Saturday, 13 May 2017

LA PURA VISIONE DEL MANTRA-YANA









Purificazione del Cuore con la pura visione del Mantra-yana





Lama Gedun Tharchin
Geshe Lharampa
3 - 4 dicembre 2016
MERANO





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INDICE



Accumulazione di Meriti e di Saggezza
La Via di mezzo nei Tre Kaya
La Domanda fondamentale e la Visione di Chiara Luce
La Vacuità della Vacuità





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Accumulazione di Meriti e di Saggezza

Grazie a tutti di essere qui per affrontare insieme un tema abbastanza complesso, “la Purificazione del Cuore con la pura visione del Mantra-yana”.
L’obiettivo prioritario è quello di proteggere la propria mente attuando la purificazione del cuore attraverso la pura visione nei principi del sentiero del mantra, e lo dobbiamo fare con entusiasmo, con gioia, senza fatica né stanchezza, malgrado gli innumerevoli ostacoli che incontriamo ad ogni passo e che creano un reale disagio carico di stress destinato a trasformarsi in scoraggiamento, stanchezza e infine fallimento a causa della morte dell’anima, cioè all’estinzione di ogni motivazione.
Il faticoso processo della vita si sviluppa dunque nel superamento di ogni difficoltà con il mantenimento inalterato dell’intenzione e del valore spirituale sostenuto dal potere dei meriti ed è proprio per questo elemento essenziale che nel buddhismo si insiste particolarmente sulla necessità di praticare due fondamentali passaggi: l’accumulazione dei meriti e della saggezza. Dal potere di questi due valori dipende la qualità e la forza dell’esistenza umana in ogni suo aspetto.
L’accumulazione di meriti e di saggezza sono due valori intangibili che però possono essere costruiti e sviluppati attraverso attività tangibili, non importa se si tratta soltanto di piccoli gesti come l’offerta di un fiore, di un sorriso, di una piccola candela, di un saluto, dell’attenzione autentica e compassionevole verso tutti gli esseri senzienti.
La potenza delle nostre capacità è proporzionale all’intenzione con cui qualsiasi atto è compiuto.
Tutti credono erroneamente di guadagnare molti meriti rendendo omaggio con prosternazioni o importanti offerte ai Buddha, alla Divinità, ma, come ripetutamente ricordava un mio maestro, non vi è alcuna differenza tra l’offerta presentata al Buddha o a quella rivolta ad altro essere senziente, il valore profondo non consiste nel peso valutato secondo criteri montani e fatui, ma nell’intenzione del cuore.
Non si raggiunge l’illuminazione solo tramite l’adorazione del Buddha, è altrettanto necessario rendere omaggio agli esseri senzienti, a coloro che camminano con noi nel samsāra e che ci consentono di sviluppare autenticamente e concretamente l’amore, la compassione e la saggezza senza le quali l’illuminazione è impossibile.
Il Buddha è fondamentale, è la guida il maestro che indica la strada, e presentare a Lui le nostre offerte interiori è sicuramente fonte di grande merito, ma possiamo attuare questo prezioso insegnamento soltanto grazie agli esseri senzienti, ai preziosi compagni che troviamo sull’impervio cammino dell’esistenza samsarica e che ci permettono di sviluppare amore e compassione e di dilatare incondizionatamente il nostro cuore.
L’accumulazione di meriti dunque ha molte vie, tutte valide e il suo fondamento irrinunciabile è l’intenzione, la motivazione che cresce nel rispetto, nella generosità, nella tolleranza, nella pazienza, nella compassione.
Impostando la propria esistenza su questi valori nessun ostacolo è realmente insormontabile, negativo, al contrario può essere fonte di nuove opportunità, di crescita. Noi non possiamo comandare e dirigere il Dharma dove vorremmo, questo è assurdo, possiamo solo procedere passo dopo passo affrontando tutto ciò che si presenta sul sentiero con apertura di mente e di cuore, null’altro, questa è la protezione della mente, il Mantrayāna.
Nell’opinione popolare diffusa si pensa sempre che Mantrayāna sia qualcosa di miracoloso, di misterioso, realizzabile esclusivamente da pochi eletti, ma non è così, il Mantrayāna è semplicemente la protezione della mente che si ha appunto nell’accumulazione di meriti e di saggezza, il valore spirituale intangibile che permette di affrontare con positività ed evoluzione qualsiasi ostacolo si presenti.
Fermiamoci dunque un momento riflettendo sul significato delle preghiere che ripetiamo sempre nella nostra pratica.

