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Friday, 9 January 2015

Sentiero Mantra-Yana e Lam Rim













Sentiero Mantra-Yana e Lam Rim



Geshe Gedun Tharchin
INSEGNAMENTI MERCOLEDI - ANNO 2004
Istituto Lamrim/Fondazione Maitreya Roma

















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INDICE



Introduzione alla motivazione ……................................................................     
Pratica del Dharma come decontrazione ……………………………………    
Via di Mezzo e imperfezione…………………………………………………   
Sentiero Mantra-Yana e Lam Rim ….………………………………………..   
Meditazione ed espressione delle emozioni …………………………………   
Tre sentieri del Dharma e pratica effettiva ………………………………….    
Amore e Compassione ……………………………………………………….   
Raccolta dei meriti e amore e compassione ………………………………….    
Meditazione e presenza mentale ……………………………………………..    
Meditazione sulla mente ……………………………………
“Sutra del Cuore” 1
“Sutra del Cuore” 2
Accumulazioni di meriti e saggezza
Dharma e umanità .………………………………………………………….
























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Introduzione attenzione alla motivazione


Grazie a tutti voi che siete qui, Roma è una città in cui non è facile spostarsi e conosco lo sforzo che avete fatto, esso dimostra una ricerca spirituale importante: “la motivazione”; quel che conta infatti non è tanto ciò che si sta facendo, ma la motivazione con cui lo si fa.
Tra passeggiare per strada e stare qui a meditare non c’è differenza, l’unica differenza è determinata della motivazione con cui si intraprende un’azione. 
L’intenzione, o motivazione, di qualsiasi atto deve essere correlata allo scopo, all’obiettivo prefisso.
Quindi è essenziale che, prima di agire, si analizzi l’intenzione, la motivazione, lo scopo, la ragione di tale azione. L’intenzione è l’aspetto fondamentale di ogni atto umano.
Tutti noi invece ci lasciamo travolgere da scopi svariati senza realmente analizzare l’obiettivo che dovrebbe motivarci e, poiché oggi è il primo giorno di questo programma annuale, è un’ottima occasione per approfondire e focalizzarci sullo sviluppo della corretta motivazione. 
Nella concezione filosofica buddhista si consiglia sempre di proporsi uno scopo, un obiettivo, elevato e a lungo termine, in tal modo godremo oltrettutto di benefici già a breve termine. 
Se invece ci accontentiamo di piccoli scopi immediati anche i benefici saranno direttamente proporzionali a questo poco. Quindi, avere obiettivi di ampio respiro è decisamente meglio che limitarsi a quelli minimi.
Lo scopo può essere rivolto solo a se stessi o riguardare tutti gli altri esseri e, chiaramente, esiste una grande differenza tra questi due atteggiamenti. 
Una determinata azione può essere ferma, immutata, ma lo scopo, l’intenzione che noi poniamo in essa ne imprime il significato e ciò determina la sostanziale differenza presente in ogni atto. 
E’ assai diverso se, bevendo la tazza di caffè a colazione, lo si fa con lo scopo di beneficiare tutti gli esseri, oppure soltanto se stessi. Questa non è soltanto una questione di fede, l’intenzione deve essere sperimentata nei piccoli gesti quotidiani, qualsiasi cosa si stia facendo. 
La corretta motivazione, sostanziale nel pensiero buddhista, è la dedica del proprio vivere quotidiano a beneficio di tutti gli altri esseri viventi.
Indubbiamente bisogna prendersi cura di se stessi, in modo da potersi prendere cura degli altri, così che non esista alcuna contraddizione tra gli obiettivi rivolti a sé e quelli rivolti agli altri.
Questa correlazione deve essere molto chiara altrimenti, nel nostro quotidiano, continueremmo a vedere erroneamente come contrapposte la cura di sé e la cura degli altri, vivendo inutili conflitti a causa di una discriminazione inesistente. 
La filosofia buddhista è attitudine all’altruismo, non inteso come sacrificio, ma come necessità di avere cura di se stessi, della propria conoscenza, per poter aver cura degli altri. La cura di sé è necessaria alla cura degli altri e la cura degli altri è necessaria alla cura di sé; questa è la verità e la realtà. 
La nostra esistenza è dipendente dalla realtà dell’origine interdipendente, per cui alla nostra felicità corrisponde una felicità altrui, se qualcuno ha una necessità, noi abbiamo questa necessità.
Il nostro istinto naturale ci induce a pensare a noi stessi e alle nostre necessità come se fossero uniche, particolari, ma questa è una concezione falsa, errata, così non può essere. Dovremmo invece allenarci a vedere, nella vita di ogni giorno, che la felicità degli altri è la nostra felicità, che le due felicità sono interdipendenti e che aver cura di sé è aver cura degli altri. 
Con tale attitudine è semplice rilassarsi, non c’è alcuna ragione di affrettarsi per conquistare chissà quale meta, nessuna competizione da vincere, ma soltanto godere il momento presente nella pace, nella gioia e nella tranquillità. 
Se non siamo capaci di godere in questo momento della pace e della gioia che da esso deriva ne ricaveremo grande frustrazione e pesantezza nel futuro. 
E’ dunque fondamentale porre una buona intenzione in ogni atto, consapevoli che la differenza tra un’azione positiva e una negativa è determinata proprio dall’intenzione con cui si compie l’azione.
L’intenzione è la parte più importante della nostra vita ed è facile averne esperienza quando ad esempio, in mezzo ad una folla vociante e agitata, in una situazione tesa e confusa, si riesce a conservare la serenità e la pace interiore. Se invece, in una situazione analoga, anche se si sta meditando senza aver maturato l’intenzione corretta e positiva, si perderà immediatamente ogni serenità e la meditazione stessa sarà vanificata. 
La bontà della pratica della meditazione è dunque determinata dall’intenzione con cui essa viene effettuata e non dalla sua attuazione. 
Il fondamento è nell’intenzione e la capacità di verificare la propria intenzione è la più grande meditazione, ciò è veramente difficile.
La meditazione è, contemporaneamente, una pratica molto facile e molto difficile.
La meditazione è l’analisi della propria intenzione e, nel compiere ogni azione, non possiamo essere distratti. Per verificare la nostra vera intenzione devono essere presenti le due facoltà mentali, per questo la meditazione è una pratica assai difficile.
Per oggi ci fermiamo qui, avete visto il programma di quest’anno e, anche se alcuni titoli sono cambiati, la sostanza è una: “analizzare la propria intenzione”.
Se avete domande abbiamo il tempo per affrontare qualsiasi argomento, altrimenti possiamo cominciare con la presentazione dei partecipanti: 
studente: Stefania, sono pubblicitaria e già da un anno conosco l’esistenza di questi corsi, però sono una “clandestina”, oggi è il primo giorno e non mi sono registrata tra i partecipanti.
studente: David, vengo qui dal gennaio scorso e lavoro all’Alitalia.
studente: Fabrizio, anch’io vengo qui da un anno e frequento molto questo palazzo perché al terzo piano abita la mia ragazza, e al sesto Geshe, e sono molto felice di essere qui.
studente:  Jarmo, anch’io sono felice di essere qui e.. passo.
studente:  Maria Grazia, non mi ricordo da quando frequento i corsi, perché è da molto tempo.
studente: Daniele, sono imprenditore nei settori informatico e di marketing, ho iniziato a frequentare circa quattro mesi fa in occasione della visita del Dalai Lama a Roma; mi aveva incuriosito il volantino distribuito in quella sede, sono entrato nel sito e sono veramente contento della bella amicizia nata con Geshe e con tutto il gruppo, che è molto buono, e ringrazio tutti per il sostegno e il calore umano.
studente:  Evelina è la prima volta che vengo qui.
studente: Silvia, studio fisioterapia e anche per me questo è il primo incontro e ne sono contenta.
studente: Susanna, dopo molti viaggi anche in Nepal ero molto curiosa di approfondire la conoscenza di quanto osservato in quelle terre, così ho cercato a Roma come e dove poter soddisfare questa esigenza.
studente: Giaia, sono inglese, sto visitando Roma dove vive il mio ragazzo e sua madre Silvia che è un’insegnante di yoga, sono qui con lei e ne sono felice.
studente: Silvia, sono la madre del suo ragazzo appunto, sono insegnante da molti anni, il mio maestro è indiano, ma non è più nel corpo e ho sempre sentito, anche attraverso Osho, una grande attrazione verso il Buddhismo.
studente: Francesca, frequento questo corso da un’ora e sento una bellissima atmosfera.
studente: Fausto, sono un “saltuario” da circa un anno e mezzo, vengo quando posso, con la speranza di diventare un discepolo di Geshe-la.
studente: Andrea, ho incrociato per caso oggi Ivan e così sono qua.
studente: Sono un amico del Bangladesh e ho detto al mio amico: "andiamo!", e così eccomi qua.
studente: Ivan, è la prima volta che vengo.
studente: Luigi, lavoravo nel giornale ora lavoro in internet e così “sono anche utilizzato” in questa sede per il computer.
studente: Fabrizio, sono architetto, single, vivo a Trastevere, ho conosciuto Geshe su internet e non vedo l’ora di essere qui ogni volta dove ricevevo una grande energia.
studente: Nicoletta, sono redattrice e ringrazio per la pazienza con cui ascoltate i miei errori di traduzione, passo la parola a Geshe.
Geshe invita a porre domande sulla pratica e intanto da alcune risposte circa la sua permanenza a Roma, precisando che è venuto in questa città una decina di anni fa in seguito ad una borsa di studio e aggiunge poi un po’ scherzosamente, di aver deciso di fermarsi perché i  molti amici Buddhisti di Dharma lo hanno convinto a restare.
Domanda: Come avvengono gli insegnamenti quest’anno, affronteremo qualche testo?
Risposta: Gli insegnamenti del mercoledi sera sono più “pubblici”, rivolti a tutti, mentre quelli del giovedì sono particolarmente dedicati a chi pratica da più tempo e hanno come oggetto un argomento specifico di approfondimento. Però, come già stato detto, si parla essenzialmente di un soggetto fondamentale: l’intenzione. 
Se una persona possedesse la capacità di analizzare l’intenzione e di trasformarla, non avrebbe più bisogno degli approfondimenti che esamineremo in questi incontri. Gli argomenti che qui vengono trattati non sono tanto importanti di per sé, ma lo diventano per quanto riescono a trasformare l’individuo, per l’impatto che hanno su di lui. Di solito meditiamo anche brevemente insieme, ma ciò dipende di volta in volta. 
Oggi si è trattato più che altro di una introduzione, il corso effettivo inizierà la prossima settimana. Possiamo dunque concludere con la recitazione di alcune preghiere contenute nel libretto del Lam-Rim preparato da Luigi. 





Pratica del Dharma come decostruzione


Ci ritroviamo nuovamente insieme per praticare un po’ di Dharma. 
Se riuscissimo sempre a praticare in modo puro e serio, una o due ore il giorno, potremmo affrontare il quotidiano con serenità.
E’ un po’come il buon cibo, il nutrimento, quando viene assimilato piano piano dona un’energia che dura a lungo, così una pratica formale e seria ci permette di assimilare un’energia spirituale duratura e in grado di penetrare e di diffondersi in ogni momento della vita.
Un punto essenziale della pratica è la sua capacità di apportare ad ogni nostra attività qualità spirituali che, oltre a rendere l’oggi migliore, interagiscono in modo determinante di vita in vita. Si parla spesso delle vite future, ma è necessario iniziare a trasformare il presente, questa vita, per poter trasformare le prossime esistenze. 
Il nostro intendimento non è quello di stressarci in questa vita con l’illusione di un ipotetico godimento nelle prossime vite, perché in questo caso la nostra pratica sarebbe contraddittoria ed errata. 
Lo scopo è quello di creare pace, tranquillità e gioia in modo che questo possa durare oggi, domani e dopodomani e proseguire nelle vite future. Si tratta di influenzare l’oggi in modo che la qualità spirituale migliore possa continuare ininterrotta da oggi a domani. 
E’ necessario diffidare degli eccessi, ad esempio esistono pratiche fondate su un sacrificio personale esagerato, che può anche contemplare il suicidio in vista di un beneficio futuro, l’approdo ad una terra pura, ma questa visione, anche se giustificata da alcuni fondamentalismi religiosi, non è eticamente corretta.
Bisogna avere ben chiaro qual’è lo scopo della pratica, esso non è certamente quello di porsi su un piedistallo al di sopra degli altri ma, al contrario, consiste nel collocarsi ad un gradino più in basso, a disposizione, al servizio degli altri, questa è l’unica posizione possibile in cui si possa trovare la vera pace e tranquillità interiore.
Non ho mai simpatizzato con l’immagine di una scala da salire, di una vetta da raggiungere, trovo tale visione non corretta, piuttosto si tratta di scendere la scala in modo deliberato e scelto. Il nostro scopo è quello di raggiungere l’illuminazione con semplicità e linearità, come analfabeti. 
L’illuminazione non è frutto di programmi organizzati, di cultura, di letture o di complesse costruzioni mentali, l’illuminazione da perseguire si avvicina alla vacuità, è un’illuminazione pura, priva di sovrastrutture, analfabeta appunto, perché le cose migliori, la pace, la gioia, non dipendono dalla cultura, ma hanno le loro basi nella stessa natura umana. Ogni essere umano ha in se stesso piena capacità di raggiungere l’illuminazione. 
Il punto focale è eliminare la confusione, e non costruire la confusione. 
Nel momento in cui ci avviciniamo alle pratiche di meditazione pensiamo di dover edificare chissà cosa e finiamo per creare solo confusione, scontrandoci immediatamente con il più grande ostacolo che è l’incomprensione totale di ciò che stiamo facendo. 
Queste mie considerazioni su cosa sia l’illuminazione nella pace e serenità scaturiscono dalle ricerche e dalle esperienze che ho vissuto in tutti questi anni. Bisognerebbe avvicinarsi alla pratica del Dharma con calma, senza forzatura, in modo dolce e facile, dando più spazio alla nostra stessa natura che già possiede ogni potenzialità. 
Guardate il mondo, continuando a costruire si è occupato quasi tutto lo spazio e distrutte le risorse naturali, così abbiamo agito con noi stessi, le nostre potenzialità innate sono soffocate dalle infinite sovrastrutture. Tra il mondo esterno e mondo interiore il confronto è facile e continuo e dunque dobbiamo iniziare immediatamente lo smantellamento, la distruzione, di questi inutili e pesanti edifici.
Se pensiamo di leggere e studiare per ottenere in modo quasi magico una qualsiasi realizzazione, siamo vittime di una grande illusione.
E’ molto importante per la pratica del Dharma conoscere quella che è la natura della mente e, considerato che gli incontri del mercoledì sono quelli che trattano argomenti generali, sarebbe bene se, sin dal prossimo incontro, chi lo desidera proponesse all’inizio della riunione un argomento che pensa debba essere chiarito, così che possa essere incluso nell’insegnamento per un approfondimento comune.
Domanda: A me interesserebbe un confronto sulla pratica perché, è vero che esiste questo gruppo, però poi ognuno segue un percorso personale, quindi io mi chiedo il gruppo, il sangha, a che serve?
Risposta:  Dipende dalla disposizione, dall’inclinazione mentale di ogni individuo. Per alcuni il gruppo può essere utile e per altri no, ognuno ha il suo percorso, io non ho mai affermato, né mai affermerò, che il gruppo sia un obbligo, la libertà personale è assolutamente essenziale.
Domanda: Quindi è un percorso che si può anche fare attraverso i libri? il problema è capirlo….
Domanda: Io penso che il sangha possa servire come momento di guida perché un certo confronto c’è, nelle domande, nell’energia che si crea, nascono così indicazioni di massima e poi ognuno interiorizza secondo il suo percorso personale, o no? 
Risposta: Non c’è un luogo da raggiungere, si tratta di eliminare tutte queste costruzioni, bisogna fare spazio. Il discorso del gruppo non ha senso perché si può praticare sia in gruppo che da soli, è come mangiare, si può mangiare da soli o in gruppo, è assolutamente indifferente, il nutrimento arriva comunque.
Domanda: Quindi l’idea che mi ero fatta io del gruppo come guida non corrisponde?
Risposta:  Come ha detto il Buddha ognuno sia maestro di sé stesso, ognuno trovi in sé stesso cosa è meglio per lui, perché se si vuole avere un approccio strutturato, programmato, si deve scegliere una struttura adeguata con programmi e maestri, sapendo però che, essendo questa una struttura, prima o poi sarà destinata a cadere. Se invece non si costruisce nulla, nulla sarà distrutto, quindi….. forse è meglio non costruire!.....
Domanda: E cosa significa dover prendere rifugio nel Sangha?  
Risposta:  Anche qui c’è una forte incomprensione data dalla cattiva interpretazione, è un errore pensare che il Sangha sia un gruppo di persone.
Il Sangha può essere costituito anche da una sola persona: il Buddha è un Sangha, un Arya è un Sangha, un essere illuminato è un Sangha. 
Ma noi possiamo mettere insieme centinaia di persone che non saranno mai un Sangha, perché costituiscono solo un insieme di ciechi che non possono salvare nessuno.
Nei Sutra si dice che quattro esseri ordinati possono rappresentare il Sangha, e deve essere chiara la differenza tra ciò che rappresenta e ciò che è rappresentato. Una persona può essere il rappresentante del Dalai Lama, ma non è il Dalai Lama e il Dalai Lama non può rappresentare se stesso.
Quindi, quando si dice che quattro persone ordinate possono rappresentare il Sangha, automaticamente si dice che esse non sono il Sangha autentico.
Il Sangha è un soggetto estremamente complesso da definire, noi ne diamo una lettura molto semplificata e in genere quando diciamo Buddha, Dharma e Sangha intendiamo “il Buddha” come il maestro, (ma io non sono il Buddha), “il Dharma” come quello che dice il maestro (ma bisogna vedere se è proprio così), e “il Sangha” non credo possa essere un gruppo costituito da persone comuni quali noi siamo, è pur possibile che qualcuno qui sia Sangha, io questo non posso saperlo ma, in linea di massima è difficile, essendo tutti noi persone ordinarie; se fossimo Buddha, Dharma e Sangha non avremmo più alcun bisogno di praticare.
E’ un peccato che sia così diffuso questo fraintendimento, ma forse non è poi un gran male perché se le persone pensano che siamo Buddha, Dharma e Sangha è piacevole, no? Non possiamo certamente salvare nessuno, ma agli occhi degli altri almeno siamo già salvi noi!....
Ho visto che ci sono tre nuovi amici, saremmo loro grati se volessero presentarsi.
Presentazione: Mi chiamo Dino, è da un po’ che sto approfondendo attraverso letture ed esperienze personali una ricerca dell’essenza della vita. Mi sono dunque accostato alla filosofia buddhista prima con un approccio assolutamente culturale e poi piano piano ho scoperto un rapporto diverso con la natura, con gli alberi, e infine con le persone che non ho visto come un rifugio, ma nemmeno come ostacoli, piuttosto come parte dell’universo. Spero di continuare e ho molte domande su tutto.
Presentazione: (voce lontana e debole di donna, non si distinguono le parole) 
Presentazione: (il nome non si sente) io sto cercando di capire chi sono e qual’è lo scopo di questa incarnazione, come liberarmi e non mi aspetto nulla.

Il modo migliore per avvicinarsi alle pratiche spirituali comprende un cammino molto graduale e tranquillo, non bisogna aver fretta o eccedere, se si ha una visione ampia della via e la si percorre passo dopo passo, con cuore tranquillo, prestando attenzione a dove si mettono i piedi, l’obiettivo si raggiungerà. 
Ci sono due punti centrali da tenere sempre presenti: 
l’accumulazione dei meriti;
l’accumulazione della saggezza.
E’ necessario sviluppare la consapevolezza, sempre presente, di quale delle due accumulazioni sia attiva nell’azione che si sta compiendo, perché in ogni atto è sempre presente almeno una di esse. Nei nostri passi dovrebbero sempre essere attive l’accumulazione dei meriti e l’accumulazione della saggezza.
Con l’accumulazione dei meriti si procede all’eliminazione degli ostacoli e con l’accumulazione della saggezza all’eliminazione dell’ignoranza. Gli ostacoli possono essere eliminati con i meriti, e l’ignoranza, le cattive interpretazioni, le teorie non corrette, solo con la saggezza. 
Una di queste due accumulazioni deve essere sempre presente in ogni azione della vita quotidiana. Ciò costituisce un passo avanti nella vita spirituale e, nel contempo, aumenta l’accumulazione dei meriti e della saggezza. In questo modo tutte le cose appaiono morbide, fluenti, naturali, altrimenti, come dicono i tibetani, “se non sei attento, quando ti alzi ti rompi la testa e quanto ti siedi batti la schiena” ossia, qualsiasi cosa tu faccia, incontrerai ostacoli e difficoltà.

(A conclusione,  lettura comune della preghiera composta da Geshe Gedun Tharchin il 4 novembre 2000   -   Versione originale in lingua Tibetana):

“La Vittoriosa tradizione dei Buddha come fondamento di Pace e Felicità,
Medicina per illuminare le sofferenze di tutti gli esseri senzienti,
Tesoro capace di realizzare le speranze degli esseri viventi dei tre reami,
Gioiello capace di soddisfare simultaneamente i desideri propri ed altrui. 

Dal profondo del cuore porgo il mio rispetto ai Maestri,
i quali mi hanno mostrato senza errori i metodi 
per percorrere il Percorso Fondamentale, come affidarmi ad una guida spirituale, per raggiungere eventualmente la completa Illuminazione.

Con l'augurio rivolto a tutti gli esseri e anche a noi stessi di poter incontrare la felicità

Realizzando la rinuncia, la mente distaccata, 
la Bodhicitta, la mente che aspira alla altrui felicità, 
la Vacuità, la massima visione della Chiara Luce.”






