nel passato non abbia commesso molti errori o che non sbaglierà in futuro.
Il solo fatto di essere nel samsāra indica che tutti abbiamo le stesse caratteristiche, la stessa possibilità di sbagliare nel presente, nel passato e nel futuro, dunque non vi è ragione alcuna di giudicare, bisogna semplicemente mantenere la pazienza, il perdono e la compassione.
La vera compassione è soccorrere gli altri senza giudicare, con equanimità, anche se stanno sbagliando. In questo senso è veramente magnifico che l’Italia sia contraria alla pena di morte; nessuno, anche se commette errori gravissimi, può essere ucciso, ma deve essere aiutato a migliorare se stesso.
Dobbiamo applicare la filosofia di Gandhi, senza alcuna discriminazione di religione, razza, o genere, semplicemente lasciamo emergere la natura di base umana che è positiva, e pratichiamo nel quotidiano la tolleranza, la pazienza, la compassione.
Ora concludiamo con una breve meditazione.





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Il vero significato del Dharma nel Suhrllekha di Nāgārjuna

- Seconda Parte -

Questa mattina abbiamo insistito sulla necessità di trasformare l’atteggiamento ordinario in uno maggiormente ricco di significato, un cambiamento che sarà possibile solo grazie all’obiettivo più elevato dell’esistenza umana che supera la visione limitata dell’interesse verso una sola persona, noi, per aprirsi al benessere di tutti gli esseri.
Essere attenti all’evoluzione di  se stessi con lo scopo superiore di aiutare tutti gli esseri senzienti è essenziale per il nostro stesso benessere, infatti gran parte di difficoltà, insoddisfazione e problemi nascono dalla concezione ristretta ed erronea che lo sviluppo di sé sia in contraddizione con l’attitudine ad aiutare gli altri affinché possano progredire allo stesso modo.
Da un punto di vista dharmico non può esistere contraddizione tra l’evoluzione di se stessi e quella degli altri, entrambi gli aspetti sono complementari e inscindibili.
L’aspirazione ad essere di giovamento agli altri non può essere circoscritta nella scelta di pochi individui, ma accoglie tutti gli esseri senzienti, perché, anche se rivolta ad una sola persona, in realtà si trasforma in causa di beneficio per tutti gli esseri senzienti.
Questa è la retta visione, la retta compassione, il retto amore, il retto altruismo, al di fuori dei quali commetteremmo gravi errori contrari al vero altruismo.
Un altruismo che discrimina gli individui non è corretto.
Non è necessario dividere ogni cosa con tutti, si può praticare la generosità anche con un solo soggetto, purché si mantenga l’intenzione di beneficiare in questo modo tutti gli altri, e quando noi stessi usufruiamo di qualche vantaggio dobbiamo maturare istantaneamente l’intenzione di offrirlo per il benessere di tutti gli esseri.
Nella formula del rifugio si ripete: “con la pratica delle generosità e delle altre virtù possa io raggiungere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti”, il che auspica che la generosità, anche rivolta ad una sola persona, riguardi tutti gli esseri senzienti, e che possa divenire causa della mia illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri.
Questo è il modo di praticare la generosità, la moralità, la pazienza.
La pratica della pazienza, anche con una singola persona, potrà essere causa dell’ottenimento dell’illuminazione per tutti gli esseri senzienti, quindi smettiamola di lamentarci: “ah non ce la faccio più” e procediamo fino all’ottenimento della pazienza infinita che è la perfezione della pazienza, perché lo scopo è l’illuminazione per tutti gli esseri senzienti.
La pazienza non è riferita soltanto al modo con cui ci rapportiamo ad una singola persona, perché deve comunque essere costantemente interconnessa a tutti gli esseri senzienti fino al raggiungimento dell’illuminazione. Una visione perfetta che ci permette veramente di trasformare noi stessi.
Dicendo “non ce la faccio più”, identifichiamo un determinato soggetto, ma è sbagliato, perché non stiamo praticando per lui solo, ma per tutti gli esseri senzienti. Praticare la pazienza con questa persona è un modo di dimostrare rispetto nei confronti di tutti.
La motivazione di praticare la generosità, la pazienza e le altre perfezioni al fine di ottenere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti deve essere applicata a ogni azione della vita di cui è parte integrante.
Qualsiasi attività stiamo svolgendo, studiando, cucinando, pulendo, passeggiando, o lavorando, rimaniamo nella consapevole connessione con le sei perfezioni e dedichiamo ogni atto per l’illuminazione a beneficio di tutti gli esseri.
La differenza fondamentale tra un’azione quotidiana consapevole e una ordinaria consiste nella motivazione che la determina, se è compiuta con generosità o no. E’ dunque fondamentale apprendere le modalità per cambiare il nostro atteggiamento consueto, e applicare in ogni atto le sei perfezioni al fine di ottenere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.
Continuiamo con la lettura della lettera di Nāgārjuna:
 “Allo scopo di percepire l’ultimo, esercita correttamente l’attenzione sulle cose familiarizzandoti con essa; non ci sono altre pratiche che hanno altrettante buone qualità.”
E’ necessario esercitarsi nella meditazione sulla vera natura delle cose per percepire il significato ultimo dei fenomeni che è anche sinonimo di realtà ultima.
La vera realtà delle cose è vacuità, assenza di sé, impermanenza. Si dovrebbe sempre meditare conoscendo la natura dei fenomeni, non esiste una pratica di Dharma superiore a questa.
Osservando gli eventi non realizziamo immediatamente la loro intrinseca impermanenza, che cogliamo però in un secondo momento quando ne analizziamo la vera natura.
La domanda sull’essenza dei fenomeni è fondamentale e, fino a quando non ce la poniamo seriamente, saremo soggetti alla consueta e forte impronta mentale che ci induce a considerarli permanenti, un inganno che, se non smascherato, determinerà risultati opposti a quelli auspicati.
Le cose inoltre hanno in sé la natura di sofferenza, sono rarissime quelle che portano felicità. Quali procurano la felicità? e quali la sofferenza?
Risposte: Quando si agisce mossi dall’egoismo, senza amore, concentrati solo su di sé, senza una pura intenzione, si ha sofferenza, ma se non si passa attraverso la sofferenza come si potrà sperimentare la felicità?
Lama: In una parola, il Dharma ci conduce alla genuina felicità, il non-Dharma alla sofferenza. Io ripenso alla mia infanzia in cui mi sentivo spensierato e felice, pur non avendo ancora acquisito particolari insegnamenti di Dharma e, oggi che lo conosco, posso dire di essere ancora più felice. La felicità genuina è quella che non si perde, che non è intaccata da nulla e può essere solo quella del Dharma.
Domanda: Io però non riesco proprio a capire dove possa esserci felicità in questa terra, al massimo puoi averne l’illusione, lo stordimento momentaneo, perché tutto passa, i genitori muoiono, le compagne le perdi, tu invecchi, il tempo passa. L’unica cosa che esiste sulla terra è la sofferenza che forse ti può mantenere nella compassione. Ho un amico malato di alzheimer, un altro di parkinson, in tutti gli angoli del pianeta c’è una guerra o l’altra, gli esseri umani sono incapaci di comunicare tra loro, c’è una solitudine spaventosa, una violenza assurda, ma dov’è la felicità?
Intervento: La felicità è dentro di noi, la troviamo proprio nella compassione, iniziando da noi stessi, la via è il Dharma.
Lama:       Molto bene, proseguiamo.
Noi stiamo cercando la genuina felicità e le cause della felicità, difficili da trovare, la meditazione e lo studio sono strumenti di grande aiuto, così come gli scambi di idee tra noi.
Lo stesso Buddha non aveva tutto pronto, ha dovuto analizzare lungamente le cause della felicità, ha dovuto sforzarsi, compiere sacrifici e rinunce, impiegare molto tempo e costanza nell’osservazione analitica della realtà, che è essa stessa parte del Dharma.
Non c’è Dharma superiore all’attenzione rivolta alla comprensione e realizzazione della vera natura dei fenomeni.
Noi soffriamo perché afferriamo ciò che appare come permanente, mentre in realtà non può che essere impermanente; soffriamo perché osserviamo un oggetto che ci procura sofferenza come se non ci desse sofferenza; soffriamo perché ci illudiamo che qualcosa di non intrinsecamente esistente esista così come percepito e soffriamo perché pensiamo che una realtà priva di sé possa invece esistere con un sé indipendente.
Nāgārjuna, ci avvertite dell’inganno insito nell’erronea visione, spronandoci alla conoscenza reale di ogni evento.
 “La persona di ceto sociale elevato, di bell’aspetto e colta non è rispettata se è priva di saggezza e moralità; mentre chi possiede queste due qualità è onorato anche se non possiede le altre.”
La saggezza è intesa come la conoscenza, la realizzazione delle quattro realtà appena affrontate, e la moralità è la retta visione nella loro applicazione in ogni attività quotidiana.
Senza questi due principi la vita non avrebbe alcun significato indipendentemente dal tipo di azione attuata, è un dato di fatto.
“Oh conoscitore del mondo, sii indifferente verso questi otto dharma mondani: guadagno, perdita, felicità, infelicità, parole dolci, parole dure, lodi e disprezzo, perché non valgono le tue premure.”
Buddha Sākyamuni raccomandava ai suoi seguaci di mantenere ininterrottamente il giusto equilibrio tra gli eventi estremi della vita.
Le otto esperienze di emozioni mondane inevitabilmente ci fanno cadere negli estremi: se perdiamo un bene ci sentiamo infelici, se guadagniamo denaro felici, ma il Buddha ha insegnato che dovremmo permanere sempre nell’equanime livello di equilibrio, se otteniamo un guadagno è normale, se lo perdiamo lo è altrettanto, non dovremmo minimante esserne influenzati, lo stato mentale non deve essere in alcun modo condizionato da perdite o guadagni.
Se ci sentiamo felici quando otteniamo qualcosa o infelici se lo perdiamo, significa che siamo dominati dal dharma mondano, ma questo non è Dharma.
Come si è dunque nel vero Dharma?  -Nell’equanimità, senza attaccamento.-
Se siamo felici se guadagniamo qualcosa, o infelici se lo perdiamo, è a causa dell’attaccamento e per questo stesso motivo entrambe le situazioni appartengono alla sofferenza.
La felicità è lo stato privo di sofferenza, liberi da ogni attaccamento.
Anche quando, come oggi, siamo in uno stato di qui appagamento del corpo che gode buona salute, è ben nutrito e ci sentiamo felici, siamo comunque in una situazione che appartiene al samsāra.
Se la nostra mente è calma e il nostro corpo sta bene siamo felici, non appena però avvertiamo qualche acciacco o preoccupazione precipitiamo nell’infelicità, eppure entrambe le situazioni sono parte della sofferenza allo stesso modo, non sono Dharma.
Il Dharma è essere liberi dall’attaccamento.
Di fronte alle lodi ci esaltiamo contenti, ma se riceviamo critiche sprofondiamo nello sconforto e tutto avviene a causa dell’attaccamento al nostro sé, siamo schiavi del dharma mondano.
Santo è colui che non subisce l’influenza delle emozioni, ma rimane serenamente saldo nell’equilibrio, al contrario gli esseri mondani sono sballottati nel dharma modano da cui non sanno separarsi, ne sono completamente schiavi, ma coloro che desiderano il nirvana e la liberazione non dovrebbero subire gli attacchi degli otto dharma mondani.
 “Non compiere negatività neanche per il bene dei brahmini, dei monaci, delle deità, degli ospiti, dei genitori, dei figli, della regina o degli attendenti perché nessuno dividerà con te il risultato degli inferni.”
Non bisogna commettere nessuna azione negativa nemmeno per il Buddha, per il Dharma o per il Sangha, né per il Guru, né per se stessi, né per gli altri, non ci sono eccezioni.
“Benché le azioni negative compiute non ti feriranno subito come una spada, il loro risultato si manifesterà quando verrà il momento della morte.”
Le azioni negative lasciano sempre un’impronta sottile nel nostro flusso mentale che si manifesterà inevitabilmente al momento della morte.
Le impronte dharmiche maturate nella vita non sono in grado di manifestarsi a livello grossolano, ma solo a livello sottile, e durante il processo della morte la nostra mente divenendo sempre più sottile, le farà emergere chiaramente così che i risultati delle azioni negative si manifesteranno come uccelli che volano nel cielo proiettando la loro ombra sulla terra.
Domanda: Ma è difficile scegliere il giusto comportamento, perché il libero arbitrio non esiste nel mondo, siamo assolutamente condizionati da ciò che abbiamo appreso e subito. In queste letture tutto sembra ovvio, ma nella realtà che si può fare di fronte a certe ingiustizie che ti marcano a vita?
Lama: Applicare la pazienza e il perdono nella saggezza. Conoscere il karma è importantissimo, nella consapevolezza della realtà ultima delle cose si può apprendere il cammino nella pazienza.