(seguono preghiere in tibetano e in italiano di presa di rifugio e offerte)

Nella preghiera di rifugio:
Prendo Rifugio fino all’Illuminazione nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha. Per i meriti acquisiti praticando la generosità e le altre Perfezioni, possa io al più presto raggiungere l’Illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti”
è un verso molto potente e completo per la generazione di bodhicitta e per la pratica delle sei pāramitā.
Il rifugio nei tre gioielli, Buddha, Dharma e Sangha e ciò che permette di entrare nella profondità del proprio essere e prendere rifugio consapevolmente nel Buddha interiore, nel Dharma interiore e nel Sangha interiore; la protezione e l’aiuto non sono fattori esterni.
I tre corpi del Buddha - Dharmakāya, Sambhogakāya e Nirmānakāya si articolano rispettivamente su tre kāya in tre livelli: di base, di percorso e di risultato, lo stato di illuminazione – partenza, cammino e arrivo.
Non troveremo mai i tre kāya di base, di percorso e di stato di illuminazione, Dharmakāya, Sambhogakāya e Nirmānakāya in qualcosa di esterno, nemmeno nel Buddha, ma solamente nella profondità della nostra mente, del nostro continuum mentale, nella nostra stessa natura umana, nel nostro stato di essere.
Il Dharmakāya di base, di percorso e di illuminazione è strettamente impostato nell’interconnessione tra questi tre aspetti, segue l’evoluzione in noi tramite il continuum mentale, questo significa prendere rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha, non è mai una preghiera rivolta ad altro fuori di sé, ma è la consapevole azione di accogliere i tre kāya in noi stessi, nel nostro modo di esistere, nella profondità di ciò ci rende autentici in una dimensione che non è solo materiale, ma che sa andare oltre, nella realtà invisibile e intangibile, ma altrettanto autentica e vera.
In genere si tende a considerare reale solo ciò che i nostri sensi percepiscono come concretamente tangibile, ma questo mondo materiale è solo un piccola parte della effettiva condizione umana, tutto il resto esiste altrettanto in quella dimensione non visibile, ma assolutamente determinante di ciò che siamo.
Le emozioni, i sentimenti, i valori spirituali sono influenzati da tutto l’universo.
Con questa consapevolezza sappiamo che il Dharmakāya è dentro di noi, nel nostro continuum mentale, non sappiamo dove, ma ne percepiamo la potente presenza, l’emozione e i sentimenti che costituiscono lo stato della vita vera, quella libera nella potenzialità dell’immaginazione, non condizionata dal corpo fisico. Questa è la protezione della propria umanità, la pura visione di Mantrayāna.

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La via di mezzo nei tre kaya

Abbiamo analizzato il reale significato del prendere rifugio in Buddha, Dharma e Sangha. Il rifugio nel Buddha significa rifugio nei tre kāya: Dharmakāya, Sambhogakāya e Nirmānakāya, essere in questa unità illuminati, conosci che tutti i fenomeni hanno la stessa natura di essere.
Esistere significa essere nello stato di chiarezza, conoscere la natura della propria mente, esserne consapevoli qui e ora.
Noi invece generalmente ci lasciamo condizionare e offuscare soltanto da ciò che è materialmente tangibile perdendo in questo modo la reale pura visione della vera essenza, e vivacchiamo nel samsāra in questa inconsapevolezza e assenza di saggezza.
La capacità di immaginare, di superare i limiti della percezione materiale degli oggetti, è il modo per sviluppare completamente i tre kāya, è il fondamento, la preziosa visione della via di mezzo che ci permette di realizzare tutto.
Leggiamo dunque questo meraviglioso e fondamentale testo di Nāgārjuna che in sanscrito ha un sapore di completezza purtroppo non traducibile in nessun altro idioma in quanto mancano le sfumature davvero sostanziali espresse in ogni singola sillaba:

LA PREZIOSA GHIRLANDA DELLA VISIONE DELLA VIA DI MEZZO
Madhymika ratnavali

Possa io sempre essere un oggetto di godimento per tutti gli esseri senzienti, secondo i loro desideri e senza interferenze, come lo sono la terra, l’acqua, il fuoco, i medicamenti e le selve.
Possa io considerare gli esseri senzienti cari come la vita, e possa io considerarli più cari rispetto a me stesso.
Possano le loro negatività maturare su di me, e possano tutte le mie virtù maturare su di loro.
Ovunque vi sarà anche un solo essere senziente che non è ancora stato liberato possa io restare nel mondo per il bene di quell’essere anche se avrò ottenuto la suprema illuminazione.
Una persona non è terra, né acqua, né fuoco, né aria, né vento, né spazio, né coscienza, e neppure tutti questi. Che persona c’è altro da questi?
Proprio come una persona non è reale, essendo un composto dei sei costituenti, così pure ciascuno dei costituenti non è reale essendo un composto.
Poiché i fenomeni delle forme sono solo nomi, anche lo spazio è solo un nome.
Senza gli elementi, come potrebbero esistere le forme? Perciò, perfino il solo nome non esiste.”



LA RADICE DELLA SAGGEZZA DELLA VISIONE DELLA VIA DI MEZZO
Madhymika karika

Ciò che sorge da dipendenza e relazione: questo è spiegato essere la vacuità, che è una designazione dipendente ed è essa stessa la via di mezzo.
Poiché non esiste nulla che non sia sorto dipendendo, non esiste nulla che non sia vuoto.”

Utilizzando la propria potenzialità spirituale si sviluppa all’infinito l’attitudine altruistica illimitata che pone gli altri prima di tutto, si crea costantemente quell’accumulazione di meriti che trasforma il cuore, l’anima in un’indicibile e autentica gioia, felicità, bellezza, ricchezza.
Sarebbe veramente triste ridurre la propria esistenza alla sola dimensione materiale in un’alternanza tra obiettivi edonistici e preoccupazioni alimentate dalla paura per il futuro.
La nostra dimensione di essere cresce nella consapevolezza che conosce il valore della vita nell’obiettivo della propria e altrui illuminazione, l’impegno gioioso affinché non rimanga nemmeno un solo essere non liberato dalle catene samsariche.
Nāgārjuna pone una domanda davvero fondamentale: Una persona non è terra, né acqua, né fuoco, né aria, né vento, né spazio, né coscienza, e neppure tutti questi. Che persona c’è altro da questi? e lo fa per farci comprendere come soltanto in noi stessi sia possibile cercare la risposta, nessuno può farlo al nostro posto, nemmeno Nāgārjuna.
Voi come rispondereste?
Risposte: - Veramente io non ho ancora capito la domanda…; - che la persona non è divisa tra le sue parti e nemmeno la somma delle stesse, quindi dove esiste la persona?
Lama: La non comprensione della domanda è proprio il segreto di Nāgārjuna, perché se si comprende la domanda la risposta si forma naturalmente. Questa è la logica buddhista. Dov’è la persona? non è tanto importante la risposta ma vivere, includere in sé la domanda stessa che diviene parte integrante della propria esistenza e la risposta diventa realizzazione. Meditazione sulla domanda, questa è la chiave di risposta.
Il termine inglese “persona” è stato tradotto dal tibetano e dal sanscrito, idiomi in cui ha un significato assai più ampio e complesso. Che significa persona nelle lingue occidentali? ha un unico significato? indica precisamente qualcosa di ben identificabile?
Risposte: - Essere umano…; - persona fisica che è altro da essere umano…; - un individuo…; - indica la personalità, il carattere, i comportamenti…; - una persona fisica è una cosa, ma nel concetto di essere umano si ha qualcosa di diverso…; -
Lama: Esiste una persona senza corpo? nelle lingue occidentali non esiste, non è contemplato questo concetto, gli spiriti sono definite persone?
Risposta: No, una persona deve avere uno spazio, deve essere misurabile in altezza, peso…
Lama: Il problema nasce esattamente qui, in tibetano e in sanscrito la parola composta indica “sé - essere” e include tutte le forme di esistenza, quindi anche gli spiriti che, pur senza corpo fisico, sono esseri costituiti non da terra, fuoco, aria, acqua, ma da coscienza. Però nella domanda Nāgārjuna dice anche “…né coscienza”, dunque anche l’essenza dello spirito non è coscienza, l’essere spirito è qualcosa di diverso dalla sua coscienza. Così noi non siamo nessuno dei nostri componenti, il nostro essere è altro.
Non abbiamo la risposta, ma dobbiamo un poco alla volta aprirci a questa realtà, averne la visione, e in questo modo trovare la libertà verso l’infinita dimensione dell’essere. Questo è il punto di partenza la base dei tre kāya, si cammina sul sentiero del Dharmakāya e procedendo si sviluppa il Sambhogakāya per giungere al risultato, il Nirmānakāya.
Tutto è possibile già qui, nella nostra dimensione, purché si proceda secondo le personali capacità sulla base dei tre kāya, questo è il senso profondo della preghiera: “Possa io sempre essere un oggetto di godimento per tutti gli esseri senzienti, secondo i loro desideri e senza interferenze, come lo sono la terra, l’acqua, il fuoco, i medicamenti e le selve.
I tre kāya basilari costituiscono ciò che definiamo “Natura del Buddha” e con tale potenzialità noi abbiamo l’essenza di un’altra dimensione, che non significa negare la nostra dimensione materiale e tutto le incombenze che comporta, ma che è un solo aspetto della nostra infinita possibilità di esistenza.
Questa è una condizione reale, non si tratta di miracolo, di magia, la risposta è nella stessa domanda, contiene la nostra complessa realtà, questo è il senso della domanda di Nāgārjuna.
Non siamo gli aggregati, acqua, aria, terra, fuoco e nemmeno spazio e coscienza e dunque cosa siamo? Questa è la meditazione analitica, sulla domanda, sulla natura dell’essere. Cercare subito la risposta senza comprendere la domanda è soltanto una fatica inutile con enorme dispendio di energie. Come meditare sulla domanda? Bisogna faticare? No, solo concentrarsi sulla domanda, cos’è la domanda?
Risposta: Se la persona non è uguale ai cinque elementi, ma non è nemmeno diversa, allora dov’è la persona?
Lama: Non esattamente. Non è nessuno di questi componenti tangibili in cui ci identifichiamo, e allora dov’è? è inutile e impossibile cercare altrove, al di fuori del sé, soltanto nella concentrazione interiore possiamo seriamente meditare sulla realtà insita in questa domanda.

