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Saturday, 29 October 2016

Lo Yoga Tibetano del Sogno e del Sonno II

















Lo Yoga Tibetano del Sogno e del Sonno II




Lama Geshe Gedun Tharchin


30 - 31 gennaio 2016
Cagliari















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INDICE
Parte prima: Meditazione, fondamento dello Yoga del Sogno e del Sonno 
Parte seconda: I tre Kāya nel sonno, sogno e risveglio 
Parte terza: La pazienza che supera ogni difficoltà 
Parte quarta: Come vincere la paura di malattia, vecchiaia e morte 
Parte quinta: La via di mezzo nella realizzazione dei 3 aspetti principali del pensiero 
Parte sesta: Essere nella pienezza della Vacuità 
Parte settima: Dharmakāya - Sambhogakāya - Nirmānakāya 
Parte ottava: Conclusioni 









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Parte prima
Meditazione, fondamento dello Yoga del Sogno e del Sonno

Ringraziamo ancora Geshe Gedun Tharchin per essere ritornato e per completare i preziosi insegnamenti sullo Yoga del sonno e del sogno già presentati nel primo modulo di dicembre 2015.

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Namaste, buon giorno e grazie a tutti per essere qui con l’impegno a rendere questa giornata significativa, vissuta nel riconoscimento del pieno valore della vita, carica di esperienza così da maturare ulteriore arricchimento e a questo proposito chiederei a Enrico di esplicitare quale particolarità e approfondimento debba essere sviluppato in questo secondo capitolo sullo yoga del sonno e del sogno.
Enrico: È un argomento fondamentale per la gestione della consapevolezza e della coscienza superiore poiché agisce non solo nei momenti di veglia, ma anche in quello stato onirico in cui erroneamente si pensava non vi fosse alcuna significativa attività mentre al contrario questa è ancor più presente purché si sia adeguatamente preparati a gestirla correttamente grazie alle tecniche di meditazione e conoscenza. Si tratta di una pratica estremamente delicata e complessa ed è per questo che chiediamo Geshe-la una guida in questo percorso arduo.
Lama: Grazie, molto bene.
Oggi cercherò di presentare questo tema attraverso la storia, la filosofia e la pratica nel buddhismo tibetano, poiché è il campo che conosco mentre lascio gli approfondimenti scientifici a chi è più competente di me.
E’ davvero importantissimo approfondire tale pratica scendendo in una concreta analisi dei vari passaggi e dobbiamo farlo qui e ora, senza rimandare.
Quindi poniamoci nella condizione meditativa cominciamo dal primo importante aspetto: la posizione del corpo, in cui dobbiamo essere naturali, sciolti, rilassati, attenti unicamente a mantenere la schiena diritta al fine di lasciare ben aperto il canale centrale della consapevolezza. Già la stessa posizione fisica è meditazione che induce serenità, gioia, tranquillità.
Non a caso il grandissimo maestro tibetano Marpa è sempre rappresentato nei dipinti nella postura meditativa del Mahāmudrā fisico per lui fondamentale. Così si medita con il corpo, lasciando la mente libera.
Per mantenere la schiena diritta si può stare seduti a gambe incrociate perché questo favorisce naturalmente la postura della colonna, ma va anche bene essere seduti o come si vuole, purché non si abbiano forzature e scomodi irrigidimenti.
Il passo immediatamente successivo è la meditazione sul respiro profondo, naturale, regolare che induce al terzo passo, la concentrazione della mente sul ritmo di espirazione e inspirazione così da giungere lentamente allo stato di equanimità, liberati dalle emozioni di avversione e attaccamento.
Dobbiamo percepire la beatitudine di questo stato di equanimità da cui scaturisce l’amore e la gentilezza che generano in sequenza crescente la mente di compassione, di grande compassione, di pura volontà ad offrire completante se stessi a beneficio degli altri esseri senzienti e infine la mente di bodhicitta, di illuminazione, di Bodhisattva.
Immaginiamo al centro del nostro cuore la mente di bodhicitta, la natura di Bodhisattva nella cui essenza si trasforma ogni singolo atomo del nostro corpo, respiro e spirito e ci conduce all’esperienza di beatitudine profonda.
Ora, dopo questa profonda meditazione, risaliamo lentamente in superficie e ritorniamo alla condizione consueta.
Il nostro compito consiste proprio nel trasformare l’esistenza dallo stato ordinario, umano, a quello straordinario di Bodhisattva a cui si giunge naturalmente con questi passi nella meditazione costante, non sono necessari né magie né miracoli, tutto si costruisce naturalmente gradino su gradino.
Abbiamo la grande fortuna di possedere tutto il necessario per saper percorrere questo cammino, gli unici ostacoli sono la pigrizia, la non volontà ad impegnarsi e la frenesia presuntuosa di voler raggiungere obiettivi eclatanti istantaneamente e senza fatica.
La trasformazione interiore invece può avvenire solo lentamente nel costante processo della meditazione che permette di sviluppare e mantenere una stabile motivazione alla bodhicitta, con la volontà di realizzare concretamente una mente completamente altruistica, pura. Si tratta dunque di impegnarsi davvero, di lavorare, agire e non solo a livello di immaginazione o di auspicio, ma con concreto impegno.
Operare per essere autenticamente Bodhisattva implica lavoro, fatica, pazienza, un’attività concreta, reale, in cui non dobbiamo pretendere di essere perfetti, questo non avrebbe alcun senso, ma semplicemente essere consapevoli di avere tutti gli strumenti e le capacità per intraprendere una salita faticosa, ma impregnata di beatitudine, di pace, di gioia, di serenità, percepibile anche a livello fisico poiché le stesse cellule del corpo ne sono trasformate.
Ogni obiettivo necessita impegno serio e costante e, così come l’atleta che aspira a vincere deve allenarsi ogni giorno, la determinazione a essere Bodhisattva implica il costante allenamento, la fatica necessaria a trasformare l’attitudine della mente dall’egoismo all’equanimità che permette di costruire mattone dopo mattone l’amore e la gentilezza da cui sorge la compassione e poi la Grande Compassione per giungere alla determinazione, alla volontà pura ad impegnare tutto se stesso in questo lavoro ininterrotto, da cui nasce la bodhicitta che ci rende Bodhisattva.
Essere Bodhisattva significa aver trasformato completamente noi stessi, corpo, parola e mente, e allo stesso modo è cambiato tutto ciò che ci circonda, l’ambiente esterno. Una metamorfosi che rende tutto positivo, ci dona una felicità che si riversa naturalmente sugli altri e questa è la motivazione di bodhicitta.
Intervento: Questo punto fondamentale della dottrina tibetana incredibilmente ha davvero un riscontro scientifico in cui si è constatato che praticando in questo modo si verificano profonde trasformazioni neurobiologiche nel nostro cervello. Studi effettuati con la risonanza magnetica funzionale su monaci tibetani hanno dimostrato la profonda trasformazione delle funzioni di determinate strutture cerebrali. Prima di questa verifica scientifica si credeva erroneamente che tali strutture fossero assolutamente statiche, limitate, invece è stato evidenziato come l’amigdala, sede delle emozioni, subisca trasformazioni evidenti nei meditatori. La postura del corpo è così importante poiché le stesse funzioni cerebrali sono strettamente correlate alle potenzialità yogiche.
Lama: Grazie, spiegazione importante.
Nella pratica spirituale la motivazione è fondamentale e, come abbiamo già spiegato nell’incontro precedente, si articola su due livelli, il primo, di base, più importante in quanto determinante, è quello causale, mentre il secondo è quello contemporaneo.
Il livello causale deve essere corretto, positivo in quanto determina e influenza la stessa attuazione della motivazione contemporanea.