Concludiamo recitando insieme la preghiera del Lam Rim.

***





Dimorare nello stato di Soddisfazione nel Suhrllekha di Nāgārjuna

giugno 2005

Oggi è una giornata particolarmente afosa, dunque ci vuole molta pazienza anche se, rispetto all’India, potrei dire che fa quasi freddo; come vedete tutto è relativo, perché ci sia il caldo ci deve essere il freddo e viceversa, è sempre necessaria una misura di comparazione.
Vedo nuovi amici che forse per la prima volta si avvicinano al Dharma, che in realtà non è mai veramente nuovo perché è insito nella natura umana fondamentale e se, nell’entusiasmo dell’approccio iniziale, può sembrare straordinario, non è né qualcosa di nuovo né di vecchio, è sempre lo stesso Dharma che ogni persona vive secondo le sue possibilità.
Il Dharma non è una tradizione religiosa è semplicemente il modo in cui pensiamo, affrontiamo e concepiamo il vivere.
Se riusciamo a vivere in modo sereno, gioioso, felice, siamo una persona che vive nel Dharma.
Il Dharma non si identifica con il buddhismo, non è il buddhismo, è semplicemente espressione della natura umana.
Ho visto ultimamente un video di Tiziano Terzani che racconta la sua esperienza di vita e ho pensato che questa stupenda persona probabilmente avrebbe potuto insegnarvi il Dharma meglio di me, perché io sono un monaco, un maestro, un orientale, un tibetano cresciuto in India ed è probabile che il mio linguaggio sia meno diretto e che voi pensiate che io possa realizzare più facilmente certi obiettivi insiti nella mia cultura. Tiziano Terzani usa il vostro linguaggio, ha le stesse esperienze radicate nella cultura occidentale, comprende questo mondo in evoluzione ed è vicino ai giovani, e penso che oggi trarremo giovamento dalla visione del filmato che poi commenteremo insieme.
Tiziano Terzani mi ha profondamente impressionato, soprattutto considerando che ha realizzato questo documento negli ultimi giorni di questa esistenza in cui lui era perfettamente consapevole della morte imminente, i cancri e le metastasi che invadevano totalmente il suo corpo erano irreversibili, eppure lui continuava a lavorare, a comunicare agli altri la profondità della sua vita con gioia, entusiasmo, felicità e serenità, è veramente ammirevole, e io pensavo “Ah se tutti i miei amici italiani sapessero vivere in questo modo!...” Tiziano Terzani ha vissuto pienamente all’interno del Dharma.
Dedichiamo qualche momento alla meditazione e, assumendo rilassati la posizione corretta, analizziamo con consapevolezza ogni sensazione che il corpo ci invia.
L’unità del corpo con la mente è il primo approccio alla meditazione. In genere il corpo e la mente sono separati, ma nella meditazione lo scopo fondamentale è mantenerli uniti, qualsiasi movimento del corpo deve essere recepito dalla mente, e altrettanto ogni movimento della mente deve essere percepito dal corpo, in modo da ottenere l’unione armonica di mente e cuore con il corpo fisico.
Il secondo elemento è il respiro, dobbiamo averne consapevolezza, non lasciarlo scorrere automaticamente e indipendentemente, ma osservarne la profondità, la durata e avere consapevole esperienza del respiro con il corpo e la mente.
Dopo aver stabilizzato l’unità della mente con il corpo e l’unità della mente con il respiro, passiamo al terzo gradino che è la consapevolezza della nostra attitudine mentale. Applichiamo l’unione della motivazione con la mente domandandoci: “qual’è la mia intenzione, la mia attitudine?”
C’è una sola buona attitudine in grado di portare gioia felicità serenità ed è l’attitudine all’amore e alla compassione. Nell’amore e compassione sperimenteremo naturalmente gioia, pienezza, soddisfazione, ma al di fuori di essa otterremo solo vuoto desolazione, sofferenza.
Sarebbe veramente difficile spiegare il concetto di amore e compassione se lo affrontassimo solamente a livello teorico, filosofico, ma tramite la sua sperimentazione possiamo identificarlo con chiarezza e semplicità come “sensibilità verso tutti gli esseri senzienti”, uno per uno, perché ognuno vive in modo diverso le stesse esperienze che, riconosciute singolarmente, creano la sensibilità che è amore e compassione.
Con sensibilità alle sofferenze e ai problemi degli altri radicheremo questo sentimento in noi stessi, ed è importante perché spesso ci limitiamo alla percezione emotiva e superficiale dell’amore e della compassione verso i poveri, i più disgraziati, coloro che stanno male, nei confronti di individui che avvertiamo in un certo senso inferiori, mentre, rapportandoci a persone che apparentemente stanno bene, non proviamo nessun tipo di amore e compassione e ciò significa che la nostra sensibilità non è autentica.
Se avessimo veramente la sensibilità di provare amore e compassione per tutti gli esseri sapremmo vedere che anche persone apparentemente sane, benestanti e felici in realtà soffrono e hanno problemi e difficoltà.
L’amore e la compassione non possono essere indirizzati in modo discriminante e parziale, ma devono essere offerti a tutti gli esseri senzienti, con sensibilità.
Questo aspetto è fondamentale perché solo riuscendo a maturare questo tipo di sensibilità siamo realmente liberi da qualsiasi forma di attaccamento e di avversione, al di là di ogni simpatia o antipatia, di ogni giudizio, finalmente capaci di vivere nel Dharma e nella pace.
Vivere in pace significa vivere senza angoscia e senza paura, svincolati dalle emozioni conflittuali, esistere realmente nella verità.
Avversione e attaccamento sono i due principali disturbi mentali che, anche nei confronti di situazioni in sé buone, ci fanno perdere la pace e la tranquillità interiori.
Dopo attaccamento e avversione il terzo disturbo mentale veramente devastante è la rabbia, che distrugge ogni cosa, l’atmosfera, il sorriso, è impossibile sorridere quando si è arrabbiati, distrugge la pace, l’amicizia, la bellezza, una persona arrabbiata è veramente poco attraente.
La rabbia non nasce in noi spontaneamente, ma è una conseguenza dell’attaccamento e dell’avversione, dunque, da dove vengono attaccamento e avversione? -dall’ignoranza-.
Dall’ignoranza sorge attaccamento e avversione;
Da attaccamento e avversione sorge la rabbia;
La rabbia distrugge qualsiasi realtà positiva.
Solo l’amore e la compassione sono in grado di abbattere la rabbia provocata da avversione e attaccamento e di sconfiggere l’ignoranza, perché ci permettono di sviluppare la saggezza che vince l’ignoranza. Questo è il terzo passaggio della meditazione.
Il primo è l’unione di corpo con cuore-mente (cuore e mente devono sempre essere intesi come unità);
il secondo è l’unione di cuore-mente con il respiro, la consapevolezza del respiro;
il terzo è la consapevolezza di cuore-mente, la sensibilità che permette di provare amore e compassione nei confronti di tutti gli esseri senzienti.
Senza amore e compassione siamo individui aridi e poveri, senza cuore.
Una persona che reagisce con la rabbia che distrugge tutto è senza cuore.
Unire la mente con la consapevolezza significa applicare la nostra sensibilità alla sofferenza di tutti gli esseri senzienti, senza alcuna distinzione. L’amore e la compassione non discriminano nessuno, la sofferenza è uguale alla sofferenza e la felicità è uguale alla felicità, è una regola ineludibile.
Nell’amore e compassione riflettiamo profondamente sulle conseguenze negative dell’attaccamento, dell’avversione, della rabbia e dell’ignoranza.
Amore e compassione sono la risorsa, la fonte di ogni cosa buona.
L’opposto di amore e compassione è la rabbia che è la fonte della distruzione di tutte le cose buone.
L’opposto della rabbia è la risorsa di amore e compassione che ci libera da ogni paura, angoscia, avversione e attaccamento, collocandoci in una condizione di pace, verità e gioia, e questo è il Dharma.
Adesso meditiamo.