(segue breve meditazione)

Questa è la più profonda meditazione vipassanā, la pura visione, l’approccio non dualistico che analizza in ogni aspetto la domanda da cui scaturisce naturalmente la risposta, la conoscenza del sé, la visione della dimensione della vacuità che non è il nulla del nichilismo, ma l’essenza stessa dell’essere.
Sono veramente contento del lavoro che abbiamo fatto oggi, ognuno, singolarmente, ponendo a se stesso questa domanda ha trovato la base dei tre kāya, il sentiero che condurrà alla pura visione.
Concludiamo la giornata con la preghiera di dedica:
A causa di queste virtù,
possa io diventare un Guru-Buddha
e guidare in questo stato
ogni essere vivente senza alcuna eccezione.

Possa la mente preziosa dell'Illuminazione
non ancora sorta, sorgere e svilupparsi,
e quella già sviluppata possa non diminuire mai,
ma accrescersi sempre più.”

Grazie a tutti.

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La domanda fondamentale
e la visione di Chiara Luce

Oggi iniziamo con la preghiera di Mahāmudrā

PREGHIERA MĀHAMUDRĀ

O Grande Vajradhara, che pervadi tutte le nature,
Glorioso primo Buddha, principio di tutte le famiglie di Buddha
Nella dimora celeste dei tre corpi spontanei,
Ti prego di concedermi la tua benedizione.

Affinché io possa sradicare la pianta rampicante dell’attaccamento al sé nel mio continuum mentale,
Praticare l’amore, la compassione e la bodhicitta,
e compiere velocemente il Māhamudhrā del sentiero dell’Unione,
O Onnisciente, Eccelso Mañjusrī,
Padre di tutti i Conquistatori dei tre tempi,
Nelle terre di Buddha attraverso i mondi delle dieci direzioni,
Ti prego di concedermi la tua benedizione.