Via di Mezzo e imperfezione


Siamo qui riuniti per cercare la felicità autentica e durevole e ciò è molto bello. Subentra però immediatamente un altro tipo di felicità a cui noi aspiriamo, quella permanente. Ma la felicità permanente non esiste, l’unica felicità possibile è impermanente.
Il nostro desiderio istintivo nei confronti della felicità non è sbagliato e, ancor più positiva, è la ricerca di una felicità durevole, ma è un errore estremizzare tale pulsione pensando che essa possa essere permanente. 
Non è sbagliato l’avere desideri, ma essi si contaminano immediatamente con il virus letale dell’attaccamento che vorrebbe trasformarli in realtà permanente, concreta e stabile, questo è l’errore. 
Osservando attentamente il processo del nostro istintivo desiderio vediamo che esso si scompone in due livelli:
 il primo è la giusta aspirazione ad ottenere risultati e oggetti necessari;
il secondo è il sorgere immediato dell’attaccamento che pretende l’impermanenza della realtà. 
E’ importantissimo mantenere sempre la saggezza che permette di distinguere questi due aspetti del desiderio.
Inoltre non dobbiamo mai dimenticare che, nella presente situazione, noi siamo esseri comuni e come tali naturalmente imperfetti. Siamo nella condizione di dover cercare costantemente l’approccio più corretto alle situazioni ordinarie, senza pretendere l’estremo della perfezione, che non ci appartiene. Nella nostra ricerca quotidiana dobbiamo sempre muoverci nell’ambito della “via di mezzo”.
Dopo aver esaminato i due livelli del desiderio istintivo dobbiamo saper vedere dov’è la via di mezzo, senza porci in situazioni di scelta estrema, in tal modo potremo scoprire il lato positivo presente in ogni situazione. 
Uno di questi estremi è il desiderio di perfezione, cosa che non possiamo assolutamente ottenere ora, perché siamo immersi nella condizione dell’imperfezione. Finché siamo condizionati ad essere imperfetti il nostro modo di vivere non potrà che essere imperfetto. Il riconoscere di vivere nell’imperfezione è la saggezza.
La consapevolezza di questa situazione permette la trasformazione del nostro modo di vivere, è la saggezza, che non si perde nell’inutile speranza di un’impossibile perfezione, ma è la ricerca di ciò che c’è di imperfetto in noi.
La volontà di apparire perfetti, mentre siamo immersi nella condizione di totale imperfezione, è un inganno che ci rende ancora più imperfetti. 
La via di mezzo è il punto tra la nostra imperfezione e la possibilità di trasformarci per migliorare noi stessi e sviluppare sempre di più le buone qualità. Ogni progresso interiore deve essere fondato su questo sentimento e desiderio istintivo già presente nella nostra natura. 
Lo sviluppo, il progresso delle qualità spirituali, devono essere radicati nelle ordinarie condizioni di vita e non contro di esse perché, nonostante noi viviamo nella confusione, nell’errore, nell’imperfezione, dobbiamo essere in grado di trasformare tutto ciò in un mezzo di crescita positiva. 
Per migliorare noi stessi non dobbiamo aggiungere nulla alle naturali qualità spirituali già in noi, dobbiamo semplicemente purificare la nostra condizione attuale, sulla base della nostra stessa natura e dell’impermanenza.
Tutto cambia continuamente e dunque possiamo sempre produrre cambiamenti positivi in noi tramite lo sforzo.
Il cambiamento negativo invece non necessita di sforzo alcuno, esso avviene naturalmente e non è necessario chiedersi nessun “perché”, è come l’acqua che scorre verso il basso, è un fenomeno naturale, mentre per farla andare in senso contrario sarebbe necessario un intervento meccanico esterno, è così, senza necessità di spiegare alcunché.
Incontrare difficoltà e problemi è un fatto facilissimo e assolutamente naturale, come l’acqua che scende o il fuoco che sale, non ha nulla a che vedere con il karma, riguarda più che altro le leggi naturali di fisica, biologia o chimica.
Sviluppare qualità positive o aumentare atteggiamenti negativi, sotto alcuni aspetti potrebbe anche in parte riguardare il karma, però, fondamentalmente no. Il prodursi di negatività non necessita di nessuno sforzo, mentre l’impegno nel coltivare positività richiede un grande sforzo, e il karma non c’entra per nulla, questa è la naturale manifestazione dei fenomeni, quindi è inutile deprimersi.
Per sviluppare le qualità positive, mettendo in moto una reale trasformazione della mente, è necessario un grande sforzo e può essere un impegno davvero difficile, ma è sempre fondamentale riconoscere come questa stessa difficoltà rientri nella naturale realtà dei fenomeni.
Nell’osservazione consapevole della reale natura dei fenomeni sappiamo come procedere nella vita più facilmente. 
Vivere in connessione con la nostra natura istintiva e reale è essenziale e, ogni mattina, dovremmo rinnovare tale consapevolezza.
La recitazione delle preghiere e la meditazione possono aiutarci a riscoprire ogni giorno la natura umana fondamentale presente in noi, purché però restiamo saldi in essa, senza pretendere di lanciarci in voli illusori, tentando di elevarci a livelli che non ci appartengono perché, in questo caso, potremmo ricavarne grande sofferenza. Se non restiamo con i piedi per terra, ma pretendiamo di galleggiare nell’aria, potremmo cadere assai dolorosamente. 
Quando ero bambino guardando il cielo e avevo l’illusione che esso fosse concreto come una grande coperta sulla terra che io avrei potuto toccare, raggiungere e salirci sopra. Ma credere in una simile illusione e volersi staccare dal terreno ci farebbe cadere inevitabilmente in situazioni ben difficili e confuse, eppure tali errori non sono rari, quindi è meglio essere vigili e rimanere saldi sulla terra nella nostra natura umana. 
Non si devono bere troppi cappuccini, un cappuccino la mattina va benissimo, si possono avere 365 cappuccini l’anno, perché, per quanto una persona lavori e guadagni, non potrà bere 10 cappuccini ogni giorno, pena la sua salute. E’ dunque meglio semplificare la propria vita conoscendo quali sono le effettive necessità di base e nulla più. Spendiamo molti soldi per cose assolutamente non necessarie. 
Per riportare la nostra mente alla natura fondamentale dobbiamo imparare a condurre una vita semplice e autentica. Questa è l’essenza della compassione e dell’amore.
E’ assolutamente inutile fermarsi ad esaminare l’aspetto tecnico delle parole perdendosi in dotte questioni terminologiche, volendo definire con precisione che cos’è la compassione cristiana o la compassione buddhista, o, all’interno di quest’ultima, che cos’è la compassione nell’Hinayana o nel Mahayana, e, dopo aver perso un’infinità di tempo e di energie in simili disquisizioni, non porre in atto nulla di tutto ciò.
Non si pratica la compassione perché non si sa assolutamente ciò di cui si parla, perdendosi nelle teorizzazioni astratte si dimostra che non la si conosce affatto, non se ne ha esperienza. La compassione è una sola, non ce ne possono essere due o tre diverse.
Invece di riferirsi ad un termine fin troppo discusso bisognerebbe trovare la compassione in modo naturale, vivendola. 
Questo vale anche per altre definizioni come ad esempio la pazienza. Se sapessimo andare al di là della terminologia e tentassimo di descriverne l’essenza con parole ordinarie e comuni, quest’attitudine diverrebbe essa stessa una vera pratica spirituale umana. Questo è il Dharma.
Ci sono domande?
Domanda: Tu dicevi che la nostra tendenza a seguire le cattive abitudini, e quindi a soffrire, è molto facile, naturale come l’acqua che scende, mentre sviluppare le buone abitudini è difficile e richiede un impegno; allora mi chiedo cosa significa ciò, c’è una prevalenza di istinti cattivi nell’animo umano? oppure si tratta solo di una questione mentale a cui ci siamo adattati?
Risposta:  Nessuna delle due cose, non è né una questione di natura né una questione di abitudine, la faccenda è come l’acqua che scende e non richiede alcuno sforzo, mentre lo sviluppo delle attitudini positive richiede naturalmente uno sforzo; Ciò non dipende dall’individuo, non è una situazione soggettiva ma oggettiva.
Domanda: Forse non ho capito la risposta, perché mi pare che, se le cose negative avvengono naturalmente e quelle positive richiedono uno sforzo, significa che, oggettivamente, le cose siano più negative che positive. 
Risposta:  Al contrario, questo è un segno di come il mondo, e noi stessi, abbiamo una natura fondamentale positiva perché la positività può essere sviluppata all’infinito, mentre ciò non accade con le cose negative. Per quanto la negatività si possa disgregare c’è un limite oltre al quale non si può andare, c’è un termine, mentre nella positività lo sviluppo è infinito e tale illimitatezza è data dalla possibilità dello sforzo. 
Domanda: E quando accadono cose positive senza sforzo?
Risposta:  Significa che le cause e condizioni erano complete e presenti perché, quando le cause necessarie ad un accadimento sono complete, portano automaticamente il loro frutto e non c’è nulla che possa impedire questo esito. Quando cause e condizioni positive si uniscono ciò accadrà naturalmente.
Domanda: Quindi la cosa più importante non è cercare di raggiungere qualcosa ma cercare di creare le giuste cause e condizioni? 
Risposta:  Certamente, invece di concentrarsi sul frutto, bisogna concentrarsi sulle cause e condizioni che ne produrranno la naturale maturazione.






Sentiero Tantra-Yana e Lam Rim 


Ho registrato su nastro la versione tibetana del “Sutra del Cuore”, degli “Otto Versi della Trasformazione della Mente” e dei “Tre Aspetti Principali del Sentiero” in modo che, mentre li leggete mentalmente in Italiano cogliendone il profondo significato, possiate ascoltarne il ritmo tibetano.
(segue recitazione dei testi) 
Questa registrazione è una buona base per la meditazione. 
Pensando all’incontro di questa sera ho voluto rileggere queste magnifiche opere e ho trovato nel testo tantrico un’interessante citazione il cui titolo potrebbe essere così tradotto: “Il segreto generale del lignaggio; però è complesso tentare di trasporne i concetti nella cultura occidentale perché bisognerebbe spiegare cosa si intende con il termine “segreto”, cosa con “generale”, e quindi anche definire il “particolare”, e cosa con “lignaggio”. E’ veramente difficile e il titolo potrebbe anche essere tradotto con: “Il segreto del lignaggio in un aspetto generale del sentiero tantrico”.
Nella prima parte si precisa che il praticante che vuole entrare nel Mandala della Divinità deve essere interessato, in primo luogo, al benessere delle vite future. Deve avere una ferma convinzione nei confronti della Divinità, del Mandala, e della Pratica spirituale che sta intraprendendo.
Il punto centrale è l’intenzione di essere introdotti nel Mandala con il proposito di maturare benefici per le vite future. Questa è la qualità spirituale della fede, assolutamente necessaria quando si affronta il sentiero tantrico. 
La fede è in questo caso l’intensa convinzione rispetto alla Divinità, al Mandala, alla Pratica e comprende  l’esistenza delle vite future. La fede riguarda anche la natura della realtà di causa effetto, ossia del karma o frutto.
La condizione assolutamente necessaria per poter accedere al sentiero tantrico è il percorso completo del sentiero dei Sutra e quindi lo sviluppo della rinuncia, della compassione - bodhicitta, e infine della saggezza che realizza la realtà ultima.
Il testo prosegue dicendo che chi vuole entrare nel Mandala non può essere interessato alla vita presente. In questo contesto il Mandala non è soltanto il bel disegno, una raffigurazione simbolica, ma è la Divinità stessa, la sua dimora, e tutte le qualità spirituali che gli appartengono.
Gli esseri saggi che vogliono entrare nel Mandala non dovrebbero essere interessati a questa vita, perché coloro che sono interessati a questa vita non riusciranno a realizzare nessuno scopo relativamente alle vite future.
Chi invece è riuscito ad essere distaccato e a sviluppare un autentico interesse per le vite future otterrà automaticamente benefici già in questa vita. Questo è importante perché si tratta di un abile mezzo, che non è affatto un trucco, ma una realtà che ci permette di realizzare i desideri più veri.
L’interesse per le vite future è fondamentale e si manifesta in tre stadi:
Il primo livello ricerca il benessere samsarico;
il secondo ricerca la liberazione, la moksha;
il terzo è quello che tende ad ottenere la piena illuminazione a beneficio di tutti gli esseri senzienti.
Se il nostro interesse si limita a questa vita significa che anche i nostri obiettivi sono limitati a questa vita e quindi non potranno mai avere risultati durevoli, essi termineranno con la conclusione di questa esistenza. 
Invece, ponendosi come obiettivo le vite future, i risultati, i benefici, matureranno già in questa vita, senza necessità che noi poniamo particolare enfasi nella loro ricerca. 
Un buon esempio ci viene offerto dalla nascita e maturazione di un frutto. Per ottenere il frutto è necessario che maturi lo stadio della fioritura, ma affinché questo avvenga occorre che esista l’albero. Noi potremo godere del frutto solo dopo che si siano compiuti tutti i naturali processi di nascita e maturazione.
Cercare un beneficio nelle vite future non significa affatto negare i benefici in questa vita, la maturazione dei benefici avviene sempre passo dopo passo, ciò che deve essere negato è l’attaccamento nei confronti di un benessere limitato a questa vita.
Ponendosi l’obiettivo dei benefici per le vite future vivremo meglio già in questa vita, perché tutto ciò che riusciamo ad ottenere, senza attaccamento, ci dà sin d’ora gioia, felicità e benessere. Questa è l’essenza dell’insegnamento contenuta in tali testi.
Se ci manterremo liberi dall’attaccamento, l’impegno per ottenere i frutti, lo sforzo necessario, sarà molto più facile e naturale.
Per questo si raccomanda di non porre ogni interesse nell’accumulare frutti in questa vita, perché essi non dureranno nelle vite future, mentre, nutrendo un sincero interesse nell’ottenere frutti per le vite future, godiamo già in questa esistenza dei frutti migliori.
L’interesse per le vite future si sviluppa sui tre livelli già indicati prima.
Con l’espressione, riguardante il primo livello, concernente la ricerca di buone condizioni samsariche, si intende l’intenzione a perseguire il benessere samsarico per le vite future, continuando nella pratica così come facciamo ora in modo che, una vita dopo l’altra, perseverando nello sforzo, progrediremo passo dopo passo fino al raggiungimento dell’illuminazione.
Per quanto riguarda i livelli successivi, quello della liberazione e della completa illuminazione, con liberazione si intende l’ottenimento dello stato in cui si sono superate tutte le sofferenze, il livello di pieno sviluppo delle nostre capacità spirituali è quello della completa illuminazione che è al di là della sofferenza, è la capacità piena e completa di poter essere utili agli altri, di servire gli altri.
Per poter intraprendere il sentiero Vajrayana, il sentiero tantrico, entrare nel Mandala, la motivazione necessaria è quella del terzo livello, del Bodhisattva, cioè raggiungere l’illuminazione, la piena capacità di poter servire gli altri, ed è evidente che una tale intenzione racchiude naturalmente in sé i primi due livelli, della liberazione e del benessere samsarico. 
Il terzo livello simbolizza un cuore umano completamente aperto ed è proprio questo aspetto che ci permette di misurare le qualità del nostro cuore, di capire quanto esso sia effettivamente aperto o quanto sia saldamente chiuso.
Con tale attenta osservazione possiamo comprendere se siamo in grado di utilizzare bene le nostre capacità umane superando gli ostacoli posti dai nostri limiti. 
Quando siamo completamente concentrati solo su noi stessi significa che il nostro cuore è completamente chiuso, quando invece riusciamo a dare spazio agli altri, con altrettanta attenzione, significa che siamo riusciti ad espandere il nostro cuore, ad aprirlo nello spazio di infinita gioia e felicità. 
Quindi cos’è la sofferenza? È un cuore chiuso, una mente chiusa. Non occorre andare da una specialista, è molto semplice, se vogliamo rilassarci apriamoci nello spazio senza limiti dove c’è posto per tutti, accogliamo gli altri, le loro sofferenze e preoccupazioni.
Nella tradizione medica tibetana tutte le malattie e i disagi affondano le loro radici nella chiusura mentale, nelle oscurazioni della mente. Infatti, a parte quello che è il naturale e fisiologico decadimento fisico, tutti gli altri disturbi possono essere curati attraverso tecniche spirituali. Un importante aspetto di cui tener conto è la constatazione che le persone serene, gioiose, ridenti, in genere sono più sane e rallentano gli effetti dell’invecchiamento.
L’intenzione e la pratica per le vite future dona ininterrottamente benefici, da ora fino all’illuminazione, ed è questo il valore della pratica del Dharma; e non esistono effetti collaterali.
Mi rendo conto di come sia difficile spiegare le poche righe, così dense di significato, di questo piccolo testo, antichissimo e di grandissimo valore; l’autore appartiene ai Kadampa che erano praticanti molto semplici ma elevati. Il contenuto di queste pagine è fondamentale alla preparazione del praticante che accede alla pratica di Lamrim.
Il testo originale è privo di indice e il sommario che vedete scritto a mano l’ho aggiunto io nel 1996, quando frequentavo il secondo anno degli studi di Madhyamika, (la via di m mezzo); il suo valore è talmente grande che lo porto sempre con me e, anche se il volume è esteriormente insignificante, non particolarmente rifinito, è preziosissimo.

(Si apre una conversazione su un amico comune e da questo spunto sorge questa precisazione).
L’ amico indiano di Antonio è una persona veramente spirituale, l’ho incontrato l’anno scorso a Delhi e ne sono rimasto colpito, ha grandi capacità, è un uomo d’affari ed è un ottimo esempio dell’applicazione della via di mezzo perché riesce a far coincidere perfettamente lo sviluppo delle qualità spirituali con le attività professionali. E’ quello che dovremmo riuscire a fare tutti. Perché se fossimo tutti monaci chi lavorerebbe? 
In occidente, invece, molti pensano che praticare il buddhismo sia una scelta esteriore radicale e assoluta, quasi fosse una competizione, e vogliono diventare in fretta dei grandi maestri, ma nulla potrebbe essere più sbagliato e fuorviante. 
Purtroppo, approfittando di simile manifestazione di stupidità permeata da orgoglio, si sono moltiplicati gli istituti che organizzano, per gli occidentali, corsi di master della durata di tre anni, con regolare rilascio di diplomi. 
E chi si lascia accalappiare in simile trappola, oltre ad aver sprecato denaro e, soprattutto tre anni di vita, ha l’illusione di essere diventato un maestro di meditazione, ma è tutto fuorché maestro e, ciò che è peggio, ha completamente abbandonato ogni obiettivo dharmico.
E’ invece fondamentale imparare a procedere consapevolmente nella propria vita professionale arricchendola, integrandola con reali obiettivi e trasformandola in vero sentiero spirituale.
In questo modo la vita professionale diviene essa stessa pratica spirituale che favorirà il raggiungimento dello scopo.
Non sottovalutate o dimenticate mai tale aspetto, perché se pensassimo di diventare maestri di meditazione in tre anni, diventeremmo soltanto maestri di confusione e ciò sarebbe davvero troppo…., accontentiamoci di quelli che già abbiamo, senza incrementarne il numero con il nostro personale contributo!....






