Home

Sunday, 3 January 2016

LE AZIONI DEL BODHISATTVA


LA VIA DEL NIRVANA
Il Dharma del Buddha
2003
Lama Geshe Gedun Tharchin 


11° LE AZIONI DEL BODHISATTVA


Questo capitolo è una continuazione dei due precedenti, quindi riprenderò a parlarvi della bodhicitta, la mente dell’Illuminazione. 
Questo genere di attitudine mentale, chiamata anche mente altruistica, è l’attitudine mentale perfetta, quella che dà maggiori benefici nella pratica. Cercare di comprendere questo tipo di attitudine mentale può essere salutare e di grande utilità. 

Come ho detto in precedenza, il primo passo è quello di conoscere o semplicemente sapere dell’esistenza di questa pratica mentale. Da un certo punto di vista possiamo comprendere quanto sia stato gentile il Buddha ad averci resi partecipi di questo genere di attitudine. Una propensione completamente altruista vuol dire dedicare la propria pratica alla salvezza e all’aiuto di tutti gli esseri senzienti. Ciò vuol dire sviluppare un giudizio tra la nostra singola esistenza e l’esistenza di tutta la moltitudine di esseri e quindi considerare che cos’è più importante. Il livello massimo di sviluppo della Bodhicitta, della mente altruistica, è quello di dedicare il proprio benessere, la propria felicità, la propria pratica e la propria Illuminazione alla felicità e alla salvezza di tutti gli altri esseri viventi. Questa vocazione mentale è quella che distingue e definisce il Bodhisattva. All’inizio può sembrare irraggiungibile, difficile da comprendere, però sforzarsi per cercare di capire come funziona questa attitudine può essere utile per una maggiore comprensione. Per arrivare a raggiungere la felicità suprema, la felicità senza fine, la felicità illimitata è necessario incarnare il livello massimo di Bodhicitta. Questo non vuol dire che la possiamo acquisire subito ma che la dobbiamo considerare un obiettivo raggiungibile passo dopo passo. 

In che modo possiamo incominciare a dirigerci, a metterci sul sentiero che conduce alla felicità? Il primo passo da fare è quello di relazionarci con essa, adottandola nei rapporti con le persone che ci sono più vicine, con i nostri amici e con i nostri parenti. In qualsiasi luogo possiamo essere, se noi ci relazioniamo con attitudine altruistica, gli altri si rivolgeranno a noi allo stesso modo e tutto questo sarà il presupposto per incominciare a creare un ambiente migliore. Se noi consideriamo il nostro amico come la cosa più cara e più importante fino al punto di arrivare a sacrificare qualunque cosa per il suo bene, in quello stesso momento anche la nostra casa, la nostra stanza e l’ambiente circostante saranno pervasi da un’atmosfera migliore. Come risultato di una tale atmosfera otterremo un maggior rispetto anche verso noi stessi. 
Nel mondo occidentale moderno siamo abituati, attraverso la tecnologia, a avere un’immediata risposta ai nostri bisogni ma, al contrario, lo sforzo spirituale, la pratica spirituale è qualcosa che funziona in maniera profondamente diversa. E’ impossibile aspettarsi una risposta immediata come se facessimo delle contrattazioni sul mercato. La pratica spirituale è qualcosa che procede passo dopo passo, bisogna relazionarsi con essa infondendo molto impegno. Quando iniziamo una pratica spirituale è necessario non avere troppe aspettative. Una buona attitudine è quella di aspettare e vedere quello che succede cercando di esserne testimoni. L’eccessiva aspettativa è anch’essa una forma di attaccamento: anche l’essere attaccati al Buddha o a qualsiasi altra cosa che riteniamo importante è una forma di attaccamento che può creare problemi.

Il mio consiglio è quello di prendere la pratica spirituale come se fosse un esperimento: fare un proponimento dicendo: «Se domani mi pongo con questa attitudine mentale che cosa può succedere? Che cosa cambierà in me rispetto a oggi? Sarà meglio oppure no?». Questo è ciò che noi normalmente chiamiamo la pratica della meditazione. 