Affinché io possa sradicare la pianta rampicante dell’attaccamento al sé nel mio continuum mentale,
Praticare l’amore, la compassione e la bodhicitta,
e compiere velocemente il Māhamudhrā del sentiero dell’Unione,
O Guru venerabili,
Guide spirituali che, per discepoli fortunati,
Avete diffuso l'essenza del Dharma,
Vi prego di concedermi la vostra benedizione.

Affinché io possa sradicare la pianta rampicante dell’attaccamento al sé nel mio continuum mentale,
Praticare l’amore, la compassione e la bodhicitta,
e compiere velocemente il Māhamudhrā del sentiero dell’Unione,
Vi prego concedetemi la vostra benedizione.

Affinché io possa vedere il venerabile Guru come un Buddha,
Superare l’attaccamento per il samsāra,
Completare i sentieri comuni e non comuni,
e ottenere velocemente l’Unione del Māhamudhrā.

(ripetere 3 volte) Il mio corpo e il tuo corpo, o Padre,
La mia parola e la tua parola, o Padre,
La mia mente e la tua mente, o Padre,
Possano, attraverso la tua benedizione, divenire un’unità inseparabile.

Questa è la pura visione Vajrāyana, percorrere il sentiero dell’unione di Mahāmudrā, purificare il nostro cuore, praticare l’amore, la compassione e la bodhicitta, sradicare la pianta rampicante dell’attaccamento al sé nel nostro continuum mentale.
Molto semplice no? Non c’è nulla di complicato, la pratica del Dharma è composta da piccoli regolari passi su una strada lineare, nessuno ci chiede di scalare pericolose pareti rocciose o di intraprendere chissà quali eccezionali imprese, tutto è molto chiaro, semplice, pulito, luminoso, un percorso di pianura ininterrotto e costante.
Noi invece siamo abituati a vivere ottusamente soltanto nel samsāra più ristretto e pensiamo che praticare il Dharma consista nel doverci lanciare in imprese difficili e faticosissime, vogliamo scalare montagne da cui ridiscendere immediatamente, in un’alternanza complessa, sterile e insensata che comporta un enorme spreco di energie senza alcuna effettiva possibilità di beneficio. Invece il Dharma è una strada lineare, semplice anche se troppo spesso rimane a noi sconosciuta e invisibile a causa delle nebbiose abitudini in cui siamo intrappolati.
Sin dalle prime due righe O Grande Vajradhara, che pervadi tutte le nature, Glorioso primo Buddha, principio di tutte le famiglie di Buddha” si coglie la linearità del sentiero Vajrāyana, privo di dualismo, una strada piana, diretta, spirituale, la via di mezzo che scorre con naturalezza ben lontana dalle azioni estreme di salita e di discesa. La pratica di Mahāmudrā è essere nella naturalezza.
Poi prosegue “Nella dimora celeste dei tre corpi spontanei”, Dharmakāya, Sambhogakāya e Nirmānakāya e qui dobbiamo comprendere pienamente come essi siano parte integrante di noi, non sono corpi di un Buddha esterno, di altro al di fuori, ma costituenti della nostra natura, corpi di base, di sentiero e di risultato presenti nel nostro continuum mentale a cui rivolgiamo il desiderio, la richiesta, affinché possa essere sradicata la pianta rampicante dell’attaccamento al sé.
Il continuum mentale, termine che in lingua occidentale non è esaustivo e non corrisponde al significato originale, non indica la mente pensante, bensì la nostra essenza completa, il continuum dell’autentico sé, della fondamentale coscienza. Questo è l’oggetto della meditazione, la domanda che è già in sé risposta, semplicemente.
Come ha ben evidenziato Nāgārjuna il nostro compito è meditare, osservare, contemplare la realtà proposta dalla domanda, nulla più.
Per fluire libero, senza impedimenti il continuum mentale deve liberarsi dai lacci della pianta rampicante dell’attaccamento a un falso sé, che limita, imprigiona, chiude, e il mezzo per farlo è la pratica di amore, compassione e bodhicitta, in cui dobbiamo allenarci costantemente, regolarmente.
L’attaccamento al sé è fortissimo e lo possiamo controllare, sgretolare sempre e soltanto con la pratica quotidiana regolare e costante che ci consente di sviluppare la compassione, l’amore e la bodhicitta.