Meditazione ed espressione delle emozioni 


La pratica della meditazione è in sintesi il modo con cui si vigila su se stessi e sulla propria mente.
Quando cerchiamo di guardare alla nostra mente sembra che non ci sia separazione dall’io, come se ci fosse qualcosa da trovare durante la meditazione.
Se non mettiamo in atto la pratica della presenza mentale, le nostre sensazioni, i sentimenti istintivi, diventano noi stessi e, condizionati da tale percezione, ci ritroviamo soggiogati dalle emozioni. 
Soltanto quando iniziamo a vedere le emozioni come altro da noi possiamo osservare il loro sorgere e il loro scomparire in noi stessi.
Questo accade anche con il corpo, abbiamo la sensazione istintiva che il nostro corpo sia noi stessi e dunque, quando il corpo si ammala, noi ci sentiamo ammalati, quando il corpo muore noi moriamo. 
Ma quando il nostro corpo muore noi moriamo? oppure no?  ossia, il sé, l’io, muore? oppure no? 
In effetti, quando il corpo muore muoiono con esso anche le emozioni, ma le emozioni non fanno realmente parte del nostro sé, del nostro io, della nostra esistenza quindi, rafforzati in questa consapevolezza, dovremmo prendere contatto con le emozioni e con gli stessi cambiamenti fisici, mantenendo sempre l’io, il sé, autonomo. 
Uno dei risultati della pratica della meditazione è quello di riuscire ad affrancarsi dalle emozioni, essere completamente liberi dalla loro influenza. 
Ho sperimentato su di me questo procedimento nei momenti in cui sono stato coinvolto in qualche dukkha, sofferenza emotiva. Forse non è possibile liberarsene completamente, ma si ottiene comunque un risultato immediato, verificabile nella maggior leggerezza e libertà interiore che permette di far pesare molto meno l’influenza delle emozioni.
Quando avvertiamo un malessere in qualche parte del corpo, se riusciamo a mantenere differenziata la visione di noi stessi dal fenomeno fisico, avvertiamo meno il dolore, allo stesso modo avviene con il disagio mentale. 
Ci possono essere momenti in cui ci sentiamo completamenti in balia di forti emozioni negative quali la rabbia, l’odio, o l’attaccamento e, anche in queste circostanze, non dovremmo mai perdere la corretta visione dell’io che rimane assolutamente distinto da esse, non dobbiamo identificarci con esse e osservare invece la loro realtà per quella che è: “La rabbia che mi attanaglia è mia, certo, ma non sono io!.....” e così l’odio o l’attaccamento, o qualsiasi altra tempesta tenti di travolgermi. 
Quando siamo capaci di comprendere questa distinzione possiamo padroneggiare le emozioni: siamo noi che stabiliamo le regole, che siamo in grado di dominarle senza soccombere ai loro attacchi.
Finché siamo soggetti al condizionamento dei cinque aggregati siamo sottoposti inevitabilmente all’influenza delle emozioni, ma le possiamo serenamente dominare e trasformare. 
Non dobbiamo necessariamente essere schiavi di queste emozioni, esse possono sorgere in qualsiasi modo e momento, ma noi siamo sempre in grado di averne il controllo, completamente liberi dal loro inganno.
E’ magnifico poter gestire le proprie emozioni e non identificarsi con esse. 
Non ci si può aspettare un intervento esterno, magico, sarebbe come voler vivere nel passato, in un’epoca medievale che non ci appartiene, la nostra epoca è invece altamente tecnologica e ci offre altre possibilità nel nostro percorso.
La tecnologia attuale probabilmente domani sarà obsoleta; ricordo quando venni in Italia dall’India nel 1996, e ancora usavo una macchina da scrivere meccanica, già superata da quelle elettroniche che, nel giro di pochissimi anni, sono scomparse, sostituite dai computer. La stessa cosa è successa con la posta, l’invio di lettere è stato quasi completamente abbandonato e rimpiazzato dalle e-mail e da internet. 
Ciò per dire che, oggi, confidare nel miracolo, nell’intervento magico, è vivere in un lontano passato, per questo io consiglio sempre di vivere nella propria epoca affrontando i problemi, le emozioni, da soli, ponendo tutto il personale impegno per la loro soluzione; dobbiamo sempre tenere a portata di mano la chiave che ci permette di trovare la risposta corretta. 
Noi dobbiamo essere il nostro maestro, il nostro protettore, la nostra guida. Aspettare che siano gli altri a farlo per noi, confidare in magici interventi esterni, oggi non può funzionare.
Domanda: Però è attraverso la meditazione che la mente si apre, che ci permette di capire quali sono le nostre possibilità, a questo dobbiamo credere, no?
Risposta:  Certo, ma la meditazione non è un miracolo.
Quello a cui dovremmo tendere è che il nostro io, il sé, sia il padrone delle situazioni interiori e fisiche in modo da poterle gestire completamente in assoluta libertà, vivendo ogni pena con attenzione e distacco, trasformandola in un momento di crescita. Se mi rompo una gamba andrò in ospedale per riparare il danno, ma non necessariamente il fatto in sé deve essere sofferenza, anzi, la rottura della gamba può trasformarsi in fonte di grande felicità, in un mezzo per eliminare molti ostacoli, può essere anche una condizione per raggiungere elevate realizzazioni.
Quello che noi consideriamo sofferenza, o dolore, è qualcosa di diverso da quello che noi consideriamo il ritmo ordinario di decadimento del nostro corpo. La comprensione profonda della distinzione del sé dalle emozioni è fondamentale per imparare a gestire le situazioni esterne; è chiaro il concetto?
La meditazione è volgere lo sguardo alla propria mente e questa è un’azione che prevede un soggetto e un oggetto; il soggetto, che osserva, è l’io e l’oggetto, osservato, è la mente, questa differenziazione ci permette di gestire tutte le manifestazioni della mente. 
La mente che vediamo non è noi stessi, ed è estremamente interessante osservarne il funzionamento, la sperimentazione, l’azione, che è altro da noi.
Lo stesso procedimento vale per la sofferenza e per la felicità: ne osserviamo il meccanismo, l’evoluzione, ma esse non sono noi. Il sé, o l’io, è a un livello più profondo di questo genere di esperienze, l’io non è connesso ai loro mutamenti.
Durante la meditazione abbiamo la possibilità di vedere chiaramente tutte le variazioni delle emozioni di cui si ha esperienza ma, invece di esserne influenzati, siamo presenti solo in qualità di osservatori, siamo colui che osserva.
Domanda: Quindi il corpo e la mente che noi osserviamo appartengono all’io, ma non sono l’io, come la sofferenza, no?
Domanda: E’ come avere una specie di distacco?
Risposta:  Non occorre partire dal presupposto di compiere questa osservazione per poterci distaccare dalle emozioni, perché la semplice osservazione delle emozioni ci permette automaticamente di trasformarci nei gestori delle stesse. Sorgerà spontaneamente, con il tempo, la capacità di selezionare queste emozioni, agevolando quelle positive. La nostra naturale capacità di selezionare le emozioni positive permetterà di evitare quelle negative e di determinare di conseguenza la loro completa eliminazione. Ciò avverrà in tre passaggi susseguenti:
Il primo è l’osservazione, noi siamo coloro che osservano;
Il secondo è il distacco, la caduta dell’avversione e dell’attaccamento;
Il terzo è la selezione.
Questo è il processo della pratica meditativa, molto semplice, magnifico, non occorre applicare alcuna tecnica complicata.
Domanda: Ricordo che una volta tu hai detto che siamo come attraversati dalla tempesta, dal vento, è come se dentro fossimo soggetti ai cambiamenti climatici, una volta c’è una bella giornata di sole, poi arriva la tempesta, e così via, tutto ci attraversa. Questo indipendentemente dai fatti che ci colpiscono, siamo comunque sempre attraversati da qualcosa, ciò che ci accade non centra più nulla …. 
Risposta: Così dovrebbe essere, dovremmo essere liberi dalle influenze delle emozioni, nel senso che, per quanto soggetti al loro comparire e scomparire, siamo assolutamente inattaccabili, non sottomessi al loro condizionamento; esse sono altro da noi e non ci toccano. 
Domanda: Mi è abbastanza chiaro il passaggio dell’osservatore, ma non mi è altrettanto chiara la relazione tra il corpo, la mente e l’osservatore.
Risposta:   Interdipendenza…
Domanda: Significa che questi sono fattori che cambiano mentre noi no?
Risposta (di gruppo):  No, sono interdipendenti tutti e tre.
Domanda: Come si fa ad esprimere profondamente se stessi, lasciare quindi la strada aperta anche alla rabbia e a tutte le altre emozioni negative, osservarle, riuscendo però a non applicarle? Negli “otto versi” leggiamo che le emozioni negative devono essere affrontate ed eliminate, quindi io mi trovo in difficoltà ad aprire le porte a questa natura profonda e poi doverle immediatamente richiudere per non fare del male agli altri. 
Intervento: Non sempre le emozioni negative sono solo di danno agli altri, possono sorgere anche quando tu devi affrontare un tuo problema, senza nessuna ricaduta sugli altri….
(Segue animata discussione di gruppo in cui tutti parlano insieme, non trascrivibile)
Intervento: Vorrei tentare di dare un contributo a quella che era stata la domanda iniziale di Fabrizio; il dibattito era sorto su un tema di natura psicologica. Noi diciamo che spesso è curativo affrontare la propria rabbia, osservarla e darle modo di esprimersi, perché una rabbia repressa è sempre fonte di disagi e sofferenza, allora la domanda era: “Nel momento in cui io mi confronto con la rabbia che fa parte di me come posso poi evitare che essa danneggi me stesso e gli altri? Io sono consapevole che devo riconoscere e vedere questa rabbia che fa parte di me, ma come posso far si che tale riconoscimento non danneggi me stesso e gli altri?” 
Intervento: La rabbia non deve essere espressa, deve essere elaborata.
Intervento: Riconosci che non fa parte di te, sorge dentro di te, ma non fa parte di te.
Intervento: No, invece fa parte di te.
Intervento: Forse è meglio lasciar rispondere Geshe….
Risposta: La mia opinione è che la rabbia non sia parte di sé, è un fattore dell’esistenza. Si può sperimentare la rabbia senza rabbia, il nostro io a livello più profondo non può essere influenzato dalla rabbia, la si osserva passare da sola. Come tutto, la rabbia è impermanente, quindi avrà un picco, ma immediatamente comincerà a scendere e a dissolversi. 
Tutto dipende dalla forza che si ha, dalla presenza mentale. E’ la presenza mentale che ci permette di essere autonomi da queste emozioni. 
A proposito della lettura degli “otto versi” che citavi essi appartengono al terzo livello, quello della selezione e, per essere a questo punto, dobbiamo aver già maturato i livelli dell’osservazione e del distacco, perciò abbiamo superato avversione e attaccamento; solo allora giungiamo al terzo livello, della selezione, in cui possiamo scegliere le buone emozioni.
Nel caso in cui si sia molto arrabbiati, prima di leggere gli “otto versi” bisogna fermarsi ad osservare la propria rabbia, risolvere il nodo che ci lega ad essa, perché è molto facile rimanerne attaccati, non volerla lasciar andare. Invece, se ci fermiamo ad osservarla, poco per volta ne vediamo la lenta ma inesorabile dissoluzione e ce ne stacchiamo completamente, in questo modo operiamo una vera trasformazione interiore. 

Adesso possiamo quindi leggere gli “otto versi” e poi concluderemo con la meditazione dell’osservazione della mente:

Gli Otto Versi della Trasformazione della Mente
di Kadampa Geshe Langri Tangpa 


Considerando tutti gli esseri senzienti
superiori alla gemma che esaudisce i desideri 
per realizzare il fine supremo
possa io costantemente prenderli a cuore.

Quando sarò con gli altri, 
riterrò me stesso come il meno importante,
e mi prenderò cura di loro fin nel profondo del cuore
come se ognuno fosse il più elevato degli esseri.

Vigile, ogni volta che sorge un’emozione negativa
Che possa nuocere me o gli altri,
l’affronterò e l’eliminerò
senza indugio.

Vedendo esseri in preda alla malvagità
Intenti a violente azioni negative, sopraffatti da sofferenze,
avrò  sempre cura di tali creature così rare,
come se avessi trovato un tesoro prezioso.

Quando altri, per invidia, mi maltratteranno,
mi insulteranno o faranno cose simili,
accetterò la sconfitta e offrirò la vittoria.

Quando qualcuno a cui ho fatto del bene
e in cui ho riposto grandi speranze
mi infligge un danno terribile,
lo considererò il mio santo amico spirituale.

In breve, direttamente e indirettamente, offro
Ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti, mie madri;
possa io segretamente prendere su di me
tutte le loro azioni negative e sofferenze.

Possa la pratica non essere mai contaminata dalle idee causate
dalle otto preoccupazioni mondane,
e, consapevole che tutte le cose sono illusorie,
possa io, privo di attaccamento, essere libero dal samsara.

***

“Gli otto versi della trasformazione della mente” appartengono ad un importantissimo testo scritto da Kadampa Geshe Langri Tangpa, e fanno parte degli insegnamenti Lo Jong. Il poema fu composto nel periodo in cui in Tibet prosperava la scuola Ka dam.
La traduzione italiana è stata effettuata dall’Istituto Lam Rim di Roma.




Tre sentieri del Dharma e pratica effettiva 


Stiamo cercando di praticare ciò che in lingua sanscrita è detto “Dharma”, termine che può essere tradotto in inglese e in italiano con “Bontà”, ma non è così semplice come sembra, non è affatto chiaro ed evidente il modo con cui praticare il Dharma e, soprattutto all’inizio, questo può rappresentare un ostacolo assolutamente comune.
Per praticare il Dharma è prima di tutto necessario conoscere, sapere che cos’è il Dharma.
Secondo un metodo, che io trovo molto interessante, la pratica del Dharma può essere articolata in tre fasi:
Il sentiero della conoscenza;
il sentiero della devozione, della fede;
il sentiero dell’azione, dell’essere attivo.
Il sentiero della conoscenza include sia la concentrazione sul singolo punto che la visione profonda.
Appartengono al sentiero della devozione e della fede le preghiere i mantra e i rituali in genere.
Il sentiero dell’azione, dell’essere attivo, include tutte le nostre azioni quotidiane.
I tre passaggi sono strettamente correlati tra loro e inscindibili, perché attraverso il sentiero della conoscenza si incrementa l’elemento della fede e della devozione e attraverso la pratica devozionale si sviluppa la corretta attività.
In Tibet si racconta una storia assai espressiva:
“Un monaco kadampa era immerso nella meditazione, quando un secondo monaco, un maestro, che lo stava osservando gli disse: “la meditazione è un’ottima pratica, però è meglio praticare il Dharma”. 
Allora il kadampa pensò che la pratica del Dharma fosse la circoambulazione degli stupa e si accinse a compiere tale rituale, ma ancora una volta il secondo monaco lo appellò: “è bene effettuare la Cora intorno agli stupa, però è meglio praticare il Dharma.”.
Il kadampa pensò dunque di dedicarsi completamente alla recitazione dei mantra, ma ancora una volta il secondo monaco lo richiamò: “tutto ciò è molto buono, però è meglio praticare il Dharma” (in tibetano il termine Dharma è Chos).
A questo punto il Kadampa, completamente confuso, chiese al maestro quale fosse dunque la pratica del Dharma ed egli rispose: “abbandonare questa vita, abbandonare l’attaccamento a questa esistenza”.
Nella risposta viene perfettamente descritta la pratica del Dharma. E’ evidente che essa non si fonda su una determinata azione, ma sull’intenzione, sulla motivazione. Possiamo starcene seduti per ore o giorni di fronte ad una statua del Buddha, ma se non abbiamo la corretta motivazione questa sarà solo una pratica sterile, non dharmica.
La pratica del Dharma non è dunque tanto facile e, pensare di affrontarla con leggerezza, è un arrogante errore di valutazione che affonda le radici nell’ignoranza.
Nel Tibet occidentale il monte Kailash è ritenuto uno dei luoghi più sacri e la sua circoambulazione dona grandi meriti a chi la compie, ma è un’impresa molto faticosa e pericolosa se non si è in buone condizioni fisiche, quindi alcuni tra i più deboli decidono di pagare altre persone affinché compiano questo pellegrinaggio al posto loro. 
A noi ciò può sembrare sciocco, ma è così difficile giudicare, perché queste persone trovano in tale attività i mezzi di sostentamento e ciò che a noi appare come un rapporto puramente commerciale può nascondere invece una grande fede e devozione, tutto dipende dalla motivazione. Anche nel vangelo il Cristo ha detto che nessun essere umano può giudicare suo fratello, questo arbitrio è concesso solo a Dio.
La capacità di non giudicare è un elemento fondamentale per la purificazione e la pratica del Dharma, perché, in genere, noi attiviamo sempre la mente giudicante che è fonte costante di problemi e difficoltà.
Come ha detto il Buddha: “è colui che doma se stesso il coraggioso, non colui che uccide mille uomini in battaglia.”. Questa frase breve, ma incredibilmente incisiva, riesce a definire in modo semplice e inequivocabile la pratica del Dharma.
La capacità di vedere come la nostra mente giudicante causi continui problemi e come, invece, il non giudicare gli altri, l’essere benevoli e amichevoli, possa rendere la vita molto più facile e gioiosa, è una vera pratica di Dharma.
Pretendere di giudicare gli altri è un’impresa impossibile, noi possiamo giudicare solo la nostra pratica del Dharma; siamo noi i nostri maestri e noi dobbiamo insegnare a noi stessi. 
Nessun essere umano può essere guida di un altro essere umano; ovviamente stiamo parlando di esseri comuni, e un uomo ordinario non può guidare un altro uomo ordinario, perché è come se un cieco pretendesse di condurre un altro cieco, insieme potrebbero solo cadere nel Tevere. 
Questo è un fatto che io riconosco in ogni momento e anche quando insegno so che ognuno è maestro di se stesso e conosce il modo migliore per guidare se stesso, (Geshe aggiunge scherzosamente) …così non mi sento responsabile!....
Il Buddha, con grande intelligenza, non ha detto: “Io sono il vostro maestro”, ma: “Voi siete il maestro di voi stessi”, e ha riconosciuto di aver raggiunto l’illuminazione grazie alla propria guida e ricerca interiore.
Ogni essere umano ha in sé lo stesso potenziale per attivare il proprio sviluppo. 
Se dunque riconosciamo di avere lo stesso potenziale del Buddha, anche se non siamo il Buddha, abbiamo la stessa possibilità di raggiungere l’illuminazione. 
Con questa consapevolezza comprendiamo perché siamo i maestri di noi stessi e sappiamo come utilizzare simile potenzialità umana, conducendo noi stessi fino alla liberazione, al Nirvana. 
Volendo dare una definizione più lunga di ciò che è la pratica del Dharma possiamo dire che è tutto ciò che ci guida verso la liberazione, il Nirvana. 
Questa è la dimostrazione di come la conoscenza, la devozione e l’attività siano tutte realtà che possono divenire pratica di Dharma; l’esistenza così vissuta non è altro che pratica di Dharma. Quindi, ciò che noi dovremmo fare è riuscire a trasformare la vita quotidiana in pratica di Dharma.
Ritornando alla suddivisione in tre fasi: il sentiero dell’essere attivi riguarda la maggior parte della nostra esistenza, perché nel mondo contemporaneo dobbiamo lavorare per vivere, dedicando la maggior parte del tempo a questa attività, quindi è fondamentale trasformarla in pratica di Dharma. Ma, per riuscire a fare ciò, dobbiamo avere una buona base negli altri due sentieri, nella pratica devozionale e nella conoscenza. Ecco un esempio:
Dobbiamo approfittare di ogni condizione favorevole per praticare la concentrazione sul singolo punto e la visione profonda.
Siamo esseri umani e con capacità limitate, quindi ci affatichiamo facilmente ma, per riposarci, possiamo dedicare tempo alla recitazione dei mantra, delle preghiere, salmodiare i canti. 
Poiché siamo nel samsara anche queste preghiere non ci soddisferanno e saremo comunque stanchi, magari avremo fame, allora, cucinando o preparando un buon caffè, possiamo trasformare queste azioni in pratica di Dharma nel sentiero dell’attività.
Le opportunità offerte dalla diversità dei tre sentieri possono trasformare davvero tutta la nostra vita in pratica di Dharma. Ogni momento della quotidianità può divenire autentica pratica di Dharma. E’ importante imparare il metodo e poi attuarlo continuamente così che, di volta in volta, diventerà facile e naturale e, nel momento in cui ci sarà completamente familiare, sarà autentico e genuino.
Il maestro, rispondendo al kadampa che il Dharma è il non attaccamento a questa esistenza, intendeva  riferirsi allo spirito con cui lo si deve praticare, perché, se si agisce senza attaccamento i risultati scaturiranno facilmente, saranno di maggior soddisfazione e saranno proficui. Invece, ciò che si fa con attaccamento è più difficile, insoddisfacente e con scarsi risultati. Tale realtà è certa e non può essere cambiata da nessuno, né dal Buddha, né da Dio.
Questo aspetto è stato affermato a lungo da tutti i praticanti del passato che ben conoscevano come l’attaccamento fosse frutto di una visione completamente errata, che induce a credere che un fenomeno possa essere permanente, ma ciò è l’opposto della realtà e, quando essa si palesa per quella che è, perché il fenomeno viene a cadere, allora insorge in noi la sofferenza. 
Con la definizione di “non attaccamento” non si intende “non desiderare”, semplicemente si indica la necessità di osservare la realtà attraverso la luce della conoscenza dell’impermanenza. 
Abbiamo conoscenza del nostro attaccamento quando, osservando i fenomeni, li valutiamo permanenti. L’attaccamento è il sigillo della permanenza. 
Se osserviamo le cose sotto il sigillo della permanenza esse si manifestano nella visione illusoria e noi siamo in grande errore. 
Questo vale anche per un altro termine “la rinuncia”, rinuncia non significa buttar via le cose, significa vedere la loro realtà alla luce dell’impermanenza intrinseca.
La consapevolezza dell’impermanenza non ci indica che tutto scomparirà in un determinato momento, ci ricorda semplicemente che noi siamo in una situazione in cui non sappiamo vedere i mutamenti in atto, né quando né come si verificano, tutto può succedere ad ogni istante, anche adesso. Questa è la realtà dell’impermanenza.
Relazioni umane, amicizia, denaro, case, grandi imprese…. Tutto cambia, tutto è impermanente.
Un esempio chiaro è quello della Parmalat; molte persone erano così certe della solidità, della permanenza, di queste società che vi hanno investito tutti i loro beni e in un attimo hanno perso tutto.
Anche il crollo delle torri gemelle di New York, al di là del chi e del come ne ha determinato la distruzione, insito nella loro stessa impermanenza, prima o poi sarebbero comunque finite, senza impermanenza nemmeno Bin Laden avrebbe potuto fare nulla. 
L’impermanenza è intrinseca alla realtà di ogni cosa, anche nello schiocco di dita. Lo schiocco di dita può essere diviso in sessanta momenti differenti e ognuno di questi può essere a sua volta suddiviso in altri sessanta momenti e così via, e in ognuna di queste frazioni le cose cambiano.
Se riusciamo ad avere questa conoscenza e comprensione della realtà, la visione dell’esistenza appare non distorta, non illusoria, e allora non c’è più spazio alcuno per l’odio o per la rabbia, essi cessano automaticamente nel momento stesso in cui sorgono, tutto si presenta in modo naturale e con grande senso di pace e di rilassamento.
In tutte le tradizioni religiose, nelle chiese cristiane, nei riti indù e in quelli buddhisti, sono presenti richiami all’impermanenza quali il suono della campana, del tamburo, del gong. I rintocchi delle campane, che apparentemente scandiscono soltanto l’ora, in realtà ci ricordano l’impermanenza.
Non facciamo altro che progettare per anni, per secoli, ma in realtà non sappiamo nemmeno cosa succede in questo istante.
La pratica dell’impermanenza è la pratica della conoscenza e della saggezza.
La pratica devozionale della recitazione dei mantra e delle preghiere permette di mantenere viva la visione dell’impermanenza. 
E, filtrate da questa luce, tutte le nostre attività diventeranno più leggere e facili, rendendoci naturalmente amichevoli e benevoli.
Chi riesce a vivere sotto la luce dell’impermanenza è fondamentalmente una persona santa, quindi non c’è nessun bisogno di attendere una guida particolare che ci conduca in un determinato posto dove ottenere l’illuminazione, perché essa è già qui.
In Tibet le principali tradizioni buddhiste sono suddivise in “Hinayana”, “Mahayana” e “Vajrayana” e il termine comune è “yana”, che significa forza, resistenza. 
Purtroppo, in inglese e in italiano esso è stato tradotto con “veicolo”, lasciando quasi sottintendere, con una visione assolutamente errata, di dover salire su qualche mezzo di trasporto guidato da altri, ma simile illusione non può che trasformarsi in inevitabile delusione. 
Se c’è un veicolo così potente il maestro è visto come il conducente, colui che guida, ma tale immagine è profondamente sbagliata. Il termine tibetano tekpa non ha nulla a che vedere con un trasporto, significa invece una forte capacità di resistenza.
Domanda: Com’è possibile programmare l’impermanenza in modo leggero?
Risposta:  L’impermanenza è il ritmo della vita, se riusciamo a organizzare le cose nella sua consapevolezza, che non ha nulla a che fare con la durevolezza delle cose, otteniamo la comprensione spirituale della vera realtà. Sulla base della conoscenza dell’impermanenza possiamo progettare persino l’illuminazione che, ovviamente, è il progetto maggiore e sommo che l’umanità possa avere. Chiaramente, di fronte ad un progetto di questo genere, ogni altro scompare e ciò può avvenire solo tramite la realizzazione della realtà dell’impermanenza. Se non possediamo questa comprensione non c’è modo di programmare assolutamente nulla. 