La motivazione causale è determinante nella creazione del karma, cioè della legge di causa effetto, ed è un elemento basilare di ogni religione, cristianesimo, induismo, buddhismo, tutte indistintamente, benché con denominazioni diverse, affermano la centralità della motivazione.
Il karma positivo, negativo o neutro non dipende dalla modalità dell’azione, bensì dalla motivazione che l’ha determinata.
Una motivazione di base negativa produce inevitabilmente un’esperienza spiacevole, così come una positiva un’esperienza piacevole e una neutra un’esperienza neutra, questo è il modo in cui si crea il karma corrispondente.
Questo è molto importante in qualsiasi aspetto della vita, la stessa meditazione se praticata con una motivazione sbagliata produrrà effetti negativi per noi e per gli altri poiché il Dharma è un fenomeno potente e se lo si utilizza con intenzioni non buone può veramente essere distruttivo, molto pericoloso.
La pratica principale è sviluppare la motivazione appropriata qualsiasi azione si intraprenda e dunque è necessario meditare con consapevolezza in corpo, respiro e mente.
Il Buddha storico non ha studiato particolari meditazioni complicate, immaginando divinità o altro, è rimasto semplicemente raccolto nella corretta posizione del corpo osservando la profondità del suo respiro, ānāpāna-sati, che induce presenza mentale liberando la mente da ogni pensiero.
L’attitudine consapevole così impostata fa si che lo stato meditativo avvenga naturalmente, ventiquattro ore su ventiquattro, nella veglia, nell’azione, nel sonno.
La concentrazione su inspirazione ed espirazione, ānāpāna-sati accompagna la mente nel suo naturale stato di equanimità e questa è la meditazione mentale da cui scaturiscono amore e gentilezza che significa desiderare il bene altrui ed esserne felici.
Da tale attitudine sorge spontaneamente la compassione, cioè l’aspirazione ad annullare la sofferenza degli altri esseri e da questo desiderio si forma la grande compassione, la volontà di assorbire, fino alla sua definitiva eliminazione, equanimemente, la sofferenza di tutti gli esseri senzienti, nessuno escluso, l’impegno concreto, personale, continuo, assoluto che rende Bodhisattva.
Lo stato di Bodhisattva cambia non solo il nostro cuore, ma ogni cellula del nostro corpo, tutta la nostra esistenza ne è trasformata.
Quali altri strumenti dobbiamo applicare per mantenere un impegno così ponderoso?
Una indicazione basilare e completa è offerta dalle Sei Pāramitā: - Generosità, Etica o Moralità, Pazienza, Perseveranza entusiastica, Concentrazione, Saggezza -
Queste sei perfezioni sono lo strumento che ci indica come procedere nel cammino di offerta di sé al benessere degli altri, basta cogliere la necessità di ogni momento e praticare la pāramitā relativa, adatta a quella circostanza e a quella persona.
Pensare che essere Bodhisattva, ormai al di sopra di tutto e di tutti, significhi praticare con superficiale faciloneria tutte le pāramitā contemporaneamente senza valutare il giusto momento, il giusto mezzo, la giusta necessità, non è intelligente né proficuo, ma solo presuntuoso. La piena consapevolezza è sempre indispensabile altrimenti non c’è saggezza.
Le sei pāramitā sono interconnesse tra loro e radicate nella profondità del cuore, non può esservene una senza l’altra, ma ognuna deve essere applicata nel giusto modo e nel giusto momento, in questo modo trasformiamo davvero la nostra attitudine ordinaria ponendoci concretamente, in ogni circostanza, a beneficio degli altri.
Ugualmente le stesse pratiche di meditazione e attuazione delle sei pāramitā possono essere applicate nello yoga del sogno, ma come farlo?
Prima di tutto è necessario avere la capacità, quando il sogno si presenta, di riconoscere che è un sogno, un sogno lucido che può dunque essere trasformato in una forma di pratica.
Come si può riconoscere un sogno lucido?
Risposte: - Avvertire che si sta sognando…; - ponendosi la domanda quando il sogno si presenta…
Lama: Un metodo essenziale è concentrarsi sulla corretta motivazione prima di addormentarsi, cioè formulare l’intenzione di riconoscere il sogno che verrà e questo implica un allenamento costante non si può pensare di realizzare tale capacità in un istante, ma con pazienza e determinazione.
Quando dunque si ha la capacità di riconoscere il sogno lucido si ha l’opportunità di praticare, di meditare durante il sonno, una forma di meditazione ancora più facile che nella veglia in cui il corpo fisico fa sentire la sua pesantezza.
Il corpo del sogno è leggero, separato da quello fisico ordinario, sono due condizioni diverse seppur inscindibili una dall’altra in quanto entrambi sono parte della stessa persona.
Il corpo del sogno, pur restando inseparabilmente connesso al corpo fisico, può uscire da questo e viaggiare altrove se però non riconosce lo stato di sogno il viaggio è inconsapevole, casuale e non modificabile, nella conoscenza invece tutto può essere scelto, cambiato, dunque il primo passo per approfondire la pratica del sonno è avere sogni lucidi e per ottenere questo è necessaria la meditazione.
La pratica del sogno non appesantita dagli aspetti grossolani del corpo fisico è potentissima, quasi come corpo di arcobaleno, è un arricchimento della nostra pratica diurna che però è la base essenziale e irrinunciabile su cui costruire tutto.
Senza la meditazione e l’impegno consapevole durante lo stato di veglia non avremmo gli strumenti basilari necessari per intraprendere la pratica del sogno.
Domanda: Nel sogno noi utilizziamo sempre la mente grossolana che potremmo paragonare al conscio, oppure quella sottile simile all’inconscio?
Lama: La mente è una sola, sempre la stessa, semplicemente nella meditazione può raffinarsi, divenire sempre più sottile. Così nel sonno, quando non siamo distratti dai sensi, dagli stimoli esterni, la mente è naturalmente più meditativa, libera, chiara, profonda in sé.
Questa è la base che applichiamo nella meditazione del sogno, ma poi vi sono molti ulteriori passaggi nella meditazione del sonno che ci accompagnano sino a riconoscere la mente di Chiara Luce.
La meditazione del sogno fa parte della meditazione del sonno e quest’ultima si sviluppa in tre fasi:
la prima e relativa all’approdo nel sonno;
la seconda allo stato di sogno;
la terza all’inizio del risveglio.
Sono tutte parte del sonno, tre momenti diversificati di possibile meditazione. Nella prima fase, entrando nel sonno è importante essere consapevoli dell’esistenza, della natura della mente di Chiara Luce, non siamo dunque più nella mente grossolana benché non ancora nella mente di Chiara Luce reale che però possiamo riconoscere soltanto nel momento in cui si presenta alla coscienza nella dissoluzione dei sensi.
Ci si può accostare a queste tematiche da punti di osservazioni diversi: psicologia, biologia, medicina, scienza, spiritualità, ma il punto fisso da cui partire, ugualmente valido per tutti, è la necessità di essere lucidamente consapevoli, avere chiara l’intenzione di riconoscerne il processo.
Il colore della mente originale è chiaro come la limpida alba priva di nubi, la pura tersa luce del mattino ed questo lo stato puro che dobbiamo ritrovare nell’intero processo del sonno.
Nel momento in cui ci si addormenta è necessario percepire che si sta entrando nel sonno e quando compare il sogno significa che si è nella fase di sonno leggero ed è questo il momento di distinguere lucidamente che si tratta di sogno.
Quindi la coscienza è articolata su diversi livelli. Prima di tutto è necessario avere l’intenzione di meditare consapevolmente tutte le fasi del processo, dal sonno al sogno al risveglio.
Secondo la visione del buddhismo tibetano, del Vajrāyana, l’abbandono al sonno è simile al processo della morte, durante il sogno l’esperienza è affine al Bar-do, allo stato intermedio, il risveglio è analogo alla rinascita.
Questa è la pratica di consapevolezza che dobbiamo sviluppare.