Questo è Mahāmudrā, il tantra che rende libero il continuum mentale, sia personale che in correlazione inscindibile con tutti gli esseri senzienti, la qualità della mente che ha la stessa natura di Buddha nei tre kāya. Si realizza un’altra dimensione della propria essenza, dell’essenza di tutte le nature di Chiara Luce.
Anche l’attaccamento al sé ha insita la natura di Chiara Luce, il Dharmakāya e pertanto non può mai essere completante negativo. “O Grande Vajradhara, che pervadi tutte le nature” e dunque insito nel tutto, ma dove lo troviamo? - nella Vacuità, nell’unione della Chiara Luce oggettiva con la Chiara Luce soggettiva.
La Chiara Luce oggettiva è la vacuità, il Vajradhara, l’essenza che pervade tutte le nature, la Chiara Luce soggettiva è il nostro “cit”, la mente, liberato dall’attaccamento al sé nella pratica di amore, compassione e bodhicitta convenzionale e ultima.
Questa è la semplicità della pratica di Mahāmudrā, di Vajrāyana, bisogna imparare a vedere la luce in tutte le situazioni, nell’attaccamento al sé come nella sofferenza in quanto non esiste nessuna condizione completamente oscura, negativa, la Chiara Luce tutto pervade.
Ci stiamo inoltrando a livello sempre più avanzato nella conoscenza del Dharma e certamente per poter comprendere pienamente questi concetti sarebbe necessario conoscere il sanscrito poiché ogni termine esprime un concetto preciso e intraducibile. Ad esempio le parole “man-tra” e “tan-tra” sono composte per indicare condizioni particolari del cit in cui si realizza il continuum degli elementi attraverso l’universo intero grazie alla natura di Chiara Luce, di vacuità.
Come comprendere la Chiara Luce? la risposta è nella natura della domanda stessa, qualsiasi altra risposta porrebbe ulteriori interrogativi senza risposta, in un circolo infinito
Domanda: Altre religioni rispondono a questa domanda con il concetto di Dio, del mistero divino, se si rimane nella domanda non c’è bisogno della risposta di un dio…
Lama: Dio è la stessa domanda. Il Mahāmudrā, il grande gesto è trovare la natura della domanda. Nāgārjuna è chiarissimo in ogni parola di questo testo.
Dobbiamo semplicemente allenarci nella pratica di amore compassione e bodhicitta, maturare la consapevolezza che noi, e soltanto noi, siamo responsabili di noi stessi. Dobbiamo smettere di dare sempre la colpa agli altri degli inevitabili intoppi e circostanze negative che incontriamo, tutto dipende dalla nostra capacità, dall’allenamento, dal lavoro su di noi, dall’equilibrio interiore nell’amore, nella compassione e nella bodhicitta.
Non c’è nulla da creare, ma soltanto allenarci nella pratica e maturare profondamente, non combattere contro qualcosa, ma trasformare tutto, anche l’attaccamento al sé, nella natura di Chiara Luce.
Possa io sempre essere un oggetto di godimento per tutti gli esseri senzienti, secondo i loro desideri e senza interferenze, come lo sono la terra, l’acqua, il fuoco, i medicamenti e le selve”. Semplice, questo è amore, compassione e bodhicitta.
Possa io considerare gli esseri senzienti cari come la vita, e possa io considerarli più cari rispetto a me stesso. Possano le loro negatività maturare su di me, e possano tutte le mie virtù maturare su di loro”. Qui si ribadisce il concetto di maturazione, in tibetano si usa il termine “sMIN PA”- che sottintende appunto la necessità di maturare, un seme che non matura non produce alcun frutto, e non ha nulla a che fare con il grande fraintendimento in cui restiamo terrorizzati e paralizzati credendo di dover concretamente farci carico di tutta la sofferenza del mondo, come azione fine a se stessa senza che si produca alcun effettivo cambiamento. Non è così poiché ogni negatività, maturando, si trasforma in positività.
Ovunque vi sarà anche un solo essere senziente che non è ancora stato liberato possa io restare nel mondo per il bene di quell’essere anche se avrò ottenuto la suprema illuminazione.” Amore, compassione e bodhicitta.
Una persona non è terra, né acqua, né fuoco, né aria, né vento, né spazio, né coscienza, e neppure tutti questi. Che persona c’è altro da questi? Non c’è bisogno di risposta, nella domanda stessa c’è la Chiara Luce, non serve null’altro, questa è la profonda saggezza che osserva l’essenziale senza lasciarsi fuorviare da ingannevoli elucubrazioni intellettuali.