Concludiamo la serata con la lettura degli otto versi.





Amore e Compassione


Il Dharma e la pratica del Dharma sono essenzialmente Amore e Compassione. 
La presenza di amore e compassione irradia pace ovunque: in noi stessi, nei nostri amici e nell’ambiente in cui ci troviamo.
Non è necessario perdersi in inutili disquisizioni terminologiche, si tratta invece di sentire la loro presenza in noi. 
Non ha alcun senso dedicare tempo prezioso ad elaborate ed improduttive concettualizzazioni sul significato etimologico che queste due semplici parole possono assumere nel cristianesimo, nell’islamismo, nel buddhismo, o in qualsiasi altra religione o filosofia. 
Per comprendere che cosa realmente siano amore e compassione è sufficiente ascoltare la loro profonda presenza in noi e ciò avviene tramite la potenza della meditazione.
La meditazione è superiore alla lettura dei libri, all’analisi intellettuale, poiché ha la capacità di afferrare le qualità spirituali direttamente.
La conseguenza immediata dell’esperienza di amore e compassione, è la capacità di trasformare ogni nostro atto, verbale o fisico, in positivo e di attrarre gioiosamente le altre persone. 
La bellezza dell’umanità si manifesta nell’espressione di amore e compassione.
L’amore e la compassione ci donano sicurezza e fiducia in noi stessi e ci permettono di proteggere efficacemente gli altri, ci forniscono tutto ciò di cui abbiamo bisogno e sono fonte inesauribile di accumulazione di meriti, sono come la gemma che esaudisce tutti i desideri.
L’amore e la compassione sono il corretto atteggiamento con cui dobbiamo affrontare la vita e, la tolleranza, la pazienza e il perdono scaturiscono naturalmente da essi.
In occasione del seminario di Cisternino incontrai un gruppo di ciclisti, circa quindici, che, oltre a pedalare con fervore, avevano anche molti interessi spirituali, uno in particolare era attento alla realtà della compassione e, dopo pochi, giorni mi scrisse una e-mail riportando alcune citazioni di madre Teresa e comparandole con quanto avevo detto a proposito del Dharma. La lettera era molto lunga ma ricca di ottime valutazioni e così risposi con un’unica frase: “Hai veramente ragione”. Il ciclista, soddisfatto mi rimandò una seconda e-mail dicendo che aveva capito che entrambi volevamo combattere contro i metodi e i sistemi gerarchici; allora la mia risposta fu: “Non abbiamo bisogno di combattere contro nulla perché semplicemente praticare il Dharma, l’amore e la compassione, è già di per sé andare verso la verità”. 
La pratica di amore e compassione non è una guerra contro qualcosa, è l’espressione di ciò che esiste nel nostro cuore, nel profondo del nostro essere; come dice il Buddha: “Colui che riesce a domare se stesso è la persona più coraggiosa”, perché la cosa più difficile è proprio quella di sottomettere la propria mente. 
Di fronte ad ogni angoscia o contrarietà reagiamo immediatamente individuando le colpe altrui, ritenendo gli altri responsabili di tutto ciò che non ci piace, ma ogni volta che sorge in noi il dolore, che incontriamo una difficoltà, in realtà noi ci troviamo di fronte ad un tormento che è all’interno di noi stessi e che si trasforma in sofferenza.
Quando vediamo un errore, un torto dell’altro, in verità stiamo ribaltando sull’altro un nostro problema. 
La pratica di amore e compassione consiste nell’imparare a semplificare se stessi, certamente non è facile, non la si può attuare in un colpo solo, ma piano piano, gradualmente, i risultati arriveranno.
Il lavorio su se stessi, l’avvicinarsi, passo dopo passo alla verità, porta automaticamente considerevoli benefici anche agli altri.
L’amore e la compassione ci uniscono inscindibilmente agli altri, sentiamo in noi l’essenza profonda dell’unità, perciò il mio problema sarà il problema dell’altro e il suo problema sarà il mio, ogni differenza è annullata, semplicemente scompare.
Santideva diceva che la sofferenza, in quanto tale, deve essere eliminata, e non perché sia la mia o la tua, ma solo perché è sofferenza. 
E’ meravigliosa la chiarezza di questa definizione, la sua semplicità. Sarebbe davvero magnifico se tutti insieme operassimo per eliminare la sofferenza, senza farne una questione personale.
L’amore e la compassione sono qualità umane di base, innate e spirituali, sono la fonte della bontà dell’umanità.
Questi due libri, mi sono stati regalati in Svizzera da alcuni amici, il primo è un “testo radice del Lamrim” che ha dato origine al suo posteriore sviluppo, il secondo è “Il Lamrim di mezzo” di Lama Tsong Khapa, sono entrambi bellissimi e trattano fondamentalmente di amore e compassione, ne leggeremo ora alcuni passaggi. 
In primo luogo l’autore rende omaggio a Manjusri, la divinità della saggezza, al Buddha, ai figli del Buddha, cioè i Bodhisattva, al Dharma e al Lama che è la loro radice. E’ la preziosa dottrina che esaudisce tutti i desideri. L’autore inoltre precisa di voler scrivere questo testo per il bene degli esseri senzienti.
Continua dicendo che tutti i fenomeni esistenti possono essere suddivisi in due categorie: il Samsara e il Nirvana. 
Il Samsara è per natura vuoto, si basa sull’immaginazione erronea, appare e si manifesta nella sofferenza.
Anche il Nirvana è per natura vuoto, è una sorta di dissolvimento delle illusioni, è uno stato libero dalla sofferenza.
Il samsara è basato sull’illusione, di cui sono completamente permeati gli esseri samsarici:
Il fondamento, la base dell’illusione, è la sua vacuità.
La causa dell’illusione è l’ignoranza. 
Il modo con cui gli esseri samsarici vengono ingannati da questa illusione è la percezione che essi ne hanno.
Una prova dell’illusione è data dal sogno, in esso viviamo esperienze, abbiamo immagini ed emozioni, agiamo, come se tutto fosse reale, ma noi siamo immobili in un letto immersi nel sonno e non stiamo facendo nulla; quindi nel sogno abbiamo l’illusione della pienezza di un fatto vuoto che noi percepiamo, a causa dell’ignoranza, come esistente.
Cadiamo preda dell’inganno dell’illusione perché siamo nel samsara, e l’errore dell’illusione del samsara porta soltanto sofferenza. 
Quando la percezione illusoria può essere trasformata in saggezza? 
- Soltanto quando raggiungiamo l’illuminazione. 
L’illusione può avere una forma naturale di illuminazione?
- No, è assolutamente impossibile, perché il samsara non ha fine, è opaco e pesante nel suo bagaglio di sofferenza e non lascia penetrare la limpida luce.
Da questo momento bisogna dunque praticare per ottenere l’illuminazione, è l’unico modo possibile per uscire dal circolo vizioso del samsara, e per poterlo fare correttamente bisogna sempre ricordare che:
La causa dell’illuminazione è la natura di Buddha;
la condizione per poter praticare è la forma umana;
un’altra condizione è la presenza di amici spirituali;
il metodo è dato dalle istruzioni;
il frutto è l’illuminazione; 
l’azione dell’illuminazione è il poter aiutare gli altri, liberi da intenzioni concettuali.
Nel testo si indicano sei passaggi:
la causa;
la base;
la condizione;
il metodo;
il frutto;
l’azione.
La causa è la natura del Buddha che tutti noi abbiamo.
La base è l’essere nati in forma umana.
La condizione è il maestro, la guida, l’amico spirituale.
Il metodo è costituito dalle istruzioni del maestro, inteso nel senso più ampio, dal Buddha fino ai giorni nostri. Manjusri è un maestro per ogni tempo e persona. Molti maestri del passato, e il Buddha stesso, hanno ricevuto le istruzioni direttamente da Manjusri che è maestro di tutti i Buddha.
Il frutto è la forma dell’illuminazione. 
L’azione è la possibilità di beneficare gli altri, senza avere intenzioni concettuali.
La preghiera ci permette di costituire un ponte con l’intenzione del Buddha. Non occorre chiedere al Buddha di avere una particolare intenzione verso di noi, è sufficiente creare il legame. Ciò che conta è la nostra intenzione, perché l’azione del Buddha “è”, senza bisogno di sovrapporre nulla, è come la radiosità del sole. 
Un proverbio tibetano dice: “La grotta rivolta ad ovest non riceverà mai il sole del mattino”. E’ ovvio che sia così, non è colpa del sole, ma della posizione della caverna.
Se vogliamo il sole dell’illuminazione la nostra intenzione deve essere come una grotta rivolta a est, cioè verso il Buddha perché le azioni del Buddha si muovono in conformità all’amore e alla compassione e non fanno discriminazione nei confronti di nessuno.
La forma umana è essenziale alla pratica del Dharma, perchè è dotata di tutte le facoltà necessarie per l’espansione dell’amore e della compassione.
Avendo sviluppato completamente amore e compassione non abbiamo più bisogno di nulla, siamo completamente soddisfatti; è l’illuminazione.
La natura del Buddha è fondamentalmente la capacità, la sensibilità, il germe di amore e compassione che, con questa forma umana, siamo in grado di sviluppare completamente. 
L’amore e la compassione sono un tesoro unico, l’eredità dell’umanità. 
Le Nazioni Unite mettono a disposizione un considerevole budget per finanziare la protezione di antichi monumenti e opere d’arte che rappresentano la cultura dell’umanità, ciò è bene naturalmente, però la vera eredità della cultura umana è la sensibilità e la capacità di amore e di compassione. Essa dovrebbe essere universalmente riconosciuta, favorita nello sviluppo di ogni popolo e nazione, perché se si perde simile cultura si perde tutto.
Il nostro incontrarci per meditare, studiare e approfondire l’insegnamento del Buddha è un passo verso la possibilità di esperire, assimilare e conservare il bene più prezioso dell’umanità.
Utilizzare il cervello umano per voi occidentali che avete maggiori possibilità di mezzi ed istruzione è particolarmente doveroso.
Spesso ci si compiace nel filosofeggiare a lungo sul significato della vita, ma il senso della vita è unicamente l’amore e la compassione. 
E’ altrettanto futile buttarsi in ricerche di magia e mistero in tutto ciò che fuori di noi, è un grande errore, un’illusione che è alla base del samsara. Solo l’amore e la compassione contano realmente e sono il più alto mistero all’interno di noi, non li dobbiamo cercare altrove.
Questi testi sono molto antichi e, fino a qualche anno fa, ne esistevano pochi esemplari. Anch’io ero sempre attento a quando comparivano nella biblioteca del monastero, ed erano così consumati e sempre mancava qualche pagina che era necessario riscrivere. Le poche copie disponibili erano quelle che i monaci erano riusciti a portare dal Tibet fuggendo.
Una volta c’erano pochi libri e molti lettori desiderosi di imparare, adesso ci sono molti libri ma pochi lettori seri.
Anche il sistema di stampa era complesso, prima si incideva la pietra, poi il legno e solo molto più tardi si è passati ai caratteri mobili; adesso è veramente facile, tutto è a nostra disposizione, un metodo di stampa rapido, il computer, le fotocopie… così questo libro, all’epoca così raro, mi è stato donato in una perfetta e competa del 1998, è magnifico!
Se siete interessati varrebbe la pena di dedicare il prossimo weekend all’approfondimento di questo testo.
Concludiamo con la lettura dei “Tre Aspetti principali del Sentiero”.

I tre Aspetti Principali del Sentiero
di Lama Tsong Khapa Lobsang Drakpa 

Porgo omaggio ai venerabili Lama.

Spiegherò, come meglio posso,
il significato essenziale di tutte le Scritture del Buddha,
il sentiero lodato dagli eccellenti Bodhisattva,
la via d’accesso per il fortunato che anela alla liberazione.

Coloro che non sono attaccati ai piaceri dell’esistenza mondana,
coloro che si sforzano per rendere utili le circostanze favorevoli e la fortuna,
coloro che propendono per il sentiero che compiace Buddha ,
questi fortunati dovrebbero ascoltare con mente attenta.

Senza una rinuncia completamente pura,
non vi è modo di frenare l’ardente ricerca di piaceri nell’oceano dell’esistenza.
Inoltre, l’attaccamento all’esistenza ciclica imprigiona completamente gli esseri incarnati.
Quindi, sin dall’inizio, bisognerebbe cercare di realizzare la rinuncia.

Le circostanze favorevoli e la fortuna sono difficili da ottenere
e la vita non è lunga,
familiarizzando con ciò, si elimina l’attaccamento alle apparenze di questa vita.
Riflettendo costantemente sul karma e sui suoi inevitabili effetti
e sulle sofferenze del samsara,
si elimina l’attaccamento alle apparenze delle vite future.

Se, avendo meditato in tal modo, non nasce nessun desiderio
per i piaceri dell’esistenza ciclica,
e se costantemente, giorno e notte, sorge un’aspirazione alla liberazione, 
allora la rinuncia è stata generata.

Tuttavia, se questa rinuncia non viene unita alla generazione
di una completa aspirazione alla più alta illuminazione,
non diverrà causa della meravigliosa beatitudine dell’insuperabile Bodhi.
Perciò il saggio dovrebbe generare il supremo Bodhicitta.

Gli esseri samsarici vengono trascinati dalla corrente dei quattro potenti fiumi,
sono legati con le strette catene del karma, difficile da eliminare,
sono entrati nella gabbia di ferro dell’attaccamento al Sé,
sono completamente oscurati dalle fitte tenebre dell’ignoranza,

nascono nell’esistenza senza limiti, e nelle loro nascite
vengono incessantemente torturati dalle tre sofferenze.
Riflettendo in tal modo circa la condizione delle madri che si trovano in tale stato,
genera la suprema intenzione altruistica di divenire un Risvegliato.

Se non possiedi la saggezza che comprende la vera natura delle cose,
sebbene tu abbia sviluppato la rinuncia e il Bodhicitta,
la radice del samsara non può essere estirpata.
Quindi, impegnati intensamente per realizzare l’origine interdipendente.

Colui che vede come inevitabile la realtà di causa ed effetto di tutti i fenomeni
nel samsara e nel nirvana,
distrugge totalmente ogni percezione errata
ed è entrato nel sentiero che compiace i Buddha.

Fin quando le due realizzazioni, quella delle apparenze,
ovvero l’inevitabilità dell’origine interdipendente
e quella della Vacuità, ovvero la non-asserzione,
vengono considerate separate, non vi è ancora la realizzazione 
del pensiero di Buddha Shakyamuni.

Quando le due realizzazioni esistono simultaneamente, senza alternarsi,
e la semplice percezione dell’inevitabilità dell’origine interdipendente eliminerà
la concezione di un’esistenza intrinseca,
allora l’analisi della visione è completa.

Inoltre, l’estremo dell’esistenza è eliminato dall’apparenza,
e l’estremo della non-esistenza è eliminato dalla Vacuità.
Se comprenderai che la Vacuità appare come causa ed effetto,
non sarai preda delle visioni estremiste.

Quando avrai realizzato correttamente 
i punti essenziali dei tre aspetti principali del sentiero,
dimora in solitudine e genera il potere della perseveranza entusiastica.
Raggiungi presto la tua meta finale, figlio mio.

***

Testo insegnato dall’erudito monaco Drakpa Pal (Tsongkhapa) a Tsa Kho Vonpo Ngawang Drakpa.
Traduzione inglese e note a cura di Geshe Gedun Tharchin
La traduzione italiana è stata effettuata dall’Istituto Lam Rim di Roma.






Raccolta dei meriti e amore e compassione


La pratica del Dharma, anche quando non ci troviamo nella condizione migliore per effettuarla, è sempre straordinaria e piacevole.
Se osserviamo profondamente la realtà dei fatti vediamo che la pratica del Dharma è la cosa più bella, più soddisfacente e più positiva che possiamo fare in questa vita, su questo pianeta.
Per essere in grado di assumere realmente tale splendida attività dobbiamo far conto sull’accumulazione dei meriti. 
Se non abbiamo sufficiente accumulo di meriti non siamo in grado di praticare il Dharma; cominciamo dunque con il considerare i nostri incontri di Dharma come un’occasione per accumulare meriti in quanto dedichiamo tempo, energie e volontà di essere di beneficio a noi stessi e agli altri.
L’accumulazione dei meriti ci consente di ottenere una gradevole atmosfera di pace e di energia in grado di aiutarci, di rendere più facile ogni nostra azione, e di donarci benessere fisico e salute.
Accumulare meriti vuole dire accumulare karma positivo.
Il karma positivo è una forma invisibile di energia; non è la mente, è una forma invisibile. In tibetano viene definito come una “forma che non può essere né vista né toccata”, ma ribadisce il concetto che si tratta di “forma”, non di un’idea astratta.
Già altre volte ho tentato di spiegare l’interconnessione esistente tra “accumulazione di meriti” e “accumulazione di karma positivo” anche sul piano del corpo fisico. 
Noi siamo esseri soggetti a cambiamenti e reazioni fisiche, che potremmo definire come “sofferenza” o “gioia”.
L’accumulazione dei meriti e il karma positivo interagiscono con questi cambiamenti che avvengono nel nostro corpo fisico.
L’accumulazione dei meriti, e quindi la coltivazione del buon karma, nella loro interazione producono cambiamenti positivi e sono un effettivo sostegno nel miglioramento delle situazioni.
L’accumulazione dei meriti e la coltivazione del karma positivo trasformano il nostro stesso corpo. 
I cambiamenti fisici e le nostre reazioni influenzano in modo determinante il sorgere della sofferenza o della gioia e, di conseguenza, il nostro stato di salute. Se la salute è buona anche la mente è felice.
Una persona può morire in pace, serenamente, quasi si addormentasse, come una fiamma che si spegne lentamente, grazie al karma positivo.
Il nostro corpo non può durare in eterno, inevitabilmente si consuma, si deteriora, ma ciò può avvenire senza sofferenza fisica, senza pena, se vi è buon karma.
Questo è un aspetto importante, ma, da dove vengono il karma positivo e i meriti che dobbiamo accumulare? 
- Dall’amore e dalla compassione.- 
L’amore e la compassione sono il nostro atteggiamento più realistico.
L’accumulazione dei meriti e il karma positivo non sono quello che in italiano viene detto con spregio “buonismo”, essi rivelano invece un’attitudine molto intelligente, un giusto atteggiamento ingegnoso e realistico.
Quando lavoriamo, in un certo senso soffriamo nel corpo, ma, più meditiamo sull’amore e sulla compassione, più sperimentiamo una crescente felicità e piacevoli sensazioni.
Perché durante le ore di lavoro sperimentiamo spesso una certa sofferenza? 
- Perché in quel momento molto probabilmente non stiamo meditando sull’amore e sulla compassione, se invece fossimo in grado di farlo, sentiremmo immediati benefici nel corpo e nella mente, ottenendo l’equilibrio dei quattro elementi del corpo. -
Che cos’è il dolore fisico?
- E’ uno squilibrio nei quattro elementi che compongono il nostro corpo. Il dolore fisico non proviene dalla mente, sorge nel corpo, è la sperimentazione di tale squilibrio. -
Che cos’è il dolore mentale, la sofferenza che sperimentiamo nel nostro cuore? 
- E’ semplicemente la mancanza di amore e di compassione. Se vi è presenza di amore e compassione scompare ogni sofferenza, non ha più spazio per esistere. -
Una mente pacificata porta naturalmente anche equilibrio negli elementi del corpo. 
Il bilanciamento armonioso degli elementi del corpo dona uno stato piacevole, siamo felici, in salute e, in tale situazione, non sarebbe possibile avere un infarto o soffrire di ipertensione.
L’accumulazione dei meriti e il karma positivo interagiscono in ogni aspetto delle nostre esperienze mentali e fisiche.
Noi preghiamo, ma che cos’è la preghiera? 
- È semplicemente un metodo per sviluppare amore e compassione. -
Noi meditiamo, ma che cos’è la meditazione sul singolo punto?
- E un metodo per sviluppare e per conservare amore e compassione. -
Se non realizziamo amore e compassione anche la preghiera più bella non può farci ottenere lo scopo prefisso.
Se non realizziamo amore e compassione la meditazione non ci aiuterà a raggiungere il fine.
La semplice concentrazione in meditazione non costituisce di per sé accumulazione di meriti e di karma positivo, se non è accompagnata da amore e compassione. Si potrebbe, ad esempio, pregare affinché il nemico venga ucciso e accumulare soltanto karma negativo. Potremmo pregare con il massimo impegno, così come qualche tibetano prega per la morte di tutti i cinesi, ma questo non produrrà altro che accumulo di sofferenza e pesantissimo karma.
E’ doveroso desiderare di accumulare meriti e karma positivo, ma se non si segue il cammino corretto è facilissimo commettere un errore tale da provocare l’esatto contrario.
Esiste un’interessante preghiera che i tibetani composero quando fuggirono in India; in alcune frasi si fa riferimento ad un nemico, probabilmente Mao, ma anche più genericamente a tutti i cinesi quali simbolo di oppressione, indicati come persone assolutamente negative, tanto stupide da non comprendere il Dharma e prive di compassione.
In un’altra riga si parla della completa e pura liberazione del Tibet.
Questa preghiera ha subito più modificazioni a causa dei mutamenti politici. All’inizio chiedeva “l’indipendenza totale” del Tibet, successivamente la parola indipendenza è stata sostituita con “autonomia”, poi con “autodeterminazione”, e adesso con “pura indipendenza”.
Molti tibetani recitano questa preghiera senza conoscerne il significato e nemmeno il perché di tanti cambiamenti, ma questo è un grave errore, non è bene pregare senza comprendere profondamente ciò che si dice.
Personalmente trovo ridicole le continue variazioni, solo per aderire alle opportunità politiche del momento.
Questa preghiera, con molte altre, è contenuta in un libro che possiedono tutti i Lama, e che anche i cinesi conoscono perfettamente e considerano politicamente pericoloso per cui, quando i Lama attraversano la frontiera e vengono perquisiti, i cinesi sanno esattamente quali pagine strappare. In questo modo essa non è più un atto di devozione, ma può trasformarsi in un errore spirituale con ricadute negative sul piano politico ed economico e non produce nulla di positivo.
La preghiera non consiste in una recitazione mnemonica, non deve provocare divisione, è l’espressione di parole cariche di amore e compassione.
Dobbiamo imparare ad osservare come lo sviluppo, l’accumulazione e la conservazione di amore e compassione ci conducano ad un benessere mentale e fisico in grado di trasformare positivamente ogni cosa.
Nella metafisica, nell’Abhidharma, si spiega scientificamente come l’accumulazione di meriti influenzi e trasformi la realtà sia sul piano mentale che su quello fisico.
Se preghiamo il Buddha per ricevere una benedizione affinché tutto vada bene non vi è nulla di male, ma credere che ciò sia sufficiente senza il nostro impegno nello sviluppo di amore e compassione è assolutamente insensato.
Solo se vi è una reale trasformazione interiore la preghiera, la meditazione, la benedizione del Buddha hanno significato.
Uno stupendo esempio è stato dato da Gandhi, dalla sua vita vissuta in grande umiltà e compassione, ma non è facile.
Noi desideriamo seguire l’esempio del Buddha, ma un Buddha in quest’epoca altamente tecnologica, userebbe lo stesso linguaggio del Buddha storico? 
Prima di tutto il Buddha di oggi dovrebbe avere una conoscenza completa del mondo moderno, come Gandhi che comprendeva perfettamente la realtà della sua epoca e proprio per questo era diventato più umile e spirituale, aveva capito come trasformare l’esistenza, saper stare nella realtà del mondo ma, contemporaneamente, dover semplificare al massimo la vita.
E’ fondamentale possedere tale capacità, perché rendere semplice la nostra vita non è cosa facile. Semplificare è molto più difficile che costruire. 
Non lasciamoci tentare dalla presunzione di realizzare ogni cosa in modo perfetto, è invece essenziale tener presente che, qualsiasi sforzo facciamo oggi, domani può essere superato, andato. Oggi possiamo fallire e domani avere successo.
Gandhi nella sua vita ha commesso degli errori, li ha visti e ha fatto il possibile per correggerli, ciò è stupendo perché è magnifico saper osservare i propri errori. Gandhi aveva ricevuto un’educazione occidentale, e per questo tale capacità gli riusciva più naturale, nell’educazione indiana o tibetana ciò non sarebbe stato possibile.
Nel cristianesimo, ad esempio, esiste la confessione e il perdono che hanno attinenza nel riconoscere gli errori. 
Gandhi, educato in paesi occidentali, riusciva molto bene a vedere i propri errori ed era sempre disposto a trasformarsi; forse non si può affermare che abbia raggiunto la perfezione, ma certamente, in ogni momento della sua vita, era rivolto al miglioramento di sé e del mondo 
Un Buddha dei giorni nostri sarebbe molto simile a Gandhi, probabilmente seguirebbe tutto il corso di studi per raggiungere il massimo grado nell’educazione, quindi si dedicherebbe alla spiritualità e, all’improvviso, tutta la sua educazione e conoscenza si trasformerebbe in saggezza che lo condurrebbe ad un’infinita compassione; ecco la trasformazione della sua vita. 
Un Buddha dei giorni nostri, non si isolerebbe in ritiro nei monasteri sulle montagne, troverebbe la compassione nel mondo caotico e difficile. Ci sono oggi bambini in Tibet che, essendo riconosciuti come grandi reincarnazioni, vengono allontanati in monasteri solitari, ma poi scappano perché forse avvertono di dover fare altro.
La conoscenza si trasforma in saggezza, e saggezza vuol dire saper riconoscere la vera natura della realtà, e, vedendo la vera natura della realtà, naturalmente, si sviluppa amore e compassione.
Domanda: Che rapporto c’è tra la paura e l’impermanenza?
Risposta:  La paura è l’illusione, l’impermanenza è la realtà. La realtà non fa paura.
Domanda: Che rapporto c’è tra il dolore e l’impermanenza?
Risposta:  Quando comprendi, realizzi l’impermanenza, la paura scompare e così il dolore. Essere impermanenti è una grande opportunità, se fossimo permanenti saremmo statici, non avremmo mai cambiamenti né negativi né positivi.
Domanda: Quando si sente un trasporto molto forte verso una pratica come questa che è conoscenza del mondo, e si ha come una sorta di innamoramento, è soltanto un’eccitazione momentanea che deve essere calmata, o è la forte motivazione che deve essere lasciata andare liberamente? Perché è sempre presente il problema dell’io, che può diventare una molla per praticare, però l’eccitamento che si manifesta mi fa dubitare della sua validità.
Risposta:  La spinta entusiastica è una motivazione positiva e deve essere lasciata libera, senza esagerare. Quello che importa è non provocare contraddizioni tra la vita di tutti i giorni e la pratica che; anzi, deve sempre integrarsi armoniosamente con la quotidianità.
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E’ molto bello conoscere i pensieri e il comportamento di Gandhi, esistono vari film, e documentari sulla sua vita, non tanto dal punto di vista politico quanto dal punto di vista spirituale; era una persona davvero grande, eccezionale.
Possiamo prendere ad esempio anche i mahasiddha, i grandi maestri, ma loro avevano un contesto di vita completamente diverso dal nostro. Anche questo è un frutto karmico.
Concludiamo con una meditazione sui temi affrontati questa sera.