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Parte seconda
I tre kāya nel sonno, sogno e risveglio

Questa mattina abbiamo vissuto insieme una bellissima esperienza nella meditazione e condivisione delle nostre riflessioni e sicuramente un segno è rimasto in ognuno di noi.
I tre passaggi nelle fasi di sonno, sogno e risveglio sono tre meditazioni importanti che nel Vajrāyana costituiscono una considerevole parte delle pratiche personali di Dharmakāya, Sambhogakāya e Nirmānakāya, e riguardano i kāya di base innati in noi, già presenti nel nostro continuum mentale o mente originaria.
Avendo questi kāya innati con la pratica se ne possono sviluppare altri tre per giungere infine agli ultimi tre, al raggiungimento dell’illuminazione, alla buddhità.
La tradizione Vajrāyana insiste particolarmente sulla necessità di praticare senza sosta, nello stato di veglia come in quello dei tre kāya nelle fasi di sonno, sogno e risveglio, ma concretamente in che cosa consiste tale azione? - nella pratica del Dharma, della bodhicitta che è il cuore stesso del Dharma, l’unico mezzo per liberarci dagli ostacoli del samsāra e donarci la gioia di ritrovare la fresca purezza in ogni cosa malgrado la presenza di tutte le difficoltà e fatiche del vivere, è la luce che permette di vedere nel buio.
Il nostro compito non consiste nell’intraprendere battaglie per eliminare tutto ciò che consideriamo negativo, nel combattere le illusioni e l’ego, realtà esistenti e presenti in noi, non al di fuori, quindi non ha senso ingaggiare una inutile guerra contro i mulini a vento, l’importante è saperli vedere nella loro reale consistenza.
La natura dei kāya è in sé pura e dunque le illusioni, l’ego, non costituiscono un ostacolo alla loro realizzazione, non disturbano in alcun modo, noi con la contrapposizione forzata rappresentiamo un ostacolo, ma se riconosciamo che la nostra stessa natura vera, reale, pura è quella dei tre kāya, se vediamo questa luce interiore, ogni intralcio decade automaticamente e rimane pulita la qualità di bodhicitta.
Domanda: A noi principianti però si presentano problemi molto più elementari nell’affrontare questi argomenti, ad esempio vorrei qualche consiglio su come fermare la scimmia impazzita, cioè il tumulto dei pensieri durante la meditazione e poi per quando riguarda lo yoga del sogno se prima di addormentarmi mi pongo in attitudine meditativa, la mia mente si accende più vigile che mai e non riesco più a dormire né a riposare, quindi come posso praticare secondo le indicazioni che ci hai dato?
Lama: La scimmia non è mai ferma, saltella ininterrottamente, è la sua giusta caratteristica e la nostra mente, che non può mai essere statica, è paragonata a questo movimento perpetuo che non è in sé difetto, ma è una qualità della mente stessa in quanto dimostra la sua capacità di essere flessibile e ricca di pensiero. Proprio grazie a questa flessibilità la mente è in grado di divenire meditativa, che non significa essere ferma, bensì fluida. La mente non può mai rimanere immobile, è in costante evoluzione e in questo modo può essere concentrata su un oggetto di Dharma. Quando la mente si muove come una scimmia non deve essere combattuta, controllata, ma seguita, godendo anche questa percezione di fluidità, di beatitudine.
Questa è la risposta alla prima domanda, per quanto riguarda invece il problema della concentrazione che si trasforma in eccitazione è necessario trovare la giusta via di mezzo, troppa meditazione, soprattutto se in qualche modo forzata, può essere negativa. La meditazione nella giusta misura è positiva, né troppo, né troppo poco, con costanza, tutti i giorni, è davvero assurdo pensare, come fanno alcuni, che si possa accumularla tutta in un unico periodo e poi andare in vacanza. Non dobbiamo mai scordare che anche il Dharma e ogni azione spirituale se usati in modo scriteriato possono avere effetti collaterali negativi, questa è la nostra condizione samsarica, non vi è una colpa imputabile a qualcuno, né a noi, né al Buddha, né a nulla, è solo necessario imparare a gestire ogni cosa con equilibrio, nella giusta misura, nel giusto tempo e nella giusta circostanza. Non esiste condizione senza effetti collaterali, dove c’è luce c’è ombra.
Domanda: Io vorrei chiedere se i sogni lucidi devono essere considerati più importanti, oppure no?
Lama: L’unica cosa veramente importante è la pratica del Dharma, tutto il resto certamente è importante purché sia sempre trasformato in pratica di Dharma.






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Parte terza
La pazienza che supera ogni difficoltà

Buon pomeriggio e grazie di essere qui a proseguire il bellissimo lavoro della mattinata. Siamo carichi dell’energia che produce pace interiore ed è la forza della tolleranza e soprattutto della pazienza.
Sviluppare la pazienza non significa subire passivamente la sofferenza, bensì mantenere inalterata la saggezza, saper riconoscere il giusto momento, la giusta soluzione, la giusta opportunità avendo la capacità di aspettare con intelligenza. Senza pazienza si sprecano tutte le buone occasioni.
Non a caso abbiamo parlato questa mattina delle sei pāramitā, che comprendono tutto. La pazienza è la terza perfezione, segue a generosità e moralità, ed è assolutamente fondamentale e necessaria per intraprendere qualsiasi pratica.
Nello yoga del sogno la pazienza è propedeutica a sviluppare la giusta motivazione prima di addormentarsi e la predisposizione ad un sonno confortevole nella posizione fisica più idonea a diventare meditazione. Nel buddhismo si danno indicazioni precise, ma ciò che conta è soprattutto la consapevole meditazione del respiro, che favorisce il buon sonno e che sarà estremamente importante nel momento della morte.
Avere padronanza nella meditazione del respiro, conoscere l’energia dei venti significa tenere la vita nelle proprie mani, saper gestire ogni circostanza con consapevolezza, non a caso gli esperti meditatori lasciano il proprio corpo in stato meditativo anche nella morte.
La consapevole pratica del respiro produce la padronanza di tutti gli elementi, del corpo e della mente sino a trasformarsi nella natura di bodhicitta, convenzionale e ultima.
La bodhicitta convenzionale è quella altruistica, naturalmente completa, la bodhicitta ultima è la saggezza, la conoscenza e la realizzazione della realtà ultima di tutti i fenomeni e soltanto quando questo sarà interamente compiuto si raggiungerà il nirvāna.
Noi però viviamo essenzialmente nel mondo materiale, sensuale, siamo incapaci di oltrepassare queste barriere, siamo incastrati nei cinque sensi e soltanto in essi cerchiamo la nostra felicità, il nostro appagamento e vi adeguiamo ogni nostro atto.
Se invece sappiamo anche andare oltre i cinque sensi siamo liberi dalle emozioni relative, non ce ne lasciamo condizionare e, pur riconoscendo la loro esistenza e coscienti dell’inevitabile conflitto costantemente presente tra sensi, mente, cuore, riconosciamo che questo è samsāra, semplicemente, e ciò che conta è avere pazienza, comprendere senza voler contrastare. Questo è il beneficio della meditazione e qualsiasi problema può così essere affrontato in pace e armonia.
Ora facciamo una piccola pratica per generare la bodhicitta e iniziamo con la lettura delle preghiere raccolte nel libretto che tutti avete. Leggendo abbiate coscienza che ogni parola scava nella profondità del nostro cuore, è meditazione con cui aprire con gioia la mente a beneficio degli altri esseri e rendere la nostra vita significativa.

Segue dunque lettura delle preghiere e meditazione di: Purificazione del luogo - Offerta - Pratica in sette rami, - Offerta del Mandala - Generazione di bodhicitta - Quattro meditazioni illimitate, e infine - Dedica dei meriti a beneficio degli altri.

Grazie per la buona lettura, com’è stata l’esperienza? Sicuramente ricca di nutrimento, di valore in qualsiasi modo l’abbiate percepita, anche se per alcuni è stato un primo approccio, è un generoso regalo spirituale fatto in primo luogo a se stessi e produce spontaneamente purezza di cuore, armonia, altruismo.
La saggezza del Buddha, la saggezza e l’intelligenza umana hanno questa potenzialità, capacità, energia per superare tutti problemi senza cancellarli. Invece noi confondiamo la possibilità di affrontare le difficoltà con la loro eliminazione, annullamento. Se riuscissimo nell’impossibile impresa di cancellare la sofferenza, ogni ostacolo, non saremmo vivi e l’esistenza sarebbe assolutamente vana. Senza sofferenza non potrebbe esistere gioia, senza problemi nessuno sviluppo umano.
Il nostro compito consiste nel costruire un ponte per superare i problemi non per cancellarli, questa è la via del Dharma, far sorgere, sviluppare e realizzare la bodhicitta.
Che cosa serve dunque nella vita per realizzare questo valore?
Risposte: - Molta pazienza…; - impegno…; - costanza… -
Lama: Soprattutto intelligenza che permette di trovare i mezzi abili rimanendo pacificamente nella via di mezzo.








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Parte quarta
Come vincere la paura di malattia, vecchiaia e morte.