(dopo la meditazione riprende l’insegnamento):
Meditare per sviluppare la pace in noi, con mezzi e mente pacifica in modo da trasmetterla senza armi agli altri, diffondendola nell’atmosfera, è il Dharma, e nel linguaggio moderno il termine “Dharma” potrebbe essere tradotto con la parola “Pace”.
Pace con il corpo, pace con il respiro, pace con la mente e, infine, pace con tutto ciò che ci circonda, che è esterno. Durante la Messa, scambiandosi il segno della pace, si compie un grande gesto di Dharma, e si potrebbe dire indifferentemente “la pace sia con te” o “il Dharma sia con te”.
L’argomento di oggi è proprio relativo al “dimorare nello stato di soddisfazione” che non è certamente riferito all’adempimento di tutte le nostre ambizioni, sarebbe impossibile, anzi il modo più sicuro per non ottenere lo stato di soddisfazione è proprio quello di voler realizzare tutte le aspettative mondane.
Potrebbe sembrare una contraddizione, perché generalmente consideriamo soddisfacente l’attuazione di tutte le nostre ambizioni, ma questo desiderio ci pone inevitabilmente in una situazione fortemente tesa, spesso competitiva, lottiamo uno contro l’altro e nulla di tutto ciò è apportatore di pace.
Leggiamo come Nāgārjuna intende per dimorare nella soddisfazione.
 “Il Maestro di dei e uomini ha detto che la soddisfazione è la più eccellente tra tutte le ricchezze, perciò sii sempre soddisfatto. Una persona è veramente ricca se è contenta senza possedere ricchezze.”
Questa è la soddisfazione autentica, non un momentaneo appagamento materiale, ma radicata nell’attitudine, nella motivazione.
Ma cos’è la soddisfazione nell’attitudine?  E’ avere meno desideri.
“Oh buon re, proprio come il più eccellente dei nāga soffre per quante sono le teste che ha acquisito, allo stesso modo si soffre per quante sono le proprietà acquisite; mentre non è così per colui che ha pochi desideri.”
Questi due versi che ci spiegano cosa significa dimorare nella soddisfazione. La domanda è: qual’è la migliore ricchezza?
La migliore ricchezza è avere pochi desideri e attitudine alla soddisfazione; l’attitudine alla soddisfazione è essere soddisfatti di ciò che si ha in quel momento e non ambire ad altro. Se siamo capaci di dimorare in questa condizione contenuta, possiamo ottenere lo stato di soddisfazione e di felicità.
Un esempio evidente di non pace e serenità è dato dal possesso di molti beni. Se si posseggono gioielli preziosi, soggetti a probabili furti, o denaro da investire e far fruttare. si è sommersi dalla preoccupazione di poterli perdere, ed è perfetta la comparazione con i nāga che, più teste hanno e più sono soggetti alle cause di sofferenze, da ciò emerge che il buddhismo è una religione per i poveri.
Questi due versi molto belli ci indicano senza possibilità di dubbio come dimorare nella soddisfazione: avere pochi desideri e maturare l’attitudine alla soddisfazione. Se interpretiamo in modo errato questo concetto potremo avere grandi problemi ma se lo affrontiamo correttamente ne trarremo enormi benefici.
Avere pochi desideri nella soddisfazione significa essere nella via di mezzo, dunque non vuol dire esserne completamente privi, ma accogliere solo i desideri essenziali tralasciando quelli irrealizzabili, inutili o eccessivi.
Pochi desideri e pochi bisogni sono due realtà strettamente correlate, una persona che non è mai soddisfatta di ciò che ha, qualsiasi cosa possegga, è praticamente in perenne stato di bisogno perché non riuscirà mai ad estinguere la sua sete.
Essere soddisfatti di ciò che si è raggiunto, qualsiasi sia l’entità, è estremamente importante perché significa riconoscere l’avvenuta attuazione del desiderio, quindi avendo pochi desideri riusciremo a concretizzarli e ne trarremo di conseguenza soddisfazione, dovremo dunque imparare a selezionare i desideri scegliendone pochi che saranno così realizzati facilmente.
Dobbiamo imparare a valutare i desideri dando priorità ai più importanti ed eliminando quelli inutili. Avere pochi desideri essenziali significa raggiungere la soddisfazione del primo desiderio, poi del secondo, e così via e ne saremo pienamente contenti. Mentre se non saremo soddisfatti né dal primo, né dal secondo, non lo saremo mai da nessun altro, non otterremo in alcun modo la felicità.
Riuscire a selezionare pochi desideri è il segreto della felicità, se ad esempio la mattina il primo desiderio è una buona colazione e pensiamo di non riuscire a prepararla come vorremmo, possiamo andare al bar e gustare cornetto e cappuccino, l’importante è esserne consapevolmente soddisfatti, in questo modo diverranno cibo per il corpo ma anche per la mente, e cominceremo la giornata in allegria e serenità.
La soddisfazione non può mai provenire dall’esterno, nasce in noi stessi e Nāgārjuna nella lettera ad un amico spiega il metodo da seguire.
Qualcuno interpreta rigidamente questi versi e, fraintendendone il significato, pensa di dover eliminare ogni desiderio ma non è così, Nāgārjuna suggerisce invece di scegliere con intelligenza pochi desideri fondamentali e solo quelli che saremo in grado di realizzare con autentica soddisfazione.