Io penso che tutte le cose possono essere divise in due categorie: quelle che provocano felicità e quelle che non provocano felicità.
Questo discrimine riguarda ogni cosa: sia quelle che ci piacciono sia quelle che non ci piacciono.
Non penso che esista una via di mezzo. Ad esempio: se noi veniamo a contatto con qualcosa che non ci piace ciò ci causerà insoddisfazione e infelicità invece, se incontriamo qualcosa che ci è gradita, questo ci causerà felicità e farà nascere in noi dei bei sentimenti.
In ogni caso, sia piacevole che spiacevole, l’esito non avrà pertinenza con l’oggetto in sé  ma sarà in relazione con la nostra attitudine mentale.
Quindi cambiando la nostra attitudine mentale si potrà cambiare la nostra visione del mondo. Se per esempio noi abbiamo un’attitudine mentale positiva, aperta nei confronti di tutte le cose del mondo, avremo una visione buona, positiva anche nei nostri confronti, e questo ci porterà a coltivare buoni sentimenti. Ciò rappresenta semplicemente il cuore della pratica buddhista.
Perché dobbiamo sforzarci di cambiare la nostra attitudine mentale? Normalmente pensiamo che cambiare le cose esterne, cambiare le cose che ci circondano, può portarci la felicità e procurarci soddisfazioni. Questo è un errore. Noi cerchiamo di costruire il nostro Paradiso, la nostra Terra Pura nel mondo ma questa è una cosa impossibile da realizzare. I cristiani credono che la Basilica di San Pietro sia una sorta di Paradiso in terra; anche i buddhisti hanno qualche grande tempio e pensano che sia la Terra Pura e anche l’Islam ha la Mecca che è considerata un luogo privilegiato. Però se noi andiamo in questi posti rimaniamo sempre gli stessi, pur varcandone la soglia non cambiamo. Quindi come possiamo credere di avere in terra il nostro Paradiso, la nostra Terra Pura? Possiamo farlo soltanto cambiando la nostra attitudine mentale: è l’unica maniera per costruire la felicità. Cambiando l’attitudine mentale, cercando di generare una mente positiva, uno sguardo aperto, uno sguardo positivo, qualsiasi cosa noi guardiamo del mondo esterno la vedremo in maniera gioiosa, in maniera pacifica e questo porterà gioia e felicità dentro di noi.
Il primo passo è quello di iniziare con gli amici che ci sono più vicini, cercando di guardare il loro lato positivo e non soltanto i loro difetti. Ciò permette di creare una buona atmosfera intorno a noi. Poi possiamo rivolgerci alle persone che ci sono, in un certo senso, neutre: coloro che non sono né amici e neppure nemici. Poi possiamo prendere in considerazione l’idea di rivolgerci, sempre con questa attitudine, verso coloro che consideriamo nostri «nemici». 

In effetti non esistono oggettivamente dei nemici, esistono soltanto delle persone che noi consideriamo nemiche perché non ci piacciono. Rivolgere la nostra attenzione verso queste persone non è facile ma è la strada corretta da percorrere.
Provate a suscitare un sentimento di rifiuto, di disturbo nei confronti di una persona nemica e osservate come questo vi causa di ritorno un senso di malessere. 
Proviamo, semplicemente, a cambiare il modo in cui vediamo questa persona. Potremmo pensare: «Perché devo considerare questa persona come un nemico? Anche lui ha gli stessi problemi che ho io, anche lui corre di qua e di là per realizzare le sue cose, anche lui si arrabatta come me». 
In altre parole, dovremmo cercare di generare una mente compassionevole nei confronti di questa persona verso la quale nutriamo un senso di avversione. Provate a fare così e poi osservate come vi sentite. 

Penso che in Occidente sia molto difficile fare così per un problema di natura storica. In Tibet, a causa di una diversa eredità culturale, le persone sono più disponibili ad accettare questo modo di vedere: se viene consigliato loro di agire in un certo modo essi acconsentono immediatamente e  dimostrano di apprezzare il consiglio. Poi se lo praticano o meno è un’altra faccenda. Al contrario, qui in Occidente vi è una reazione negativa immediata: «Come posso accettare di fare una cosa del genere?!». In questo primo passo c’è una difficoltà ad accettare questo genere di cambiamento, di mentalità, perché è differente il retaggio culturale. Ma penso anche che gli occidentali siano molto intelligenti, e che abbiano degli ottimi strumenti per investigare e per capire in effetti qual’è la verità. I tibetani tendono a dire: «Sì, sì, va bene» e poi non applicano questi precetti, invece gli occidentali dicono subito: «E’ una cosa impossibile!» e hanno una reazione negativa però poi hanno degli ottimi strumenti d’indagine per capire qual’è la verità e si sforzano di indagare al riguardo.
Quindi anche il modo di spiegare questo tipo di approccio in Occidente deve essere differente da come lo si trasmette in Tibet. Lo strumento più adatto per l’occidentale è quello di sperimentare direttamente se ciò che gli viene proposto è positivo o meno mentre i tibetani lo accettano immediatamente per fede e per cultura ma poi non lo mettono in pratica.
Penso che l’atteggiamento degli occidentali sia molto positivo, grazie alla loro mentalità scientifica possono utilizzare la meditazione in maniera empirica. 