La condivisione di oggi è stata particolarmente produttiva, ha impiantato i semi per forgiare un nuovo cuore in grado di crescere sempre più e senza fatica.
Gli sforzi inutili contro le difficoltà sono soltanto sprechi di energia, invece è necessario costruire il ponte di un nuovo cuore, una nuova saggezza, una nuova conoscenza, una nuova genialità, qualità molto presente in Italia.
Intervento: A proposito del genio degli italiani, che in effetti non sono un popolo, ma un insieme di popoli, ricordiamo che hanno costruito il 75% di tutte le opere artistiche che ci sono nel mondo.
Vorrei collegare la motivazione con la possibilità di entrare in un’altra dimensione che integrandosi con la realtà ultima possa condurre ad un mondo diverso, all’universo quantico che permette di considerare infinite probabilità e possibilità nella costante trasformazione che a livello subatomico si traduce in un profondo cambiamento energetico interiore ed esteriore e in questo ambito anche dal punto di vista scientifico sono stati fatti innumerevoli studi sulla capacità della meditazione tanto da generare potenti realizzazioni individuali e collettive.
Lama: La grandezza della bodhicitta è proprio questa capacità di poter integrare nel contesto sociale odierno i vari punti di vista del Dharma e della scienza senza alcuna contraddizione, ma anzi in totale complementarietà. In questa integrazione ogni aspetto della vita, difficile, facile, bello, brutto, si completa e cresce nel valore e nel rispetto della legge naturale, superando qualsiasi contraddizione. Ogni possibilità è reale, non siamo più costretti in un angusto spazio di limite mentale, ma aperti all’infinito livello dell’universo che non è soggetto a nulla e va al di là di ogni conflitto, è ciò che l’induismo definisce con la parola Brahma, il cristianesimo Dio, il buddhismo Nirvāna, la realtà ultima.
Domanda: Io però vorrei dei chiarimenti sul concetto di superamento perché posso superare le difficoltà, la sofferenza, la malattia, ma come posso superare la vecchiaia e la morte?
Lama: Certamente a livello pratico non è facile per nessuno, ma se approfondiamo il concetto dell’esistenza vediamo che vecchiaia e morte non sono differenti dagli altri eventi della vita. La diversità che noi evidenziamo è semplicemente frutto di una visione illusoria e falsa, si tratta soltanto di etichette, delle nostre errate costruzioni mentali non corrispondenti alla realtà dell’esistenza. Siamo condizionati dall’ingannevole attribuzione di tempo e spazio. Il nostro sé, mente, anima, è eterno nell’infinito. La vita è infinita non c’è vecchia né morte così come ha affermato il Buddha nel sūtra del cuore. Nella saggezza della realtà ultima c’è il superamento di ogni limite, di ogni discriminazione, è la realizzazione della verità, e la verità della sofferenza, della vecchiaia e della morte è che non c’è sofferenza, né vecchiaia, né morte. Questo è il Dharma, una conoscenza superiore a quella della nostra conoscenza convenzionale che invece ci fa ristagnare nella visione errata di ogni evento creando soltanto sofferenza.
Intervento: Chi pratica da tempo dovrebbe sapere che non è tutto riducibile unicamente all’apparenza, perché pensare alla vecchiaia e alla morte come ad un evento insuperabile significa fermarsi all’apparenza dei fenomeni non alla loro realtà, se ne ha dunque una percezione distorta che produce sofferenza. Il Dharma significa superare questa visione errata e saper osservare la realtà nella sua autentica essenza.
Domanda: Ma quando si sta concretamente sperimentando la vecchiaia, la sofferenza e la morte come affrontarle?
Intervento: Non fermarsi alla percezione grossolana e guardare al di là, oltre, alla vera essenza, è questo il cuore dell’insegnamento del Buddha.
Intervento: Tanti anni fa ho fatto un sogno bellissimo che mi ha riappacificato con il problema della morte: “stavo morendo con grande serenità, avevo il dono dell’ubiquità e dell’immensità”.
Intervento: Anch’io vorrei condividere una mia esperienza infantile: - avevo circa 11 anni e volevo capire cosa fosse l’infinito, così mi chiusi in bagno e, pur senza aver consapevolezza di cosa fosse la meditazione, mi sedetti in silenzio scendendo sempre più in profondità per andare oltre, fino al punto però in cui mi spaventai tanto da fuggire fisicamente lontano e per molti mesi mi rimase un grande timore nell’entrare in bagno. È stata un’esperienza che mi ha dato consapevolezza della realtà della morte.
Lama: Vedete come le esperienze di pratica del Dharma sono tutte personali, e cosi deve essere, non esiste una misura uguale per tutti.
Intervento: La paura della morte è un concetto acquisito, condizionato da un preciso insegnamento, mentre i nostri anziani ne erano più liberi, io sono vissuto con una nonna che non la temeva affatto in quanto, diceva, è un fatto assolutamente naturale, e anch’io ho assimilato questo atteggiamento senza difficoltà. In compenso sempre questa nonna aveva il terrore dei fulmini, timore che io ho assimilato altrettanto. Dunque il concetto errato della morte ci è stato insegnato.
Intervento: Io penso che siamo così aggrappati alla nostra individualità che non riusciamo nemmeno a pensare alla normalità della trasformazione e cessazione prodotte dal tempo che passa, dal normale ciclo di tutela della specie. È il nostro ego che ci fuorvia.
Intervento: Vorrei raccontare un sogno che facevo da bambino: “scappavo da un’entità terrifica che, senza vederla, percepivo come la morte, ma più correvo più la paura aumentava, e soltanto quando mi sono arreso e fermato vista l’impossibilità di una fuga la paura è cessata di colpo”. Questo mi ha poi fatto capire come il rifuggire dagli inevitabili dolorosi eventi della vita e averne paura li ingigantisca a dismisura. Solo affrontando la vita pienamente si può crescere umanamente.
Intervento: Io ho 74 anni, ma solo anagraficamente, il mio cervello non lo sa. Ho fatto due sogni molto vivi, nel primo mi trovavo davanti a una collina solcata dal letto di un fiume ormai secco colmo di pietre bianche, arrotondate, soltanto nel centro era rimasta una pozzanghera d’acqua e io sapevo che quella era la vita che mi restava da vivere. Nel secondo sogno, fatto a distanza di un mese, arrivava a casa mia Yogananda, un maestro che io ammiro molto, lui si avvicinava a una parete coperta quasi completamente da una tenda blu, (che nella realtà non esiste) ma da cui traspariva da un lembo leggermente sollevato una luce e io sapevo perfettamente che quella luce era ciò che mi restava da vivere, cioè molto poco.
Domanda: Io mi riallaccio a una domanda precedente che è anche mia: di fronte ad una malattia grave, al dolore anche fisico, sia personale che di una persona cara, cosa possiamo fare?
Lama: Non è facile dare una risposta esauriente in poche righe, ma alla base c’è sempre l’indispensabile sviluppo della mente di bodhicitta, unica purezza di amore altruistico in grado di vincere ogni paura, di scavalcare ogni ostacolo presentato dall’ego, il vero costruttore di ogni sofferenza, di ogni paura.
La sofferenza resta sempre simile a se stessa, ma è la percezione che se ne ha che fa la differenza. Nella bodhicitta smettiamo di nutrire il famelico io illusorio e quindi il dolore non ci condiziona e limita minimamente.
Per questo è importante condividere le nostre esperienze, ci aiutano a comprendere meglio la natura della sofferenza, una realtà estremamente importante, essenziale alla nostra maturazione umana.
La bodhicitta cresce sulla base della personale esperienza di sofferenza. Il dolore, la sofferenza è la compagna fedele della vita intera, è autentica pratica. Attraverso la sofferenza si conosce in profondità la verità della sofferenza. La verità del dolore non è il dolore, la verità della malattia non è la malattia, la verità della morte non è la morte. Questo concetto è espresso perfettamente nel sūtra del cuore, questa è la realizzazione della saggezza ultima. Attraverso la bodhicitta ultima si realizza la bodhicitta convenzionale e attraverso la bodhicitta convenzionale la bodhicitta ultima, entrambe sono complementari e congiuntamente realizzano tutti i fenomeni nella loro condizione quadrimensionale. Domani approfondiremo maggiormente questo aspetto.
Intervento:Grazie Geshe per questa giornata che ha aperto molti cuori con grande condivisione e partecipazione.
Lama: Concludiamo dunque dedicando i benefici di questa giornata alla grande sofferenza che coinvolge individualmente, collettivamente i popoli di questo mondo devastato da guerre e ingiustizie.








***
Parte quinta
La via di mezzo nella realizzazione dei tre aspetti principali del pensiero.

Iniziamo la giornata con la meditazione nella pratica del respiro articolato in espirazione e inspirazione nei tre canali con la loro visualizzazione nei colori: canale centrale rosso interiormente e blu esteriormente, canale di destra rosso e canale di sinistra bianco, con l’intenzione di purificarci e liberarci da ogni ostacolo interiore.

(segue meditazione guidata)

Con questa pratica e l’applicazione delle indicazioni di lama Tzong Khapa di cui ora leggiamo il testo cerchiamo di realizzare i tre aspetti principali del sentiero.