Meditazione e presenza mentale 


(Il suono della campana indica che la serata inizierà con una breve meditazione).

E’ una serata piuttosto fredda e, istintivamente per contrastare gli effetti di questo clima, si reagisce muovendo il corpo, esiste però un altro metodo per riscaldarsi interiormente e consiste nel rimanere fermi, concentrati nella mente del risveglio, concedendosi tutto il tempo per riflettere.
Bisogna anche stare attenti, quando fa molto freddo, nel praticare eccessivi esercizi fisici, e ne parlo per esperienza personale!... in un giorno di freddo, con gli amici, abbiamo risalito una collina scaldandoci notevolmente tanto che, arrivato in cima, ho tolto la giacca, la conclusione è stato un bel malanno.
Quindi meglio stare in casa, meditare fermi, tranquilli e rilassati, senza doversi coprire eccessivamente perché il calore necessario proviene e si diffonde dall’interno.
Non mi sto riferendo a pratiche particolari, quali ad esempio la pratica del “gtum-mo” (del fuoco interiore); semplicemente si tratta di mantenere attiva la mente meditativa della presenza mentale, favorendo così uno stato di equilibrio in grado di regolare anche la temperatura fisica.
Personalmente non ho mai conosciuto nessuno che praticasse il “gtum-mo”, (uno dei sei yoga di Naropa) che permette di sviluppare un grande calore corporeo, però questo fenomeno è stato scientificamente studiato e sono stati effettuati esperimenti, apponendo ad esempio panni bagnanti sui meditanti e calcolando il tempo di asciugatura. Però, per noi che abbiamo case confortevoli e ben riscaldate, questa sarebbe una pratica inutile e si trasformerebbe in un’esercitazione fantascientifica, come un film, ma priva di utilità. 
La pratica migliore è la meditazione, la concentrazione sulla presenza mentale, così da poter mantenere naturalmente costante ed equilibrato il calore corporeo, indipendentemente dalle temperature esterne, senza preoccupazioni eccessive per il troppo caldo o il troppo freddo. Si possono prevenire molti malanni in questo modo, è l’aspetto pratico del Dharma.
Quando si è in salute è più facile aiutare se stessi, gli amici, la famiglia e, oltrettutto, non si spende denaro in terapie e consulti medici, in questo senso la pratica del Dharma diventa, anche concretamente, significativa per se stessi e per gli altri.
La meditazione è una pratica eccellente, ci permette di risolvere ogni problema, ci offre sempre una soluzione, ammesso ovviamente che essa esista, perché a volte si presentano situazioni in cui non vi alcuna possibilità di appianamento; in questo caso possiamo solo prendere atto del problema avendo però, con la meditazione, acquisito tutti gli strumenti per saper accogliere, accettare e abbracciare anche la situazione più difficile.
Non bisogna cercare in ogni modo soluzioni laddove non esistono, perché sarebbe una fatica assolutamente inutile e dannosa, in grado soltanto di incrementare la sofferenza.
Questa è una realtà che ci troviamo ad affrontare continuamente ed è necessario essere consapevoli che, se un problema ha una soluzione, non dobbiamo fare altro che perseguirla senza preoccuparcene ulteriormente, se, invece, non ha soluzione, è assolutamente insensato sprecare energie in sterili e angoscianti preoccupazioni, possiamo soltanto accettarlo ed accoglierlo, non c’è altro da fare.
Nel mondo contemporaneo la scienza vorrebbe ottenere grandi soluzioni per ogni problema, tenta persino di vincere la morte mantenendo in vita le persone il più a lungo possibile, magari ibernandole, in un’assurda ricerca di immortalità. 
E’ emblematico della società moderna il voler a tutti i costi rendere permanenti le cose reputate piacevoli, ed eliminare invece quelle spiacevoli, ma questo è impossibile perché la realtà che ci piace dipende, per la sua stessa esistenza, da quella che non ci piace. 
“Il buono”, che ci da piacere e ci rende contenti e, il “non-buono”, che ci priva della contentezza, devono coesistere contemporaneamente; se così non fosse non potremmo gustare, confrontare, paragonare e distinguere il buono dal cattivo, tutto avrebbe lo stesso sapore. 
Per ottenere i frutti dell’equilibrio interiore dobbiamo saper riconoscere il limite di ciò che è sufficiente alla nostra esistenza, lasciando agli altri ciò che va oltre, dobbiamo saperci accontentare godendo di quanto ci è realmente utile e nulla più.
Questo è un principio elementare che, se attuato dall’umanità, trasformerebbe questo pianeta in un paradiso terrestre armonioso, amichevole, giusto e piacevole per tutti. 
Volendo restringere l’osservazione alle famiglie con cui veniamo a contatto quotidianamente vediamo che ci possono essere situazioni in cui qualcuno ha di più e qualcuno di meno, con conseguenti disequilibri, sofferenza e discussioni, ci si rinfaccia a vicenda ciò che è giusto o non giusto, ma è ben difficile giudicare una situazione o un altro essere umano. In questi casi, nel tentativo di definire dov’è la giustizia, ci si affida spesso ad avvocati il cui compito primario è quello di incassare la parcella e non di perseguire la giustizia. 
Tutto questa sofferenza deriva dall’eccessivo desiderio di rendere permanenti le cose piacevoli e di eliminare quelle spiacevoli. 
Si cade così in doppio estremo che non fa altro che sviluppare e potenziare i problemi nella mente, e allora si vuole separare e catalogare ciò che è buono o cattivo, giusto o sbagliato. Eppure tali divisioni devono essere trattate come uguali, con equanimità, perché ciò che non è buono, che è sbagliato, contiene in sé la sua parte di verità. 
E’ fondamentale il saper riconoscere che ogni realtà, anche quella che consideriamo la più negativa, ha la sua parte positiva.
Nei nostri monasteri si ama dibattere su varie questioni e nella mia, come in tutte le comunità in cui vivono più persone, c’era sempre qualcuno che non aveva un comportamento apparentemente corretto, per cui diventava facile agli altri applicare immediatamente un giudizio negativo e ricordo che un giorno, un grande maestro, ha dato un insegnamento che non dimenticherò mai e che mi ha aperto ad una visione della realtà completamente nuova, con una semplice frase: “No, no, non è bene dare giudizi negativi perchè è necessario che ci siano persone di questo tipo”.
Non è vero che quanto proviene dall’esterno può disturbare la pace interiore, l’unica cosa che può essere di ostacolo è la propria mente. 
Se riuscissimo a mantenere sempre la mente nella presenza mentale tutto apparirebbe perfetto, non ci sarebbe nulla di negativo, per questo, nella meditazione, possiamo ottenere tutte le soluzioni alle nostre necessità.
Naturalmente le nostre necessità non includono li desideri impossibili, essi sono frutto dell’immaginazione, sono proiezioni mentali che procurano grandi problemi di cui non abbiamo assolutamente bisogno.
I desideri impossibili relativi al “non-necessario” sono la fonte del senso di insoddisfazione che così spesso ci accompagna.
Riflettete su questi interrogativi:
E’ chiaro dunque che la nostra mente può avere la soluzione per tutti i nostri problemi?  e che, altrettanto, è anche la fonte di tutti i nostri problemi?
La meditazione offre la soluzione per tutto ciò che abbia una possibile soluzione?
Ed ora, voi avete domande?
Domanda: C’è differenza tra “mente” e “anima”?
Risposta:  Volendo adattare la terminologia occidentale al buddhismo, si può dire che il termine “mente” sostituisca quello di “anima”, quanto meno lo include. Chiaramente simili problemi sono dovuti all’attuale limitatezza delle lingue occidentali, nello specifico l’inglese, per una corretta espressione del Dharma. 
La psichiatria occidentale definisce “mente” tutto ciò che concerne il cervello; nel buddhismo il concetto di “mente” comprende una realtà che è più corrispondente all’idea di “anima”. 
Con l’inizio della traduzione dei concetti buddhisti nelle lingue occidentali, ci si è trovati di fronte a tradizioni religiose diverse, per questo si è voluto differenziare la terminologia non utilizzando la parola “anima”, perché troppo caratterizzante della cultura cristiana. La traduzione “mente” è più neutrale, lascia però aperta la possibilità a fraintendimenti soprattutto per un occidentale che, al suo primo approccio con la cultura buddhista, può non avere sufficienti strumenti per comprenderne il profondo significato.
Nicoletta: In francese “mente” viene tradotta “spirito”. 
Geshe:   Oggi le diverse tradizioni religiose sono alla ricerca di una maggiore vicinanza e stanno iniziando a costruire un linguaggio sempre più comune, e così avviene anche nella pratica. 
Si possono utilizzare termini differenti, “mente”, “anima”, “spirito” e gli studiosi, seguendo la loro corrente di pensiero, possono elaborare differenziazioni particolareggiate ma, nella pratica, stiamo applicando tutti lo stesso linguaggio.
Anche per gli spaghetti o per la pizza non esistono termini corrispettivi esatti, né in tibetano, né in inglese, nelle traduzioni si incappa inevitabilmente in simili ostacoli, è difficilissimo trovare una terminologia esaustiva per tutto, però, nella pratica, avviene un’unificazione reale. La parola “Buddha” è rimasta inalterata, non tradotta. 
(segue discussione sul significato della frase “deposito della mente”non trascrivibile perché non si comprendono le domande, voce flebile e lontana)
Geshe:      Per quanto riguarda la traduzione dei testi buddhisti in inglese vi sono molte imperfezioni, ma quella in italiano è ancora peggiore, tutta da costruire, quindi raccomando di procedere con estrema cautela nell’interpretazione dei termini usati, senza fermarsi alla lettera, ma cercando di comprendere il loro significato profondo.
Domanda: Per trasformare la mente è necessario capire l’origine delle proprie sofferenze, o no?
Risposta:   Se si sa qual’è l’origine della sofferenza è più facile purificare la mente ma, anche se non la si conosce, si può agire e intervenire per la purificazione della mente.
In tutte le tradizioni religiose esiste il gesto della purificazione attraverso l’acqua, e colui che riceve quest’acqua, anche se ignora l’origine della sofferenza, ne viene ugualmente purificato.
Nel cristianesimo, come nel buddhismo, c’è la stessa offerta di acqua purificatrice. 
Alcune persone, ossessionate dall’igiene e schive di ogni contatto, non temono affatto l’acqua benedetta delle chiese e si segnano con devozione, incuranti dei molti germi che vi albergano sicuramente.
Domanda: Nelle situazioni, in cui sappiamo che una soluzione sarebbe possibile ma noi siamo completamente paralizzati e incapaci di trovarla, ciò è dovuto alla nostra incapacità di meditare? o ad un errore di valutazione in quanto la soluzione in realtà non esiste?
Risposta:  Una simile ricerca esige una grande pazienza, la soluzione non è sempre a portata di mano, a volte richiede molto tempo per giungere fino a noi, da parte nostra è fondamentale esercitare la pazienza.





Meditazione sulla mente


La pratica del Dharma si concentra sulla purificazione della mente e non riguarda soltanto l’esistenza attuale, ma è rivolta anche alle esistenze precedenti e a quelle del futuro. Nella pratica spirituale del presente e la nostra attenzione deve vigilare sugli effetti delle vite del passato e le possibili ricadute sulle prossime, perché la correlazione tra loro è inscindibile. 
La pratica di oggi trova il suo significato in benefici a lunga scadenza, se fosse finalizzata soltanto a questa vita, così breve, non sarebbe in grado di completare la purificazione della mente. Ciò che facciamo non è nulla di nuovo, richiama esperienze del passato e procede nel cammino di sempre. Questo è il pensiero guida della pratica spirituale.
Ciò con cui veniamo in contatto è la nostra mente e, non solo, tutto ciò che possiamo fare grazie a questo incontro avviene per mezzo della nostra mente, cioè: “abbiamo a che fare con la nostra mente per mezzo della nostra mente”. 
Il processo mentale non si non si svolge tra due fenomeni, “un agente” e “un oggetto”, ma si tratta di un medesimo fenomeno che ricopre entrambi i ruoli, sia di soggetto che di oggetto. Ecco perché la pratica della meditazione è difficile, è come imparare a conoscere “sé” per mezzo di “sé”.
Tale astrazione non è semplice e sono sorti nella filosofia buddhista alcuni interrogativi su che cosa sia, e come riconoscere, la nostra mente.
Per alcuni filosofi c’è una mente secondaria che conosce unicamente la mente, quasi fosse una guardia del corpo della mente stessa. E’ alquanto laborioso poter immaginare una mente che possa conoscere se stessa attraverso se stessa, è un concetto arduo.
Per altri filosofi, invece, è inattuabile che un fenomeno conosca se stesso attraverso se stesso, non è possibile che un unico fenomeno agisca come agente e come oggetto, quindi, è la mente che afferma la propria esistenza. Anche questo è un concetto difficile.
Pur non volendo approfondire ulteriormente le due diverse correnti filosofiche, dobbiamo prendere atto di quanto sia difficile, in ogni caso, conoscere la propria mente, ed è ancor più evidente l’assoluta incapacità di poter conoscere la mente altrui, a meno di non essere illuminati. 
Noi, che non abbiamo alcuna certezza su cosa sia la nostra mente, siamo sempre pronti e sicuri nel pensare di conoscere gli altri e nel decretare giudizi assoluti, continuamente, ma proprio questa mente giudicante è la fonte principale dei nostri problemi quotidiani.
Ho analizzato in me stesso l’effetto della mente giudicante e ho constatato che da essa nascono soltanto fraintendimenti assai penosi. Quando si ha la presunzione di conoscere il pensiero dell’altro, e si formula il conseguente giudizio invece di rivolere all’interno di se stessi l’indagine ricercando i propri errori, si sbaglia e ci si lascia travolgere in una visione ingannevole.
A me è capitato di osservare azioni altrui con l’assoluta convinzione che esse fossero il risultato di un determinato modo di pensare dell’altra persona e, sulla base di questo errato giudizio, ho commesso degli errori. Ho così cambiato atteggiamento ponendo maggior attenzione ai miei pensieri e ho potuto scoprire che lo sbaglio era nel mio giudizio, nel mio modo di pensare.
Con simile costante introspezione subentra naturalmente, con l’andar del tempo, una visione più realistica, una maggior conoscenza di sé e si evitano tanti problemi non necessari, vivendo in tranquillità e serenamente. Si sviluppa spontaneamente un’attitudine interiore all’ottimismo, perché ci si trova in una magnifica condizione di serenità e di purezza che genera contentezza e assenza di tensioni. 
Per la costruzione dell’atteggiamento gioioso sono fondamentali la presenza mentale, la consapevolezza, la vigilanza e l’attenzione. Essere ottimisti non ha nulla a che fare con la stoltezza, anzi, è l’espressione di una grande intelligenza, perché in questo modo possiamo vedere le migliori qualità nell’altro e, inoltre, la presenza mentale, l’attenzione, la consapevolezza e la vigilanza, ci pongono al riparo da ogni possibile caduta in un sentiero sbagliato. 
E’ un prezioso bene possedere la capacità di vedere i propri errori, invece di focalizzare sempre l’attenzione sui difetti altrui, perché, osservando i propri difetti e sbagli, si ha la possibilità di intervenire, di modificare l’atteggiamento, di cambiare, mentre, nei confronti degli errori e difetti degli altri, non è possibile fare nulla, anzi, con le parole, facilmente si peggiora la situazione causando una maggiore sofferenza.
Se, onestamente, esaminiamo a fondo tutti i giudizi emessi nei confronti degli altri vediamo che nel 90% dei casi sono sbagliati e, al massimo, potremmo aver ragione per il restante il 10%.
Certamente non è facile riconoscere questa realtà, perché la mente giudicante nasce dall’ignoranza, che è la causa prima di una sofferenza altrimenti evitabile.
Ora che la conoscenza della lingua mi permette di leggere con regolarità i giornali italiani, sono rimasto colpito dai tanti casi di criminalità che si trascinano per anni senza giungere mai a una conclusione; non si capisce chi accusa chi, e perché. Gli avvocati riescono a dire tutto e il contrario di tutto, e i testimoni si contraddicono continuamente. Le accuse e i giudizi non mancano a nessuno, ma solo la persona coinvolta sa come siano andate realmente le cose, gli altri possono soltanto presumere. Questo è un fenomeno davvero curioso, e accade a causa della difficoltà nel conoscere la propria mente.
La prima cosa che dobbiamo conoscere è: “dov’è la propria mente”. Per alcuni è nella testa, per altri al centro del corpo. Stabilire dove sia la mente è complesso e immediatamente sorge la seconda questione che riguarda “l’io”. Noi diciamo “la mia mente” e questo possessivo presuppone “un io”, ma, dov’è questo io? 
Si tratta di due quesiti importanti e complessi che dobbiamo affrontare nella pratica spirituale perché, soltanto quando saremo in grado di riconoscere la mente, e avremo individuato che cosa sia l’io, potremo cominciare a risolvere tutti i problemi.
Lo scopo principale del praticante spirituale è dunque quello di conoscere “la propria mente” e il fenomeno chiamato “io”. Non possiamo cercare le risposte in nessun marchingegno esterno, ma soltanto nella meditazione, che non può essere praticata da nessun altro, ma solo da noi stessi. Questa è la somma pratica del Dharma.
La percezione di impotenza, come se qualcosa bloccasse la nostra vita, proviene dalla ricerca di una soluzione a queste due domande: “cos’è la mente?”, e, “cos’è l’io?”.
Poiché siamo ad un livello molto sottile dei fenomeni possiamo avvicinarci ad essi esclusivamente tramite la meditazione. Dobbiamo saperne cogliere la realtà andando oltre quelle che sono le mere funzioni cerebrali, che consistono unicamente nel pensiero discorsivo, concettuale, assolutamente inadatto a penetrare tali fenomeni.
Ciò che accade quando si riesce a trovare la mente, il sé, è entusiasmante, non ci si accinge a conoscere qualcosa di nuovo, ad incontrare un’altra persona, ma si ha esperienza di se stessi., e si esclama: “Questa è la persona con cui sono sempre stato!.. La persona con cui sono da sempre, eoni ed eoni, e che non ho mai riconosciuto”. Ecco perché la meditazione sulla mente è una pratica così potente.
La spiritualità, il Dharma, è strettamente connesso con la mente, è un’autocoscienza, non una coscienza qualunque, è la coscienza della mente.
La prova che noi non abbiamo riconosciuto noi stessi, la nostra mente, si trova nei nostri errori. Molti problemi sorgono dal fatto che non soltanto compiamo degli errori, ma non li riconosciamo e continuiamo a farli.
Il secondo errore è che non riconosciamo di aver compiuto un errore e pensiamo di aver fatto qualcosa di buono. Così, da errore ad errore, ne accumuliamo una gran quantità, diventiamo ricchi….. ma di errori.
Tuttavia la presenza di tutti questi errori non è nulla di straordinario, fa parte della nostra esistenza, è soltanto il segno che non siamo esseri illuminati, ma esseri comuni e ordinari. 
Il fatto è che noi non conosciamo la nostra mente, non conosciamo noi stessi e non ci rendiamo conto di fare degli errori e qui il problema è serio.
La meditazione è l’unico mezzo per poter incontrare se stessi: meditare, pensare, guardare all’interno di sé e non all’esterno, purifica la nostra mente. Grazie a questa paziente purificazione vedremo e conosceremo con maggior chiarezza noi stessi.
Avete domande, opinioni, o chiarimenti? 
Domanda: Quella che io definisco mente giudicante, che giudica me stessa e gli altri, non è la mia mente? il mio io?
Domanda: La mente è l’anima? Se si, anche approssimativamente, quante dimensioni, cioè quanti livelli, ha l’anima?
Domanda: La mente, l’anima, è anche un canale verso altre realtà che non possiamo vedere, ma che esistono?
Risposta:  Non mi è perfettamente chiaro che cosa si intenda con “anima” ma, per quanto riguarda la mente, essa ha tre livelli: grossolano, sottile, estremamente sottile. Attraverso la mente ci si può connettere con tutti i fenomeni esistenti.
Domanda: Quando parli di “spirituale”, di “al di là”, ti riferisci alla mente?
Risposta:  Si.
Domanda: Nel riconoscimento della mente, dei propri errori, quando sorge il dubbio circa le proprie azioni, “...ho fatto bene?... ho fatto male...” tale atteggiamento è positivo? oppure costituisce un blocco, un impedimento?
Risposta:  Dipende, perché ci possono essere sia dubbi positivi che negativi. Sentirsi insicuri è normale, sarebbe preoccupante se avessimo sempre certezze. Se non sappiamo esattamente chi siamo, se non conosciamo la nostra mente, è inevitabile che sorgano tutti i problemi. In questo senso l’accontentarsi è molto importante, il non ricercare una soddisfazione completa, piena. In un sutra tibetano si dice che quando si è già realizzata la metà dell’opera è come se si fosse completata, non occorre voler a tutti i costi andare oltre.
Domanda: Qual è la differenza tra dubbi positivi e negativi?
Risposta:  Se si hanno dubbi rivolti essenzialmente all’aspetto negativo, si tratta di dubbi negativi, se invece sono principalmente focalizzati sull’aspetto positivo, allora sono positivi.
Risposta:  Prima di meditare sulla “mente” non sarebbe meglio iniziare con la meditazione sulla “vacuità della mente”? Altrimenti si vuole conoscere qualcosa senza sapere qual è la sua natura fondamentale, mi sembra un approccio invertito.
(segue un vivace dibattito con varie opinioni).
Domanda: La domanda può essere più semplice, facciamo prima una meditazione sul Sutra del Cuore, e poi meditiamo sulla mente.
Risposta:  E’ difficile meditare sulla vacuità della mente, senza avere la conoscenza di cos’è la mente, quindi solo in un secondo momento sarà possibile affrontare la vacuità perché, se si medita sulla vacuità della mente senza conoscere la mente, c’è il rischio di vederla sparire davanti agli occhi senza essere più in grado di trovarla. E’ un argomento complesso ma fondamentale, e la meditazione parte da tutte queste caratteristiche, è una bella sfida, qualcosa da indagare, analizzare, scoprire. In questo modo si ha ancora una maggior percezione del blocco che c’è in noi, e si riconosce la fonte del problema, la propria ignoranza: noi cerchiamo di risolvere i nostri problemi senza conoscere il conoscitore.