Suhrllekha di Nāgārjuna  - Il Dharma 

settembre 2005

Ci incontriamo in un’atmosfera ricca di pace e armonia per fare esperienza di Dharma, che è appunto pace, armonia, tranquillità.
L’esperienza del Dharma nasce in noi stessi, e non certamente dal possesso di oggetti materiali esterni.
Oggi, in particolare, la sensazione di serenità è intensa perché ci ritroviamo dopo un mese di pausa, un’assenza che può essere ugualmente occasione di esperienza profonda del Dharma.
Tutto esiste in modo relativo, nulla è mai assolutamente negativo o positivo.
I fenomeni, in quanto interdipendenti, non possono che essere relativi e ciò significa che due o più fattori devono incontrarsi per dar origine a qualcosa di nuovo.
Dunque, sia avere incontri che non averli, può dar luogo a un nuovo fenomeno, ad una nuova esperienza dharmica.
Anche il nostro essere qui oggi è un punto che si trova tra un periodo, appena trascorso, in cui non ci siamo ritrovati e uno nuovo in cui siamo nuovamente insieme, è il punto di incontro di due diversi fenomeni, il risultato che permette la nascita di nuove esperienze.
Il Dharma non è una realtà che può esserci data da qualcuno, è un fenomeno naturale, è il risultato della convergenza di più fenomeni e noi dobbiamo saper cogliere questo aspetto in ogni momento della vita per poter esperire il Dharma.
Tutta l’esistenza è un risultato della concordanza di fenomeni diversi, ed è una stupenda opportunità di vivere pienamente nella percezione dell’esperienza dharmica.
Non dovete pensare che il Dharma sia un pacchetto che  potete prendere da me oggi per portarvelo a casa, con il rischio di perderlo per strada, in autobus o altrove, il Dharma è un fenomeno naturale dell’universo, è sempre presente in ogni momento della vita e in ogni luogo, pronto ad essere colto.
La natura è ricca di effetti positivi ma può anche produrne di negativi, come i disastri naturali, e noi generalmente focalizziamo l’attenzione su questi ultimi, scordandoci completamente dei magnifici doni che ci elargisce ampiamente e a cui attingiamo continuamente.
La natura è il nostro guru, il nostro miglior maestro e il suo regalo più grande è il Dharma che dobbiamo accogliere, comprendere e vivere pienamente. In quanto esseri umani possediamo la mente umana che fa parte della natura, è un suo preziosissimo regalo, è Dharma.
La mente umana è la fonte della felicità e dell’ottenimento della soddisfazione di tutti i desideri, è il nostro bene pregiato e ci permette di generare il Dharma nel nostro flusso mentale, di costruire la pace, la felicità, la tranquillità. Solo così gli esseri umani possono produrre tutte le qualità mentali e le alte realizzazioni.
Alcune persone hanno fantasie circa le realizzazioni elevate, ma tutto può essere prodotto dalla nostra mente perché al di fuori di essa non può esservi né pace, né felicità, né realizzazione.
Le banche ad esempio maneggiano grandi quantità di ricchezze, ma al loro interno non c’è nessuna pace, né felicità, lo sportello del bancomat contiene molto denaro, ma non vi è traccia di tranquillità, né di gioia, proprio perché il bancomat non ha la mente.
Spesso purtroppo, noi scambiamo la mente con il denaro perché crediamo che solo avendone in abbondanza potremo realizzare i nostri desideri, ma non è uno cambio proficuo.
Il Dharma fa parte della natura interdipendente della realtà ed è la mente stessa quindi, preservare la nostra mente, svilupparla, prendersene cura, è già in sé Dharma.
La meditazione ha suscitato interesse ed acquisito una certa fama in occidente perché si prende cura della mente, capacità ormai dimenticata dal mondo occidentale moderno che così ha perduto la pace, la felicità, la tranquillità, la serenità.
Se lasciamo sfuggire la mente non esiste alcuna possibilità di ritrovare pace, felicità, tranquillità. Pensiamo che la mente sia il cervello e che tutto vi sia racchiuso all’interno e ci affanniamo per averne il perfetto e capillare controllo, ma è il segno che abbiamo smarrito la mente.
Non dobbiamo perdere la mente, questo è un punto particolarmente importante nella moderna civilizzazione occidentale, e la meditazione è un metodo per trovare la mente e prendersene cura.
Per l’occidente, così evoluto tecnologicamente, la definizione più opportuna di meditazione sarebbe quella di “ritrovare la mente perduta” e per questo dobbiamo vivere il Dharma, non una volta al mese, una volta la settimana, una volta al giorno, ma in ogni istante dell’esistenza.
Certe persone pensano che non esista questa mente e allora come possono trovare la pace?
La pace, la felicità, la tranquillità sono caratteristiche della mente e, se non crediamo nella sua esistenza, non c’è nessun modo per ottenere il benessere. Il problema principale non è la mancanza di Dharma, ma l’aver perso la mente.
Qual’è l’essenza della mente? Come possiamo sentire la mente in noi stessi?
L’amore e la compassione sono l’essenza della mente, del nostro cuore.
E cosa sono la pace, la tranquillità, la felicità? non il silenzio e nemmeno l’assenza di pensieri, la mente vacua, sono esattamente l’amore e la compassione, l’esperienza profonda di amore e compassione.
Il modo per trovare la pace, la tranquillità, la felicità, è cercare la nostra mente, riportarla in noi stessi e sentirne la presenza, tre passaggi fondamentali per definire che cosa stiamo praticando, il Dharma.
Nell’esperienza di queste tre condizioni conosciamo il metodo per trovare pace e tranquillità nella mente.
Il Dharma non è una realtà statica, ma è un continuo processo di sviluppo della mente.
Il Dharma non appartiene ad una qualche autorità esterna, non è un mio bene che vi posso vendere o regalare, non posso distribuirlo come se fossi un’agenzia specializzata, eppure nella confusione della società attuale spesso si ritiene  che una persona sia autorizzata a dare il Dharma ad altri, e la gente pensa, “ah come sarebbe bello se anch’io avessi questa autorizzazione!...” e si affanna per cercare quale sia l’autorità di grado più elevato nell’ambito del Dharma, un attitudine che dimostra solo una sconfinata ignoranza e confusione.
Il Dharma è un dono della natura che esiste da un tempo senza inizio e durerà in eterno, è presente ovunque e non solo all’interno dei centri di Dharma, come erroneamente qualcuno potrebbe fraintendere, è in ogni luogo e in ogni momento, ma per trovarlo dobbiamo essere ben consapevoli che esiste in maniera relativa e interdipendente, non è un fenomeno che esiste da sé, autonomamente, in modo indipendente.
Come dicevamo questa mattina, il punto di riunione di due periodi differenti, uno in cui non ci siamo ritrovati e un secondo in cui siamo insieme, può divenire opportunità di fare una nuova esperienza di Dharma, che non sorge da sé, indipendentemente, ma è il risultato dell’incontrarsi di due diverse condizioni.
Un altro esempio, ancor più chiaro, è rappresentato dal suono che scaturisce dall’incontro della campana con il batacchio, se si inizia a cercarne la provenienza non si trova un luogo, è semplicemente il risultato dell’unione di questi due elementi, senza la quale quel suono non esisterebbe. Allora, che cos’è il suono? un fenomeno che esiste in modo interdipendente, risultato di più fattori correlati.
Allo stesso modo il Dharma non può essere in maniera indipendente, non è un’entità che possiamo afferrare, è il risultato della convergenza di diversi fenomeni, è interdipendente e non indipendente.
La mente umana è il vero Dharma per gli esseri umani, anche se noi ottusamente pensiamo che la mente non esista perché non la troviamo da nessuna parte come fenomeno indipendente, ma la mente esiste in maniera interdipendente, esattamente come il suono.
E’ fondamentale aver compreso questo punto perché se non crediamo che la mente esista come fenomeno interdipendente, cominceremo a cercarla all’interno del cervello. La mente umana è il Dharma ed è interdipendente.
A un terzo livello possiamo chiederci che cos’è questa mente? qual’è la sua essenza? come possiamo averne esperienza? A tutte queste domande la risposta è semplice: dobbiamo esperire l’amore e la compassione.
Se non c’è esperienza di amore e compassione non è possibile sentire la mente e dunque nemmeno il Dharma. La vera pace, la vera felicità, la vera tranquillità sono l’esperienza dell’amore e della compassione.
Anche l’amore e la compassione non ci possono essere dati dall’esterno, sono interdipendenti, nascono dalla conoscenza della sofferenza altrui e nostra e dalla sensibilità che si sviluppa in noi.
In un sūtra si dice che “quando i Bodhisattva praticano un Dharma praticano tutti i Dharma”, questo Dharma è la grande compassione. Il Buddha ha detto che la grande compassione è avere tutti i Dharma nella propria mente. La grande compassione è l’anima del Dharma.
Ora mediteremo e rifletteremo su questi concetti per comprenderne profondamente l’essenza e fare esperienza della pace della tranquillità della felicità, prima però leggiamo il Sūtra del Cuore.