I tre Aspetti Principali del Sentiero

Testo insegnato dall’erudito monaco Lobsang (Tsongkhapa ) a Tsakho Vonpo Ngawang Drakpa.
Traduzione inglese e note a cura di Geshe Gedun Tharchin - La traduzione italiana è stata effettuata dall’Istituto Lam Rim di Roma.


Porgo omaggio ai venerabili Lama.

Spiegherò, come meglio posso,
il significato essenziale di tutte le Scritture del Buddha,
il sentiero lodato dagli eccellenti Bodhisattva,
la via d’accesso per il fortunato che anela alla liberazione.

Coloro che non sono attaccati ai piaceri dell’esistenza mondana,
coloro che si sforzano per rendere utili le circostanze favorevoli e la fortuna,
coloro che propendono per il sentiero che compiace Buddha,
questi fortunati dovrebbero ascoltare con mente attenta.

Senza una rinuncia completamente pura,
non vi è modo di frenare l’ardente ricerca di piaceri nell’oceano dell’esistenza.
Inoltre, l’attaccamento all’esistenza ciclica imprigiona completamente gli esseri incarnati.
Quindi, sin dall’inizio, bisognerebbe cercare di realizzare la rinuncia.

Le circostanze favorevoli e la fortuna sono difficili da ottenere
e la vita non è lunga,
familiarizzando con ciò, si elimina l’attaccamento alle apparenze di questa vita.
Riflettendo costantemente sul karma e sui suoi inevitabili effetti
e sulle sofferenze del samsara,
si elimina l’attaccamento alle apparenze delle vite future.

Se, avendo meditato in tal modo, non nasce nessun desiderio
per i piaceri dell’esistenza ciclica,
e se costantemente, giorno e notte, sorge un’aspirazione alla liberazione,
allora la rinuncia è stata generata.

Tuttavia, se questa rinuncia non viene unita alla generazione
di una completa aspirazione alla più alta illuminazione,
non diverrà causa della meravigliosa beatitudine dell’insuperabile Bodhi.
Perciò il saggio dovrebbe generare il supremo Bodhicitta.

Gli esseri samsarici vengono trascinati dalla corrente dei quattro potenti fiumi,
sono legati con le strette catene del karma, difficile da eliminare,
sono entrati nella gabbia di ferro dell’attaccamento al Sé,
sono completamente oscurati dalle fitte tenebre dell’ignoranza,

nascono nell’esistenza senza limiti, e nelle loro nascite
vengono incessantemente torturati dalle tre sofferenze.
Riflettendo in tal modo circa la condizione delle madri che si trovano in tale stato,
genera la suprema intenzione altruistica di divenire un Risvegliato.

Se non possiedi la saggezza che comprende la vera natura delle cose,
sebbene tu abbia sviluppato la rinuncia e il Bodhicitta,
la radice del samsara non può essere estirpata.
Quindi, impegnati intensamente per realizzare l’origine interdipendente.

Colui che vede come inevitabile la realtà di causa ed effetto di tutti i fenomeni
nel samsara e nel nirvana,
distrugge totalmente ogni percezione errata
ed è entrato nel sentiero che compiace i Buddha.
Fin quando le due realizzazioni, quella delle apparenze,
ovvero l’inevitabilità dell’origine interdipendente
e quella della Vacuità, ovvero la non-asserzione,
vengono considerate separate, non vi è ancora la realizzazione
del pensiero di Buddha Shakyamuni.
Quando le due realizzazioni esistono simultaneamente, senza alternarsi,
e la semplice percezione dell’inevitabilità dell’origine interdipendente eliminerà
la concezione di un’esistenza intrinseca,
allora l’analisi della visione è completa.

Inoltre, l’estremo dell’esistenza è eliminato dall’apparenza,
e l’estremo della non-esistenza è eliminato dalla Vacuità.
Se comprenderai che la Vacuità appare come causa ed effetto,
non sarai preda delle visioni estremiste.

Quando avrai realizzato correttamente
i punti essenziali dei tre aspetti principali del sentiero,
dimora in solitudine e genera il potere della perseveranza entusiastica.
Raggiungi presto la tua meta finale, figlio mio.
***
Dunque Rinuncia, Bodhicitta e Saggezza sono tre pilastri fondamentali per la nostra realizzazione.
Intervento: Siamo veramente debitori al maestro Tzongkhapa della scuola Gelugpa, vissuto circa nel 1300 e morto all’età di 62 anni, un grande studioso che ha saputo spiegare la dottrina in modo che fosse accessibile a tutti. Soprattutto è importante la sua analisi sull’errore indotto dagli estremismi di nichilismo e di eternalismo, e seguendo queste indicazioni chiederei a Geshe di approfondire gli aspetti della rinuncia e della saggezza.
Lama: Grazie per questa introduzione sulla dottrina dei tre principali aspetti del sentiero.
La pratica di Dharma è una ricerca rilassata, totalmente sganciata da tensioni frenanti in piena libertà interiore, senza rincorrere ad ogni costo una risposta soddisfacente e altrettanto illusoria che non può essere né la parola, né la filosofia, né l’idea, né le benedizioni, né le pillole di magia. È la ricerca tranquilla nell’armonia della via di mezzo che lascia spazi vuoti.
La via di mezzo è il ponte, la barca che scorre sul fiume samsarico, è la giusta posizione in cui essere qui e ora, nulla è stato annullato, l’acqua di questo fiume continua ad esserci, ma con il giusto mezzo non si è travolti dalla corrente e si transita serenamente, armoniosamente verso la liberazione.
In questo transito procediamo nei quattro passaggi, il primo consiste nel riconoscere e comprendere il valore, la preziosità, l’unicità della vita umana. Il secondo è la capacità di riconoscere l’impermanenza della realtà, mentre noi costantemente cadiamo nel macroscopico errore di desiderarne una natura immutabile e permanente.
Il vero miracolo, la gioia profonda dell’esistenza che evolve e si trasforma sta invece nel continuo cambiamento, nell’impermanenza di ogni fenomeno.
Intervento: Purtroppo abbiamo nel cervello un organo estremamente conservatore, l’amigdala, che tende a voler mantenere la realtà immutata, anche la sofferenza, è quindi necessario affrancarsi da questa concezione statica e comprendere la condizione di trasformazione intrinseca in ogni cosa.
Lama: Si, lo stesso nostro desiderio di eternità, di infinito, si colloca ed esiste nella condizione di impermanenza.
Tutto cambia continuamente, eternità e infinito esistono nell’ininterrotto mutamento e solo la nostra visione errata fa si che percepiamo le due condizioni come contrapposte, mentre non lo sono affatto e solo con apertura mentale riusciamo a cogliere questi primi due fondamentali concetti: il valore della vita umana e la sua impermanenza.
Il terzo gradino riguarda la legge di causa effetto, il karma, l’interdipendenza di ogni fenomeno che ci mostra come siamo noi i fautori della nostra vita, ogni pensiero, comporta una conseguenza diretta, nel bene e nel male, nulla è imputabile ad altri, soltanto noi ne siamo totalmente responsabili. Il pensiero è potente, dal pensiero si forma la materia stessa, nulla vi sfugge e il karma è il risultato ineludibile.
Nel buddhismo il karma si articola in tre espressioni: mentale, verbale e fisico, ma tutti e tre si formano da quello mentale poiché l’elemento fondante, imprescindibile, è la motivazione, l’intenzione di cui abbiamo parlato ieri.
Il pensiero è il karma più potente, ad esempio l’intenzione di far del male, di uccidere una persona, produce un karma estremamente negativo, più devastante della stessa azione compiuta.
Il pensiero negativo di odio, di rabbia, di invidia crea concretamente in noi il pesante karma, la malattia, la sofferenza.
Ogni istante di vita in questo presente è nel karma, è dunque fondamentale averne consapevolezza comprenderlo nella sua interezza sapendo che è il frutto della nostra diretta responsabilità. Noi e nessun altro possiamo scegliere tra odio o compassione, tra rabbia o perdono, tra egoismo o altruismo, tra felicità o sofferenza.
La pazienza è la virtù basilare che ci permette di superare qualsiasi attitudine negativa a noi dannosa, ogni attaccamento e avversione, la pazienza ci protegge da tutte le emozioni negative. Solo nella pazienza siamo in grado di perdonare, di superare la rabbia di eliminare il rancore. Nel perdono si dissolve tutto il karma negativo.
È consueto l’errore di pensare al karma come frutto di vite passate o come preparazione a quelle future, il karma è qui e ora, esattamente nella quotidianità e soltanto con questa conoscenza di noi stessi, consapevoli del valore dell’azione del presente, troviamo le soluzioni che cerchiamo, osserviamo e controlliamo le emozioni ingannevoli.
Infine la quarta fase è la conoscenza e accoglienza dei difetti del samsāra, di questo mondo di emozioni mosso dall’energia del karma che, come effetto collaterale, influenza ogni azione. Noi abbiamo la facoltà e responsabilità di ogni scelta che però non può mai essere pura al 100% in quanto sempre inquinata dal karma già maturato e dalla confusione samsarica generale da cui non si può prescindere e dunque anche se desideriamo il meglio in assoluto e agiamo di conseguenza vi è una parte che sfugge alla nostra possibilità ed è questo il difetto del samsāra.
Percorrendo questi quattro passi si approda alla Rinuncia, ma a cosa bisogna rinunciare? In teoria la risposta è semplicissima, si rinuncia a tutto ciò che è inutile e per far questo è importante discernere tra karma utile e karma inutile.
Dopo la rinuncia si forma la mente di Bodhicitta, la più elevata mente altruistica che offre completamente se stessa e dedica ogni beneficio maturato a tutti gli esseri senzienti. Anche questo è teoricamente facile poiché è in realtà l’unica via per liberare se stessi dalla schiavitù dell’egoismo.
Il terzo stadio è la Saggezza, l’equilibrio armonico, aperto nella via di mezzo che ci permette di non rimanere intrappolati nell’errata, statica visione estremistica di nichilismo o eternalismo.
Lama Tzongkhapa dice che per comprendere la vacuità della natura dei fenomeni è necessario comprendere prima la realtà della loro interdipendenza.
La vacuità dunque non è una visione negativa di vuoto, di non esistenza, bensì la visione dell’imprescindibile interdipendenza di ogni fenomeno e a livello grossolano osserviamo come tutta la realtà in questa correlazione sia in contino mutamento.
A livello più sottile, scendendo sempre più in profondità in questa conoscenza osserviamo come tutto ciò che andiamo a cercare non ha consistenza in sé e perciò troviamo il vuoto. A livello ultimo abbiamo conoscenza di come tutto ciò che è stato costruito nel processo interdipendente dal nulla si dissolve nel nulla.
In genere noi ci fermiamo allo stadio superficiale dell’apparenza dei fenomeni che concretamente osserviamo come statici e anche se ne intuiamo la realizzazione interdipendente non procediamo mai ai livelli più profondi sino alla realizzazione della realtà ultima di vacuità.
Tutto ciò che osserviamo esiste per la legge di causa effetto nella relazione interdipendente e ci appare solido, concreto, ma se vi ci addentriamo sempre più profondamente questo scompare. Avere contemporaneamente la consapevolezza di entrambe le realtà, senza alcuna contraddizione, significa entrare nella visione di Buddha, la via di mezzo.