(La serata si conclude con una breve meditazione) 






Sutra del cuore, cinque sentieri, pura intenzione, grande compassione, bodhicitta


Oggi meditiamo sul “Sutra del Cuore”, come?
Il contenuto del Sutra del Cuore è l’espressione della visione profonda di Avalokitesvara. Praticando questa meditazione dunque dobbiamo rappresentarci nell’immagine di Avalokitesvara e, grazie all’ispirazione, la forza, di questa profonda visione meditativa, esprimeremo le nostre realizzazioni. 
E’ un Sutra completo nel quale meditiamo e nel contempo stiamo dando l’insegnamento in esso contenuto. Dunque lo studio del testo non è semplice lettura di versi, ma è l’espressione della nostra profonda realizzazione interiore. 
Sebbene la realizzazione della vacuità o l’interdipendenza dei fenomeni non sia ancora chiara, attraverso la visualizzazione di Avalokitesvara iniziamo a piantarne il seme affinché essa possa verificarsi in noi. E’ anche un modo per ricevere una benedizione, è una meditazione che porta in sé moltissimi benefici.
Leggiamo il testo e cerchiamo di meditare in questo modo.
Il Cuore della Perfezione della Saggezza” 
Il titolo sanscrito è : Bhagavati  Prajna Paramita Hridaya
Così una volta udii:
Il Bhagavan dimorava a Rajagrha, presso il Picco dell’Avvoltoio, con un gran numero di Arhat e un gran numero di Bodhisattva e a quel tempo il Bhagavan era entrato nell’assorbimento meditativo sulla varietà dei fenomeni chiamato “percezione profonda”. In quello stesso tempo, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, era assorto nella stessa pratica della profonda perfezione della saggezza e vide che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca.
Quindi, tramite l’ispirazione del Buddha, il venerabile bikshu Shariputra si rivolse all’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva e gli disse: “come deve addestrarsi un figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza?”
Quando fu detto questo, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, rispose al venerabile bikshu Shariputra e disse: “Shariputra, ogni figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza, dovrebbe vedere chiaramente nel seguente modo: dovrebbe vedere distintamente che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca”.
“La forma è vuota, la vacuità è forma; la vacuità non è altro che forma, la forma non è altro che vacuità. Allo stesso modo sono vuote le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza. Quindi, Shariputra, tutti i fenomeni sono vacuità; essi sono privi di caratteristiche peculiari; non sono nati, non cessano; non sono contaminati, non sono incontaminati; non sono incompleti e non sono completi.”
“Quindi, Shariputra, nella vacuità non c’è forma, né sensazioni, né percezioni, né formazioni mentali, né coscienza. Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente. Non c’è forma, né suono, né odore, né gusto, né oggetti concreti, né oggetti mentali. Non c’è nessun elemento visivo, così fino a nessun elemento mentale fino a includere nessun elemento della coscienza mentale. Non c’è ignoranza, non c’è estinzione dell’ignoranza, e così fino a nessun invecchiamento e morte, e nessuna estinzione dell’invecchiamento e della morte. Allo stesso modo, non c’è sofferenza, origine, cessazione o sentiero; non c’è saggezza, né ottenimento e neppure mancanza di ottenimento.”
“Quindi, Shariputra, poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti, si basano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non avendo oscuramenti nelle loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati totalmente oltre l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana. Tutti i Buddha che dimorano nei tre tempi hanno ottenuto il pieno risveglio dell’insuperabile, perfetta illuminazione, basandosi su questa profonda perfezione della saggezza”.
“Quindi, si dovrebbe sapere che il mantra della perfezione della saggezza – il mantra della grande conoscenza, il mantra supremo, il mantra uguale a ciò che non ha uguale, il mantra che fa tacere tutte le sofferenze – è vero perché non è ingannevole. Si proclama il mantra della perfezione della saggezza:
TADYATHA GATE’ GATE’ PARAGATE’ PARASAMGATE’ BODHI SVAHA
Shariputra, così i Bodhisattva mahasattva dovrebbero addestrarsi alla profonda perfezione della saggezza”.
Quindi, il Bhagavan si svegliò dal suo assorbimento meditativo e lodò l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, dicendo che era eccellente.
“Eccellente! Eccellente! Figlio del lignaggio dei Bodhisattva, è proprio così; dovrebbe essere così. Bisogna praticare la profonda perfezione della saggezza proprio così come hai rivelato. Perciò anche i Tathagata se ne rallegreranno”.
Come il Bhagavan pronunciò queste parole, il venerabile bikshu Shariputra, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, insieme all’intera assemblea, inclusi i mondi degli dei, degli umani, degli asura e dei gandharva, tutti gioirono e lodarono ciò che il Bhagavan aveva detto. 

Nota: La traduzione italiana di questo testo, con le note, è stata redatta dall’ Istituto Lamrim di Roma dal testo originale in tibetano e con l’ausilio delle traduzioni inglesi.

Il centro, la sintesi del Sutra del Cuore, consiste nei cinque sentieri:
Il sentiero dell’accumulazione;
Il sentiero della preparazione;
Il sentiero della visione;
Il sentiero della familiarizzazione;
Il quinto, che è il frutto dei sentieri precedenti, è lo stato di colui che non deve più apprendere, cioè lo stato dell’illuminazione.
La sintesi del percorso è espressa dal mantra.
TADYATHA” indica il modo per meditare sulla vacuità, la realtà ultima, altrimenti detta mancanza di esistenza intrinseca, o “non sé”.
Il primo GATE significa andare, andare nel sentiero dell’accumulazione, laddove si impara e si riflette sul significato della vacuità. Naturalmente anche in esso è implicita la meditazione, ma soprattutto vengono messe in risalto le due caratteristiche dell’apprendere e del riflettere sulla vacuità. E’ il momento in cui si raccolgono le informazioni sulla realtà ultima o vacuità. 
Il secondo GATE è riferito al passaggio che avviene quando si posseggono tutte le informazioni relative alla vacuità e alla mancanza di esistenza inerente del sé e dei fenomeni e si comincia a formarne l’immagine, ciò corrisponde al sentiero della preparazione. Avere un’immagine abbastanza chiara di cosa sia la vacuità, la realtà ultima del sé e dei fenomeni, ci permette, incontrandola, di poterla riconoscere. 
PARAGATE indica il momento in cui si incontra la realtà ultima, si va nel sentiero della visione, ed è il primo momento in cui si trova, davanti a sé, quella realtà.
Naturalmente venirne a contatto una sola volta non basta bisogna conoscerla meglio e familiarizzarsi con essa, si entra così nel sentiero della familiarizzazione, PARASAMGATE.
Permanendo nella familiarizzazione ci si fonde con quella realtà e ci si trova nel sentiero di buddhità, di chi non ha più nulla da apprendere in quanto egli stesso è diventato quell’essenza, BODHI.
Riassumendo: il primo GATE è andare nel sentiero dell’accumulazione; il secondo GATE è andare nel sentiero della preparazione; PARAGATE è andare oltre, entrare nel sentiero della visione; PARASAMGATE, è andare ancora più in là, entrare nel sentiero della familiarizzazione; BODHI indica la perfezione della familiarizzazione quindi l’approdo allo stato dell’illuminazione. 
Questa è la descrizione fondamentale per la meditazione sulla vacuità che agisce in correlazione con i cinque sentieri ed è particolarmente riferita al Bodhisattva, colui che ha già realizzato la bodhicitta ed è entrato nel sentiero mahayana, il sentiero del Bodhisattva appunto.
Colui che ha sviluppato la bodhicitta acquisisce gradualmente la familiarità con la vacuità. Esistono casi di persone che prima realizzano la vacuità e poi la bodhicitta. Ci sono anche coloro che, nella condizione di ascoltatori, realizzano la vacuità e intraprendono il sentiero mahayana sviluppando la bodhicitta. E’ un soggetto bellissimo di cui parlare, non c’è niente altro da fare che meditare ed è magnifico!
Noi ora ci riferiamo ad un individuo che, avendo ottenuto la bodhicitta, sta operando al fine di realizzare la vacuità.
Che cos’è la bodhicitta? E’ l’attitudine mentale che pone come prioritario l’interesse verso gli altri. 
La bodhicitta è la combinazione di due differenti aspirazioni:
essere di aiuto a tutti gli esseri senzienti;
ottenere l’illuminazione per poter essere di beneficio a tutti gli esseri senzienti. 
La combinazione di queste due aspirazioni permette la realizzazione della bodhicitta. Quindi, l’aspirazione ad aiutare tutti gli esseri senzienti è la causa; mentre quella di ottenere l’illuminazione per essere di beneficio a tutti gli esseri senzienti è il risultato. 
Lo stato mentale di bodhicitta è il risultato naturale per aver sviluppato la gentilezza amorevole, la grande compassione.
Nel momento in cui si realizza la grande compassione, automaticamente, si realizza la bodhicitta.
La causa diretta della grande compassione è la pura intenzione, (in tibetano Lacsam), che consiste nella decisione personale di volersi assumere la responsabilità di aiutare tutti gli esseri senzienti. Questo puro atteggiamento consiste nel fare da sé le cose, senza aspettare l’intervento altrui. Anche se si è circondati da molte persone non si pretende la loro partecipazione o sostituzione nell’azione, la responsabilità è totalmente nostra e dobbiamo agire con cuore limpido. Questa è la pura intenzione, particolare per la sua spontaneità, senza calcolo. 
E’ un’intenzione magnifica perché avulsa da qualsiasi discussione, corrisponde all’offerta spontanea che non vuole nulla in cambio, che non attende l’intervento di nessuno. E’ esattamente l’opposto della mentalità corrente in cui si tende ad evitare, se possibile, ogni responsabilità, a scaricare sugli altri le incombenze più gravose dandosi giustificazioni pseudo-etiche: “perché lo devo fare proprio io? non mi compete, non è giusto…” Questa è esattamente l’assenza di Lacsam, la pura attitudine. 
Lacsam è un fenomeno stupendo che deriva dalla grande compassione, ovvero, la bodhicitta sorge dal Lacsam, dalla pura intenzione che è il frutto naturale della grande compassione.
La grande compassione sottintende la compassione rivolta a tutti gli esseri senzienti, senza nessuna eccezione. Significa prendersi cura degli altri indiscriminatamente ed è il risultato della gentilezza amorevole. 
La gentilezza amorevole corrisponde all’atteggiamento che si ha con le persone più care desiderando per loro ogni bene e felicità. La compassione agisce nel desiderio che tutti gli esseri siano separati, allontanati, dalla sofferenza, aspira alla sua eliminazione.
La gentilezza amorevole nasce dall’equanimità, non nel senso di voler rendere tutti gli altri uguali, ma nel considerare gli altri, e se stessi, esattamente uguali. Il nostro desiderio di stare bene, di essere felici, corrisponde perfettamente al desiderio degli altri esseri, ciò che è buono per noi lo è altrettanto per loro. In quest’attitudine mentale possiamo sentire profondamente la sofferenza degli altri, conoscerla, condividerla, perché è la stessa nostra sofferenza.
Equanimità, gentilezza amorevole, grande compassione, pura intenzione speciale e bodhicitta, rappresentano passi distinti che devono essere seguiti, uno dopo l’altro. 
Sarebbe magnifico se, tra colleghi, si avesse tutti questa pura intenzione speciale, volendosi assumere il carico e la responsabilità del lavoro e non, come invece accade, tentare di scaricarlo, se appena possibile, sugli altri. 
Un atteggiamento privo di volontà entusiastica nell’agire, di pura intenzione, rende tutto difficile, faticoso, interminabile e pesante. Se agissimo con Lacsam, con la pura intenzione speciale, allora il tempo passerebbe velocemente e felicemente il lavoro sarebbe leggero e saremmo molto amati, esenti dal problema del mobbing.
La via per realizzare il Lacsam è in ogni caso lunga, anche se non si tratta della “GRANDE compassione”, ma di una “grande compassione” attuabile in questa società. Prima dobbiamo sviluppare la gentilezza amorevole e, prima ancora, l’equanimità. Anche se non riusciremo a sviluppare la bodhicitta la nostra vita quotidiana ne sarebbe in ogni modo notevolmente migliorata, più facile.
La pratica del Dharma, o se preferite l’attuazione di questa filosofia, non è finalizzata all’esibizione di un titolo di “realizzatore di bodhicitta”, ma essenzialmente a rendere il nostro quotidiano, la nostra vita, più semplice. 
Anticamente, anche in Italia, si potevano ottenere onori, potere e ricchezze nella carriera ecclesiastica, ma nulla potrebbe essere più negativo per il Dharma, una simile attitudine è l’esatto opposto della spiritualità autentica. 
Il Dharma è pratico, riguarda la nostra vita di tutti i giorni, non è l’affermazione di carriere e titoli accademici, evidenzia esclusivamente l’uguaglianza degli esseri umani.
Ieri ero a Udine, proveniente da Vicenza, e un amico mi ha chiesto se a Vicenza c’erano molti buddhisti; io gli ho risposto: “Dimentica i buddhisti e lavora per l’umanità”.
Il Dharma è per l’umanità, i preconcetti per cui i monaci buddhisti dovrebbero rivolgere attenzione ai buddhisti, e i preti cristiani ai cristiani, alimentano stupide divisioni, ignoranza e ristrettezza mentale che produce enormi problemi. Ogni essere umano deve operare per l’umanità.
Non mi ero mai soffermato particolarmente su tale atteggiamento mentale ma, quando questo amico mi ha posto la domanda, ho risposto istintivamente, d’impulso, soffermandomi poi a riflettere: “perché dovrei andare a cercare i buddhisti? Il Dharma è per tutta l’umanità e riguarda l’umanità”.
Praticare l’equanimità, la gentilezza amorevole, la grande compassione, il Lacsam - la pura intenzione speciale e la bodhicitta, è fondamentale, e, la pura intenzione speciale è il nesso tra la grande compassione e la bodhicitta.
La pura intenzione speciale è offrirsi volontariamente, entusiasticamente, per fare le cose, senza porsi altre domande. (Non è ovviamente simile all’offerta dei politici che sono sempre disponibilissimi per il posto di primo ministro ad esempio!....)
Il Lacsam si può facilmente riconoscere perché gioca un ruolo assolutamente speciale nella società, permette di facilitare e semplificare ogni realtà.
Aiutare gli altri corrisponde alla pura attitudine che si ha conformemente alla propria capacità. Devono connettersi in ugual misura la forza interiore e la pura motivazione.
Ad esempio, quando si dona del denaro a qualcuno è necessario trattenere quanto serve per sé, se si desse via tutto non resterebbe nulla per la propria sopravvivenza, bisogna dunque trovare il giusto equilibrio. Lo stesso criterio deve essere applicato all’aspetto interiore, si deve aver cura e far crescere le risorse spirituali, perché se non si è in grado di aiutare se stessi non si è nemmeno in grado di aiutare gli altri.
Domanda: Quindi per prima cosa dobbiamo essere compassionevoli con noi stessi?
Risposta: Naturalmente, un essere non illuminato deve prima di tutto essere compassionevole con se stesso, solo così potrà esserlo realmente anche con gli altri. 
Domanda: Tu parli di aiuto puro è perfetto; ma nella condizione imperfetta in cui si aiutano gli altri per ottenere meriti, non è come se si prestasse denaro per averne di più? Questa non mi sembra una pura intenzione. L’aiuto agli altri, a livello ordinario, non avviene mai nella pura intenzione, c’è sempre un certo calcolo circa i benefici che se ne ricavano. E’ difficile avere davvero un’intenzione pura.
Risposta:  Bisogna provvedere innanzitutto a se stessi, nel momento in cui si ha il sufficiente per la propria vita, tutto quello che resta in sovrappiù lo si deve dare. Trattenere più di quanto si ha bisogno è attaccamento; ma trattenere solo il necessario significa avere un atteggiamento compassionevole nei confronti di se stessi. 
Domanda: Può succedere che, per amore verso qualcuno, non si comprendano più i propri limiti, quanto è bene dare e quanto no, con il rischio di cadere nella non compassione per se stessi e ci si trova quindi a soffrire molto, come uscirne?
Risposta:  Questa è una sofferenza sbagliata, non necessaria, evitabile. La vita non è facile, ma offre sempre le soluzioni ai problemi e la possibilità di rimanere nell’equilibrio interiore. Non bisogna aspettarsi che le soluzioni nascano da un programmino già pronto, preparato da altri, ma ci si deve impegnare in prima persona, procedere per tentativi, guidati e sostenuti dalla consapevolezza di essere in grado di mantenere l’equilibrio e di risolvere i problemi.
Domanda: Hai detto che quella sofferenza non è necessaria, allora esiste una sofferenza necessaria? E qual è?
Risposta:  La sofferenza necessaria è la sofferenza del samsara. Se non ci fosse la sofferenza del samsara non ci sarebbe possibilità di sviluppare la compassione. 
Di fronte alle sofferenze non necessarie, invece, non è bene assumere un atteggiamento compassionevole nei confronti di se stessi, anzi bisogna trovare il modo di eliminarle con determinazione e volontà. Se invece vediamo soffrire un’altra persone a causa di una sofferenza non necessaria, dobbiamo aiutarla, per quanto possiamo, e sviluppare compassione nei suoi confronti.