Il Cuore della Perfezione della Saggezza”
Il titolo sanscrito è: Bhagavati  Prajna Paramita Hridaya
Così una volta udii:
Il Bhagavan dimorava a Rajagrha, presso il Picco dell’Avvoltoio, con un gran numero di Arhat e un gran numero di Bodhisattva e a quel tempo il Bhagavan era entrato nell’assorbimento meditativo sulla varietà dei fenomeni chiamato “percezione profonda”. In quello stesso tempo, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, era assorto nella stessa pratica della profonda perfezione della saggezza e vide che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca.
Quindi, tramite l’ispirazione del Buddha, il venerabile bikshu Shariputra si rivolse all’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva e gli disse: “come deve addestrarsi un figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza?”
Quando fu detto questo, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, rispose al venerabile bikshu Shariputra e disse: “Shariputra, ogni figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza, dovrebbe vedere chiaramente nel seguente modo: dovrebbe vedere distintamente che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca”.
“La forma è vuota, la vacuità è forma; la vacuità non è altro che forma, la forma non è altro che vacuità. Allo stesso modo sono vuote le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza. Quindi, Shariputra, tutti i fenomeni sono vacuità; essi sono privi di caratteristiche peculiari; non sono nati, non cessano; non sono contaminati, non sono incontaminati; non sono incompleti e non sono completi.”
“Quindi, Shariputra, nella vacuità non c’è forma, né sensazioni, né percezioni, né formazioni mentali, né coscienza. Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente. Non c’è forma, né suono, né odore, né gusto, né oggetti concreti, né oggetti mentali. Non c’è nessun elemento visivo, così fino a nessun elemento mentale fino a includere nessun elemento della coscienza mentale. Non c’è ignoranza, non c’è estinzione dell’ignoranza, e così fino a nessun invecchiamento e morte, e nessuna estinzione dell’invecchiamento e della morte. Allo stesso modo, non c’è sofferenza, origine, cessazione o sentiero; non c’è saggezza, né ottenimento e neppure mancanza di ottenimento.”
“Quindi, Shariputra, poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti, si basano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non avendo oscuramenti nelle loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati totalmente oltre l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana. Tutti i Buddha che dimorano nei tre tempi hanno ottenuto il pieno risveglio dell’insuperabile, perfetta illuminazione, basandosi su questa profonda perfezione della saggezza”.
“Quindi, si dovrebbe sapere che il mantra della perfezione della saggezza – il mantra della grande conoscenza, il mantra supremo, il mantra uguale a ciò che non ha uguale, il mantra che fa tacere tutte le sofferenze – è vero perché non è ingannevole. Si proclama il mantra della perfezione della saggezza:
OM TADYATHĀ GATE GATE PĀRAGATE PĀRASAMGATE BODHI SVĀHĀ
Shariputra, così i Bodhisattva mahasattva dovrebbero addestrarsi alla profonda perfezione della saggezza”.
Quindi, il Bhagavan si svegliò dal suo assorbimento meditativo e lodò l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, dicendo che era eccellente.
“Eccellente! Eccellente! Figlio del lignaggio dei Bodhisattva, è proprio così; dovrebbe essere così. Bisogna praticare la profonda perfezione della saggezza proprio così come hai rivelato. Perciò anche i Tathagata se ne rallegreranno”.
Come il Bhagavan pronunciò queste parole, il venerabile bikshu Shariputra, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, insieme all’intera assemblea, inclusi i mondi degli dei, degli umani, degli asura e dei gandharva, tutti gioirono e lodarono ciò che il Bhagavan aveva detto.
Nota: La traduzione italiana di questo testo, con le note, è stata redatta dall’ Istituto Lamrim di Roma dal testo originale in tibetano e con l’ausilio delle traduzioni inglesi.

Questo sūtra è molto potente, tratta della natura interdipendente dei fenomeni che, in quanto vacui, esistono solo in modo interdipendente.
Non esiste l’occhio, perché l’occhio di per sé non c’è, è il risultato di più fattori congiunti, non c’è mente, perché anch’essa esiste in modo interdipendente e così ogni cosa. Tutto è semplice, noi abbiamo la tendenza ad afferrare ed attaccarci a ogni fenomeno, ma conoscendone l’interdipendenza, constatando che non esiste intrinsecamente, è evidente che non c’è nulla da afferrare, nulla a cui attaccarsi.
Noi stessi siamo interdipendenti, questo è il Dharma.
Il Dharma è vacuo, aperto come lo spazio.