***
Parte sesta
Essere nella pienezza della Vacuità

Prima di riprendere il discorso Geshe ci guiderà in una preghiera dedicata a Gianna, una generosa sorella di Dharma che sta molto male.

(seguono le preghiere Lam Rim)

Per capire pienamente il senso della vacuità è necessario prima di tutto avere ben compreso la realtà dell’interdipendenza, poiché ogni fenomeno sorge dall’energia di questa relazione in cui tutto appare e al contempo scompare, senza dualismo, né contraddizione.
I nostri sensi inducono una percezione errata e scissa, ma nella realtà il fenomeno dell’apparenza e non apparenza è simultaneo, perfettamente presente nella contemporaneità, nell’infallibilità della legge di causa-effetto e questa è la realtà della vacuità purificata dagli estremismi di eternalismo e nichilismo.
Ciò che si vede è la prova della non esistenza dell’eternalismo e ciò che scompare è la prova della non esistenza del nichilismo, così evitando i due estremi si procede nella via di mezzo della realtà.
Se quello che vedo scompare significa che non esiste come entità eterna, stabile, immutata, ma se questa cosa scompare significa che per poter sparire doveva comunque essere e non può essere negata, ecco la dimostrazione di come entrambi gli estremi , eternalismo e nichilismo siano errati.
Questa è la realtà della vacuità, il vuoto della vacuità non significa negare l’esistenza dell’essenza nella continua trasformazione dell’apparenza e non apparenza e in questo senso si parla di causa effetto, non si tratta qui di una causa prima che determina in seguito il suo effetto, ma la realtà sincrona della causa con il suo effetto.
La non esistenza del nichilismo produce in contemporanea la non esistenza dell’eternalismo e viceversa. La non esistenza dell’eternalismo produce la possibilità di apparire dei fenomeni e la non esistenza del nichilismo è causa della loro scomparsa, in assoluta contemporaneità appaiono e scompaiono.
Intervento: Conosco solo cinque persone al mondo in grado di capire questo concetto, e io ho cercato un’interpretazione che credo possa non essere troppo dissimile da quella di Lama Tzongkhapa, ma che si basa su studi di fisica quantistica. Praticamente esistono due aspetti dello stesso universo, ma vengono visti in modo diverso a seconda del soggetto osservatore. Le due facce sono in realtà un'unica faccia formata da particelle che ne sono i costituenti fondamentali e che chiameremo Dharma o Chö in tibetano, e queste particelle virtuali si uniscono e disuniscono in continuazione formando in questo modo uno l’aspetto che appare, quello del mondo convenzionale di causa effetto, e l’altro che esiste altrettanto in assoluta contemporaneità. Tale sincronismo appartiene al livello della meccanica o fisica quantistica che si caratterizza nel vuoto perciò una cosa può essere esistente e non esistente nello stesso istante e soltanto l’osservatore saggio è in grado di comprenderne la vacuità.
Domanda: Io però vorrei capire meglio la questione del karma come si possono distinguere le differenti tipologie, cattivo o buono, c’è qualcuno che giudica o, se così non è, come funziona questo meccanismo?
Lama: In realtà la traduzione nelle lingue occidentali in buono e cattivo non è corretta, in sanscrito si parlava di virtuoso e non virtuoso e io trovo più corrispondente al tibetano la definizione di karma come utile e inutile. Ci può essere un karma buono ma se non è utile a che serve? e viceversa. Il karma utile corrisponde alla giusta misura in quanto gli eccessi sono sempre negativi. Tutto deve essere nella via di mezzo e ognuno personalmente è l’unico soggetto in grado di giudicare se il karma sia utile o meno. La consapevolezza dirige il livello energetico del karma con l’intenzione, la motivazione.
Oggi siamo qui per approfondire il dialogo con noi stessi per comprendere la vacuità che è l’unica vera prova dell’esistenza. La vacuità è puro spazio in cui ci sono al 100% tutte le possibilità, le risorse della libertà. Realizzare la purezza della vacuità è vivere nel nirvāna.
Nirvāna è semplicemente vivere nella pura vacuità, nell’esistenza vera e Lama Tzong Khapa ha approfondito questo fondamentale concetto per farci comprendere che la vacuità è la prova dell’esistenza, tutto ciò che non ha natura di vacuità non esiste.
La nostra errata concezione invece ci induce a catalogare il vacuo con il non esistente e tutto diventa contradditorio, confuso, blocca ogni nostra energia e possibilità.
Intervento: Il problema sorge anche dalla traduzione del termine, perché in italiano vacuità è ciò che è vacuo, vuoto, mentre la parola originaria “Śūnyatā” non significa assolutamente questo, bensì un’energia potenziale in cui tutto è possibile.
Lama: E’ così, è lo stato di Śūnya, termine che in realtà indica il numero zero, cioè il potenzialmente infinito, lo stato della pienezza assoluta, il Dharmadhātu, lo spazio in cui sono tutti i fenomeni che hanno una modalità di esistenza, il Mahāmudrā.
Lama Tzongkhapa ha dimostrato dunque che l’apparenza annulla il concetto di eternalismo e la non apparenza quello di nichilismo, poiché ogni fenomeno non esiste in modo statico come appare in quanto scompare, ma esiste nella sua realtà ultima perché altrimenti non potrebbe scomparire.
La saggezza è dunque la visione completa e contemporanea di entrambe le realtà di apparenza e scomparsa.
Domanda: Posso paragonare questa contemporaneità a ciò che avviene in ogni forma di vita? ad esempio nel mio corpo simultaneamente muoiono e nascono cellule, tutto si trasforma continuamente. Posso estendere questo concetto a tutto il resto?
Lama: Certamente, tutti i fenomeni hanno la stessa natura di esistenza nella spazio infinito e nello stesso istante in cui mostrano un’apparenza sono dissolti nel Dharmadhātu.
Domanda: Chi dà forma a queste infinite possibilità? Chi decide che si manifestino?
Lama: Questo è il potere del Buddha, e con Buddha non intendiamo una persona particolare, ma lo stato della mente illuminata. Nella nostra consueta confusione è difficile comprendere l’esistenza del misterioso fenomeno della vacuità, ma vi possono essere momenti di particolare consapevolezza in cui le tenebre si dissolvono momentaneamente e nel Dharmakāya tutto appare evidente, naturale, chiaro.
Intervento: La fisica quantica dimostra come la mente sia contestuale alla comparsa dei fenomeni, al di fuori della mente non esiste nulla e ovviamente non ci si riferisce solo alla mente individuale, ma alla mente universale da cui tutto scaturisce e tutto vi converge. La percezione che noi abbiamo dell’universo è falsata da un’infinità di convergenze e lo stesso fenomeno è osservato in modo estremamente diverso da soggetti diversi, dunque i fenomeni esistono, ma non nella maniera in cui noi li vediamo.
Domanda: Quindi neanche i sogni sono come li vediamo?
Lama: Certo, tutti i fenomeni sono nella vacuità, che sinonimo di Dharmadhātu, vacuità, mentre Buddha è sinonimo di Dharmakāya e quando meditiamo siamo in questa realtà assoluta soltanto in questo modo possiamo superare la visione limitata a livello di materia che non deve essere negata, ma migliorata, dobbiamo andare oltre, imprimere significato alla vita materiale per conquistare la vita del Dharmakāya nel Dharmadhātu, questa è la dimensione spirituale che possiamo esperire in ogni circostanza, di veglia come di sonno e di sogno.
La decisione circa il tipo di esistenza che vogliamo attuare è assolutamente nostra, possiamo scegliere di vivere soltanto a livello materiale, superficiale, edonistico, oppure di andare oltre nella rinuncia, nella bodhicitta, nella saggezza. Nessuno ci costringe, noi stabiliamo cosa fare, starcene pigramente al buio, oppure procedere nell’energia della libertà, dell’armonia, della felicità. L’esistenza del Dharmadhātu è infinita, quella legata alla materia invece dura soltanto per il tempo di esistenza della materia stessa.
E’ molto difficile superare la nostra ordinaria confusione e tentare di pensare prima di tutto e poi esprimere con la parola un concetto illimitato che può essere osservato nella sua grandezza e sperimentato solo nella Prajñāpāramitā della saggezza che va oltre la visione comune.