“Sutra del Cuore”, utilità degli studi comparati e pericoli nella comprensione della vacuità


Leggeremo ora il “Sutra del Cuore” con una voce dolce e gentile che scaturisca dal profondo e, contemporaneamente, rifletteremo sul significato di ogni parola così ricca di virtù.
In una citazione tibetana si dice che: “Parole positive, buone e virtuose, proferite dalle labbra, sono accompagnate dalla riflessione sul significato buono, positivo e virtuoso in loro racchiuso”.

(segue la lettura del “Sutra del Cuore”).

Il senso letterale del “Sutra del Cuore” si articola in un duplice significato: il primo, diretto, ha come oggetto la vacuità, e il secondo, indiretto, si riferisce al Lamrim, cioè al percorso graduale dei cinque sentieri. E’ essenziale non perdere mai di vista questi due aspetti che ne costituiscono la caratteristica davvero speciale.
Leggendo le parole sulla vacuità è sempre bene riportare alla mente i cinque sentieri: dell’accumulazione, della preparazione, della visione, della familiarizzazione, e di colui che non deve più apprendere. 
Il significato del “Sutra del Cuore” è talmente ampio e completo che è quasi impossibile spiegarlo dettagliatamente in un tempo limitato, vi consiglio quindi di ampliarne la conoscenza tramite la lettura dei numerosi commenti, comparandoli tra loro e cogliendo in ognuno l’aspetto particolarmente approfondito.
Io stesso, a Torino, in un seminario sul “Sutra del Cuore” ho affrontato l’argomento in modo diverso rispetto all’insegnamento che ho dato qui, ed entrambi verranno trascritti, sarà così interessante confrontare i due testi. Anche in futuro darò ulteriori insegnamenti sul “Sutra del Cuore” e, in queste analisi comparate, sarà possibile penetrare sempre più a fondo nella sua comprensione, che non è semplice proprio a causa del suo duplice aspetto.
Il primo livello, quello diretto più apparente, offre modi differenti per potersi accostare alla vacuità, tutte le cose sono vacue, mancanti di esistenza intrinseca. Dunque anche che anche i cinque aggregati sono vuoti, e, procedendo nell’analisi, i diciotto elementi sono vuoti, i dodici anelli dell’origine interdipendente sono vuoti, e sono vuote anche le quattro nobili verità. Questi sono modi differenti di accostarsi alla vacuità che ha diverse classificazioni.
Il livello più apparente e diretto, appena descritto nella sua modalità di approccio alla vacuità, mostra tutta la sua complessità e, indirettamente indica gli stadi che conducono all’illuminazione, ovvero i cinque sentieri.
In un approccio diretto al “Sutra del Cuore” questo aspetto può non essere immediatamente colto, però lo si può comprendere da come sono espressi i modi di accostarsi alla vacuità. E’ evidente quanto sia complesso, e al contempo completo, il “Sutra del Cuore” e ad ogni lettura e riflessione lo possiamo capire un po’ di più.
Per il seminario di Torino avevo preparato una relazione veramente complicata che intendeva porre a confronto il “Sutra del Cuore” con un’opera di Nagarjuna sulla saggezza essenziale, ma, quando ho iniziato a parlare, mi sono reso conto della difficoltà di tale impresa, mia nell’esprimere concetti complessi nel modo più accessibile, e, degli uditori che dovevano avere la capacità di seguire e cogliere tale insegnamento. Al fine di poter trarre il massimo beneficio occorreva la collaborazione di entrambe le parti, ho così realizzato la realtà della natura interdipendente.
Per ottenere un buon risultato è necessaria l’unione di più concause, non dipende soltanto dal maestro, o dagli uditori, o dal luogo, ma dalla collaborazione e cooperazione di tutti questi fattori, ecco perché è fondamentale realizzare la natura interdipendente della realtà.
La vacuità è grandemente importante perché è la verità definitiva, ultima, di tutta la realtà esistente, ma, proprio per questo, nei testi tradizionali buddhisti si consiglia di trattarne l’argomento con estrema cautela e prudenza, perché una cattiva comprensione della vacuità potrebbe indurre a cadere in un estremo e quindi negli inferi.
Qui però siamo pienamente esentati dal rispettare tali avvertenze, non esiste alcun pericolo per noi di cadere nelle visioni estremiste o di avere una realizzazione immediata della vacuità, in quanto, anche se pare una situazione paradossale, occorre essere già ad un buon livello di accumulazione di meriti e di saggezza per essere veramente in pericolo di inganno.
Non siamo a quel livello e dunque ci possiamo considerare liberi dalle avvertenze e parlare di vacuità senza nessun problema; non ci sono rischi, né per il Lama che insegna, né per i discepoli che ascoltano.
Ci troviamo nella magnifica posizione di poter trattare questo argomento in assoluta tranquillità, quando avremo raggiunto un alto livello di comprensione della vacuità allora si, dovremo stare molto attenti ed osservare le avvertenze dei saggi. 
E’ bellissimo parlare della vacuità, anche se non la si comprende, perché si comincia ad entrare nell’argomento e la volta successiva si coglierà un aspetto in più e così via, sempre più in là, fino a che non se ne avrà una grande comprensione, (con i rischi relativi).
Tutto ciò che riguarda la nostra vita, tutto ciò che consideriamo molto prezioso, parte da zero e ritorna a zero. 
Non dobbiamo pensare di poter vedere subito la vacuità, ci arriveremo attraverso la deduzione, il ragionamento. Nel ripercorrere la propria vita, il passato, il presente e quella che sarà una possibile conclusione, si osserva l’evoluzione naturale di ogni realtà, lo si sperimenta anche nei sentimenti, nelle emozioni, in tutto ciò che ci attraversa.
Il nostro prezioso corpo, articolato e complesso, deriva da qualcosa di infinitamente piccolo, il concepimento.
E’ una situazione davvero singolare, quasi buffa, che merita una riflessione, perché, questo prezioso corpo, come ha avuto inizio così finisce, dunque, i cinque aggregati sono vuoti.
La vacuità non significa essere nulla, ma indica che tutto inizia con la vacuità e finisce nella vacuità. E’ molto semplice, dalla grande vacuità tutto viene ed alla grande vacuità tutto torna e, tra questi due momenti, la confusione presente è assolutamente inutile, per questo realizzare la vacuità è essenziale.
Il “Sutra del Cuore” racconta questa realtà. 
La verità ultima, definitiva è qualcosa di differente dal modo convenzionale con cui ci accostiamo alle cose. E’ possibile realizzare la vacuità soltanto quando esiste la presenza mentale e la visione acuta e lucida di ogni realtà. Senza la presenza mentale e la capacità di guardare le cose nella loro essenza è come se fossimo ciechi, incapaci di vedere la vera natura della realtà.
Quando si osservano le cose nella loro verità ultima non c’è più spazio per l’attaccamento e l’afferrarsi, non solo agli oggetti esterni, ma anche a se stessi. Tutto diviene più semplice, limpido, facile.
Durante la lettura del “Sutra del Cuore” dobbiamo tenere a mente, sempre, almeno questi concetti.  Il “Sutra del Cuore” è un discorso davvero unico.






Accumulazioni di meriti e saggezza 


Siamo insieme, qui, per accumulare meriti, dovremmo dunque sapere come fare e, soprattutto, il significato di questa accumulazione.
Il termine tibetano è “sönam”, tradotto in inglese e in italiano con “accumulazione di meriti”, attività che produce una grande energia in grado di accumulare saggezza.
Esistono perciò due accumulazioni: quella dei meriti e quella della saggezza, importantissime entrambe, e necessarie per renderci persone felici e soddisfatte. 
Le due accumulazioni hanno un potente valore spirituale, perché non si tratta di ammassare automobili o altri beni materiali, ma riguardano il prezioso benessere interiore e, persino la felicita e la soddisfazione che possiamo ricavare dalle cose materiali, dipendono dalla qualità di accumulazione spirituale raggiunta. 
Non vi stupisca quest’ultima affermazione, infatti, è importante comprendere la relazione esistente tra le accumulazioni di meriti e di saggezza e le accumulazioni di beni materiali, esiste tra loro una evidente interconnessione. 
Con la pratica del Dharma si accresce costantemente l’accumulazione di valori spirituali e, di conseguenza, si acquisisce una visione chiara che permette di attribuire ai beni materiali il loro giusto valore. Al contrario, non è affatto garantito che l’accumulazioni di beni materiali possa indurre all’accumulazione di beni spirituali. Questo dipende dalla comprensione e capacità personale.
Osserviamo ad esempio una situazione ipotetica, ma abbastanza comune: esistono due individui che hanno accumulato beni materiali di esatta quantità e qualità, eppure uno di loro gode la vita con gioia e serenità, mentre l’altro è stressato, ansioso, sempre scontento. Eppure entrambi si trovano nell’identica situazione esteriore, qual’è dunque la differenza tra loro? Perché uno vive bene e l’altro male? La differenza è determinata dai beni spirituali che una delle due persone ha conseguito e l’altra no.
Anche quando dedichiamo molto tempo al lavoro, che ci permetterà di acquisire beni materiali, dovremmo sempre riservare uno spazio per l’accumulazione dei valori spirituali.
Il modo più semplice e immediato per accumulare meriti è quello della preghiera, perché, come si dice nei Sutra, “Tutto viene da cause e condizioni, risulta simile a cause e condizioni”.
Una causa è l’intenzione. A causa dell’intenzione qualunque preghiera pronunciate, a chiunque la rivolgiate, per qualsiasi cosa preghiate, il risultato sarà lo stesso.
Tutto viene da cause e condizioni e, al tempo stesso, tutte le caratteristiche di ogni cosa sono cause e condizioni, i risultati corrispondono alle cause e condizioni.
Ogni cosa risulta da cause e condizioni e corrisponde alle proprie cause e condizioni.
L’intenzione è la radice delle cause e condizioni. Si può mangiare del buon cibo e poi soffrire di mal di stomaco, si può, invece, mangiare cibo meno buono e sentirsi perfettamente in salute; questo può dipendere, non solo dalla qualità del cibo, ma anche dall’intenzione. Interessante no? La causa e condizione principale è l’intenzione e non un qualcosa di materiale, per questo, qualsiasi preghiera facciate, si realizzerà.
Che cos’è la preghiera?
La preghiera non è pronunciare parole pie aspettandosi qualcosa in cambio da Dio o da Buddha; preghiera è avere una buona intenzione. 
La preghiera è una buona volontà incondizionata. Spesso preghiamo in modo scorretto, ci sentiamo deboli, impotenti, e allora preghiamo per ottenere la forza da qualcosa di esterno a noi. Non è una preghiera cattiva, ma non apporterà un grande beneficio perché è di qualità scadente.
La preghiera è accumulazione di meriti, è buon sentimento, buona volontà, è porre lo spirito in ogni attività della nostra vita; questa è la sua essenza.
Preghiera non è entrare in una chiesa o in un monastero, inginocchiarsi a mani giunte davanti ad una statua, quella non è preghiera, è soltanto una dimostrazione esteriore di debolezza; preghiera è invece infondere compassione, amore e buona volontà in ogni azione della nostra vita, ponendovi sempre una buona intenzione.
La preghiera è il miglior metodo per accumulare meriti ed è ciò che intendono i sutra dicendo che “tutto nasce da cause e condizioni”, ecco perché dobbiamo impegnare totalmente la buona volontà nell’intenzione, quale fondamentale generazione di cause e condizioni.
Quando nel sutra si legge che qualsiasi preghiera facciamo verrà realizzata, si intende che, se poniamo in qualsiasi cosa stiamo facendo, la giusta intenzione, la volontà buona, otterremo un buon risultato. 
Se anche trascorreste tutta la domenica a pregare e poi, il lunedì, dimentichi della buona intenzione, iniziaste la settimana totalmente assorbiti nelle attività mondane, ogni preghiera ne sarebbe vanificata, perché è sbagliato separare, mantenere distinti, l’aspetto spirituale dalle proprie attività quotidiane. 
La domenica non è fatta per la preghiera e la preghiera non è fatta per la domenica.
Chiese e monasteri non sono fatti solo per pregarci e le preghiere non sono fatte solo per essere recitate all’interno delle loro mura.
Grandi uomini del passato hanno detto: “Il vero tempio è nel vostro cuore, non in una costruzione”, dovremmo ricordarlo. Ogni cosa che proviene dal cuore dovrebbe essere una preghiera. La preghiera è buona volontà, intenzione positiva, e, in questo modo, accumuliamo meriti. 
Buoni meriti infondono buoni valori in ogni realtà che ci circonda. Più accumuliamo meriti più è facile soddisfare le preghiere; questo dovremmo imparare nei nostri incontri, questa è la meditazione.
Non ha senso separare la preghiera dalla meditazione, non esiste nessuna differenza.
Meditazione, preghiera, attività quotidiana, dovrebbero essere in noi la stessa cosa, così è la vera pratica del Dharma, altrimenti succede che stiamo immobili come statue meditando, e poi ci alziamo e ci immergiamo stoltamente in frenetiche attività quotidiane e la preghiera si trasforma soltanto in fragoroso rumore.
Trasformando la preghiera in confusione e rumore, la meditazione in statuaria immobilità e silenzio e poi, gettandoci nelle attività mondane completamente dimentichi di entrambe, si vanifica tutto, non c’è più niente, né preghiera, né meditazione, né mondo esterno.
Se non integriamo la vita nello spirito del Dharma nulla ha senso.
Rileggiamo due brani delle scritture buddhiste che sono davvero stupendi:
«Il primo è il racconto in cui si narra di un grande meditante kadampa, Thichok, che un giorno, vedendo passare il maestro Atisha, gli domandò se doveva meditare, ma Atisha rispose che meditare era un’azione non buona, allora Thichok disse che forse doveva insegnare il Dharma, ma ancora una volta Atisha rispose che non andava bene. Thichok, sempre più confuso, disse che un po’ avrebbe meditato e un po’ insegnato, ma Atisha disse “no, sono azioni negative”. Allora Thichok chiese che doveva fare e Atisha rispose: “abbandona il desiderio di questa vita”.»
«Il secondo passo narra di altro grande praticante Kadampa, Dromtönpa, che un giorno, osservando un monaco intento a recitare preghiere durante la circoambulazione dello stupa del monastero, gli disse: “Fratello è molto bello quello che stai facendo, ma sarebbe meglio praticare il Dharma”, allora il monaco pensò che forse doveva dedicarsi alle prostrazioni e cominciò tale pratica ma, ancora una volta, Dromtönpa lo avvertì “sono molto felice che tu faccia le prostrazioni, ma sarebbe meglio se praticassi il Dharma”. Il monaco iniziò dunque a recitare i sutra. Ma ancora Dromtönpa gli ripeté che sarebbe stato meglio praticare il Dharma. Il monaco cominciò a meditare, ma Dromtönpa, per l’ennesima volta, lo richiamò “sono molto felice che tu mediti, ma sarebbe meglio se praticassi il Dharma” Il povero monaco, completamente disorientato, gli chiede cosa dovesse fare e Dromtönpa rispose: “abbandona il desiderio di questa vita”.»
Ecco l’intenzione! Tutte queste attività, circoambulazione, prostrazioni, meditazione, preghiera, se prive di intenzione, sono vuote di significato e non realizzano accumulazione di meriti.
La scorsa settimana, a Merano, ho parlato di questo argomento, insistendo che il modo migliore di praticare il Dharma non è solo meditare, sicuramente il corpo ne trarrà benefici e si ridurrà lo stress, ma la cosa fondamentale è il porre la buona intenzione di praticare il Dharma nella vita di tutti i giorni, in ogni azione.
Se impariamo ad applicare questa intenzione anche nel lavoro otterremo il doppio risultato di accumulare meriti spirituali e guadagnare senza troppa fatica lo stipendio per vivere.
Questa è la vera pratica, perché restare ore e ore immobili in meditazione, senza avere la giusta intenzione del Dharma, non produce nulla, è tempo perso e non c’è accumulazione di meriti. 
Anche nell’antico Tibet si è spesso caduti in questo fraintendimento, considerando una sicura accumulazione di meriti la recitazione di un milione di mantra, o il compimento di centomila prostrazioni. Questo certo non è negativo, anzi può essere molto buono, se si ha il tempo per farlo con la buona intenzione di accumulare meriti. Ma oggi, in occidente, non siamo nelle condizioni di poter attuare tali modalità, e dobbiamo concentrarci su ciò che è veramente importante: la buona intenzione di praticare il Dharma nella nostra vita di tutti i giorni.
Io sono perplesso quando sento che alcuni tengono scrupolosamente il conto dei mantra recitati, perché una persona può anche recitare i centomila mantra e fare tutte le prostrazioni ma, se poi risponde male a qualcuno o fa qualsiasi altra azione negativa, accumula molto più karma negativo di quanto potrebbe averne accumulato con tutti i mantra e le prostrazioni. 
Accumulare meriti è molto importante, ma dobbiamo conoscere come si fa e cosa significa, altrimenti rischiamo di ottenere l’effetto contrario, perdiamo tempo e denaro, nel senso che stiamo a meditare invece di lavorare, e magari accumuliamo cattivo karma.
Se, invece, sappiamo bene cosa significhi accumulare meriti, come debba essere la nostra pratica, otteniamo serenità, soddisfazione, pace e capacità di lavorare bene. 
A volte si incontrano praticanti molto nervosi, vicinissimi alla rabbia, e questo è il segno che non sono veramente praticanti, ne hanno solo l’etichetta, ma questa non è una buona situazione. 
Un buon praticante non ha bisogno di etichette, il miglior praticante è quello che pratica il Dharma di nascosto, senza farsene accorgere. Lo “yogi nascosto” è il praticante prezioso. Noi possiamo avere grandissimo cappello, vestiti appariscenti, una bella etichetta, ma nessuna sostanza.
Nella tradizione kadampa è importantissima la figura dello “yogi nascosto”, speriamo di diventarlo anche noi, prima o poi! 
Dobbiamo essere buoni praticanti senza etichette, senza divise, senza posizioni, questo è l’essenziale.
Praticare il Dharma in “modo professionale” per “essere maestri” è assolutamente inutile, negativo, vale zero, è una vera rovina. Impegnarsi invece nel lavoro quotidiano con lo spirito del Dharma arricchisce di valori preziosissimi, trasformando ogni situazione ordinaria in una realtà molto speciale.
Non si tratta di diventare un maestro, il Dharma scaturisce naturalmente.
Anche maestri lo si diventa in modo molto naturale, non è questione di conseguire un diploma, un grado. 
Adesso meditiamo nella pratica del Dharma e accumulazione dei meriti.