Pratica Quotidiana nel Suhrllekha di Nāgārjuna

settembre 2005

Oggi ci addentreremo nella pratica quotidiana che ci indica come integrare il Dharma nelle attività consuete.
La pratica del Dharma si articola in due aspetti, uno formale, ad esempio durante la sessione meditativa, e un secondo informale, presente nella routine quotidiana. Non esiste situazione in cui non si possa applicare il Dharma.
Nella meditazione formale approfondiamo con attenzione e riflettiamo su ciò che abbiamo studiato e appreso e, ancor più importante, tentiamo di farne esperienza, perché non avrebbe senso leggere testi bellissimi sull’amore e la compassione se poi non ne vivessimo l’essenza in noi stessi. E’ un cibo che dobbiamo mangiare per riceverne energia, non è sufficiente guardare il menù di un ristorante. Senza l’esperienza diretta potremmo leggere una gran quantità di libri senza ottenerne nessun beneficio.
Stare seduti in silenzio e riflettere su questi concetti è guarirsi dall’interno, è prendere una preziosa medicina che ci aiuta in ogni circostanza e non scordando l’intenzione, nemmeno durante lo svolgimento delle mansioni consuete, possiamo integrare questa pratica nel Dharma.
Durante l’espletamento delle attività quotidiane, che occupano la maggior parte del tempo nella giornata, dobbiamo di tanto in tanto ristabilire la nostra intenzione basata sull’amore e la compassione.
Anche se è a volte è difficile scoprire concretamente l’amore e la compassione nelle mansioni ordinarie, dobbiamo ugualmente mantenerci aperti nell’intenzione, in ogni situazione.
Un antico re un giorno si recò dal Buddha lamentando di essere assillato dalle necessarie incombenze di governo e di non avere tempo per la pratica spirituale e gli chiese come fosse possibile conciliare i suoi doveri di sovrano con la pratica del Dharma. Il Buddha rispose che comprendeva la sua impossibilità di dedicarsi alla meditazione formale, ma che comunque, in qualsiasi momento durante lo svolgimento dei suoi compiti, poteva rammentare l’amore e la compassione. Motivando ogni azione con l’intenzione della bodhicitta si conciliavano perfettamente le necessarie mansioni con la pratica del Dharma. In questo modo le attività del re si sarebbero trasformate in cause di illuminazione.
Nel commentario si dice che questa è la prassi dei Bodhisattva e, anche se non si ha tempo per una meditazione formale, ogni atto deve essere connesso all’amore e alla compassione.
Ad esempio, quando siamo colti da una malattia, da un dolore, dovremmo pensare “possa questa sofferenza essere purificazione della sofferenza di tutti gli esseri senzienti” oppure si può pensare: “possa la sofferenza che io sto sperimentando in questo momento sostituire quella che potrebbero provare altri esseri”.
Altrettanto, quando siamo in condizione appaganti, in salute, contenti, dovremmo dedicare questo benessere per il beneficio di tutti gli esseri.
Durante i pasti, dovremmo consumare il cibo immaginando di trasformarlo in beneficio per tutti gli esseri senzienti e ricordarci che stiamo alimentando il nostro corpo e anche gli infiniti esseri che vivono al suo interno, secondo la visione buddhista sono ottantaquattromila, ora gli diamo il cibo ma in futuro potremo offrire il Dharma. In questo modo, non solo sosteniamo noi stessi, ma creiamo un legame karmico con gli esseri che vivono in noi.
Anche nel sonno ci riposiamo e rigeneriamo il nostro corpo in modo da rinvigorirlo per poter praticare il Dharma.
Ugualmente quando puliamo la casa immaginiamo che, compiendo questo atto, stiamo eliminando il karma negativo, stiamo cacciando tutte le illusioni per beneficio degli esseri senzienti.
Quando ci laviamo le mani pensiamo di dissolvere con l’acqua tutte le illusioni mentali degli esseri; quando apriamo una porta pensiamo di aprire un varco affinché tutti gli esseri senzienti possano raggiungere la liberazione, il nirvāna, oppure, quando accendiamo una candela in segno di offerta pensiamo di accendere la saggezza per gli esseri infiniti come lo spazio, per eliminare la loro ignoranza.
Ogni attività può divenire pratica dharmica in connessione con l’intenzione della bodhicitta costante e interrotta, ogni evento così trasformato è causa di liberazione.
I versi che seguono usualmente sono recitati prima di mangiare, di dormire e di ogni attività.
“Considera il cibo come una medicina, non usarlo con odio o attaccamento, né per potenza, orgoglio o bellezza, ma unicamente per mantenere il corpo.”
 “Oh virtuoso, impegna utilmente l’intero giorno, l’inizio e la fine della notte e dormi con consapevolezza solamente nel periodo di mezzo, così che il tempo del sonno non sarà senza frutti.
Medita costantemente sull’amore, compassione, gioia ed equanimità; anche se in questo modo non otterrai lo stato supremo, raggiungerai tuttavia la felicità del mondo di Brahmā.
Dopo aver abbandonato tramite le quattro concentrazioni, i piaceri, le gioie e le sofferenze del reame del desiderio, otterrai i livelli fortunati degli dei, brahmini,abhasvara, subhakrtsna e brhatphala..”
La vera medicina è il cibo, non le pillole chimiche vendute nelle farmacie che possono anche essere veleno.
Il cibo combatte la malattia, quale malattia? La malattia della fame! Perché la fame è malattia, questo è un punto importante.
Dobbiamo assumere la giusta dose di questa preziosa medicina, il cibo, avendo cura di evitare ogni eccesso che è sempre causato dall’attaccamento, se ci nutriamo in modo insufficiente non potremo mantenerci in salute, e se mangiamo troppo, non solo non ricaveremo buone energie, ma ne avremo un danno.
Dobbiamo essere consapevoli che il cibo è la medicina contro la fame e, mangiando, conservare l’intenzione della bodhicitta di sostenere il corpo per poter praticare il Dharma e aiutare gli altri esseri.
Per quanto riguarda il sonno non è bene dormire durante il giorno, perché si perdono opportunità preziose, si spreca il tempo e non si ha consapevolezza del tempo che passa. Nella notte non si dovrebbe dormire nella prima parte della sera e neppure la mattina, perché questi due momenti sono particolarmente adatti alla pratica e alla meditazione. Anche dormendo bisogna essere consapevoli nell’intenzione della bodhicitta e pensare che lo si fa per sostenere il corpo che deve essere di beneficio agli altri esseri.
Si suggerisce di dormire nella postura del leone, distesi sul lato destro, con la mano destra sotto il viso, perché supini riceviamo troppa luce e, al contrario, proni ci volgiamo verso l’ignoranza, quindi l’unica posizione raccomandata per l’essere umano è quella sul fianco, possibilmente con il viso rivolto a nord e la testa verso est, se però il letto nella stanza non è collocato in modo corretto è sufficiente immaginare che lo sia.
Alcuni Lama tibetani muoiono in postura meditativa, ma è un evento raro e difficile. Il Buddha morente in molte raffigurazioni, sopratutto del sud est asiatico, è rappresentato nella posizione del leone, in effetti il Buddha non sta morendo nel senso comune, ma sta passando al parinirvāna.
Anche questo tipo di raffigurazione è importante perché ci ricorda l’impermanenza, come si deve dormire, come si deve morire, qual’è la giusta posizione da mantenere. Il dormire è una piccola morte, una preparazione alla vera morte, quindi è bene allenarsi ogni notte, l’istante in cui vengono meno le facoltà sensitive prima di entrare nel sonno profondo è simile al momento in cui moriamo.
Sia il cibo che il sonno sono una parte rilevante della pratica, un’ottima occasione di meditazione.
La lettera di Nāgārjuna tratta anche dei quattro incommensurabili pensieri, che abbiamo già visto in passato, e che sono simili alla compassione, alla gentilezza amorevole e al loro mantenimento nelle comuni mansioni di tutti i giorni.
Prosegue con le quattro concentrazioni, che sono simili alla meditazione formale, consistono nel praticare la concentrazione sul singolo punto unitamente al processo analitico e servono per superare l’attaccamento. Le quattro concentrazioni sono necessarie per superare l’attaccamento al regno del desiderio, ed è una tecnica interessante perché, applicandola, si riflette sui difetti del regno del desiderio e sulle qualità dei regni superiori, sviluppando una tendenza verso i regni superiori e abbandonando l’attaccamento al regno del desiderio.
Superato l’attaccamento del desiderio si avanza nel primo regno superiore, e continuando a praticare con costanza quest’attitudine, si procede passo a passo verso il regno superiore al precedente. 
Sono pratiche un po’ difficili da spiegare adesso, ma non scoraggiamoci e proseguiamo nella lettura.
“Le azioni che sorgono: costantemente, con un forte afferrarsi, senza antidoti e da basi dotate delle principali qualità, sono i cinque tipi di grande virtù e non virtù; da questo momento impegnati nelle virtù.”
“Come una piccola quantità di sale cambia il sapore di una piccola quantità d’acqua ma non quella del fiume Gange, allo stesso modo dovrebbero essere comprese le piccole azioni negative in riferimento alle estese radici di virtù.”
Rammentate sempre i cinque karma virtuosi e i cinque karma non-virtuosi, esercitarsi continuamente e ripetutamente nella loro valutazione è una pratica molto potente.
La bodhicitta è un karma positivo potentissimo, così come la rabbia è un karma negativo molto forte.
Esiste anche un karma negativo senza rimedio, ma non è così facile capire cosa intenda.
Tutti questi tipi karma porteranno risultati pesanti, sia in positivo che in negativo, ed è per questo che Nāgārjuna raccomanda nella lettera all’amico di praticare fortemente i potenti karma positivi evitando accuratamente quelli negativi.
Si tratta di codificazioni classiche, tradizionali, del karma e sono correlate ai tre tipi di rifugio, Buddha, Dharma, Sangha, ai propri genitori e al maestro, e se ne sottolinea la grande efficacia in positivo come in negativo.
E’ necessario imparare a valutare con attenzione il karma accumulato, positivo e negativo, perché se si è maturato poco karma positivo, anche una piccola quantità di karma negativo può influenzare e produrre potenti effetti nocivi.
Se invece si è accumulato molto karma positivo, una piccola quantità di karma negativo non può aggredire, per questo motivo insisto particolarmente sulla necessità di accumulare meriti, karma positivo.
Purtroppo molti libri di autori occidentali moderni sul buddhismo non affrontano mai questo aspetto essenziale, pongono maggior enfasi nella ricerca psicologica, ma è un errore, perché il valore spirituale dell’accumulazione dei meriti è fondamentale per la generazione della bodhicitta.

Grazie a tutti per essere stati qui oggi.

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Compleanno di Sua Santità Tenzin GyatsoXIV° Dalai Lama