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La Vacuità della Vacuità

Preghiere all’inizio della sessione di meditazione:

PRESA DI RIFUGIO

Prendo Rifugio fino all’Illuminazione nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha.
Per i meriti acquisiti praticando la generosità e le altre Perfezioni, possa io al più presto raggiungere l’Illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti.

SAN-GHIE CIÖ-DAN TSOG-GHI CIOG-NAM-LA’
CIANG-CIUB BAR-DU DA-NI CHIAB-SU-CI
DA-GHI GIN-SOG GHI-PE SÖ-NAM-KI
DRO-LA PEN-CIR SANGHIE DRUB-PAR-SCIO'



OFFERTA DEL MANDALA BREVE

Offro questa terra aspersa con profumo e cosparsa di fiori,
ornata del Monte Meru, dai quattro continenti,
dal sole e dalla luna e visualizzata come un campo di Buddha.
Possano tutti gli esseri gioire di questo reame completamente puro.
YDAM, GURU, RATNA, MANDALAKAM, NYRIATAIAMI



SA-SCI-PÖ CHI-GHIU SCIN-ME-TOG TRAM
RI-RAB LING-SCI GNI-DE’ GHIEN-PADI’
SANGHIE’ SCING-DU MIG-TE’ UL-UAR-GHI’
DRO-CUN NAM-DAG SCING-LA CIÖ PAR-SCIOG
YDAM GURU RATNA- MANDALAKAM NIRYATAIAMI


LODE BREVE A TARA

OM, Omaggio alla Nobile Tara.
Omaggio. Salvatrice TARE, eroina
Con TUTTARE elimini tutte le paure.
Con TURE garantisci tutti i benefici.
Mi prostro a Te, con il suono SOHA
OM TARE TUTTARE MAMO AIUGHIANA PUTTAM CURIE SOHA

OM, Getzuma Phama Dolma-La Ciatzelo
Ciatzel Dolma TARI Pamo
TUTTARAI Gikkün Sema
TÜRI Tonnam Tamge Terma
SOHA Ighi Cela Rabdu
OM TARE TUTTARE MAMO AIUGHIANA PUTTAM CURIE SOHA


MANTRA di VAJRASATTVA ( Per la purificazione dalle interferenze)

Om, Vàgirasattva samayà,
manu pala yà,
Vàgirasattva teno pà,
tista drido mebauà,
suto kayo mebauà,
supo kàio mebauà,
anurakto mebauà,
sàrva siddhi mèpraiaccia,
sàrva karma sùtsa mè
tsittàm, sìria, kuru hum,
ha hà ha hà hò,
bàgavan, sàrva, tatàghatà,
vàgira màme mùncia
vàgira bàva
màha samàya sàto,
hà, hùm, pè.