Dharma e umanità


Ci ritroviamo questa sera in uno degli ultimi incontri Lamrim di quest’anno, molti amici sono passati di qui per partecipare alle meditazioni ed assistere agli insegnamenti di Dharma, tutte attività molto buone, ma la mia funzione di Lama tibetano, di insegnante di Dharma, non è tanto quella di parlarvi del buddhismo, quanto quella di aiutarvi ad ampliare la vostra capacità di visione, di trovare un terreno comune in tutto ciò che è umano e praticare insieme sulla base di tale scoperta.
Con la terminologia buddhista “pratica del Dharma” si intende la focalizzazione del proprio interesse sulla bontà e qualità umana, il saperla riconoscere come realtà fondamentale.
La qualità umana essenziale è qualcosa che tutta l’umanità condivide; secondo la visione cristiana la si può definire come dono di Dio dato a tutta l’umanità, senza discriminazione alcuna, ed è magnifico, perché significa che tutti abbiamo le stesse capacità e possibilità, gli stessi valori. 
Riconoscendo tali valenze, comuni a tutti, è evidente il reciproco rispetto che sorge naturalmente in ogni essere umano nei confronti dell’altro.
Questo rispetto è riconosciuto come prioritario sia nel cristianesimo, che lo chiama «amore», che nel buddhismo, che lo chiama «compassione». 
Nel cristianesimo è la condivisione della natura divina, tramite Gesù, che ci rende simili e prossimi a Dio, mentre, nel buddhismo, è la scoperta della natura di Buddha in noi, che tutti condividiamo e che ci rende simili al Buddha.
Sono due approcci differenti per esprimere la stessa qualità della bontà e caratteristica umana di base e, quanto più sviluppiamo la capacità di comprendere questa realtà che ci unisce agli altri, tanto più abbiamo la possibilità di addentrarci nel significato profondo dell’amore e della compassione. 
La benedizione, parola utilizzata ripetutamente in ambito religioso, indica precisamente la natura divina, la natura di Buddha, che tutti condividiamo.
In un linguaggio più secolare si preferisce utilizzare il concetto di natura di base, di bontà di base presente in ogni essere umano e, imparando ad osservare tali qualità in se stessi si acquisisce la visione della propria dignità che permette di sentirsi più tranquilli, sicuri, rilassati e sereni. 
La dignità umana significa riconoscere in se stessi questi valori di base. 
Tra la dignità, il valore umano, e i diritti umani esiste una grande differenza:
Per la dignità e il valore umano non è necessario fare nulla, non c’è bisogno di ingaggiare nessuna battaglia, perché è una realtà di cui siamo già in possesso, è una sorta di dovere naturale che ci appartiene. 
Per i diritti umani invece è necessario rivendicare, lottare, e si trasformano spesso in causa di conflitti dolorosi. 
Secondo la visione spirituale, invece di concentrarsi sul termine più restrittivo di “diritti umani”, sarebbe meglio dedicarsi completamente ai “doveri umani”: “devo fare qualcosa di buono, di giusto, perché questo è il mio dovere.” Ma, se per fare qualcosa di buono si deve combattere contro qualcuno, si crea una situazione difficile e contraddittoria. Ho sempre davanti a me l’esempio di Gandhi, un perfetto comportamento di chi, invece di fermarsi alla rivendicazione di diritti, ha professato, dedicandovi completamente la vita, il dovere umano, ottenendo grandi risultati. 
Riconoscere questo valore umano, vivendolo con totalità, è la pratica del Dharma.
Riconoscere il proprio valore umano significa riconoscere il valore umano degli altri e, finché non individuiamo questa bontà umana in noi, sarà impossibile vederla negli altri. 
Soltanto in seguito all’accogliente osservazione del nostro valore e bontà umana, saremo condotti immancabilmente a compiere azioni buone e ciò significa essere naturalmente al servizio degli altri. 
Non è necessario mostrare al mondo le buone azioni, propagandarle magari in televisione, come purtroppo avviene sovente, creando così situazioni contraddittorie e confuse che producono solo false informazioni.
Quando cerco aggiornamenti sulla situazione in Tibet o in Nepal trovo sempre le stesse fotografie e notizie; persino la BBC, parlando del Dalai Lama, pubblica ogni volta la medesima immagine. Così avviene per le situazioni africane. Ma in questo modo la confusione e i problemi aumentano. E’ importante osservare con estrema cautela e attenzione quello che accade nell’intero pianeta, perché, limitandoci all’informazione che ci viene data, tendiamo, con superficialità, a formulare istintivamente un giudizio discriminante: “buono o cattivo” e ci sfugge la realtà più articolata e complessa, fuorviandoci completamente.
Per evitare gravi errori dovremmo imparare ad osservare la realtà, senza cadere nella trappola del giudicare e del discriminare, ma ciò è possibile solo se operiamo sempre per il bene, con le buone azioni. Questa è la pratica del Dharma.
La pratica del Dharma, che sia l’amore di Dio o la compassione del Buddha, tratta tutti gli esseri allo stesso modo, ricchi o poveri, non esiste la minima discriminazione. Dovremmo essere in grado di vedere sempre, non tanto la povertà o la ricchezza esteriore, ma la povertà e la ricchezza interiore, che è impossibile giudicare. 
Ogni pratica religiosa, spirituale, di Dharma, deve essere fondata sul riconoscimento in tutti gli esseri umani delle stesse possibilità, valori e doveri. Su tale base possiamo vedere con chiarezza e precisione, in ogni dettaglio, la via per aiutare noi stessi e gli altri. 
Per questo è così importante riconoscere prima di tutto in se stessi la naturale bontà, la dignità umana, il rispetto di sé, consapevolezza che condurrà con gioia e naturalezza a compiere azioni buone per gli altri senza discriminazioni di sorta. 
Riuscire a creare questa situazione in se stessi, negli altri, e nella società, è il principio del Dharma; per questo la meditazione è un grande aiuto, nella riflessione profonda, nella scoperta delle proprie potenzialità che sono generatrici di pace, tranquillità, gioia e felicità per sé e per gli altri.
In questo modo ognuno scoprirà che è un “diamante”, un gioiello, una realtà preziosa per sé e per gli altri. Già il fatto di essere un diamante rappresenta un qualche cosa di utile perché, certamente, un diamante non può formulare nessuna discriminazione nei confronti di chicchessia e ciò significa operare secondo la natura umana di base, nel rispetto e in perfetta armonia con il mondo e l’umanità intera. 
Questa è la mia personale ricerca e, purtroppo, per ciò che riguarda la società contemporanea, e nello specifico l’Italia, un paese pur così sviluppato e progredito, ho osservato che vi è una grande carenza in questo senso ed è ancora lungo il cammino verso la scoperta dalla dignità interiore.
Riconoscere la dignità in se stessi, ovviamente, non significa sviluppare il proprio ego, è una cosa ben differente perché potenziando l’ego si incrementa esclusivamente la paura e la confusione. 
La dignità sottintende il riconoscimento della natura, della bontà umana di base, e la vita vissuta in tale consapevolezza. Ecco perché la spiritualità è un indispensabile aiuto ed è così giovevole.
Tempo fa, a Vicenza, ho partecipato, con un amico francescano, P. Ireneo, e un medico oncologo che si occupava, con grande coinvolgimento, di malati terminali, ad una conferenza il cui tema era “La morte e l’aiuto ai morenti”. Ma, quando giunge il momento della morte, non c’è nessuno che possa aiutare dall’esterno, soltanto il riconoscimento della propria pratica, della propria natura di bontà, dei valori e della dignità umana, sono l’unico sostegno che una persona ha nel momento del trapasso.
Che vuol dire “aiutare a morire”? Sinceramente ho difficoltà a comprendere il significato, anche letterale, di tale affermazione. Quando una persona sta morendo che c’è da aiutare?
Nel momento critico nessuno può essere aiutato dall’esterno, riceve l’aiuto soltanto dalla propria pratica, natura, bontà, dignità e rispetto.
La pratica del Dharma, la spiritualità, è ciò che ci serve nel momento in cui nessun altro può sostituirsi a noi, nemmeno il Cristo o il Buddha, se anche fossero presenti.
La pratica del Dharma è la preparazione al momento del trapasso. I problemi di tutti i giorni sono nulla rispetto al passaggio nella morte, e questa è una verità che dobbiamo affrontare senza prenderci in giro. 
Nella nuova società tibetana, cioè quella delle generazioni degli ultimi cinquant’anni, da quando si è perduto il Tibet, si stanno creando situazioni di conflitto che prima non esistevano e questo mi ha fatto riflettere. Un certo tipo di benessere accumulato in molti secoli, uno dopo l’altro, in un attimo è svanito. Vale quindi la pena di tormentarsi in piccoli conflitti, quando tutto sparisce in un momento? 
Quando i piccoli problemi ci appaiono intollerabili, volgiamo lo sguardo ai grandi problemi, al momento del trapasso, e troveremo molto più facile sopportare le difficoltà quotidiane. Questa è la vita.
Domanda: Nella conferenza di Vicenza in cui avete trattato il tema della morte tu hai detto che ogni aiuto viene dalla pratica realizzata nella vita, però, secondo il concetto cristiano, se si chiede perdono in punto di morte ciò è sufficiente per la salvezza, ma, pentirsi solo alla fine serve a qualcosa?
Risposta: A chi si dovrebbe chiedere di essere perdonati? È una cosa che si deve trovare in se stessi. Se si è praticato bene non esistono particolari motivi di pentimento, nulla da confessare. Ma se si è vissuta tutta la vita in modo infame, pensare che un solo attimo di pentimento sia sufficiente per cancellare tutto il male operato mi pare un po’ troppo semplicistico e banale.
Domanda: Non hai mai parlato con un prete cattolico di questo? Perché è un punto di differenza tra le due visioni, no?
Risposta:  Io cerco sempre il terreno comune, non le differenze.
Domanda: Vorrei che mi chiarissi la concezione della giusta utilizzazione del tempo. Nella società occidentale il lavoro, ad esempio, è fondamentale, è importante anche nel buddhismo oppure è considerato sacro solo il tempo che si trascorre meditando? 
Risposta:  Il lavoro non è affatto in contraddizione con la meditazione, dipende dalla capacità individuale, se si è sufficientemente abili si riesce a trasformare ogni attività quotidiana in meditazione. Finché sarà presente quest’idea di separazione tra meditazione e lavoro sarà difficile riuscire a praticare bene.
Domanda: Come si può conciliare il tipo di vita occidentale, piuttosto frenetico e agitato, con il Dharma?
Risposta:  Questo è un punto importante, perché simili situazioni rappresentano una bella sfida, una grande prova per la pratica del Dharma. 
Se si fosse in cielo, in una terra pura, in paradiso, dove tutto è perfetto, non ci sarebbe nessun bisogno di praticare il Dharma, sarebbe un sovrappiù, invece qui, in mezzo a tutti questi ostacoli, una pratica di Dharma, per quanto piccola, riuscirà ad avere effetti molto grandi, si potrà vederne l’immenso valore.
Se quando si è molto stanchi si dicesse: “bene adesso vado a fare una bella meditazione così mi rilasso” non si praticherebbe il Dharma ma si farebbe soltanto della buona ginnastica.
La pratica del Dharma non è in contraddizione con nulla, anzi, più si pratica il Dharma più si è attivi e presenti nella vita sociale. Fino a quando non si comprende cosa sia realmente la pratica del Dharma ci si muove sempre un po’ a rischio, si tende a perdere l’orientamento, ma quando se ne comprende il valore tutto diventa occasione di pratica. 
E’ chiaro che all’inizio è impossibile essere esperti, ma poco per volta entrando nel profondo, la pratica sarà parte integrante della vita. 
Un atteggiamento un po’ sospetto, e comune nella società occidentale, è il considerare la pratica meditativa come se fosse un’attività ginnica, questo può essere un vero rischio.
Domanda: Ironia, umorismo e autocritica fanno parte del Dharma?
Risposta:  Perfetto! Ottimo riassunto di un’ora e mezza di discorso, ecco un magnifico esempio di comprensione del dharma!
Domanda: Io invece volevo ritornare sul tema della morte; cosa pensi della funzione angelica che in genere si invoca in questa circostanza e, altro aspetto, cosa pensi dell’aiuto fisico che può essere dato al morente, perché in genere un medico interviene, almeno per aiutare a superare il dolore.
Risposta:  L’aiuto fisico è determinato dall’intenzione pura; ciò che più può aiutare il paziente è che il medico abbia un’intenzione pura. Chiaramente ci sono molti mezzi per alleviare la sofferenza del corpo, ma nel momento del trapasso, quello in cui si va oltre, nessuno può intervenire, il morente può trovare la pace esclusivamente in se stesso, è assolutamente solo. Dall’esterno non si può indurre pace e serenità, esse possono scaturire solo dalla propria interiorità.
Domanda: Persone buone, spiritualmente elevate, accanto al morente sono in ogni caso di conforto, credo….
Risposta:  Certamente.
Domanda: Prima non mi hai risposto circa la “funzione angelica”, dell’arcangelo che, secondo la tradizione cristiana, dovrebbe aiutare nel momento del passaggio?
Risposta:  Se si crede in questo è una buona cosa, se si crede nelle qualità positive degli angeli è un’ottima cosa, ma è ovvio che tutto dipende dall’intenzione personale, non dall’intenzione dell’angelo. Se una persona ha una buona pura intenzione, l’angelo è vicino, ma l’aiuto viene essenzialmente dalla persona stessa. Questi esseri invisibili hanno qualche possibilità di aiutare, ma è molto difficile.
Domanda: Se il terreno non è pronto c’è poco da semirare e, sebbene in punto di morte, è possibile che una persona non sia pronta, è come se fosse cieca. Lo vediamo bene nel nostro percorso, ci sono momenti in cui, anche se si incontra la persona più illuminata, proprio non la si vede, come nel vangelo quando si descrive che Cristo è risorto, ma i suoi discepoli non lo hanno riconosciuto, non erano pronti per questo…..
Risposta:  Tutto ha origine da cause e condizioni, aiutare significa condizionare la crescita e la maturazione delle buone cause.
Le buone cause sono in noi, gli altri possono essere la condizione che ne determina la maturazione. 
E’ ben difficile pensare che siano gli altri a portarci le buone cause, mentre noi ne godiamo passivamente i risultati, sarebbe una contraddizione della legge di causa - effetto. 
Noi stessi coltiviamo le buone cause e gli altri sono la condizione che ne permettono lo sviluppo e la maturazione. 
Questo concetto è essenziale e deve essere ben chiaro: tutto dipende da questi due elementi, cause e condizioni
Quando guariamo da una malattia, il medico che ci cura è una condizione non la causa, la causa è all’interno del nostro sistema. Senza questa causa anche tonnellate di medicine non avrebbero provocato nessun effetto. Le medicine sono la condizione, ma la causa è interiore. Molte medicine e bravissimi medici non otterrebbero nessun mutamento della situazione se mancasse la causa. E le cause riguardano noi stessi, sono in noi.
Domanda: Demandare ad altri il nostro problema, anche in punto di morte, provoca solo un grande panico, aumenta la paura, perché crea una dipendenza, in contraddizione con la pace che può derivare dal proprio sé?
Domanda: Se la dignità umana ci rende tutti uguali, al momento della morte moriamo però in modo diverso….
Risposta:  E’ il karma. Quindi, per non trovarci nei guai, è meglio praticare bene, così ora io leggerò la preghiera in tibetano che voi seguirete in italiano, anche questo è un modo di meditare, è una buona pratica di riflessione.






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 I nomi possono essere sbagliati perché difficili da comprendere e quindi interpretati 
 Fine supremo: lo stato di completa illuminazione, lo stato di Buddha.
 Emozione negativa: (in tibetano nyon mong) le contaminazioni mentali quali rabbia, attaccamento, ignoranza 
 Azioni negative: (in tibetano dig pa) una disposizione mentale causata da un’azione negativa commessa.
 Sofferenze: (in pali dukkha) la verità della Sofferenza, che ha tre livelli: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza del samsara.
 Amico spirituale: (in tibetano ge wei she nyen, Geshe) colui che aiuta a fare azioni virtuose.
 Madri: - tutti gli esseri senzienti sono state nostre madri. – La persona più cara e quella più giovevole.
 Otto preoccupazioni mondane: le idee generate dal guardare attraverso gli occhi dell’attaccamento e dell’avversione, sono: piacere e dispiacere, vittoria e perdita, lode e biasimo, gloria e disgrazia.
 Samsara: (termine sanscrito, in tibetano khor wa) attaccamento bramoso alle cose mondane che fa permanere nel circolo della sofferenza e dell’insoddisfazione.
 Lo Jong (termine tibetano) “Lo” significa “pensiero”, “coscienza”, ma in questo contesto si riferisce piuttosto all’intenzione. “Jong” significa “trasformazione della mente”, come nel titolo del testo; 
“Lo Jong” è la forma breve di  “jang chub kyi sem la lo jong wa”, significa trasformare la mente ordinaria in Bodhicitta, ossia tecnica per la pratica del Bodhicitta (il termine sanscrito “bodhicitta” designa qui una pura aspirazione a raggiungere lo stato di Buddha con lo scopo di condurre tutti gli esseri senzienti all’illuminazione completa).
 Lama: (termine tibetano, in sanscrito guru) guida o maestro spirituale. Letteralmente: “ricco di qualità spirituali”.
 Bodhisattva: (termine sanscrito) colui che possiede la Bodhicitta.
 Liberazione: (in sanscrito moksha) eliminazione di tutte le emozioni afflittive o illusioni, ottenimento dello stato di Arhat, il sentiero della fine dell’apprendimento del sarvabuddha e del pratyekabuddha
 Piaceri dell’esistenza mondana: piaceri dominati dall’attaccamento ai piaceri dei sensi.
 Circostanze favorevoli e fortuna: avere buone opportunità e condizioni per praticare il Dharma.
 Fortunati: coloro che hanno incontrato il Dharma e sono capaci di praticarlo.
 Rinuncia: autentica intenzione di abbandonare il Samsara e raggiungere il Nirvana. 
 Oceano dell’esistenza: (in sanscrito samsara, in tibetano khor wa) attaccamento alle apparenze di questa vita, interesse per gli aspetti riguardante la vita presente.
 Samsara: (termine sanscrito) gli aggregati impuri di un essere senziente, che da tempo senza inizio hanno dato luogo al ciclo di morte e rinascita a causa dell’illusione e del karma, e hanno reso gli esseri senzienti carichi delle sofferenze dei sei regni fisici/spirituali.
 Attaccamento alle apparenze delle vite future: interesse per gli aspetti riguardanti le prossime vite nel samsara.
 Aspirazione alla più alta illuminazione: (in sanscrito Bodhicitta, in tibetano jang chub kyi sem).
 Insuperabile Bodhi: lo stato di Buddha. 
 Bodhicitta: (termine sanscrito) autentica aspirazione a raggiungere la completa illuminazione allo scopo di portare tutti gli esseri  senzienti allo stato di completa illuminazione.
  Quattro potenti fiumi: rinascita, invecchiamento, malattia e morte.
 Karma: (termine sanscrito, in italiano azione, in tibetano les) una sottile impronta nel continuum mentale proveniente da esperienze precedenti, la quale da impulsi ad azioni mentali e fisiche.
 Attaccamento al Sé: (in tibetano dag zin): percezione errata che si attacca all’idea di un Sé o di un Io intrinsecamente esistente.
 Tre sofferenze: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza della condizione.
 Madri: tutti gli esseri  senzienti, i più cari, quelli che hanno recato più benefici.
 Intenzione altruistica di divenire un Risvegliato: in questo contesto si riferisce al Bodhicitta.
 Saggezza: realizzazione della Vacuità.
 La vera natura delle cose: la realtà ultima dell’esistenza delle cose, vacue di un’esistenza intrinseca.
 Radice del Samsara: l’ignoranza, il non vedere la verità, opposta alla saggezza.
 Origine interdipendente: (in tibetano ten byung) la realtà dell’esistenza delle cose e degli eventi, che esistono in modo interdipendente. 
 Nirvana: al di là della sofferenza, cessazione della sofferenza.
 Apparenze, ovvero l’inevitabilità dell’origine interdipendente: realtà convenzionale o verità convenzionale.
 Vacuità, ovvero la non-asserzione: realtà ultima o verità ultima.
 Pensiero del Buddha Shakyamuni: la natura non duale delle due verità.
 Visione: realtà ultima.
 Estremo dell’esistenza: l’idea che le cose esistano solo in maniera intrinseca o da sé. 
 Apparenza: Visione comune.
 Estremo della non-esistenza: l’idea che le cose non esistano, se non in maniera intrinseca.
 Vacuità: la vera natura dei fenomeni, non esistenti in maniera intrinseca.
 Visioni estremiste: Nichilismo ed Eternalismo. 
 I tre aspetti principali del sentiero: Rinuncia, Bodhicitta e Saggezza.
 Perseveranza entusiastica: sforzo gioioso nella pratica del Dharma. 
 Meta finale: illuminazione completa, stato di Buddha .
 Figlio mio: in maniera diretta, si riferisce a Tsakhowa Ngawang Dakpa; in maniera indiretta a coloro che desiderano realizzare i tre aspetti principali del sentiero.

 Bhagavati: (termine sanscrito, in tibetano: gyal wai yum) Madre Buddha, si riferisce alla “Saggezza della Perfezione”, che è la madre in quanto causa fondamentale dell’illuminazione.
 Bhagavati Prajna Paramita Hridaya: (sanscrito) il cuore della Bhagavathi, la perfezione della saggezza.
 Bhagavan: (termine sanscrito, in tibetano: chom dhen de) titolo generalmente attribuito a un essere illuminato; letteralmente significa “colui che ha completamente illuminato gli ostacoli e possiede tutte le qualità”; sinonimo di “Tathagata” (sanscrito) e di “de war sheg pa” (tibetano) nel senso di “colui che ha raggiunto lo stato di piena calma e piena illuminazione”. In questo brano ci si riferisce al Buddha Shakyamuni.
 Rajagrha: (termine sanscrito, in tibetano: gyal poe khab) luogo nel quale si erge un palazzo reale.
 Picco dell’Avvoltoio: montagna con la cima a forma di avvoltoio; luogo in cui venne impartito il sutra secondo la tradizione. Viene identificato popolarmente in una collina vicino a Rajagrha, nello stato indiano del Bihar.
 Arhat: (termine sanscrito, in tibetano: dra chom pa) colui che ha raggiunto il Nirvana. Detto anche Sravaka o Pratyekabuddha. Nel testo originale tibetano il termine è Bikshu, ma si intende Arhat. 
 Bodhisattva: (termine sanscrito, in tibetano: Jang chub sem pa). Essere che possiede il Bodhicitta.
 Assorbimento meditativo: (in sanscrito: samadhi, in tibetano: ting nge zin) una forma di meditazione.
 Varietà dei fenomeni: (in tibetano: choe kyi nam drang) i 5 aggregati (forme, percezioni, formazioni mentali e della coscienza); le 12 fonti dei sensi (le sei sorgenti dei sensi e le sei facoltà); i 18 elementi ( le sei sorgenti dei sensi, le sei facoltà e le sei coscienze); i 12 anelli della catena dell’origine interdipendente (Ignoranza, Azione volontaria, Coscienza, Nome e Forma, Sorgenti dei sensi, Contatto, Sensazioni, Attaccamento, Brama, Concepimento, Nascita, Invecchiamento e Morte); le 4 Nobili Verità (la Verità della sofferenza, la Verità delle cause della sofferenza, la Verità della cessazione e la Verità del sentiero); i 5 sentieri (Accumulazione, Preparazione, Visione, Meditazione e Non-più-apprendere); le 4 fiducie; i 10 poteri di Buddha; ecc… 
 Percezione Profonda: (in tibetano: zab mo nhang wa) vedere la vera e profonda realtà ultima dei fenomeni.
 Arya: (termine sanscrito, in tibetano: Phag pei Gang zag) un Essere superiore che ha raggiunto la saggezza della diretta realizzazione della vacuità o che ha seguito il sentiero in uno dei veicoli.
 Avalokitesvara: (termine sanscrito, in tibetano: Chen re zig) conosciuto come il “Buddha della compassione”.
 Bodhisattva mahasattva: (termine sanscrito, in tibetano: jang chub sem pa sem pa chen po) Bodhisattva di ordine superiore o che ha conseguito il sentiero dei Bodhisattva o il sentiero mahayana della visione.
 La pratica della profonda perfezione della saggezza: (in tibetano: she rab kyi pha rol du chin pai zab moi chod pa).
 I cinque aggregati: (in sanscrito: skandha, in tibetano: phung po ngha) Forme, Sensazioni, Percezioni, Formazioni mentali, e della Coscienza.
 Vuoti di esistenza intrinseca: (in tibetano: ran shin gyi tong pa).
 Venerabile Bikshu: (in tibetano: thse dan dhen pa) titolo attribuito a un bikshu con mente sveglia e intelligente
 Shariputra: figlio di Sharit, conosciuto come bikshu dalla mente acuta fra i discepoli di Buddha Shakyamuni.
 Arya Avalokitesvara Bodhisattva mahasattva: (temine sanscrito, in tibetano: jang chub sem pa sem pa chen po phags pa chen re zig) si riferisce a un singolo individuo conosciuto come Bodhisattva mahasattva Avalokitesvara, diverso dal “Buddha della compassione” Avalokitesvara. Qui infatti viene identificato come un Bodhisattva sotto le sembianze  di un bikshu, Bodhisattva, mahasattva e arya.
 Figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva: (in tibetano: rigs kyi bu vam rigs kyi bumo).
 Nirvana: (termine sanscrito, in tibetano: Nyang De) essere andato oltre la sofferenza.
 Mantra: (termine sanscrito, in tibetano: yid kyob) che protegge la mente.
 Il Mantra deve essere ripetuto lentamente, parola per parola perché rappresenta i cinque sentieri
 Thatagata: (termine sanscrito) sinonimo di Bhagavan.
 Asura: (termine sanscrito, in tibetano: lha ma yin) semi-dei che appartengono posto tra quello degli umani e degli dei.
 Gandharva: (termine sanscrito, in tibetano: di zha) esseri senza forma, che vivono nutrendosi di odori.