6 luglio 1935 - 2005 

Porgiamo un particolare benvenuto ai nuovi amici che sono con noi nel giorno del compleanno del Dalai Lama Tenzin Gyatso.
Altri nuovi amici, che ancora non ho incontrato di persona, mi hanno chiesto telefonicamente di celebrare il loro matrimonio con rito buddhista e li ho invitati a venire oggi per conoscerci e parlare, perché in Tibet non esiste una cerimonia di matrimonio anche se ora, comprendendo le esigenze nate dall’interscambio di popoli di vari paesi e la necessità di poter documentare e ricevere un riconoscimento pubblico, parecchi maestri buddhisti in varie parti del mondo hanno iniziato ad impartire alla coppia una benedizione per l’unità e l’armonia.
Se esistesse un preciso rituale di matrimonio buddhista questo consisterebbe nell’impegno a prendere rifugio nei tre gioielli e ad assumere i voti dei cinque precetti.
Chissà se questi amici verranno o se avranno cambiato idea? Questo è parte della natura impermanente dei fenomeni ed è sempre Dharma.
Il Dharma si fonda sulla natura impermanente della realtà, non lo dobbiamo scordare mai, altrimenti non progrediremo.
La soluzione di ogni difficoltà e problema si realizza solo nella consapevolezza della natura impermanente delle cose, ed è fondamentale mantenerla chiara in noi soprattutto nell’ultimo atto della vita in cui saremo completamenti soli, nessun amico, nessun parente, ci potrà accompagnare e per questo dobbiamo cominciare a prepararci sin d’ora.
Non si trova il Dharma nella ricerca di una vita eterna, sarebbe una contraddizione di termini, non si può rincorrere l’idea di una felicità permanente quando la natura stessa della realtà è impermanente.
Dobbiamo dunque addestrarci nella conoscenza del processo della natura impermanente della realtà, altrimenti rischiamo di impegnarci inutilmente in una moltitudine di preghiere e di pratiche con lo scopo esclusivo di ottenere in questa vita un “meglio” di cui non conosciamo nemmeno la natura, ma questa vita passa troppo velocemente.
Io ho superato i quarant’anni e sono sbalordito di come siano fuggiti in fretta, solo ieri ne avevo quattordici, mi sembra di avere appena lasciato la mia casa per andare in monastero nel sud dell’India. Ricordo il distacco dai genitori alla frontiera, un dolore che sembra insopportabile ed è freschissimo nella mia memoria, come se fosse appena accaduto, e ogni volta che ritorno a casa ho la sensazione di essere stato sempre là, l’unica differenza rispetto alle precedenti partenze è che oggi c’è minor sofferenza perché è diminuito l’attaccamento.
Questo dimostra che la liberazione non è radicata nelle cose materiali, nella casa, nella famiglia, ma nel distacco mentale, nell’addestramento della mente ad affrontare, momento per momento, la natura impermanente della realtà, il cammino verso la saggezza.
Il Dharma, che non ha nulla a che vedere con effetti speciali come volare liberi nel cielo, o possedere il terzo occhio, è semplicemente essere in grado di guardare in faccia la realtà senza paura, è la saggezza. Condividere questo tipo di passione, di sensibilità, con la saggezza costituisce la compassione.
La spiritualità, il Dharma e la pace interiore sono le nostre grandi vere necessità, le conquiste dell’esistenza umana, un argomento inesauribile, tanto che in centootto volumi tibetani sono raccolte le parole del Buddha e tutte riconducono alla stessa essenza della realtà.
La situazione economica e sociale vissuta dalla mia famiglia è paragonabile a quella attuale del Sudan meridionale, eppure io oggi vivo in Italia, un paese tra i più sviluppati, un vero paradiso per me!.. e quando torno in Nepal le persone incuriosite mi chiedono tante notizie sulle condizioni in occidente e ne sono così ammirati che pensano che io, per il solo fatto di stare in Europa, debba essere necessariamente un grande Lama, un grande maestro, perché già sto vivendo con gli dei!...
La mia esperienza è davvero straordinaria, ero partito da una situazione piena di difficoltà, di incertezze e precarietà e nonostante questo ho potuto ricevere un buon livello di educazione e di istruzione e sono in una condizione che mi permette di affrontare nuove sfide e trovare altre possibilità per procedere nelle vite future. Questo rappresenta la condizione umana e il Dharma è appunto la possibilità e capacità che l’uomo ha di impegnarsi per guadagnare e conquistare se stesso.
Non si tratta di accumulare beni materiali come il denaro o il potere, ma di conquistare  la ricchezza che deve essere intesa per il beneficio degli altri, così da poter diventare fonte infinita di felicità per gli altri.
Non si tratta nemmeno di dover diventare ricchi, famosi ad ogni costo, ed essere talmente affaccendati da avere centinaia di segretari per poi ritrovarsi completamente pazzi.
Durante il primo anno a Roma cercavo il modo per mantenermi e un mio amico indiano, prete, mi disse che finché ero vestito così non avrei mai avuto nessun lavoro, per prima cosa dovevo almeno cambiare l’abito. La sua preoccupazione era sincera e disinteressata, sapeva da dove venivo, conosceva perfettamente la situazione indiana, e mi regalò un paio di scarpe, un dono per me preziosissimo e che utilizzai fino alla fine. Chissà, se avessi seguito il suo consiglio avrei anche potuto trovare un buon impiego, forse come professore, o uomo d’affari, o magari diventare un uomo politico che in Italia ha la capacità di inventare un nuovo slogan ogni giorno, in ogni caso avrei solo accumulato stress, un ottimo metodo per impazzire, ma il Dharma è al di fuori di tutte queste cose, è altro.
Il Dharma è conoscenza, comprensione, saggezza, sperimentazione della realtà.

Oggi è il 6 luglio, compleanno del Dalai Lama, ha settant’anni e per onorare questa ricorrenza ho preparato alcuni piatti tibetani che, a conclusione della giornata, potremo condividere in serenità.
Il Dalai Lama non deve essere visto come un individuo nella sua singolarità, ma come il frutto del karma del popolo tibetano e, adesso che le condizioni sono mutate profondamente, è necessario cominciare a considerare il Dalai Lama come il frutto del karma della popolazione globale.
Il bambino indicato come Dalai Lama, all’età di due anni, non aveva alcuna pretesa in tal senso, non ha chiesto questo incarico, è stato individuato, cercato e scelto dal popolo tibetano che lo ha designato come Dalai Lama.
I tibetani credono che sia un’emanazione del Buddha della compassione, e questo fa di lui realmente un’emanazione del Buddha della compassione perché le cose non esistono di per sé, ma secondo l’imputazione che ne diamo.
Poiché noi lo riconosciamo, lo designiamo, lo imputiamo come Buddha della compassione, lui lo deve essere, non può esistere altrimenti. Il XIV° Dalai Lama risponde pienamente a questa aspettativa e tutti noi dobbiamo essere infinitamente grati alla grandezza di questa persona.
Quando si dice che Sua Santità è l’emanazione del Buddha della compassione non si afferma che il suo comportamento sia al di là dell’umano, al contrario, il suo comportamento è insito nella categoria del comportamento umano, ma ha la funzione di essere ispirazione ed esempio delle qualità migliori degli esseri umani.
Incontrandolo vediamo una persona come tutti noi, con le difficoltà che ogni essere umano deve affrontare, la grande differenza è nella sua capacità di affrontare ogni situazione, sempre, per il beneficio di tutti gli esseri.
Adesso vi farò ascoltare la registrazione della voce del Dalai Lama che oggi ha pronunciato un magnifico discorso in tibetano, poi lo commenterò. Grazie ai mezzi moderni abbiamo potuto ascoltare questa registrazione, la tecnologia se usata in modo appropriato è utilissima, se se ne abusa può invece diventare estremamente pericolosa. 
(segue discorso- sintesi: ).
«Sua Santità ha esordito ringraziando chi sta festeggiando il suo compleanno nel mondo, a coloro che vivono nelle regioni himalayane, in Mongolia, a oriente e a occidente. Oggi a Dharamsala è una giornata di piogge monsoniche abbondanti, quindi molte persone per ascoltare le sue parole erano all’aperto, sotto qualche ombrello e il Dalai Lama scherzando ha detto che questa pioggia sarebbe stata una benedizione per coloro che la stavano prendendo.
Ripensando a questi settanta anni di esistenza, alle tante le esperienze di gioia e di dolore, Sua Santità non ha dubbi nel verificare che tutte queste emozioni derivano esclusivamente dall’io, dal sentimento del sé.
La propria felicità, il proprio dolore, nascono dall’io, così come la sofferenza e la felicità altrui, ed è dunque chiaro che gli insegnamenti del Buddha di amore e compassione hanno una loro ragione di essere, una loro verità.
Al di là del fatto che un individuo possa avere fede o meno, essere credente o no, la natura della realtà fa si che amore e compassione siano l’unica possibilità di liberazione dalla sofferenza.
Il Dalai Lama continua dicendo che da piccolo era ovviamente interessato soprattutto ai giochi, ma crescendo si è appassionato sempre più al Dharma e con le esperienze della vita ha compreso la fondamentale importanza del buon cuore e di quanto una chiusura mentale conduca soltanto alla depressione e alla sofferenza. Questo va al di là dall’appartenenza o meno ad una religione, il buon cuore e una mente aperta sono sempre di beneficio alla felicità propria e altrui, e nell’arco della sua vita ha fortemente voluto assumere questo atteggiamento e incessantemente dato agli altri lo stesso consiglio. E’ un atteggiamento completamente benefico e così finché sarà in vita lui non smetterà mai di proporlo a tutti perché il beneficio è immediatamente evidente.
Le celebrazioni, i rituali e le preghiere che le comunità tibetane nel mondo stanno eseguendo in questi giorni in suo onore sono dedicate interamente al beneficio degli esseri senzienti.
Il Dalai Lama ci tiene particolarmente a precisare che lui è innanzitutto un essere umano, poi un buddhista, e infine un monaco tibetano e Dalai Lama; sono tre diversi livelli del suo modo di esistere e comportano che:
come essere umano abbia la responsabilità del bene di tutti gli altri esseri senzienti;
come buddhista la responsabilità di avere profondo rispetto nei confronti di qualsiasi altra religione e di attuare i principali scopi della sua esistenza, portare beneficio e armonia agli esseri umani e armonia tra le varie concezioni religiose, che devono essere onorate con devozione perché più religioni esistono e più aumenta la possibilità che siano di beneficio agli esseri umani.
Infine, come monaco tibetano e Dalai Lama la sua responsabilità è la protezione del popolo tibetano che lo considera un dio, un salvatore, per questo deve cercare di fare sempre del suo meglio, e a questo punto aggiunge considerazioni legate particolarmente alla situazione socio politica interna dei tibetani e, proprio perché il Dalai Lama, come tutti gli altri non è un essere permanente, ma impermanente, raccomanda che i tibetani comincino a prepararsi per poter scegliere il loro prossimo capo attraverso strumenti democratici. Finché lui sarà in vita avrà la responsabilità di cercare di ottenere per i tibetani una certa forma di libertà, ma i tibetani comunque devono sin d’ora lavorare affinché nel futuro possano eleggere democraticamente chi li dovrà rappresentare.
Concludendo ha ringraziato nuovamente i partecipanti alla celebrazione di Dharamsala che sono stati così pazienti e tolleranti nei confronti della pioggia e della scomodità del luogo, la piazza è piccola e molto affollata.»