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Parte settima
Dharmakāya - Sambhogakāya - Nirmānakāya

Ricordiamo sempre quanto siamo fortunati con una vita così ricca sia sul piano materiale, di salute, che su quello spirituale, ed è fondamentale riconoscere e apprezzare con gioia questi valori per rendere positivo ogni istante senza lasciarsi intrappolare in inutili lamentazioni.
Bisogna costruire una vita ricca dei valori di cultura, conoscenza, esperienza, saggezza partendo dalla consapevolezza della natura interdipendente dei fenomeni nella vacuità con la gioia, la beatitudine, la benedizione di Buddha, di Gesù, di Krishna, di Dio.
La benedizione è un aiuto importante poiché nasce dalla preghiera, dalla fiducia e dà forza perché non ci sentiamo più soli, ma creiamo una connessione con i protettori con cui abbiamo un legame karmico, con le nostre radici.
La nostra vita non è un evento isolato, singolare, noi esistiamo in quanto in relazione costante con il tutto, siamo interconnessi, interdipendenti. È il più grande inganno pensare di poter essere felici o soffrire al di fuori di questa relazione, non è realistico. Tentare di eludere questo grande dono è fare lo struzzo, la nostra umanità esiste realmente soltanto nel grande cuore della compassione, dell’amore e della bodhicitta, nella rete karmica che connette tutta l’umanità.
Chi pensa di poter realizzare la propria vita in modo assolutamente individualistico, protetto nella fortezza blindata del proprio ego in realtà non vive, rinnega la propria natura e diviene preda di dolorosi conflitti interiori che sconvolgono corpo, mente e anima.
La filosofia buddhista si basa in primo luogo sul principio dell’interdipendenza di tutti i fenomeni, e sulla loro natura di vacuità.
Queste due realtà di interdipendenza e vacuità di ogni fenomeno determinano il suo apparire e scomparire in contemporaneità, questa è la vera magia della vita che si può sperimentare nella realizzazione della saggezza.
Soltanto in questo modo viviamo nella totale armonia in grado di superare qualsiasi conflitto e contraddizione ed è la vita reale. Altrimenti noi confondiamo l’essere vivi soltanto pensando di essere il nostro corpo, o il nostro cervello, o con un qualsiasi altro aspetto parziale, ma non è così, la nostra vita dunque dov’è?
Non è così semplice trovare la giusta risposta, la nostra vita è un mistero, la nostra gioia, felicità, beatitudine non dipendono né dal cervello, né dalla mente. Certamente la vita a livello fisico dipende dal respiro e dall’interrelazione tra tutti gli organi, ma a livello più sottile si va oltre, non importa trovare la certezza di una risposta, si deve continuamente cercare e il risultato è ciò che si vede e contemporaneamente scompare, non c’è nulla di tangibile da afferrare, né l’io, né il mio.
La nostra esistenza può essere reale soltanto nella vacuità, nella natura ultima dei fenomeni, il Dharmadhātu, di cui si può sperimentarne l’essenza attraverso la profonda meditazione della saggezza che, praticata quotidianamente, può indurne la visione durante il karma del sonno.
Il termine karma semplificato significa azione, lavoro, e durante il sonno il lavoro consiste nel cogliere la visione del puro colore della vacuità, poiché in questa condizione sottile appare il colore vero della mente non distratta da fattori esterni, si presenta in tutta la sua vivezza e pur non essendo ancora la visione della realtà ultima ne è l’apparenza più somigliante.
I testi Vajrāyana descrivono tutti i dettagli dei vari momenti di pratica, la meditazione, le divinità, i mantra, i rituali e quando la mente diviene più sottile, cioè nel momento in cui l’elemento terra si dissolve nell’elemento acqua, il primo segnale è il miraggio, ed è ciò che avviene quando si entra nel sonno in cui tutto appare reale, concreto. Questa lieve esperienza che si mostra alla nostra coscienza è simile a ciò che accadrà nel passaggio alla morte, una grande opportunità di meditare trasformando la consapevolezza di dissoluzione degli elementi in sentiero spirituale, nel Dharmakāya.
Tale esercizio meditativo ripetuto quotidianamente permette di catturare consapevolmente questi segni durante il sonno in cui si intuisce la possibile dissoluzione che avverrà realmente nel momento della morte.
Questa è una pratica fondamentale che ci permette di addormentarci nel Dharma, di vivere nel Dharma e di morire nel Dharma, è la vera faccia nuda della mente, il modo in cui ritornare alla propria origine, conoscere la propria casa.
Il primo passaggio di dissolvimento è quello dell’elemento terra nell’elemento acqua; il secondo dell’elemento acqua nell’elemento fuoco in cui si forma una cortina di fumo che rende tutto ancora più sottile; il terzo segno è la dissoluzione dell’elemento fuoco nell’elemento aria in cui appaiono luminosità come lucciole che illuminano la notte; il quarto passaggio è la dissoluzione dell’elemento aria nello spazio luminoso, illimitato.
Questo processo, meditato quotidianamente può dare un assaggio di ciò che avverrà realmente durante il transito nella morte, in cui, essendo così preparati ritorneremo con consapevolezza, senza paura, nella nostra casa, nella mente originaria.
Le prime quattro fasi di dissoluzione avvengono a livello della mente grossolana e una volta raggiunto il quarto stadio di dissoluzione nello spazio entriamo nel livello della coscienza della mente più sottile in cui appaiono i diversi colori sino al profondo tunnel nero della dissoluzione completamente avvenuta e, uscendo da questo tunnel nero, si entra nella vera mente originaria di Chiara Luce.
Il colore bianco che appare a livello dello spazio nasce dall’interdipendenza e grazie alla sua comprensione si osserva la natura vuota dell’esistenza intrinseca e si elimina completamente il proprio ego, si vive nello spazio dei fenomeni puri. Questo è l’intero processo della morte.
Nel sonno invece, in cui l’esperienza è soltanto lievemente somigliante, dalla profondità del colore nero, il sonno, si ritorna a ritroso nelle quattro fasi dell’esperienza dissolutiva attraverso il sogno fino al momento del risveglio, e nel Dharma tutto questo può essere vissuto consapevolmente e trasformarsi in pratica.
Nel sonno vi è la pratica del Dharmakāya, durante il sogno quella del Sambhogakāya e nel risveglio in cui si rientra nelle proprietà fisiche, concrete quella del Nirmānakāya, della reincarnazione volontaria. Questa sono le tre pratiche meditative dello yoga del sonno, del sogno e del risveglio.