Attitudini mentali positive e negative, attaccamento e distacco: qual è la cosa migliore? Quella che sperimentate più positiva. Se voi vi sentite tranquilli e felici dando sfogo alla rabbia fate bene; se vi sentite pacifici e tranquilli liberando l’aggressività vuol dire che siete dei tipi un po’ particolari, un po’ speciali. Questo è il punto: che cosa vi fa sentire più tranquilli, più gioiosi, più pacifici? In che modo vi sentite felici? Avendo molti amici oppure stando da soli o peggio avendo solo nemici? E’ una questione di tranquillità, di pace, di felicità interiore. Penso che la tranquillità e la felicità interiori abbiano delle ripercussioni sulla salute fisica. Spesso quando non ci sentiamo bene in salute anche il nostro modo di pensare cambia: se noi ci manteniamo felici, soddisfatti, tranquilli anche il nostro volto appare diverso. Quindi è anche  una questione di salute fisica perché quest’ultima dipende dalla salute mentale. Se la nostra mente non è tranquilla, se non è pacifica, qualsiasi tipo di situazione affrontiamo avremo problemi, ci sembrerà tutto molto più difficile.
Tranquillizzare la mente vuol dire semplicemente stare di fronte al mondo in maniera positiva e aperta. Un’attitudine mentale egoistica, centrata su di sé, è negativa mentre un’attitudine altruistica è positiva perché ci porterà più amici, ci porterà un’atmosfera più piacevole, ci porterà la tranquillità interiore.

Prima di impegnarci in qualsiasi tipo di pratica è importante convincersi di questo, sperimentandolo nel proprio cuore. Questo è un punto fermo della pratica spirituale buddhista: se noi abbiamo una mente altruistica, un’attitudine altruistica, ferma, stabile dentro di noi, allora il percorso verso la pratica sarà più leggero e più veloce. Al momento attuale il percorso spirituale appare così duro e lento perché non possediamo stabilità interiore. 

La Bodhicitta, la mente completamente altruistica, è difficile da spiegare a parole. Per prima cosa è importante stabilire, giudicare se consideriamo gli altri più importanti di noi oppure se consideriamo il nostro io più importante degli altri. Questa è la sola domanda da porsi ora. Se ci consideriamo l’essere più importante del  mondo e di conseguenza avremo bisogno delle cose migliori fra tutte come ci sentiremo? Alla fine ci sentiremo soltanto distrutti perché è un traguardo impossibile da raggiungere. La visione egoistica è completamente sbagliata, è un fraintendimento della realtà. Quindi quando ce ne renderemo conto la lasceremo cadere e torneremo con i piedi per terra considerando gli altri più importanti di noi perché gli altri sono tanti ed io sono solo uno e, ancora, ci sono tante persone che hanno grandi difficoltà e io posso aiutarle. Questo è un modo di vedere corretto. Se consideriamo il nostro singolo essere a confronto con la grande moltitudine degli esseri e non lo riterremo più importante come prima facevamo la nostra attitudine cambierà completamente e si genererà una buona atmosfera intorno a noi. 
Per prima cosa ci sentiremo molto più rilassati e non ci sarà bisogno di cambiare il nostro lavoro, la nostra vita di tutti i giorni. Il cambiamento avverrà soltanto a livello di attitudine mentale. Questa è l’attitudine del Bodhisattva,  di colui che possiede la mente altruistica. La pratica del Bodhisattva consiste nel fare le cose normalmente ma non più solo per se stessi ma anche per gli altri. Non è qualcosa di insolito, di particolare, di strano, è la nostra vita di tutti i giorni: andare a lavorare, vivere la nostra routine quotidiana, il sabato fare il bucato, la domenica stirare, il lunedì rimettersi di nuovo gli stessi vestiti e andare al lavoro e così ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno. Non è niente di particolare però lo si fa con una sorta di arricchimento spirituale interiore. Quindi senza cambiare il nostro atteggiamento esteriore possiamo fare moltissimi progressi interiormente. Questa è l’importanza dell’addestramento. Normalmente la gente pensa che le persone avanzate nella pratica spirituale sono quelle che vivono sulle montagne come eremiti oppure nei templi o nelle chiese ma questo spesso non è vero. Io ho incontrato delle persone ricche spiritualmente per la strada. Non è una questione di soldi, è una questione di valori interiori, valori spirituali elevati. La gente è attratta dai templi, dai paramenti colorati, anche molto costosi, sia buddhisti che cristiani ma questi paramenti, queste vesti non danno niente interiormente. E’ invece interessante avvicinare le  persone strane che vivono per la strada. In Tibet ce ne sono molti, in Occidente di meno.


Vedi, cap.9 “Entrare nel Mahayana e cap.10 “Sviluppare Bodhicitta”.