Sono magnifici i due aspetti ricordati dal Dalai Lama che riguardano rispettivamente i suoi doveri di essere umano che deve vivere ed essere di beneficio agli altri, e di buddhista, che deve portare armonia e pace con grande rispetto verso ogni religione.
La verità del messaggio di amore e compassione è la natura stessa della realtà e vivendo in essa non si può essere altro che felici.
L’unico modo per produrre felicità è quello di rimanere nella realtà e non di scappare, che invece è la nostra prima istintiva reazione, eppure non c’è modo di fuggire dalla realtà, quindi meglio affrontarla, confrontarci con essa ed esserne contenti, altrimenti non faremo altro che moltiplicare le sofferenze.
E’ veramente bello che il Dalai Lama, nel giorno del suo settantesimo compleanno, non parli della propria grandezza o delle cose realizzate, ma semplicemente, come sempre, parla di Dharma, della incommensurabile grandezza del Dharma e sono veramente felice di aver avuto l’opportunità di ascoltare questo messaggio dalla sua voce e di poterlo condividere con voi.
Il Dalai Lama è davvero un essere unico, ed è bene non porsi nell’aspettativa di poterne vedere un altro; c’è stato un unico Gandhi, un unico Gesù, un unico Buddha, e c’è un unico quattordicesimo Dalai Lama, né il primo, né il secondo, né il quindicesimo, sono stati o saranno simili al quattordicesimo Dalai Lama. Noi siamo immensamente privilegiati ad essere suoi contemporanei e a poter condividere la sua vita e il suo messaggio, non eravamo presenti ai tempi di Gesù, Buddha o Gandhi ma abbiamo la gioia di esserlo con il quattordicesimo Dalai Lama, è un dono prezioso e raro.
Immaginiamo, se ai tempi di Gesù lo avessimo incontrato, che cosa avremmo fatto? Nulla di più o di meno di ciò che faremmo trovandoci alla presenza del Dalai Lama. Io mi sento particolarmente fortunato perché ho potuto avere con Sua Santità quattro colloqui privati, e di fronte a lui provavo una tale emozione da essere intimidito e impacciato, mentre da parte sua il Dalai Lama si presenta sempre con grande cordialità e calore, come un essere umano semplice e comune.
Ma attenzione, è importante questa diversità di atteggiamenti, da parte nostra deve esserci un profondo rispetto, mentre lui nella sua semplicità e cordialità nel volersi avvicinare a noi come persona comune ci fa un grande regalo.
Se entrambi ci confrontassimo come persone comuni sarebbe una riunione sterile da cui non scaturirebbe nulla, invece così è un magnifico incontro spirituale ricco di doni rari ed è stupendo che il Dalai Lama possa presentare se stesso come essere comune mentre noi onoriamo e percepiamo in lui il Buddha.
Considero i colloqui avuti con lui eccezionali e doni preziosissimi ricevuti in questa esistenza. Questa è la vita, inutile crearsi complicazioni, basta godere semplicemente di ciò che si ha, ottenendo così la felicità. 
Il Dharma è esattamente l’opposto, non c’è né un partito unico, né tanti partiti, c’è solo l’individuo che con l’attitudine della bodhicitta dona agli altri divenendo causa di felicità per sé e per gli esseri senzienti. E’ umanesimo, il senso dell’umano.
Un esempio opposto è offerto dal Dalai Lama che è un capo politico, ma parla di Dharma.
Ora festeggiamo insieme, con un buon the e dolci tibetani, il compleanno di sua sanità il quattordicesimo Dalai Lama.

Grazie a tutti.



§ § § § § § §
 nāga: esseri che vivono sotto terra, hanno molte teste e più ne hanno più soffrono
 Bhagavati Prajna Paramita Hridaya: (sanscrito) il cuore della Bhagavathi, la perfezione della saggezza
 Bhagavan: (termine sanscrito, in tibetano: chom dhen de) titolo generalmente attribuito a un essere illuminato; letteralmente significa “colui che ha completamente illuminato gli ostacoli e possiede tutte le qualità”; sinonimo di “Tathagata” (sanscrito) e di “de war sheg pa” (tibetano) nel senso di “colui che ha raggiunto lo stato di piena calma e piena illuminazione”. In questo brano ci si riferisce al Buddha Shakyamuni.
 Rajagrha: (termine sanscrito, in tibetano: gyal poe khab) luogo nel quale si erge un palazzo reale.
 Picco dell’Avvoltoio: montagna con la cima a forma di avvoltoio; luogo in cui venne impartito il sutra secondo la tradizione. Viene identificato popolarmente in una collina vicino a Rajagrha, nello stato indiano del Bihar.
 Arhat: (termine sanscrito, in tibetano: dra chom pa) colui che ha raggiunto il Nirvana. Detto anche Sravaka o Pratyekabuddha. Nel testo originale tibetano il termine è Bikshu, ma si intende Arhat. 
 Bodhisattva: (termine sanscrito, in tibetano: Jang chub sem pa). Essere che possiede il Bodhicitta.
 Assorbimento meditativo: (in sanscrito: samadhi, in tibetano: ting nge zin) una forma di meditazione.
 Varietà dei fenomeni: (in tibetano: choe kyi nam drang) i 5 aggregati (forme, percezioni, formazioni mentali e della coscienza); le 12 fonti dei sensi (le sei sorgenti dei sensi e le sei facoltà); i 18 elementi ( le sei sorgenti dei sensi, le sei facoltà e le sei coscienze); i 12 anelli della catena dell’origine interdipendente (Ignoranza, Azione volontaria, Coscienza, Nome e Forma, Sorgenti dei sensi, Contatto, Sensazioni, Attaccamento, Brama, Concepimento, Nascita, Invecchiamento e Morte); le 4 Nobili Verità (la Verità della sofferenza, la Verità delle cause della sofferenza, la Verità della cessazione e la Verità del sentiero); i 5 sentieri (Accumulazione, Preparazione, Visione, Meditazione e Non-più-apprendere); le 4 fiducie; i 10 poteri di Buddha; ecc… 
 Percezione Profonda: (in tibetano: zab mo nhang wa) vedere la vera e profonda realtà ultima dei fenomeni.
 Arya: (termine sanscrito, in tibetano: Phag pei Gang zag) un Essere superiore che ha raggiunto la saggezza della diretta realizzazione della vacuità o che ha seguito il sentiero in uno dei veicoli.
 Avalokitesvara: (termine sanscrito, in tibetano: Chen re zig) conosciuto come il “Buddha della compassione”.
 Bodhisattva mahasattva: (termine sanscrito, in tibetano: jang chub sem pa sem pa chen po) Bodhisattva di ordine superiore o che ha conseguito il sentiero dei Bodhisattva o il sentiero mahayana della visione.
 La pratica della profonda perfezione della saggezza: (in tibetano: she rab kyi pha rol du chin pai zab moi chod pa).
 I cinque aggregati: (in sanscrito: skandha, in tibetano: phung po ngha) Forme, Sensazioni, Percezioni, Formazioni mentali, e della Coscienza.
 Vuoti di esistenza intrinseca: (in tibetano: ran shin gyi tong pa).
 Venerabile Bikshu: (in tibetano: thse dan dhen pa) titolo attribuito a un bikshu con mente sveglia e intelligente
 Shariputra: figlio di Sharit, conosciuto come bikshu dalla mente acuta fra i discepoli di Buddha Shakyamuni.
 Arya Avalokitesvara Bodhisattva mahasattva: (temine sanscrito, in tibetano: jang chub sem pa sem pa chen po phags pa chen re zig) si riferisce a un singolo individuo conosciuto come Bodhisattva mahasattva Avalokitesvara, diverso dal “Buddha della compassione” Avalokitesvara. Qui infatti viene identificato come un Bodhisattva sotto le sembianze  di un bikshu, Bodhisattva, mahasattva e arya.
 Figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva: (in tibetano: rigs kyi bu vam rigs kyi bumo).
 Nirvana: (termine sanscrito, in tibetano: Nyang De) essere andato oltre la sofferenza.
 Mantra: (termine sanscrito, in tibetano: yid kyob) che protegge la mente.
 Thatagata: (termine sanscrito) sinonimo di Bhagavan.
 Asura: (termine sanscrito, in tibetano: lha ma yin) semi-dei che appartengono posto tra quello degli umani e degli dei.
 Gandharva: (termine sanscrito, in tibetano: di zha) esseri senza forma, che vivono nutrendosi di odori.