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Parte ottava
Conclusioni

Siamo giunti alla conclusione di questo nostro lavoro in cui abbiamo fatto un tentativo, almeno teoricamente, di interrompere il nostro karma.
Forse questo è difficile, eppure interrompere il karma è molto importante, significa azione senza azione, cioè azione che non produce karma e riuscire a fare questo è davvero geniale, vivere nel samsāra senza essere del samsāra. Questa è l’essenza della Bhagavadgītā.
Azione senza azione, essere liberi dal karma e nel buddhismo questo si realizza nella Rinuncia, vivere senza attaccamento alcuno. È difficile, ma non impossibile, in questo modo siamo al di sopra del karma che non può più condizionarci in alcun modo.
La famosa filosofia dell’Abhidharma offre tutti gli elementi di conoscenza della natura dei fenomeni e porta allo strumento della saggezza che taglia la radice dell’illusione e quindi di ogni possibile attaccamento, mostra come interrompere il karma. E’ chiaro?
Intervento: Sono davvero contento di questo insegnamento così ricco e in estrema sintesi vedo come permanere nella tristezza, travolti dalle emozioni conflittuali anziché aprirsi alla felicità, alla beatitudine, sia sempre comunque una scelta legata ad una motivazione consapevole, per cui mi è sempre più chiaro che laddove si abbandona il cammino della consapevolezza mentale si lascia spazio alla confusione incontrollabile delle emozioni che possono scatenare un karma terribile che porta inevitabilmente conseguenze estremamente negative.
Dunque è evidente che tutti gli esercizi insegnati sono pratiche di consapevolezza, un fondamentale punto di partenza e di arrivo che consente di mantenere una costante presenza mentale e un controllo totale sui veleni dell’avversione, dell’odio, della paura, della rabbia, dell’orgoglio, della gelosia e di tanto altro, così da lasciar andare qualsiasi attaccamento e praticare la rinuncia.
Attraverso la luce della consapevolezza mentale si rompono i legami che l’ignoranza costruisce in questo mondo illusorio così da permetterci di agire senza produrre karma.
Domanda: Hai sottolineato le emozioni negative, ma ci sono anche quelle positive che comunque producono attaccamento che potrebbe avere conseguenze anche positive, o no?
Lama: L’attaccamento in sé è neutro, ma nella rinuncia, senza attaccamento, non creo più alcun karma, né negativo, né positivo, mi libero dai freni del samsāra, sono nel samsāra, ma senza appartenervi, senza essere soggetto alle sue influenze.
Intervento: Poiché tutto è nella mente qualunque pensiero, sensazione, emozione, percezione pur iniziando positivamente può rapidamente trasformarsi in negativo, si tratta sempre d un’azione mentale. Se ad esempio io sto pensando al mio bambino in una condizione di grande gioia posso essere immediatamente travolto dalla paura che possa morire.
Ora però, lascerei la parola al maestro, che ringrazio infinitamente, per la conclusione di queste giornate
Lama: Siamo giunti alla fine di questi magnifici momenti di riflessione comune che sono per me davvero significativi e ringrazio veramente di cuore tutti per l’organizzazione, l’impegno e la partecipazione.
Il risultato di tutto questo è un grandissimo Karma yoga, termine che significa azione senza attaccamento e nel Karma yoga è concentrata tutta l’essenza del Dharma.
Qui insieme abbiamo percorso un cammino e praticato il Karma yoga, nella meditazione il Dhyani yoga e, avendo fiducia in Buddha, Dharma, Sangha, abbiamo praticato il Bhakti yoga e tutto il nostro essere nel quotidiano, nel lavoro, nella famiglia nella casa, è pratica del Dharma yoga.
Tutto è yoga dunque anche lo yoga del sogno si trasforma in yoga di vita e, viceversa, quello di vita in yoga del sogno.
Dunque auspichiamo che tutti i benefici di questa pratica siano dedicati e offerti a tutti gli esseri senzienti.

Grazie davvero di cuore a tutti e concludiamo con la preghiera di dedica.

(segue preghiera)


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Lama: (termine tibetano, in sanscrito guru) guida o maestro spirituale. Letteralmente: “ricco di qualità spirituali”.
Bodhisattva: (termine sanscrito) colui che possiede la Bodhicitta.
Liberazione: (in sanscrito moksha) eliminazione di tutte le emozioni afflittive o illusioni, ottenimento dello stato di Arhat, il sentiero della fine dell’apprendimento del sarvabuddha e del pratyekabuddha
Piaceri dell’esistenza mondana: piaceri dominati dall’attaccamento ai piaceri dei sensi.
Circostanze favorevoli e fortuna: avere buone opportunità e condizioni per praticare il Dharma.
Fortunati: coloro che hanno incontrato il Dharma e sono capaci di praticarlo.
Rinuncia: autentica intenzione di abbandonare il Samsara e raggiungere il Nirvana.
Oceano dell’esistenza: (in sanscrito samsara, in tibetano khor wa) attaccamento alle apparenze di questa vita, interesse per gli aspetti riguardante la vita presente.
Samsara: (termine sanscrito) gli aggregati impuri di un essere senziente, che da tempo senza inizio hanno dato luogo al ciclo di morte e rinascita a causa dell’illusione e del karma, e hanno reso gli esseri senzienti carichi delle sofferenze dei sei regni fisici/spirituali.
Attaccamento alle apparenze delle vite future: interesse per gli aspetti riguardanti le prossime vite nel samsara.
Aspirazione alla più alta illuminazione: (in sanscrito Bodhicitta, in tibetano jang chub kyi sem).
Insuperabile Bodhi: lo stato di Buddha.
Bodhicitta: (termine sanscrito) autentica aspirazione a raggiungere la completa illuminazione allo scopo di portare tutti gli esseri senzienti allo stato di completa illuminazione.
Quattro potenti fiumi: rinascita, invecchiamento, malattia e morte.
Karma: (termine sanscrito, in italiano azione, in tibetano les) una sottile impronta nel continuum mentale proveniente da esperienze precedenti, la quale da impulsi ad azioni mentali e fisiche.
Attaccamento al Sé: (in tibetano dag zin): percezione errata che si attacca all’idea di un Sé o di un Io intrinsecamente esistente.
Tre sofferenze: sofferenza del dolore, sofferenza del cambiamento, sofferenza della condizione.
Madri: tutti gli esseri senzienti, i più cari, quelli che hanno recato più benefici.
Intenzione altruistica di divenire un Risvegliato: in questo contesto si riferisce al Bodhicitta.
Saggezza: realizzazione della Vacuità.
La vera natura delle cose: la realtà ultima dell’esistenza delle cose, vacue di un’esistenza intrinseca.
Radice del Samsara: l’ignoranza, il non vedere la verità, opposta alla saggezza.
Origine interdipendente: (in tibetano ten byung) la realtà dell’esistenza delle cose e degli eventi, che esistono in modo interdipendente.
Nirvana: al di là della sofferenza, cessazione della sofferenza.
Apparenze, ovvero l’inevitabilità dell’origine interdipendente: realtà convenzionale o verità convenzionale.
Vacuità, ovvero la non-asserzione: realtà ultima o verità ultima.
Pensiero del Buddha Sakyamuni: la natura non duale delle due verità.
Visione: realtà ultima.
Estremo dell’esistenza: l’idea che le cose esistano solo in maniera intrinseca o da sé.
Apparenza: Visione comune.
Estremo della non-esistenza: l’idea che le cose non esistano, se non in maniera intrinseca.
Vacuità: la vera natura dei fenomeni, non esistenti in maniera intrinseca.
Visioni estremiste: Nichilismo ed Eternalismo.
I tre aspetti principali del sentiero: Rinuncia, Bodhicitta e Saggezza.
Perseveranza entusiastica: sforzo gioioso nella pratica del Dharma.
Meta finale: illuminazione completa, stato di Buddha .
Figlio mio: in maniera diretta, si riferisce a Tsakhowa Ngawang Dakpa; in maniera indiretta a coloro che desiderano realizzare i tre aspetti principali del sentiero.