***


Continua il testo di Nāgārjuna:
Proprio come una persona non è reale, essendo un composto dei sei costituenti, così pure ciascuno dei costituenti non è reale essendo un composto.
Poiché i fenomeni delle forme sono solo nomi, anche lo spazio è solo un nome.
Senza gli elementi, come potrebbero esistere le forme? Perciò, perfino il solo nome non esiste.”
In tibetano la parola - persona - si articola in più sfumature davvero importanti: skye-wu significa essere, non essere umano, ma nel senso di esistere, gand-zag significa essere, bdag significa io, nga significa sé, dunque come identificare il proprio io? questa è la domanda.
L’io che percepisco identifica la mia persona come essere umano, composto dai quattro elementi - acqua, terra, fuoco, aria a cui si aggiungono spazio e coscienza.
Eppure i sei elementi di cui siamo composti, non costituiscono la persona che siamo, né presi isolatamente né tutti insieme, dunque dov’è questo io, il sé misterioso?
Nella nostra percezione forzatamente limitata tendiamo a voler identificare il sé come fenomeno tangibile, concreto, indipendente, perfettamente definibile, ma questo non esiste e da qui sorge la domanda che, se accolta con lucidità consapevole, porta al non attaccamento al sé. Questa domanda è la vera risposta, ogni tentativo di andare oltre, in una dimensione illusoria e irreale è fuorviante, inutile, ingannevole.
Afferrandoci a questo falso sé non ci accorgiamo che ci aggrappiamo con bramosia soltanto a un nome e sviluppiamo un attaccamento alla fama, all’apparenza formale che questo può dare, divenendo così sempre più inconsapevoli, confusi, persi in una giungla irreale di inganni e illusioni, confondiamo la realtà con una semplice inutile etichetta.
L’abitudine acquisita e consolidata a vivere come tangibilmente reale ciò che invece è soltanto un miraggio, l’etichetta di un contenitore inesistente, ci fa permanere nell’ignoranza e nella non conoscenza e conseguente negazione della realtà.
I fenomeni della forma sono soltanto un nome, lo spazio stesso è solo nome, senza gli elementi come potrebbero esistere le forme? dunque tutto esiste soltanto a livello di nome e anche lo stesso nome alla fine non esiste. La natura di ogni fenomeno è vacuità della vacuità.
In modo ancora più sottile la concezione bene espressa dalla corrente citta-mattra, la scuola della sola mente, dice che non vi è dualismo alcuno tra la forma e la valida conoscenza della forma, si tratta di un unico fenomeno poiché l’oggetto osservato non è altro, esterno, bensì parte inscindibile della conoscenza che se ne ha, quindi sostanzialmente è un solo fenomeno.
Domanda: Dunque posso vedere soltanto quello che già conosco, che è integrato in me, altrimenti non potrebbe esistere per me, è così?
Lama: Si.
Intervento: Vorrei aggiungere le interessanti conclusioni di uno studio antropologico perché possono essere davvero esplicative: - Cristoforo Colombo quando approdò per la prima volta in America venne accolto dagli indigeni come proveniente direttamente dal mare in quanto non avevano visto le navi con cui era giunto semplicemente perché non conoscevano questi vascelli, e dunque nella loro mente queste non esistevano e le avevano osservate unicamente come onde marine. Ciò mostra come, se non si ha conoscenza di un fenomeno, quello concretamente non esiste.
Lama: E’ così, tutto esiste solo come etichetta, come nome e la stessa etichetta esiste grazie all’etichetta.
Io, tu, Buddha, Bodhisattva, tutto esiste grazie all’etichetta. Ciò che io vedo e vivo come bello per altri è orribile, e viceversa, le percezioni così differenti di uno stesso fenomeno ne dimostrano l’inconsistenza intrinseca e la percezione determinata unicamente dalla conoscenza che se ne ha.
Dunque ritorniamo sempre alla domanda-risposta di Nāgārjuna, dov’è la persona che noi chiamiamo sé? Non la possiamo individuare da nessuna parte e dobbiamo semplicemente rimanere in modo pienamente consapevole nella giusta via di mezzo, senza lasciarci ingannare da concetti estremistici di eternalismo o nichilismo.
Come diceva Platone: - So di non sapere -
La cosa più difficile per noi non è il sapere, ma la necessità di accogliere consapevolmente il non sapere, smettere di sprecare infinite energie inutilmente, dobbiamo semplicemente sapere di non sapere.
Questa è la saggezza.
Intervento: Ed è anche un segno di forza perché ci vuole più coraggio nel rimanere senza risposta.
Intervento: Quando io non so che non so non ho consapevolezza, mentre quando so che non so ho consapevolezza.
Lama: Perfetto, ma sapere di non sapere è ancora un’altra cosa rispetto al so che non so, perché va oltre, non c’è nulla da sapere, nessun falso fenomeno a cui apporre etichetta.
Platone e Nāgārjuna si pongono la stessa domanda-risposta.
È necessario sciogliere i lacci che ci legano all’attaccamento al sé, liberare la coscienza, il continuum, allenarci nell’amore, compassione e bodhicitta.



(Inizia una discussione sull’amore ma la registrazionea questo punto si interrompe bruscamente)


Fine!


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Māhamudhrā: significa “Grande sigillo” è la rappresentazione simbolica della perfezione divina.
Vajradhara: l’identità del divino è unica e per i cristiani potrebbe corrispondere a Dio.
Buddha: Essere illuminato
Mañjusrī: Per i cristiani corrisponde al Cristo.
Bodhicitta: la mente altruistica, della grande compassione
Samsāra: ciclo delle vite di sofferenza, condizione di tutti gli esseri viventi.